lunedì 9 settembre 2019

THRILLER: A CRUEL PICTURE

(Thriller - en grym film, 1973) 

Regia Bo Arne Vibenius 

Cast Christina Lindberg, Heinz Hopf, Despina Tomazani 

Avvolto in un silenzio devastante, rotto solo dal fruscio delle foglie autunnali, l’incipit sembra uscito direttamente da un film pasoliniano, ed è subito un pugno nello stomaco vedere in primo piano l’orgasmo di un vecchio bavoso pensando, immaginando cosa stia facendo a quella povera bambina. L’incipit di questo cult svedese diretto da Bo Arne Vibenius non fa sconti a nessuno e, nella sua narrazione lenta e oppressiva ci porta crudamente all’interno delle sfortunate vicende della giovane Frigga, diventata muta dopo il trauma della violenza infantile e nonostante questo dotata di una innocenza disarmante, al punto da farsi irretire nuovamente alla fermata dell’autobus da un losco faccendiere che la trascinerà giocoforza nel mondo della prostituzione e della tossicodipendenza. Un mondo di violenza dove l’unico risultato alla muta protesta della protagonista sarà una crudele deorbitazione a colpi di bisturi, mostrata esplicitamente (si vocifera anche che per girare la scena fu usato un vero cadavere ma queste sono leggende non provate) in primo piano. 

Il volto antiespressivo ma quanto mai efficace dell’attrice Christina Lindberg si trasforma in una maschera di vendetta contrassegnata da una benda piratesca di stoffa, una maschera che impara gradualmente l’arte della vendetta utilizzando i proventi del proprio mercimonio per imparare a sparare, a guidare spericolatamente e a combattere con l’ausilio delle arti marziali. Un viaggio sciamanico verso la catarsi finale che porterà la giovane a uccidere spietatamente il gruppo di clienti aficionados oltre ovviamente al suo aguzzino. Ambientazioni rurali, disagiate e fredde contribuiscono a dare un senso di straniamento a questo rape&revenge che ogni amante del cinema exploitation dovrebbe vedere almeno una volta nella vita, non tanto perché titolo di culto amato e citato da Quentin Tarantino nel suo secondo volume di Kill Bill (e in particolare nel personaggio di Elle Driver interpretato da Daryl Hanna) quanto per l’ostentazione di un cinema iperrealista che non ammette sbavature ne cede il passo ad emozioni. 

È un racconto, una cronaca vera di un massacro annunciato che non può, né deve essere intralciato da false cadute verso l’emozionalità ed il falso buonismo (una parola che oggi sembra avere una connotazione politica diversa da quella realmente intesa). Bandito, osteggiato, massacrato da tagli censorei che hanno portato ad una duplice versione con due differenti titoli, la prima del 2004 intitolata Thriller: A cruel picture pesantemente decurtata da scene di sesso e violenza e la seconda, l’anno successivo intitolata Thriller: They call Her One-Eye in cui vengono ripristinate anche le scene hard girate con controfigure e dettagli da autentico cinema porno. Collaboratore di Ingmar Bergman nella seconda metà degli anni sessanta, Vibenius, come regista non avrà una grande carriera, ma questa sua opera intrisa di grande cinema nascosto nei meandri della shockploitation, ci da pienamente il senso spettrale del degrado di una società ai margini, un film senza speranza, disturbante ma luminoso, come il sole accecante in cui si consuma la vendetta finale dell’eroica Frigga. 

lunedì 2 settembre 2019

RADIO ALIEN

(Bad Channels, 1992)

Regia Ted Nicolaou

Cast Robert Factor, Martha Quinn, Aaron Lustig

Dopo aver cosparso di mostruose creature aliene il tubo catodico, il buon Ted Nicolau, supportato come di consueto dalla Full Moon Entertainment e dallo stesso Charles Band in qualità di ideatore del soggetto originale, porta l'invasione extraterrestre sui canali radiofonici dell'emittente KDUL  dove uno strampalato deejay di nome Dan O' Dare (soprannominato Dangerous) viene assediato da un gigantesco alieno con un mostruoso elmetto bitorzoluto che trasforma lo studio in un minestrone verdastro di funghi gommosi, coadiuvato da un robottino sullo stile Star Wars. Il loro obiettivo è rapire e miniaturizzare giovani avvenenti fanciulle collegate alla radio, attraverso la materializzazione di gruppi heavy metal e la smaterializzazione delle donnine che vengono collocate in contenitori di vetro. L'idea di inserire le band intente ad esibirsi in una sorta di videoclip metallaro permette al regista di dilungare gli (scarsi) tempi del film e divertire lo spettatore più giovane con spettacolini rock pieni di finti clown rabbiosi, monache che suonano la chitarra lanciandosi contro il muro, ragazze da tutte le parti ed uno che sembra quasi un sosia di Alice Cooper. 

Il marchio di fabbrica della Full Moon e, conseguentemente, dello stesso Nicolau, sono però le creature ciondolanti protagoniste dello schermo, culminanti nel finale in una specie di giraffona con la faccia da papero disneyano movimentata da fili trasparenti, una bruttura da Muppet Show che viene sconfitta a colpi di disinfettante spray (sic!). Nonostante la pellicola risulti anche piuttosto divertente, con il suo carnet di attori improbabili e situazioni grottesche, manca un po la verve anarchica ed estrema di "TerrorVision" dove le mostruosità assumevano forme contorte da quadro di Salvador Dalì. In questo caso i personaggi rientrano negli stereotipi del B-Movie americano anni ottanta (sebbene in ritardo visto che il film è del 1992) senza eccedere nel kitsch più glam che invece marchiava gustosamente il precedente titolo di Nicolau. 

L'idea dell'intermissione dei gruppi nu-metal comunque risulta carina e la colonna sonora, orchestrata nientepopodimeno che dai Blue Öyster Cult, merita un ascolto. La commistione tra horror, fantascienza e commedia tiene molto bene i tempi cinematografici e la visione, seppur senza particolari momenti esaltanti, risulta tutto sommato piacevole. Certo gli anni d'oro della Full Moon sono altrove e purtroppo i primi anni novanta, con i limiti di un'epoca che stava per concludersi, ne hanno segnato irrimediabilmente il declino. 

lunedì 26 agosto 2019

THE LOCH NESS HORROR

(1981) 

Regia Larry Buchanan 

Cast Sandy Kenion, Stuart Lancaster, Miki McKenzie 

Se cercate negli archivi filmografici, scoprirete che il regista texano Larry Buchanan ha una discreta esperienza nel mondo dei B Movie, in special modo in quei Tv Movie che negli anni ottanta affollavano i pigri pomeriggi delle reti privati con roba tipo Il mostro delle caverne, Curse of the VooDoo women e soprattutto con il bruttissimo Zontar: The Thing from Venus, sorta di remake di uno degli scult più imbarazzanti e adorabili del maestro Roger Corman. Verso la metà degli eighties la carriera di Buchanan andò scemando progressivamente e culminò in un due o tre titoli veramente al top della bruttezza tra cui questo Lochness Horror, conosciuto anche come Nessie e giocoforza ispirato al mostro del celebre lago scozzese. Tutto inizia con un misterioso gentleman che osserva da un cannocchiale un vecchio velivolo della seconda guerra mondiale, successivamente l’obiettivo inquadra la famosa foto in cui il collo del plesiosauro si erge dalle acque del Loch Ness. E qui capiamo subito che sarà una visione terra terra. 

