venerdì 12 luglio 2019

LA NEBBIA DEGLI ORRORI


(The Lost Continent, 1968) 

 Regia Michael Carreras 

Cast Eric Porter, Hildegard Knef, Suzanna Leigh 

Non è facile trovare film che iniziano non bene ma benissimo e poi, a sorpresa, scivolano nel trash più grossolano a metà visione, per averne un buon esempio potete recuperare questa pellicola del tardo periodo Hammer in cui la nota casa inglese di produzione cinematografica, abbandonati mostri classici come Dracula e Frankenstein, cercava nuove alternative all'horror tradizionale. In realtà qui l'horror è solo sottinteso, dal momento che il genere trattato è più affine al cinema fantasy e d'avventura. Quel che è certo è che la prima ora di film è folgorante, ammorbata da atmosfere cupe e inquietanti dove una vecchia carretta del mare capitanata da un perfido e dispotico Capitano Lansen (interpretato da un Eric Porter in stato di grazia) viaggia sul mar dei Sargassi con un carico illegale di polvere di fosforo che al solo contatto con l'acqua esplode. Anche i passeggeri della nave non brillano per simpatia, e uno ad uno, scopriamo che tutti hanno un motivo per fuggire dalle coste inglesi da cui la nave è salpata, eludendo i controlli doganali. In procinto di incontrare un tifone, l'equipaggio scopre il pericoloso carico, si ammutina e fugge lasciando Lansen, i passeggeri e pochi marinai in balia delle acque irrequiete. Quando la nave inizia a imbarcare acqua da tutte le parti, agli sfortunati naviganti non resta altro che salire su una scialuppa e affrontare il mare ignoto. Uno dei passeggeri finisce in pasto agli squali, il cuoco si frattura il cranio e all'orizzonte si profila una misteriosa macchia di strane alghe carnivore. 

Mi fermo qui perchè a questo punto la narrazione prende una piega inaspettata, il film che, finora gode di un ritmo malsano, associato alla cattiveria di quasi tutti i personaggi, prende improvvisamente la strada del trash e vediamo apparire strani individui provenienti dal passato della colonizzazione spagnola, dotati di enormi cuscini ai piedi e due palloni aerostatici di pezza, legati alle spalle, come se non bastasse escono fuori mostruosità di gommapiuma che si muovono grazie a pompe d'aria che li fanno gonfiare e sgonfiare per simularne il movimento. C'è persino un orrendo granchio, con la bocca a forma di vagina pulsante, che combatte con un enorme scorpione trainato da cavi (poco) invisibili. Roba che fa sembrare Attack of the Crab Monsters di Roger Corman un capolavoro girato con il team del reparto effetti speciali di George Lucas. Vediamo poi una specie di Santa Inquisizione capitanata da un ragazzino brufoloso e un monaco incappucciato, a seguire orge di fuochi d'artificio da tutte le parti.  

La comicità involontaria raggiunge qui i massimi livelli e ci si chiede come abbia potuto un valido regista come Michael Carreras farsi coinvolgere in questa assurda carnevalata, la risposta è da ricercarsi nelle complesse vicissitudini produttive di quest’opera, all’origine diretta dal regista Leslie Norman, successivamente licenziato da Carreras che era il produttore, il quale dovette completare il film mettendosi dietro la macchina da presa. Anche per la colonna sonora il primo autore Benjamin Frankel fu allontanato, ripiegando successivamente su un nuovo score di Gerald Schumann. In ogni caso ci si diverte e il film rappresenta qualcosa di diverso nel catalogo di orrori Hammer, certo se giri un fantasy con quattro soldi non puoi lamentarti del risultato, in ogni caso atmosfere e recitazione sono di buon livello, il resto è talmente weirdo da lasciare stupefatti (per questo molti in realtà preferiscono la seconda parte rispetto alla prima). 

venerdì 5 luglio 2019

SANTOS CONTRA LOS ZOMBIES

(1962)

Regia Benito Alazraki
Cast El Santo, Jaime Fernandez, Armando Silvestre

Terzo titolo dell’infinita saga di film interpretati dalla leggenda della lucha libre messicana, El Santo deve vedersela con una misteriosa setta capitanata da un losco incappucciato che manda i suoi servitori zombie a compiere malefatte criminali quali rapine in banca, rapimenti di minori all’orfanotrofio e altre nefandezze. Guardando questo film però è bene scordarsi gli zombie come li concepiamo oggi, dopotutto era il 1962 e George A. Romero era lontano dal creare il suo capolavoro. Però siamo ancora lontani dal 1966 quando John Gilling scatenò i suoi frati zombie delle miniere ne La lunga notte dell’orrore. Tuttavia Jacques Torneur aveva già camminato con uno zombie nel 1943 per cui era lecito aspettarsi qualche negrazzo alto due metri con gli occhi appallati che girovagava per le strade di Città del Messico, e invece niente! 