L’ambientazione torna ai giorni nostri ed è tutto un giro di ragazzini che fanno gli scemi davanti a un falò, un misterioso guardiano armato di alabarda e un uovo di dinosauro che sembra fare gola a molti. Obbligato da un budget miserrimo, Buchanan va a risparmi anche con il mostro che verrà sempre inquadrato dal collo in su, con le mascelle manovrate meccanicamente e uno sbuffo di vapore che ogni tanto fuoriesce dalla gola mentre la macchina da presa segue il testone in mezzo alla boscaglia. Giunti al culmine del trash, assistiamo anche allo scontro tra il mostro e dei militari ad un posto di blocco, la scena patetica che ci si para davanti è quella di una creatura che, non avendo manco le zanne per mordere, abbatte i militari a testate. Poverino! Ci prova ad azzannare un vecchio alla spalla, e del resto anche la vittima cerca di simulare dolore e sofferenza mentre il testone finto di Nessie sembra più succhiare la spalla piuttosto che morderla. 

Nel cast fa capolino una vecchia conoscenza, Stuart Lancaster, che gli amanti del cinema exploitation ricorderanno come il daddy di Faster! Pussycat! Kill! Kill! del geniale Russ Meyer. Nonostante si parli di Loch Ness, il film è girato sul Lago Tahoe in California ed infatti risulta difficile credere di trovarsi in Scozia. Tutta colpa del budget miserrimo con cui Buchanan ha dovuto fare i conti, ma non c’è da stupirsi, del resto il film fu prodotto proprio da un clan scozzese (il clan Buchanan per di più)! 

martedì 20 agosto 2019

SUPERGATOR

(2007)

Regia Brian Clyde

Cast  Kelly McGillis, Brad Johnson, Bianca Lawson

Ci voleva un produttore sgamato come Roger Corman per realizzare un monster movie decente nel prolifico quanto scadente palinsesto televisivo di SyFy Channel, attenzione però! Ho detto "decente", il che ci porta lontano mille miglia dal porre questo film in un universo parallelo dove potrebbe entrare di diritto nel cinema di fantascienza. Semplicemente qui si nota una certa cura nella realizzazione, sconosciuta alla maggioranza dei titoli proposti dall'emittente, ma anche dalle bizzarre porcherie realizzate dalle varie case di produzione low cost del genere. Il supercoccodrillone del titolo (incrocio fra un caimano e uno stegosauro) è una mutazione genetica che vive ai piedi di un vulcano, all'interno di un'oasi naturale tutta laghetti e cascatelle, e qui finisce il nostro interesse per la trama che, oltre ad un notevole body count, ci accompagna nella solita spedizione scientifica di un gruppo di geologi capitanati dal televisivo Brad Johnson, un faccione inespressivo dai tratti tipicamente americani. 

Il suo gruppo si incontra con un'altra scienziata, qui interpretata dalla vecchia babbiona Kelly McGillis che negli anni ottanta fece coppia con Tom Cruise nel famoso Top Gun e che si è vista di recente nell'ottimo horror "We Are what we are". Ad accompagnarla un crocodile dundee accanito che spara in continuazione sul coccodrillone senza mai fargli un cazzo. Nel mentre assistiamo alle allegre gite di gruppi di studenti cazzoni, di tettone fotomodelle e giovani trekker, tutti destinati a riempire la pancia del mostro. La noia dei dialoghi smorza le ottime scene, truculente quanto basta, del pasto umano ad opera dell'alligatore, realizzate con un montaggio serrato che mostra solo dettagli di denti e corpi maciullati, ma crea il giusto effetto. 

Purtroppo il coccodrillone mostrato nella sua decadenza digitale non si discosta molto da altri titoli "Bad CGI" che infestano le programmazioni televisive, va molto meglio comunque nel finale, con massacro di turisti che ricorda per certi versi, il matrimonio rosso sangue del capostipite del genere "Alligatori assassini", il classicone di Lewis Teague "Alligator".  Certo se non si hanno grosse pretese, il film risulta anche godibile in una certa misura, ma visto il numero titanico di film dedicati a rettiloni carnivori in circolazione, potete senza dubbio, bypassarlo. Imperdibile invece per chi adora gli spruzzi di sangue modello commodore64 e i dinosauri digitali che ruggiscono tristi pixels all'interno di canovacci sempre uguali. 

martedì 13 agosto 2019

MONSTER FROM THE OCEAN FLOOR

(1954)

Regia Wyott Ordung

Cast Wyott Ordung, Anne Kimbell, Dick Pinner

E’ risaputo che il genio produttivo di Roger Corman è sempre stato quello di cavar sangue dalle rape, ma nel caso di questo pseudo monster movie caraibico ha veramente superato sé stesso. Con un budget ai limiti del ridicolo di 28.000 dollari (ma il film incassò almeno 10 volte tanto) e un’oretta scarsa di pellicola, il nostro, qui alla sua prima volta in veste di solo produttore, ci sforna un gioiellino che dire imbarazzante è quasi fargli un complimento. La protagonista è una stangona americana dai capelli platinati che risponde al nome di Julie Blair (interpretata da Anne Kimbell, reginetta del surf movie e di numerosi scialbi western anni quaranta e cinquanta) che si svacca sulle spiagge messicane passando il tempo a dipingere e ad ascoltare un ragazzino petulante che gli racconta di come il padre sia stato ucciso da una misteriosa creatura degli oceani. Siccome Julie è in vacanza e non ha un cazzo di meglio da fare, inizia a indagare sulle leggende di questo mostro che, nelle lunghe e narcolettiche riprese subacquee, vediamo come un grosso polipo con un enorme occhio luminoso. 
 
Stranezze del caso, Julie incontra un biologo marino, il Dottor Baldwin che vaga nelle acque con un ridicolo sommergibile a pedali. Fra di loro inizia un corteggiamento galante, però lui non le crede, riguardo al mostro, per cui Julie, allo scopo di reperire delle prove, decide di fare qualche immersione. Peccato che, nel frattempo la vecchia del villaggio abbia decretato che l’americana debba venir sacrificata al dio del mare e tocca al giovane mozzo Pablo fare il lavoro sporco. Nonostante gli echi Lovecraftiani la storia è ben poca cosa, arricchita dai soliti dialoghi insulsi del cinema americano del dopoguerra. 

Corman centellina i soldi della produzione e mette alla regia il trentenne anglo-cinese Wyott Ordung, già autore del soggetto di un altro capolavoro quale Robot Monster, che si ritaglia anche la parte di Pablo, con risultati decisamente imbarazzanti. Il mostro viene ripreso con la tecnica del grandangolo che permette di far sembrare gigante un povero polipetto al quale viene applicato in sovrimpressione un enorme occhio che lampeggia. Ma il cinema è magia anche quando non ha vergogna di mostrarci l’improponibile, del resto alla fine si scopre addirittura che il mostro altri non è che un’enorme ameba, risultato dei soliti esperimenti nucleari del vicino atollo di Bikini. Viene quasi da dire “Benedetta sia la bomba!” senza la quale migliaia di sceneggiatori americani degli anni cinquanta sarebbero stati senza lavoro ma soprattutto senza uno straccio di idea!

lunedì 5 agosto 2019

RIVELAZIONI DI UNO PSICHIATRA SUL MONDO PERVERSO DEL SESSO

(1973)

Regia Renato Polselli
Cast Isarco Ravaioli, Franca Gonelli, Bruna Beardi

Finalmente grazie al mitico Polsellone e a questa sua ennesima ciofeca cinematografica, possiamo coniare un sottogenere nuovo al già vasto mondo del cinema exploitation. Nel caso di Rivelazioni di uno psichiatra siamo di fronte allo zenith massimo del cinema pretestuoso, ovvero quel cinema che pur essendo null’altro che un pornazzo da quattro soldi, cerca di mascherarsi con l’autorità scientifica della psicologia sessuale e lo studio delle relative devianze. Ecco quindi che il termine Specious dall’inglese Pretestuoso, si abbina perfettamente al termine exploitation, unendosi in matrimonio e generando la Speciousploitation, ovvero quei film che mascherano contenuti grezzi e pruriginosi con dotte divagazioni inutili quanto fallaci. 

Se non altro le dissertazioni del Dottor Frood (interpretato da una colonna portante del cinema di serie B italiano come Isarco Ravaioli) ad un gruppetto di improbabili studentelli, risulta quanto meno breve e sintetica, lasciando così spazio al vero spettacolo del film, la pornografia fine a sé stessa, ripresa da Renato Polselli stesso o rubata da X Movie americani, non ha importanza. Polselli ce la sbatte in faccia con un bel tripudio di vagine ultrapelose, orgie senza fine al ritmo ossessivo di uno psycho-progressive d’antologia, non teme censura nel mostrare una zoofila assatanata che massaggia energicamente il membro di un cagnolino salvo poi mimare un amplesso con un enorme peluche. 


Il tutto infarcito da storielle più o meno incredibili a giustificare la gerontofilia (lo stupro perpetrato a una giovinetta da un coetaneo che sfocia nella ragazza in una ossessiva attrazione per gli anziani), la necrofilia (la ragazza che spia la madre intenta ad avere rapporti con l’amante immobilizzato nel letto) e l’infausta scoperta, per un siciliano, che la novella mogliettina non è altri che un “lui”. Insomma nel periodo caldo della sua lunga e proficua carriera Renato Polselli non ci fa mancare un altro cult assoluto da abbinare a Riti, Magie nere e segrete orge del trecento. Il tutto immerso nella consueta atmosfera da trash psichedelico tipica di quegli anni, arricchita di citazioni più o meno colte (del resto se parli di psicologia devi citare almeno Freud, Jung e Adler) che sfociano in un finale enigmatico e affrettato.

venerdì 26 luglio 2019

SVEZIA, INFERNO E PARADISO

(1968)

Regia Luigi Scattin

Cast Edmund Purdom, Enrico Maria Salerno, Jean Topart

Il consiglio che dò quando qualcuno si accinge a vedere un mondo movie è quello di mettere da parte la propria morale ed i propri principi cercando di contestualizzare il più possibile l'opera a cui assistiamo. Considerando soprattutto che si parla di un film il cui unico scopo è fare discutere, shockare, disgustare ma anche scatenare sordidi pruriti nascosti nelle più perverse pieghe del nostro animo voyeurista. Un consiglio che, devo confessarvi, non sono riuscito ad applicare a me stesso guardando questo reportage di Luigi Scattini sugli usi e costumi del popolo svedese. Non tanto per le immagini proibite che di solito condiscono un mondo, anche perchè, in questo caso, tutto si limita a qualche nudità innocente qua e la lungo la pellicola. Quello che più infastidisce è l'applicazione di una certo moralismo d'accatto che punta il dito sui difetti di un altro paese, sorridendo sotto i baffi. 

Probabilmente l'effetto sarebbe mitigato se non ci fosse stato il fastidioso commento parlato del pur bravo Enrico Maria Salerno, il quale da parte sua interpreta come meglio si può un irritante canovaccio moralista che stona per due motivi: Il primo è un finto perbenismo benpensante che guarda al libertinismo svedese con quell'alterigia cattolico-puritana per la quale la libertà sessuale nelle scuole genera poi noia nei confronti del sesso, anticipa le esperienze senza ritegno ma soprattutto senza alcuna emozione, come ci mostrano le immagini delle ragazzine annoiate su una sorta di love boat dove si congiungeranno per la prima volta con gli amichetti della scuola. Il secondo motivo è il fatto che, proprio perchè la telecamera si sofferma sulle scene di nudo con compiacimento, entrando nel dettaglio delle modelle che posano nude per le rivistine personalizzate ordinabili nei sexy shop, o inquadrando vogliosa le giovinette che escono nude da una baita sulla neve per fare il bagno in un laghetto gelato,  risulta decisamente ipocrita tutto questo finto moralismo, soprattutto se pensiamo che la maggioranza degli spettatori italiani veniva attirata al cinema dalla prospettiva di vedere un pò di chiappe e tette svedesi. 