Gli zombie con cui deve scontrarsi El enmascarado de Plata sono dei braccianti ispanici o magari dei bodybuilder, in ogni caso si parla di omoni giganteschi con capigliature sudaticcie e ridicoli vestiti a gonnellina che ricordano molto le divinità greche, girano con grimaldelli e fiamme ossidriche, non li ammazzi con le armi, nemmeno sparandogli in testa, però El Santo riesce a tenergli testa prendendoli per l’appunto a testate, anche se nel primo scontro soccombe miseramente. Scopriamo in seguito che a comandarli è una radiolina attaccata alla cintura, che possono sparire nel nulla lasciando una coda di fuoco dietro di loro. Il povero Santo dovrà affrontarne uno persino sul ring dove rischierà di soccombere strangolato. Il momento più “scult” rimane comunque l’apparizione del vecchio scienziato scomparso, trasformato anch’esso in zombie, peccato che il vestitino con i leggins che gli hanno passato doveva essere di due taglie inferiori, vediamo quindi questo povero vecchietto tremante con un panzone enorme e gambini costretti in pantaloni aderenti, un’immagine disturbante ai limiti dell’imbarazzo. 

Benito Alazraki, regista prolifico e poliedrico, gira il suo primo e ultimo film incentrato sull’eroe messicano, e lo fa con un professionismo invidiabile. Oltre mezz’ora di film è dedicato ai suoi incontri sul ring, dove il nostro, decisamente in formissima, ci regala salti e voli d’angelo, mosse da serpente, calci e pugni a girandola, il tutto corroborato da un generale tripudio della folla adorante, non mancano inserti di sci-fi con i soliti macchinari antidiluviani, strumentazioni valvolari, televisori catodici e antenne paraboliche casalinghe che girano come se non ci fosse un domani. Il segreto per apprezzare la filmografia del Santo è sempre quella di contestualizzare il tutto, sia a livello temporale sia a livello popolare, stiamo parlando di spettacoli rivolti soprattutto ad un pubblico molto giovane, in un’epoca dove monitor e ricetrasmittenti erano pura fantascienza, in un paese dove la lotta libera è praticamente lo sport nazionale. Inserendoci quindi in un simile contesto ci si può rendere conto del successo del lottatore mascherato e del gran divertimento a cui si andava incontro entrando nelle sale cinematografiche panamericane per assistere ad un suo film.

venerdì 28 giugno 2019

ROTTWEILLER - CANI ASSASSINI

(Dogs of hell, 1983)

Regia Worth Keeter

Cast Earl Owensby, Bill Gribble, Robert Bloodworth

Nel trash ci sono due categorie, i "vorrei ma non posso" e i " potrei ma non sono capace", quest'ultima categoria, al quale appartiene il film in questione, è quella che ti fa incazzare di più a fine visione, in particolare per i soldi inutilmente spesi e soprattutto per la supponenza e l'arroganza con cui si vuole confezionare un brutto b-movie spacciandolo per un film serio. E' come vedere un cestino della monnezza addobbato di motivi floreali intorno per coprirne la puzza. Insomma non puoi neanche farti una risata. Fatte le dovute premesse siamo di fronte all'ennesimo eco-vengeance dove l'esercito americano esperimenta una nuova arma mortale, i Rottweiller che, nella realtà sono già di per se dei cani poco raccomandabili, quindi che gusto c'è a fare un film usando una razza già di per sè pericolosa? 

Era meglio allora una storia di barboncini che
diventavano letali, almeno sarebbe stata una trama originale. Insomma stò film fa rimpiangere cazzate tipo Black Sheep o trashoni come Zombeavers in cui animaletti docili diventano improvvisamente mostri mutanti. Poi,  insomma, almeno li avessero truccati un pochetto sarebbe stata una schifezza come The Killer Shrews ma almeno sarebbe rimasto nella storia per la demenzialità del posticcio attaccato ai cani, invece nulla, il regista Worth Keeter di cui nessuno ricorderà mai la filmografia se non il buon vecchio IMDB, ci regala quattro cani abbaianti che scorrazzano per la solita cittadina provinciale americana, mordendo e azzannando a caso, con il solito sceriffo con problemi familiari che ritrova il rapporto con il figlio affrontando il pericolo insieme e lo scienziato pazzo che non vuole che si spari ai cani al punto da prendere una sbarra di ferro e cercare di infilzare il poliziotto in un duello finale di rara lentezza e goffaggine. 

Per indorare la pillola il buon Keeter ci mette esplosioni, spruzzi di sangue dappertutto e perfino il 3D che risulta inutile come un pinguino nel deserto con freccette lanciate contro la telecamera per dare l'effetto shock allo spettatore ed invece ottengono come unico risultato l'infiocinamento coatto del povero operatore. Nel finale vediamo i cani bruciare ululando in un incendio, peccato che il regista si sia dimenticato di quelli che, pochi istanti prima, avevano assalito il personale della diga e di cui non se ne saprà più nulla. Condito da un cast estratto a sorte dagli archivi televisivi, con un ritmo che fa sembrare il bradipo un ballerino da breakdance, non possiamo che consigliarne la visione se avete in mente tentativi di suicidio o se cercate di procurarvi una cecità permanente allo scopo di usufruire della pensione di invalidità, attenzione però al cane che vi affideranno come guida! 

venerdì 21 giugno 2019

NOTTE DI TENEBRE

(Possessed by the Night, 1997)


Regia Fred Olen Ray
Cast Shannon Tweed, Chad McQueen, Heny Silva

Quello che fa più impressione in questo sexy/thriller/horror girato per il mercato home video anni novanta, è il cast decisamente interessante, nonostante l’esiguità del budget e la presenza di Fred Olen Ray come regista, noto nel mondo del cinema come erede americano di Ed Wood e autore d’eccellenza nel mercato degli Z Movies d’oltreoceano. Oltre alla prorompente Shannon Tweed, playmate platinata dalle forme generose (ed altrettanto generosamente ce le ripone in questo film), troviamo anche Ted Prior, attore specializzato in War Movie e Namsploitation anni ottanta e Sandahl Bergman, attrice del Kansas che aveva esordito benissimo in All That Jazz per poi lanciarsi nel mondo del fantasy con Conan il Barbaro e Yado (entrambi interpretati da Swartzenegger) per poi capitolare nel B Movie con Apocalisse a Frogtown. 

Nella parte del giovane taglieggiatore che vuole abbandonare il mestiere abbiamo poi il figlio di Steve McQueen Chad ma soprattutto, nel ruolo del gangster, c’è il grande Henry Silva, protagonista di decine di poliziotteschi italiani. Con un cast del genere c’era di che sperare, non dico in un buon film, ma almeno in un’opera accettabile, ed infatti Possessed by the night, per con le sue assonanze al cinema di Charles Band, non è poi neanche malaccio. Siamo di fronte alla storia di uno scrittore in crisi che, in un negozietto di Chinatown trova una teca in vetro contenente una specie di aborto in formaldeide che sembra un enorme cervello con un occhio solo. La strana creatura comincia a stimolare la creatività del suo nuovo padrone ma anche a deviarlo completamente dalla realtà in un progressivo soggiogamento mentale che porterà lo scrittore ad atti di violenza con la moglie. 

Nel frattempo assistiamo alle vicende del giovane taglieggiatore che si scontra con il mafioso Silva in quanto desideroso di cambiare mestiere (sta infatti mettendo su famiglia) spunta anche l’editore del protagonista al quale fa gola appropriarsi di un vecchio manoscritto del romanziere al fine di pagare i debiti di gioco contratti proprio con il gangster (che vediamo perennemente indossare un accappatoio di velluto nero) e per fare ciò gli porta a casa una formosa segretaria che dattilografi per lui il nuovo libro. Tutte queste vicende si incrociano all’interno di un dramma quasi shakespeariano dove il silente mostro in formaldeide osserva e controlla, trasformando le persone in assassini e dirigendone le azioni nella tragedia finale. Nonostante la totale mancanza di azione (a parte uno scazzottamento iniziale a colpi di kung fu) e le ambientazioni casalinghe, il film scorre bene, grazie anche ad una buona scrittura che sfrutta appieno l’ottimo cast a disposizione, le scene erotiche per fortuna non mancano e la Tweed, da sola, merita sicuramente la visione.

venerdì 14 giugno 2019

CICCIOLINA E MOANA AI MONDIALI

(Id. 1990)

Regia Mario Bianchi
Cast Cicciolina, Moana Pozzi, Ron Jeremy

Non sono un grande appassionato di calcio, lo devo ammettere, anzi, io e questo sport siamo come due rette parallele che non si incontrano mai, né mai si incontreranno. Di contro amo il cinema e, vista la scarsità di titoli che legano il mondo della celluloide al gioco del calcio, si potrebbe dire che queste due passioni non abbiano molto in comune. Se poi si cerca nell’archivio del cinema di serie B, la lista si assottiglia fino ad elencare un numero decisamente esiguo di commediacce scollacciate, quasi tutte italiane. Eppure in questa commistione sport/cinema spazzatura brilla di luce propria questo incredibile titolo di Mario Bianchi, regista che ha prodotto una cospicua filmografia tra horror, erotico e pornografia con titoli cult come La Bimba di Satana e Non aver paura della zia Marta