Insomma noi, popolo di frustrati, che guarda ai libertini con quella sorta di invidia peccaminosa mascherata da ipocrisia bacchettona. Noi che ridiamo davanti agli alcolizzati che, per bere in strada, sono costretti a nascondersi nei vespasiani, noi che guardiamo costernati la ragazza che, trovando il telefono amico sempre occupato, decide di suicidarsi, noi che assistiamo inorriditi all'homeless che mangia lucido da scarpe perchè contiene una base alcolica, noi che storciamo il naso di fronte alle pratiche di adozione per ragazzine madri che non vedranno neanche per un secondo il figlio appena partorito, noi insomma, forse dovremmo imparare a guardare un pò di più dentro casa nostra e meno attraverso le finestre degli altri. A parte, comunque, l'incazzatura esistenziale che deriva dalla visione, il film non si discosta molto da altri mondo dell'epoca, decisamente più noioso e ancora più finto della media. Unica nota lieta del film è ovviamente, la straordinaria colonna sonora del grande Piero Umiliani, tra cui spicca il famosissimo brano "Ma-Nah Ma-Nah!"

venerdì 19 luglio 2019

DEMONI 3

(1991)

Regia Umberto Lenzi

Cast Keith Van Hoven, Maria Alves, Sonia Curtis

Se l’idea di base fosse bastevole a giustificare il suo “status” di sequel, allora per fare parte della saga di Demoni i cui primi due capitoli sono stati diretti da Lamberto Bava, basterebbe buttare dentro al copione un paio di zombi ciondolanti e qualche vago e superficiale riferimento alla magia e all’esoterismo, come del resto fa Umberto Lenzi in questo sequel apocrifo spacciato per il numero tre ma che, nella realtà, non c’entra un beneamato cazzo di niente con le pellicole prodotte da Dario Argento. In effetti gli elementi inseriti in questo film sono poi gli stessi utilizzati in decine di altre pellicole del Bis Italiano come Zombi 2 o Le notti del Terrore, titolo al quale il film di Lenzi sembra riferirsi sopra ogni cosa. Come nel film di Andrea Bianchi, l’assedio di morti viventi ad una vecchia villa in disfacimento è in effetti il leit motiv principale, anche se qui siamo in Brasile e quindi si ha a che fare con la Macumba, viene citato anche il Vudù nonostante sia decisamente fuori zona. I protagonisti sono tre turisti, l’inglese Kevin, la fidanzata Jessica con il fratello Dick, impegnati a studiare la storia dei balli locali. Ad un certo punto Dick si stufa della Samba e inizia a cercare nelle favelas tracce di riti magici, trovandole prima in un gruppo di bambini mascherati e poi in un vecchio santone cieco che gli da appuntamento per un festino magico notturno durante il quale uno spirito si impossessa del giovane yankee.

Il giorno dopo i tre partono per le campagne brasiliane e finiscono nella fazenda del giovane Josè dove nottetempo Dick risveglia i 6 cadaveri di schiavi neri uccisi barbaramente dai loro padroni ed ora in cerca di sangue bianco per soddisfare la loro sete di vendetta. Insomma una storia che, visti i tempi recenti, potrebbe essere ancora attualissima (anzi io ci farei un remake magari) dove la minaccia è rappresentata dal “nero”, dal “diverso” che vuole uccidere il bovero uomo biango! Un po' come succedeva negli anni ’50 dove si identificava l’invasione aliena con la minaccia dell’Unione Sovietica. Pur contrassegnato da un budget esiguo, il film è stato girato direttamente in Brasile con un cast internazionale, minimo e professionalmente inconsistente. Su tutti capeggia il volto stralunato e demenziale di Maria Alves che interpreta la domestica Maria, impegnata grottescamente a scacciare il male con bamboline di paglia e candele nere, verrà accecata crudelmente, gli spaccano la testa con un’accetta e la impiccano. Tutto questo dimenticandosi che la vendetta doveva riferirsi a 6 dico 6 uomini di pelle bianca! Gli zombi neri, truccati con cerone, catene, stracci e salamella putrefatta sul volto, si muovono con una lentezza disarmante.

La cinepresa li riprende immobili in ogni angolo, nascosti e immobili ad osservare le prede, incalzati dal rumore di catene che strisciano sul terreno. L’eroico Kevin (interpretato dal sorriso cavallone di Keith Van Hoven, attore olandese conosciuto per la sua partecipazione al serial TV College) li combatte a colpi di molotov, peccato che non avendone abbastanza, o forse per fare prima, scaglia una bottiglia ad ogni coppia di mostri con esplosioni che manco ci fosse dentro del napalm al posto della benzina. Non parliamo poi di situazioni al limite del ridicolo, come ad esempio la fuga dalla fazenda in jeep dove, per simulare il classico incidente che rende critica la situazione, vediamo proprio il guidatore che sterza all’improvviso per lanciarsi contro un albero. Non contento cerca di far ripartire l’auto, infossata nella buca senza riflettere che, forse facendo scendere gli altri passeggeri magari si riesce a risolvere il problema. Troppa logica per un B Movie italiano che sfrutta un dittico di successo come pallido tentativo di esalare l’ultimo respiro ad un genere, che nei primi anni novanta, stava decisamente tirando le cuoia.

venerdì 12 luglio 2019

LA NEBBIA DEGLI ORRORI


(The Lost Continent, 1968) 

 Regia Michael Carreras 

Cast Eric Porter, Hildegard Knef, Suzanna Leigh 

Non è facile trovare film che iniziano non bene ma benissimo e poi, a sorpresa, scivolano nel trash più grossolano a metà visione, per averne un buon esempio potete recuperare questa pellicola del tardo periodo Hammer in cui la nota casa inglese di produzione cinematografica, abbandonati mostri classici come Dracula e Frankenstein, cercava nuove alternative all'horror tradizionale. In realtà qui l'horror è solo sottinteso, dal momento che il genere trattato è più affine al cinema fantasy e d'avventura. Quel che è certo è che la prima ora di film è folgorante, ammorbata da atmosfere cupe e inquietanti dove una vecchia carretta del mare capitanata da un perfido e dispotico Capitano Lansen (interpretato da un Eric Porter in stato di grazia) viaggia sul mar dei Sargassi con un carico illegale di polvere di fosforo che al solo contatto con l'acqua esplode. Anche i passeggeri della nave non brillano per simpatia, e uno ad uno, scopriamo che tutti hanno un motivo per fuggire dalle coste inglesi da cui la nave è salpata, eludendo i controlli doganali. In procinto di incontrare un tifone, l'equipaggio scopre il pericoloso carico, si ammutina e fugge lasciando Lansen, i passeggeri e pochi marinai in balia delle acque irrequiete. Quando la nave inizia a imbarcare acqua da tutte le parti, agli sfortunati naviganti non resta altro che salire su una scialuppa e affrontare il mare ignoto. Uno dei passeggeri finisce in pasto agli squali, il cuoco si frattura il cranio e all'orizzonte si profila una misteriosa macchia di strane alghe carnivore. 