Tutto merito di Italia ’90 e dell’indotto che questa occasione per ospitare i mondiali di calcio avrebbe inevitabilmente portato, facendo soprattutto gioire gli speculatori edilizi, le strutture ricettive e migliaia di fans nazionali, delusi in seguito da ben misero risultato, in termini calcistici. In ogni caso, tutto il bailamme messo in piedi per quest’evento, oltre ad una serie di ecomostri senza futuro, ci ha regalato uno dei più bei porno mai visti nelle sale. Cicciolina e Moana insieme, coppia di porno agenti segreti, incaricate da un finto Luca Cordero di Montezemolo di sfinire sessualmente gli attaccanti delle principali squadre avversare allo scopo di favorire la vittoria della nazionale. 

Alternando scene di sesso indoor con personaggi che imitano calciatori famosi a sequenze rubate alle partite del 1986, Bianchi confeziona un istant porno la cui trama assurda estremizza, in un certo senso, l’esagerata passione per il calcio che si respira nel nostro paese e lo fa portando attori porno famosi come Ron Jeremy ad interpretare Diego Armando Maradona e Sean Michaels nel ruolo di Ruud Gullit al quale viene somministrato addirittura un doppio trattamento per essere sicuri di un risultato favorevole. Ilona Staller e Moana Pozzi dimostrano, con le loro performance, che fare del porno non è semplicemente un’attività alla portata di tutti ma un’arte per poche elette, parrucche finte e tutine aderenti da finte star del calcio elevano il trash pornografico ad un livello sublime. Peccato solo che a livello calcistico, paventare la vittoria italiana a colpi di cazzo e di figa non ha portato beneficio alla Nazionale vera e propria. Forse il buon Bianchi avrebbe dovuto prevedere anche un bel colpo di culo per sicurezza.

venerdì 7 giugno 2019

SBIRULINO

(1982)

Regia Flavio Mogherini
Cast: Sandra Mondaini, Gianni Agus, Sergio Leonardi

Storica coppia televisiva per eccellenza, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini sono stati un po gli Stanlio e Ollio italiani , incarnando nel contempo anche la parodia della classica coppia di sposi con tutte le gioie (poche, pochissime) e i (molteplici) dolori. Eppure, nel loro percorso storico hanno dato sempre quest’immagine di affiatamento invidiabile, motivato soprattutto da una certa libertà espressiva che la coppia concedeva l’un l’altro sin dal 1958, anno in cui si sono incontrati. Guardando la loro filmografia, risulta impressionante come, prima di essere inglobati dal mondo della televisione, la coppia fosse attivissima dagli anni ’40 e ’50 nel mondo della celluloide, soprattutto in commedie e musicarelli, salvo poi cancellare la loro presenza nel cinema a partire dalla fine degli anni sessanta. Praticamente per 12/13 anni la loro carriera cinematografica si è totalmente azzerata, salvo poi ricomparire per una volta nel 1982 con questo “Sbirulino” sorta di personalitexploitation incentrato sul pagliaccetto pazzerello e un po fanciullesco inventato e interpretato da Sandra Mondaini nel 1978, che conobbe il suo apice proprio nell’anno di uscita di questo film. 

Ma nonostante il successo televisivo di programmi come “Il circo di Sbirulino” e “Fantastico Bis”, pochi ricordano l’esistenza di questa pellicola, scritta e prodotta da Raimondo a uso e consumo esclusivo della moglie Sandra. Il motivo è presto detto, se il personaggio demenziale di Sbirulino funzionava sul piccolo schermo, con pochi minuti di gag alla volta, con una trama di un’ora e mezza degenera inevitabilmente verso il trash e il bizarro. La storia è ambientata nel paesino di Sottoilcielo, un borgo appollaiato sulle montagne che sembra la Gagliano immaginaria di Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, qui il piccolo Clown vive spensierato in una casetta, in compagnia di un cavallo che chiama ostinatamente Tagallo, trema appena vede una gallina nera e passa le serate a giocare a carte in compagnia di villici abbruttiti da vino e puzzolenti sigari. Un bel giorno il prete del paese lo informa di una ricca eredità che deve spartire con i suoi cuginetti che vivono in un circo a Roma. Il pagliaccio inizia quindi un viaggio iniziatico verso la capitale, sul treno incontra un borioso imprenditore (Gianni Agus) che dovrà sciropparselo suo malgrado anche nell’albergo in cui alloggerà a Roma. 