Mi fermo qui perchè a questo punto la narrazione prende una piega inaspettata, il film che, finora gode di un ritmo malsano, associato alla cattiveria di quasi tutti i personaggi, prende improvvisamente la strada del trash e vediamo apparire strani individui provenienti dal passato della colonizzazione spagnola, dotati di enormi cuscini ai piedi e due palloni aerostatici di pezza, legati alle spalle, come se non bastasse escono fuori mostruosità di gommapiuma che si muovono grazie a pompe d'aria che li fanno gonfiare e sgonfiare per simularne il movimento. C'è persino un orrendo granchio, con la bocca a forma di vagina pulsante, che combatte con un enorme scorpione trainato da cavi (poco) invisibili. Roba che fa sembrare Attack of the Crab Monsters di Roger Corman un capolavoro girato con il team del reparto effetti speciali di George Lucas. Vediamo poi una specie di Santa Inquisizione capitanata da un ragazzino brufoloso e un monaco incappucciato, a seguire orge di fuochi d'artificio da tutte le parti.  

La comicità involontaria raggiunge qui i massimi livelli e ci si chiede come abbia potuto un valido regista come Michael Carreras farsi coinvolgere in questa assurda carnevalata, la risposta è da ricercarsi nelle complesse vicissitudini produttive di quest’opera, all’origine diretta dal regista Leslie Norman, successivamente licenziato da Carreras che era il produttore, il quale dovette completare il film mettendosi dietro la macchina da presa. Anche per la colonna sonora il primo autore Benjamin Frankel fu allontanato, ripiegando successivamente su un nuovo score di Gerald Schumann. In ogni caso ci si diverte e il film rappresenta qualcosa di diverso nel catalogo di orrori Hammer, certo se giri un fantasy con quattro soldi non puoi lamentarti del risultato, in ogni caso atmosfere e recitazione sono di buon livello, il resto è talmente weirdo da lasciare stupefatti (per questo molti in realtà preferiscono la seconda parte rispetto alla prima). 

venerdì 5 luglio 2019

SANTOS CONTRA LOS ZOMBIES

(1962)

Regia Benito Alazraki
Cast El Santo, Jaime Fernandez, Armando Silvestre

Terzo titolo dell’infinita saga di film interpretati dalla leggenda della lucha libre messicana, El Santo deve vedersela con una misteriosa setta capitanata da un losco incappucciato che manda i suoi servitori zombie a compiere malefatte criminali quali rapine in banca, rapimenti di minori all’orfanotrofio e altre nefandezze. Guardando questo film però è bene scordarsi gli zombie come li concepiamo oggi, dopotutto era il 1962 e George A. Romero era lontano dal creare il suo capolavoro. Però siamo ancora lontani dal 1966 quando John Gilling scatenò i suoi frati zombie delle miniere ne La lunga notte dell’orrore. Tuttavia Jacques Torneur aveva già camminato con uno zombie nel 1943 per cui era lecito aspettarsi qualche negrazzo alto due metri con gli occhi appallati che girovagava per le strade di Città del Messico, e invece niente! 

Gli zombie con cui deve scontrarsi El enmascarado de Plata sono dei braccianti ispanici o magari dei bodybuilder, in ogni caso si parla di omoni giganteschi con capigliature sudaticcie e ridicoli vestiti a gonnellina che ricordano molto le divinità greche, girano con grimaldelli e fiamme ossidriche, non li ammazzi con le armi, nemmeno sparandogli in testa, però El Santo riesce a tenergli testa prendendoli per l’appunto a testate, anche se nel primo scontro soccombe miseramente. Scopriamo in seguito che a comandarli è una radiolina attaccata alla cintura, che possono sparire nel nulla lasciando una coda di fuoco dietro di loro. Il povero Santo dovrà affrontarne uno persino sul ring dove rischierà di soccombere strangolato. Il momento più “scult” rimane comunque l’apparizione del vecchio scienziato scomparso, trasformato anch’esso in zombie, peccato che il vestitino con i leggins che gli hanno passato doveva essere di due taglie inferiori, vediamo quindi questo povero vecchietto tremante con un panzone enorme e gambini costretti in pantaloni aderenti, un’immagine disturbante ai limiti dell’imbarazzo. 

Benito Alazraki, regista prolifico e poliedrico, gira il suo primo e ultimo film incentrato sull’eroe messicano, e lo fa con un professionismo invidiabile. Oltre mezz’ora di film è dedicato ai suoi incontri sul ring, dove il nostro, decisamente in formissima, ci regala salti e voli d’angelo, mosse da serpente, calci e pugni a girandola, il tutto corroborato da un generale tripudio della folla adorante, non mancano inserti di sci-fi con i soliti macchinari antidiluviani, strumentazioni valvolari, televisori catodici e antenne paraboliche casalinghe che girano come se non ci fosse un domani. Il segreto per apprezzare la filmografia del Santo è sempre quella di contestualizzare il tutto, sia a livello temporale sia a livello popolare, stiamo parlando di spettacoli rivolti soprattutto ad un pubblico molto giovane, in un’epoca dove monitor e ricetrasmittenti erano pura fantascienza, in un paese dove la lotta libera è praticamente lo sport nazionale. Inserendoci quindi in un simile contesto ci si può rendere conto del successo del lottatore mascherato e del gran divertimento a cui si andava incontro entrando nelle sale cinematografiche panamericane per assistere ad un suo film.

venerdì 28 giugno 2019

ROTTWEILLER - CANI ASSASSINI

(Dogs of hell, 1983)

Regia Worth Keeter

Cast Earl Owensby, Bill Gribble, Robert Bloodworth

Nel trash ci sono due categorie, i "vorrei ma non posso" e i " potrei ma non sono capace", quest'ultima categoria, al quale appartiene il film in questione, è quella che ti fa incazzare di più a fine visione, in particolare per i soldi inutilmente spesi e soprattutto per la supponenza e l'arroganza con cui si vuole confezionare un brutto b-movie spacciandolo per un film serio. E' come vedere un cestino della monnezza addobbato di motivi floreali intorno per coprirne la puzza. Insomma non puoi neanche farti una risata. Fatte le dovute premesse siamo di fronte all'ennesimo eco-vengeance dove l'esercito americano esperimenta una nuova arma mortale, i Rottweiller che, nella realtà sono già di per se dei cani poco raccomandabili, quindi che gusto c'è a fare un film usando una razza già di per sè pericolosa? 

Era meglio allora una storia di barboncini che
diventavano letali, almeno sarebbe stata una trama originale. Insomma stò film fa rimpiangere cazzate tipo Black Sheep o trashoni come Zombeavers in cui animaletti docili diventano improvvisamente mostri mutanti. Poi,  insomma, almeno li avessero truccati un pochetto sarebbe stata una schifezza come The Killer Shrews ma almeno sarebbe rimasto nella storia per la demenzialità del posticcio attaccato ai cani, invece nulla, il regista Worth Keeter di cui nessuno ricorderà mai la filmografia se non il buon vecchio IMDB, ci regala quattro cani abbaianti che scorrazzano per la solita cittadina provinciale americana, mordendo e azzannando a caso, con il solito sceriffo con problemi familiari che ritrova il rapporto con il figlio affrontando il pericolo insieme e lo scienziato pazzo che non vuole che si spari ai cani al punto da prendere una sbarra di ferro e cercare di infilzare il poliziotto in un duello finale di rara lentezza e goffaggine. 