Seppur non privo di gag divertenti, il film è permeato da un’aura bizzarra e grottesca, alimentata dalla grossolanità delle battute umorali e dalla sensazione di povertà che ne attanaglia l’insieme, tra ladri imbranati, inseguimenti automobilistici ridicoli e stronzate varie si raggiunge lo zenith del bizzarro in una delle sequenze finali dove il nostro strano Clown incontra la terribile gallina nera che in realtà lo vuole aiutare ingigantendosi e trasportandolo con le sue zampe di cartongesso fino al suo paese natale. La scena ricorda molto Il Mostro dei Cieli e il suo ridicolo uccellone protagonista, ma dubito che sia una specie di omaggio al cinema di Fred F. Sears. Dirige Flavio Mogherini, mestierante di buone capacità di cui ricordiamo l’excursus pozzettiano Per Amare Ofelia ma soprattutto l’ottimo thriller con Dalida di Lazzaro La ragazza con il pigiama giallo.

venerdì 31 maggio 2019

NON APRITE QUELLA PORTA 3


(1990)
 Regia Claudio Fragasso
Cast Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster

Quando parliamo di sequel apocrifi alla caciottara nazionale, questo di Claudio Fragasso (Clyde Anderson) è forse l’esempio più lampante del “titolo che non c’entra un cazzo con il resto del film ma che torna buono per raccattare qualche spettatore fesso in più”. Almeno Demoni 3 di Umberto Lenzi qualche attinenza, seppur alla lontana con il film di Lamberto Bava ce l’aveva, o almeno i demoni c’entravano qualcosa. Qui addirittura il mostro protagonista non è neppur lontanamente simile a Faccia di Pelle, eroe della storica saga, ma risulta essere una brutta copia mascherata di Freddy Krueger con tanto di guantone di gomma comprato alla rivendita di trucchi carnevaleschi e dotato di micidiali artigli capaci di sfondare corpi umani da parte a parte, peccato che in una scena il mostro colpisce con il guanto un muro rivelando l’essenza gommosa della sua terribile arma. Protagonista del film è un’avvenente signora sulla trentina che viene assalita in casa da questo maniaco che indossa una maschera rassomigliante ad un Krueger strabico. 

Dalla stampa apprendiamo che la poverina sopravvive all’aggressione ma ne rimane profondamente scioccata al punto da non ricordarsi più né il proprio nome né i propri familiari. La vediamo infatti vagare verso la spiaggia con propositi suicidi, propositi che vengono interrotti da un aitante rompiballe che si era messo a fare il vitellone in auto con la nostra eroina, la quale per vendicarsi lo aveva fatto spogliare nudo in una toilette minacciandolo con la pistola. Il vitellone però la rapisce, la lega ad un letto e inizia a farle avanche sessuali. Nel frattempo l’assassino mascherato prosegue la sua escalation di omicidi ai danni di giovani donne. L’intrigo in sé stesso non è male, la sceneggiatura appare ben misurata, riguardo alla recitazione invece abbiamo una buona prova della protagonista Tara Buckman , il vitellone invece, interpretato da Peter Hooten sconfina spesso sopra le righe ma è il maniaco, una volta scoperta l’identità, che affossa completamente la credibilità del film con smorfie allucinanti degne di un venditore di caldarroste sotto anfetamina. 

Per il resto siamo di fronte ad un prodotto medio senza particolari guizzi ma senza neanche particolari cadute nel grossolano e nel trash. Di sicuro uno spettatore che si aspettava un nuovo episodio delle gesta di Leatherface potrebbe anche essersi incazzato un zinzino al cinema. Naturalmente di seghe a motore, nel film neanche l’ombra, di seghe mentale invece possiamo farcene quante ne vogliamo ma non capiremo mai il vantaggio che si possa ottenere perculando il pubblico con titoli farlocchi ed una smodata esterofilia che, in quegli anni, stava già affossando in maniera irreparabile il cinema italiano di genere.  

venerdì 24 maggio 2019

THE NAIL GUN MASSACRE

(1985)
Regia Bill Leslie e Terry Lofton
Cast Rocky Patterson, Ron Queen, Beau Leland

E’ sicuramente apprezzabile, per gli amanti dello slasher, che qualcuno cerchi nuove idee su come trasformare attrezzi da lavoro o elettrodomestici in micidiali armi con le quali lo psicopatico di turno può sfogare le sue turpi passioni su vittime più o meno ignare. Certo sarebbe d’uopo richiedere un minimo di credibilità nell’uso dell’arma stessa. Non è che se prendo in mano uno sbattiuova e cerco di uccidere una donzella a cucchiaiate posso poi pretendere che la gente non rida quando va a vedere il film. Di sicuro è stato questo l’effetto ottenuto dalla sparachiodi assassina ideata da Bill Leslie e Terry Lofton, sfigata coppia di registi alle prime armi (uno sceneggiatore e l’altro direttore della fotografia) che, armati di quattro dollari a testa si sono lanciati nel genere, con effetti disastrosi.

Siamo dalle parti del genere Rape & Revenge dove una giovane violentata da un gruppo di operai edili, viene vendicata da un misterioso quanto ridicolo figuro, vestito in mimetica color caki, con un casco da motociclista tutto rattoppato dal nastro adesivo ed una sparachiodi che sembra un Uzi, dotata di bomboletta compressore sulle spalle. Ma al nostro serial killer non basta presentarsi in maniera così ridicola, ci regala anche una voce amplificata non si sa da cosa e delle risate sguaiate che sembrano state filtrate da un fonico in crisi d’astinenza. L’assassino guida poi un carro funebre coloro Mango e, come se non bastasse, è dotato di una mira terrificante. Le vittime infatti vengono colpite un po alla cazzo, ma sicuramente non in parti vitali eppure muoiono tutte immediatamente (uno addirittura dopo essere stato ferito al braccio) al che è lecito sospettare che gli infernali chiodi contengano un veleno misterioso, ma durante il film non si fa spiegazione del mistero se non per il fatto che le vittime muoiano dissanguate. 

All’improbabilità della vicenda si aggiunge l’inesistenza di una pressoché minima indagine poliziesca, rappresentata verso la fine da un’interminabile telefonata tra il medico del villaggio e un primario dell’ospedale della contea (il film è ambientato in Texas).  Parlare di fotografia sarebbe un azzardo, i dialoghi sembrano realizzati in stato di ipnosi (ma probabilmente è solo droga) e la recitazione sarebbe più convincente se a interpretare il cast ci fosse l’intero canile municipale. Dulcis in fundo la musica di accompagnamento è tutta realizzata con un pianoforte stonato che ogni tanto svicola fuori dalle sette note. Fortunatamente la carriera di Lofton&Leslie terminò dopo questo capolavoro di insensatezza cinematografica il cui insuccesso, per l’appunto, li convinse ad appendere la telecamera al chiodo.  

lunedì 20 maggio 2019

I PREDATORI DELL'ANNO OMEGA

(Warrior of the Lost World, 1983)
Regia David Worth
Cast  Robert Ginty, Persis Khambatta, Donald Pleasence


David Worth è un onesto mestierante cinematografico americano che ha lavorato un po' ovunque, dalla Germania alla Turchia finanche in Italia. Considerato un valido direttore della fotografia, non è certo quello che si dice un regista d’autore, pur avendo sfornato alcuni cult memorabili come Kickboxer- L’ultimo guerriero, il trashissimo Shark Attack 3 -  Megalodon e questo I predatori dell’anno Omega, mirabile esempio italiano di fantascienza postatomica e post pecoreccia girato nell’anno di Orwell con un pout-pourri di costumi e pettinature del peggior periodo anni ottanta. Talmente brutto da essere rifiutato dalle sale, il film fece il giro dei mercati internazionali con il titolo “Warrior of the lost world” per poi capitolare miseramente nel mercato home video. La storia, debitamente ispirata come altri mille titoli simili, alla saga di Mad Max vede un guerriero senza nome sfrecciare per pulitissime strade postatomiche (sembra passato da poco un postatomico camion della nettezza urbana) in sella ad una moto truccata con pannelli di plastica per dargli almeno una parvenza di futurismo. 

Il quadro comandi del veicolo è costituito da una specie di cervello elettronico che sembra un prototipo del Siri con qualche disturbo bipolare in corso dal momento che risponde con frasi sconnesse e versi deliranti (Yuppiiiii! Woopa! Be bop Alulaaaaa!). Il nostro eroe giunge nel bel mezzo di uno scontro tra soldati Omega vestiti con divise riciclate da qualche film sui campi di concentramento ed i soliti straccioni ribelli. Pur non avendo un cazzo di voglia, viene arruolato da una certa Nastasia (interpretata dalla ex Miss India Persis Kambhatta)  per aiutarla a ritrovare il padre, catturato dal feroce Prossor (un Donald Pleasence ormai risucchiato dal cinema postatomico dopo il successo di Escape from New York). Durante la missione i due vengono catturati, assistono all’esecuzione di alcuni prigionieri e riescono a liberare il padre di Nastasia, durante la fuga risulta alquanto assurdo che a) i soldati Omega sparano in continuazione ma non riescono mai a uccidere nessuno e B) i fuggitivi si girano, danno un colpo di mitra e ne fanno fuori un centinaio.