Per indorare la pillola il buon Keeter ci mette esplosioni, spruzzi di sangue dappertutto e perfino il 3D che risulta inutile come un pinguino nel deserto con freccette lanciate contro la telecamera per dare l'effetto shock allo spettatore ed invece ottengono come unico risultato l'infiocinamento coatto del povero operatore. Nel finale vediamo i cani bruciare ululando in un incendio, peccato che il regista si sia dimenticato di quelli che, pochi istanti prima, avevano assalito il personale della diga e di cui non se ne saprà più nulla. Condito da un cast estratto a sorte dagli archivi televisivi, con un ritmo che fa sembrare il bradipo un ballerino da breakdance, non possiamo che consigliarne la visione se avete in mente tentativi di suicidio o se cercate di procurarvi una cecità permanente allo scopo di usufruire della pensione di invalidità, attenzione però al cane che vi affideranno come guida! 

venerdì 21 giugno 2019

NOTTE DI TENEBRE

(Possessed by the Night, 1997)


Regia Fred Olen Ray
Cast Shannon Tweed, Chad McQueen, Heny Silva

Quello che fa più impressione in questo sexy/thriller/horror girato per il mercato home video anni novanta, è il cast decisamente interessante, nonostante l’esiguità del budget e la presenza di Fred Olen Ray come regista, noto nel mondo del cinema come erede americano di Ed Wood e autore d’eccellenza nel mercato degli Z Movies d’oltreoceano. Oltre alla prorompente Shannon Tweed, playmate platinata dalle forme generose (ed altrettanto generosamente ce le ripone in questo film), troviamo anche Ted Prior, attore specializzato in War Movie e Namsploitation anni ottanta e Sandahl Bergman, attrice del Kansas che aveva esordito benissimo in All That Jazz per poi lanciarsi nel mondo del fantasy con Conan il Barbaro e Yado (entrambi interpretati da Swartzenegger) per poi capitolare nel B Movie con Apocalisse a Frogtown. 

Nella parte del giovane taglieggiatore che vuole abbandonare il mestiere abbiamo poi il figlio di Steve McQueen Chad ma soprattutto, nel ruolo del gangster, c’è il grande Henry Silva, protagonista di decine di poliziotteschi italiani. Con un cast del genere c’era di che sperare, non dico in un buon film, ma almeno in un’opera accettabile, ed infatti Possessed by the night, per con le sue assonanze al cinema di Charles Band, non è poi neanche malaccio. Siamo di fronte alla storia di uno scrittore in crisi che, in un negozietto di Chinatown trova una teca in vetro contenente una specie di aborto in formaldeide che sembra un enorme cervello con un occhio solo. La strana creatura comincia a stimolare la creatività del suo nuovo padrone ma anche a deviarlo completamente dalla realtà in un progressivo soggiogamento mentale che porterà lo scrittore ad atti di violenza con la moglie. 

Nel frattempo assistiamo alle vicende del giovane taglieggiatore che si scontra con il mafioso Silva in quanto desideroso di cambiare mestiere (sta infatti mettendo su famiglia) spunta anche l’editore del protagonista al quale fa gola appropriarsi di un vecchio manoscritto del romanziere al fine di pagare i debiti di gioco contratti proprio con il gangster (che vediamo perennemente indossare un accappatoio di velluto nero) e per fare ciò gli porta a casa una formosa segretaria che dattilografi per lui il nuovo libro. Tutte queste vicende si incrociano all’interno di un dramma quasi shakespeariano dove il silente mostro in formaldeide osserva e controlla, trasformando le persone in assassini e dirigendone le azioni nella tragedia finale. Nonostante la totale mancanza di azione (a parte uno scazzottamento iniziale a colpi di kung fu) e le ambientazioni casalinghe, il film scorre bene, grazie anche ad una buona scrittura che sfrutta appieno l’ottimo cast a disposizione, le scene erotiche per fortuna non mancano e la Tweed, da sola, merita sicuramente la visione.

venerdì 14 giugno 2019

CICCIOLINA E MOANA AI MONDIALI

(Id. 1990)

Regia Mario Bianchi
Cast Cicciolina, Moana Pozzi, Ron Jeremy

Non sono un grande appassionato di calcio, lo devo ammettere, anzi, io e questo sport siamo come due rette parallele che non si incontrano mai, né mai si incontreranno. Di contro amo il cinema e, vista la scarsità di titoli che legano il mondo della celluloide al gioco del calcio, si potrebbe dire che queste due passioni non abbiano molto in comune. Se poi si cerca nell’archivio del cinema di serie B, la lista si assottiglia fino ad elencare un numero decisamente esiguo di commediacce scollacciate, quasi tutte italiane. Eppure in questa commistione sport/cinema spazzatura brilla di luce propria questo incredibile titolo di Mario Bianchi, regista che ha prodotto una cospicua filmografia tra horror, erotico e pornografia con titoli cult come La Bimba di Satana e Non aver paura della zia Marta

Tutto merito di Italia ’90 e dell’indotto che questa occasione per ospitare i mondiali di calcio avrebbe inevitabilmente portato, facendo soprattutto gioire gli speculatori edilizi, le strutture ricettive e migliaia di fans nazionali, delusi in seguito da ben misero risultato, in termini calcistici. In ogni caso, tutto il bailamme messo in piedi per quest’evento, oltre ad una serie di ecomostri senza futuro, ci ha regalato uno dei più bei porno mai visti nelle sale. Cicciolina e Moana insieme, coppia di porno agenti segreti, incaricate da un finto Luca Cordero di Montezemolo di sfinire sessualmente gli attaccanti delle principali squadre avversare allo scopo di favorire la vittoria della nazionale. 