Comunque il guerriero salva il vecchio ma perde Nastasia, che viene catturata e torturata da Prossor nel tentativo di sottometterla alla sua volontà (con l’unico risultato di mostrarci l’immane forza interpretativa di Kambhatta, in grado di fare smorfie ai confini della realtà). Il resto del film è tutta un rincorrersi e spararsi addosso tra ribelli e soldati, inseguimenti tra furgoncini ed elicotteri, duelli all’arma bianca e abbozzi di imbarazzanti mosse di kung fu. Le ambientazioni postatomiche e futuristiche cercano di sfruttare architetture e strutture della più moderna architettura concessa all’epoca, il tutto contrassegnato da un senso del pasticcio che sa di preparato al momento con quello che c’era in casa. Robert Ginty, appena esaurito il suo breve periodo di successo, ottenuto con The Exterminator, divertente scopiazzatura de Il Giustiziere della notte, si trova poco a suo agio in un ruolo dichiaratamente alimentare. Non manca nel cast il buon Fred Williamson, il cui periodo italiano lo vedrà partecipe di titoli di punta nel panorama post-nuke italiano.
 

venerdì 10 maggio 2019

REVOLT OF THE ZOMBIES

(1936)
Regia Victor Halperin
Cast Dorothy Stone, Dean Jagger, Roy D'Arcy 

Dopo il successo ottenuto dal piccolo classico White Zombie del 1932, il regista Victor Halperin ritorna sullo stesso tema quattro anni dopo con questo piccolo gioiellino dell'epoca d'oro, praticamente misconosciuto. Siamo in Cambogia, durante la prima guerra mondiale gli ufficiali americani sono interessati alle strane dicerie che provengono dal fronte, riguardanti un drappello di soldati cambogiani invincibili. Attraverso un rito arcano di un monaco è infatti possibile traformare gli esseri umani in zombi indistruttibili. 

Ma il monaco viene assassinato dal malvagio Conte Colonnello Mazovia (Roy D'Arcy) che s'impossessa della magica pergamena con cui compiere il rito. Tuttavia il satanico nobile non sa come usarla, lo scoprirà invece il giovane chimico Armand (Dean Jagger) che seguendo un misterioso orientale nel folto della giungla verrà a contatto con un tempio in cui strane incisioni si riveleranno essere delle formule per creare un gas in grado di annullare la volontà umana e rendere le persone succubi del potere di chi le comanda.

Il colonnello Mazovia cerca di impossessarsi della formula ma Armand ha già creato il suo primo zombi con cui si libera dell'odioso nobile e comincia a formarsi il suo personale esercito di schiavi. Sarà l'amore per Claire (Dorothy Stone) a farlo recedere dai suoi folli propositi anche se dovrà pagare con la vita questo suo folle progetto. Da segnalare l'apparizione (non accreditata) dello sguardo magnetico di Bela Lugosi nelle scene in sovraimpressione per mostrare il potere mentale di Armand sul suo esercito zombesco.

domenica 5 maggio 2019

KILLER TONGUE - LA LENGUA ASESINA

(1996)
Regia Alberto Sciamma
Cast  Melinda Clarke, Jason Durr, Mapi Galán


Classe 1961, Catalano di nascita, Alberto Sciamma è un regista di cui non sentirete mai parlare se non per questo oscuro trash movie degli anni novanta che non ha avuto neanche la fortuna di riciclarsi in un cult movie. Non c'è davvero di che annoiarsi in questa trama di ambientazione desertica che non sfigurerebbe nel catalogo della Troma, con una coppia stile Bonnie & Clyde che frega il danaro a un ciccione facoltoso, lui finisce ai lavori forzati e viene vessato da uno psicopaticissimo Robert Endlund in uniforme (spassosissimo peraltro in questo ruolo) e lei in uno strano convento di suore che diventa un autolavaggio all'acqua santa. Tra le tante cose che accadono successivamente c'è anche l'arrivo di un meteorite di cui un pezzo di stacca e finisce nella zuppa della nostra criminale chiamata Candy. La zuppa gli va di traverso e infatti si sveglia vestita con una tuta in lattice nero, un'assurda coda che sembra più un giocattolino erotico che altro e sembra la sorella sfigata di Michael Jackson. 

La cosa peggiore è che si ritrova circondata da una banda di travestiti in una casupola nel deserto con una lunghissima lingua penzolante dotata di vita propria, in grado di parlare, di fare progetti matrimoniali con la nostra protagonista ma sopratutto dotata di un forte appetito cannibalesco nei confronti degli esseri umani. A questo si aggiunge anche uno strano monolito rossastro che fa esplodere chiunque ne venga in contatto. Una serie di assurdi personaggi contorna una storia che più bislacca non si può, dove il kitsch più atroce si mescola ad un coloratissimo camp che passa disinvolto da John Waters a Russ Meyer  con suore scosciate, crani e corpi che esplodono e un ritmo frenetico e allucinogeno tipico di un certo cinema indipendente spagnolo, sopratutto a partire dagli anni novanta, cinema che vedrà spiccare il volo al più fortunato Alex de La Iglesia.

Nonostante l'ambientazione americana, il film è girato dalle parti di Barcellona con un cast internazionale in cui spicca la splendida protagonista Melinda Clarke, Doug Bradley (il Pinhead di Hellraiser) ed il già citato Robert Endlund, gli effetti speciali, più spassosi che notevoli hanno comunque portato a casa due premi nei festival internazionali (tra cui Sitges e il nostro Fantafestival), purtroppo tutto ciò non ha permesso al povero Sciamma di spiccare il volo. La buona volontà non mancava, il budget era più che discreto e la storia  è una di quelle che oggi porterebbe a casa un considerevole stuolo di fans. Forse il film era troppo avanti rispetto ai suoi anni o forse gli eccessi qui rappresentati erano veramente troppi, più verosimilmente il dramma della Lengua Asesina era la rozzaggine del prodotto finito che non ha portato sicuramente giovamento alla carriera del povero Sciamma.
 

venerdì 26 aprile 2019

FEMMINE CARNIVORE


(Die Weibchen, 1970)
Regia Zbynek Brynych
Cast Uschi Glas, Gisela Fischer, Alain Noury

Non si capisce bene se l'intento di Zbynek Brynych, regista dal nome impronunciabile e dalla carriera prettamente televisiva sia quello di produrre un'opera reazionaria anti-femminista o semplicemente quella di realizzare un arty-movie con venature psichedeliche in puro stile beat, secondo i canoni estetici dell'epoca. Di certo questa co-produzione italo-franco-tedesca risulta più che altro un guazzabuglio dalla narrazione frammentata e confusionaria. Eppure la trama sembrerebbe semplice: Eva (Uschi Glas) è una giovane donna con un forte esaurimento nervoso, per curarsi va in nella clinica della dottoressa Barbara (Gisela Fischer) in uno strano paesino abitato quasi interamente da donne se si esclude un demenziale commissario di polizia (Hans Korte) sempre intento a fare castelli di carta e a bere liquorini mignon e l'assurdo giardiniere della clinica che va in giro con occhiali da sole stile John Lennon, bretelle e una manona che sembra un artiglio. Nel paesino arrivano anche tre turisti in cerca di avventure extraconiugali, dopo aver tentato di approcciare la meccanica del paese, uno di loro viene ritrovato cadavere da Eva, peccato che nessuna vuole credergli e il morto scompare immediatamente. Solo il bel fricchettone Johnny (Alain Noury) sembra volerla aiutare anche se pure lui resta in dubbio sulla sanità mentale di Eva.

Il regista ci da dentro sin da subito con acrobatici grandangoli circolari, zoomate frenetiche, inquadrature ripetute ossessivamente e apparentemente scollegate fra loro (ma alla fine non c'entrano comunque una mazza lo stesso) nel tentativo di creare un'apparenza autoriale ma che, in definitiva, altro compito non hanno che riempire il vuoto globale di una sceneggiatura sconnessa e cucita assieme da dialoghi deliranti e inquadrature senza alcun legame. Brynych cerca disperatamente di estrapolare velleità artistiche, peccato che la sensazione costante è quella di aver sbagliato film, non bastano le soggettive frenetiche, i dettagli e le angolazioni singolari, l'unica cosa che sembra azzeccata è il commento musicale di Peter Thomas ma anche questo, sparato all'impazzata tra feste psichedeliche e luci lisergiche dove ogni tanto fa capolino qualche tetta, risulta alla fine ridondante e stanchevole.

Nonostante si veda solo Eva assumere uno zuccherino all'LSD tutto il cast sembra recitare costantemente in stato allucinatorio, anche il bel faccione di George Ardisson truccato da pagliaccio nell'orgia acquatica finale risulta fastidioso quanto la banalissima metafora della mantide religiosa e dell'assurda ricerca in biblioteca del nome dell'insetto (anche i bambini sanno come si chiama la mantide e che cosa fa al compagno dopo l'accoppiamento, non c'è bisogno di chiedere a una cadaverica bibliotecaria che non vede l'ora di snocciolare le sue conoscenze nel ramo entomologico). Dulcis in fundo, se gli intenti misogini non erano ancora chiari, assistiamo ad un ridicolo comizio femminista pieno di vecchine che urlano e sbraitano mentre le ragazze che dirigono il comizio a un certo punto si denudano per ribellarsi al corpetto, simbolo della schiavitù femminile. Se la donna negli anni non aveva subito abbastanza umiliazioni ci pensa questo "femmine carnivore" a ricordarci quanto poco rispetto il cinema e la televisione hanno del gentil sesso!