Alternando scene di sesso indoor con personaggi che imitano calciatori famosi a sequenze rubate alle partite del 1986, Bianchi confeziona un istant porno la cui trama assurda estremizza, in un certo senso, l’esagerata passione per il calcio che si respira nel nostro paese e lo fa portando attori porno famosi come Ron Jeremy ad interpretare Diego Armando Maradona e Sean Michaels nel ruolo di Ruud Gullit al quale viene somministrato addirittura un doppio trattamento per essere sicuri di un risultato favorevole. Ilona Staller e Moana Pozzi dimostrano, con le loro performance, che fare del porno non è semplicemente un’attività alla portata di tutti ma un’arte per poche elette, parrucche finte e tutine aderenti da finte star del calcio elevano il trash pornografico ad un livello sublime. Peccato solo che a livello calcistico, paventare la vittoria italiana a colpi di cazzo e di figa non ha portato beneficio alla Nazionale vera e propria. Forse il buon Bianchi avrebbe dovuto prevedere anche un bel colpo di culo per sicurezza.

venerdì 7 giugno 2019

SBIRULINO

(1982)

Regia Flavio Mogherini
Cast: Sandra Mondaini, Gianni Agus, Sergio Leonardi

Storica coppia televisiva per eccellenza, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini sono stati un po gli Stanlio e Ollio italiani , incarnando nel contempo anche la parodia della classica coppia di sposi con tutte le gioie (poche, pochissime) e i (molteplici) dolori. Eppure, nel loro percorso storico hanno dato sempre quest’immagine di affiatamento invidiabile, motivato soprattutto da una certa libertà espressiva che la coppia concedeva l’un l’altro sin dal 1958, anno in cui si sono incontrati. Guardando la loro filmografia, risulta impressionante come, prima di essere inglobati dal mondo della televisione, la coppia fosse attivissima dagli anni ’40 e ’50 nel mondo della celluloide, soprattutto in commedie e musicarelli, salvo poi cancellare la loro presenza nel cinema a partire dalla fine degli anni sessanta. Praticamente per 12/13 anni la loro carriera cinematografica si è totalmente azzerata, salvo poi ricomparire per una volta nel 1982 con questo “Sbirulino” sorta di personalitexploitation incentrato sul pagliaccetto pazzerello e un po fanciullesco inventato e interpretato da Sandra Mondaini nel 1978, che conobbe il suo apice proprio nell’anno di uscita di questo film. 

Ma nonostante il successo televisivo di programmi come “Il circo di Sbirulino” e “Fantastico Bis”, pochi ricordano l’esistenza di questa pellicola, scritta e prodotta da Raimondo a uso e consumo esclusivo della moglie Sandra. Il motivo è presto detto, se il personaggio demenziale di Sbirulino funzionava sul piccolo schermo, con pochi minuti di gag alla volta, con una trama di un’ora e mezza degenera inevitabilmente verso il trash e il bizarro. La storia è ambientata nel paesino di Sottoilcielo, un borgo appollaiato sulle montagne che sembra la Gagliano immaginaria di Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, qui il piccolo Clown vive spensierato in una casetta, in compagnia di un cavallo che chiama ostinatamente Tagallo, trema appena vede una gallina nera e passa le serate a giocare a carte in compagnia di villici abbruttiti da vino e puzzolenti sigari. Un bel giorno il prete del paese lo informa di una ricca eredità che deve spartire con i suoi cuginetti che vivono in un circo a Roma. Il pagliaccio inizia quindi un viaggio iniziatico verso la capitale, sul treno incontra un borioso imprenditore (Gianni Agus) che dovrà sciropparselo suo malgrado anche nell’albergo in cui alloggerà a Roma. 

Seppur non privo di gag divertenti, il film è permeato da un’aura bizzarra e grottesca, alimentata dalla grossolanità delle battute umorali e dalla sensazione di povertà che ne attanaglia l’insieme, tra ladri imbranati, inseguimenti automobilistici ridicoli e stronzate varie si raggiunge lo zenith del bizzarro in una delle sequenze finali dove il nostro strano Clown incontra la terribile gallina nera che in realtà lo vuole aiutare ingigantendosi e trasportandolo con le sue zampe di cartongesso fino al suo paese natale. La scena ricorda molto Il Mostro dei Cieli e il suo ridicolo uccellone protagonista, ma dubito che sia una specie di omaggio al cinema di Fred F. Sears. Dirige Flavio Mogherini, mestierante di buone capacità di cui ricordiamo l’excursus pozzettiano Per Amare Ofelia ma soprattutto l’ottimo thriller con Dalida di Lazzaro La ragazza con il pigiama giallo.

venerdì 31 maggio 2019

NON APRITE QUELLA PORTA 3


(1990)
 Regia Claudio Fragasso
Cast Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster

Quando parliamo di sequel apocrifi alla caciottara nazionale, questo di Claudio Fragasso (Clyde Anderson) è forse l’esempio più lampante del “titolo che non c’entra un cazzo con il resto del film ma che torna buono per raccattare qualche spettatore fesso in più”. Almeno Demoni 3 di Umberto Lenzi qualche attinenza, seppur alla lontana con il film di Lamberto Bava ce l’aveva, o almeno i demoni c’entravano qualcosa. Qui addirittura il mostro protagonista non è neppur lontanamente simile a Faccia di Pelle, eroe della storica saga, ma risulta essere una brutta copia mascherata di Freddy Krueger con tanto di guantone di gomma comprato alla rivendita di trucchi carnevaleschi e dotato di micidiali artigli capaci di sfondare corpi umani da parte a parte, peccato che in una scena il mostro colpisce con il guanto un muro rivelando l’essenza gommosa della sua terribile arma. Protagonista del film è un’avvenente signora sulla trentina che viene assalita in casa da questo maniaco che indossa una maschera rassomigliante ad un Krueger strabico. 

Dalla stampa apprendiamo che la poverina sopravvive all’aggressione ma ne rimane profondamente scioccata al punto da non ricordarsi più né il proprio nome né i propri familiari. La vediamo infatti vagare verso la spiaggia con propositi suicidi, propositi che vengono interrotti da un aitante rompiballe che si era messo a fare il vitellone in auto con la nostra eroina, la quale per vendicarsi lo aveva fatto spogliare nudo in una toilette minacciandolo con la pistola. Il vitellone però la rapisce, la lega ad un letto e inizia a farle avanche sessuali. Nel frattempo l’assassino mascherato prosegue la sua escalation di omicidi ai danni di giovani donne. L’intrigo in sé stesso non è male, la sceneggiatura appare ben misurata, riguardo alla recitazione invece abbiamo una buona prova della protagonista Tara Buckman , il vitellone invece, interpretato da Peter Hooten sconfina spesso sopra le righe ma è il maniaco, una volta scoperta l’identità, che affossa completamente la credibilità del film con smorfie allucinanti degne di un venditore di caldarroste sotto anfetamina. 

Per il resto siamo di fronte ad un prodotto medio senza particolari guizzi ma senza neanche particolari cadute nel grossolano e nel trash. Di sicuro uno spettatore che si aspettava un nuovo episodio delle gesta di Leatherface potrebbe anche essersi incazzato un zinzino al cinema. Naturalmente di seghe a motore, nel film neanche l’ombra, di seghe mentale invece possiamo farcene quante ne vogliamo ma non capiremo mai il vantaggio che si possa ottenere perculando il pubblico con titoli farlocchi ed una smodata esterofilia che, in quegli anni, stava già affossando in maniera irreparabile il cinema italiano di genere.  

venerdì 24 maggio 2019

THE NAIL GUN MASSACRE

(1985)
Regia Bill Leslie e Terry Lofton
Cast Rocky Patterson, Ron Queen, Beau Leland

E’ sicuramente apprezzabile, per gli amanti dello slasher, che qualcuno cerchi nuove idee su come trasformare attrezzi da lavoro o elettrodomestici in micidiali armi con le quali lo psicopatico di turno può sfogare le sue turpi passioni su vittime più o meno ignare. Certo sarebbe d’uopo richiedere un minimo di credibilità nell’uso dell’arma stessa. Non è che se prendo in mano uno sbattiuova e cerco di uccidere una donzella a cucchiaiate posso poi pretendere che la gente non rida quando va a vedere il film. Di sicuro è stato questo l’effetto ottenuto dalla sparachiodi assassina ideata da Bill Leslie e Terry Lofton, sfigata coppia di registi alle prime armi (uno sceneggiatore e l’altro direttore della fotografia) che, armati di quattro dollari a testa si sono lanciati nel genere, con effetti disastrosi.

Siamo dalle parti del genere Rape & Revenge dove una giovane violentata da un gruppo di operai edili, viene vendicata da un misterioso quanto ridicolo figuro, vestito in mimetica color caki, con un casco da motociclista tutto rattoppato dal nastro adesivo ed una sparachiodi che sembra un Uzi, dotata di bomboletta compressore sulle spalle. Ma al nostro serial killer non basta presentarsi in maniera così ridicola, ci regala anche una voce amplificata non si sa da cosa e delle risate sguaiate che sembrano state filtrate da un fonico in crisi d’astinenza. L’assassino guida poi un carro funebre coloro Mango e, come se non bastasse, è dotato di una mira terrificante. Le vittime infatti vengono colpite un po alla cazzo, ma sicuramente non in parti vitali eppure muoiono tutte immediatamente (uno addirittura dopo essere stato ferito al braccio) al che è lecito sospettare che gli infernali chiodi contengano un veleno misterioso, ma durante il film non si fa spiegazione del mistero se non per il fatto che le vittime muoiano dissanguate. 

All’improbabilità della vicenda si aggiunge l’inesistenza di una pressoché minima indagine poliziesca, rappresentata verso la fine da un’interminabile telefonata tra il medico del villaggio e un primario dell’ospedale della contea (il film è ambientato in Texas).  Parlare di fotografia sarebbe un azzardo, i dialoghi sembrano realizzati in stato di ipnosi (ma probabilmente è solo droga) e la recitazione sarebbe più convincente se a interpretare il cast ci fosse l’intero canile municipale. Dulcis in fundo la musica di accompagnamento è tutta realizzata con un pianoforte stonato che ogni tanto svicola fuori dalle sette note. Fortunatamente la carriera di Lofton&Leslie terminò dopo questo capolavoro di insensatezza cinematografica il cui insuccesso, per l’appunto, li convinse ad appendere la telecamera al chiodo.  

lunedì 20 maggio 2019

I PREDATORI DELL'ANNO OMEGA

(Warrior of the Lost World, 1983)
Regia David Worth
Cast  Robert Ginty, Persis Khambatta, Donald Pleasence


David Worth è un onesto mestierante cinematografico americano che ha lavorato un po' ovunque, dalla Germania alla Turchia finanche in Italia. Considerato un valido direttore della fotografia, non è certo quello che si dice un regista d’autore, pur avendo sfornato alcuni cult memorabili come Kickboxer- L’ultimo guerriero, il trashissimo Shark Attack 3 -  Megalodon e questo I predatori dell’anno Omega, mirabile esempio italiano di fantascienza postatomica e post pecoreccia girato nell’anno di Orwell con un pout-pourri di costumi e pettinature del peggior periodo anni ottanta. Talmente brutto da essere rifiutato dalle sale, il film fece il giro dei mercati internazionali con il titolo “Warrior of the lost world” per poi capitolare miseramente nel mercato home video. La storia, debitamente ispirata come altri mille titoli simili, alla saga di Mad Max vede un guerriero senza nome sfrecciare per pulitissime strade postatomiche (sembra passato da poco un postatomico camion della nettezza urbana) in sella ad una moto truccata con pannelli di plastica per dargli almeno una parvenza di futurismo. 

Il quadro comandi del veicolo è costituito da una specie di cervello elettronico che sembra un prototipo del Siri con qualche disturbo bipolare in corso dal momento che risponde con frasi sconnesse e versi deliranti (Yuppiiiii! Woopa! Be bop Alulaaaaa!). Il nostro eroe giunge nel bel mezzo di uno scontro tra soldati Omega vestiti con divise riciclate da qualche film sui campi di concentramento ed i soliti straccioni ribelli. Pur non avendo un cazzo di voglia, viene arruolato da una certa Nastasia (interpretata dalla ex Miss India Persis Kambhatta)  per aiutarla a ritrovare il padre, catturato dal feroce Prossor (un Donald Pleasence ormai risucchiato dal cinema postatomico dopo il successo di Escape from New York). Durante la missione i due vengono catturati, assistono all’esecuzione di alcuni prigionieri e riescono a liberare il padre di Nastasia, durante la fuga risulta alquanto assurdo che a) i soldati Omega sparano in continuazione ma non riescono mai a uccidere nessuno e B) i fuggitivi si girano, danno un colpo di mitra e ne fanno fuori un centinaio.

Comunque il guerriero salva il vecchio ma perde Nastasia, che viene catturata e torturata da Prossor nel tentativo di sottometterla alla sua volontà (con l’unico risultato di mostrarci l’immane forza interpretativa di Kambhatta, in grado di fare smorfie ai confini della realtà). Il resto del film è tutta un rincorrersi e spararsi addosso tra ribelli e soldati, inseguimenti tra furgoncini ed elicotteri, duelli all’arma bianca e abbozzi di imbarazzanti mosse di kung fu. Le ambientazioni postatomiche e futuristiche cercano di sfruttare architetture e strutture della più moderna architettura concessa all’epoca, il tutto contrassegnato da un senso del pasticcio che sa di preparato al momento con quello che c’era in casa. Robert Ginty, appena esaurito il suo breve periodo di successo, ottenuto con The Exterminator, divertente scopiazzatura de Il Giustiziere della notte, si trova poco a suo agio in un ruolo dichiaratamente alimentare. Non manca nel cast il buon Fred Williamson, il cui periodo italiano lo vedrà partecipe di titoli di punta nel panorama post-nuke italiano.