mercoledì 3 giugno 2020

LIVE FREAKY! DIE FREAKY!

(2006) 

Regia John Roecker 

Cast Billie Joe Armstrong, Lars Frederiksen, Asia Argento 

Genere: Animazione, Musical, Black Comedy, Horror 

Parla di: “Tentativo di narrare in salsa grottesca gli omicidi Manson con un gruppo di bruttissimi pupazzi di plastilina” 

Dopo aver letto Helter Skelter di Vincent Bugliosi e Curt Gentry, appassionante documento che narrava in maniera alquanto dettagliata, soprattutto dal punto di vista istruttorio, del caso Charles Manson, mi sono andato a recuperare tutta la filmografia legata agli avvenimenti relativi al massacro di Cielo Drive che portarono all’omicidio di Sharon Tate e dei suoi invitati. Tra i titoli disponibili (a cui va aggiunto l’ottimo film di Tarantino C’era una volta a Hollywood) spunta anche questo Live Freaky! Die Freaky! di John Roecker, regista accostato spesso alla scena new punk dei primi anni duemila e in particolare per la sua collaborazione con i Green Day che è culminata nel documentario Heart like a hand grenade dedicato al gruppo capitanato da Billie Joe Armstrong. Non a caso l’intera band presta la propria voce nel film oltre alla partecipazione di star del punk come Lars Frederiksen (Rancid) e Henry Rollins (Black Flag) oltre alla nostra arcinota eroina Asia Argento. 

Il tutto realizzato con la tecnica claymation, ovvero l’uso di personaggi in plastilina animati a passo uno. La cosa che stupisce nel film, oltre alla bruttezza intrinseca dei personaggi, realizzati e animati con imperizia totale e privi di quella compattezza necessaria quando si usano certe tecniche di animazione, è il desiderio ossessivo, da parte del regista (che è anche l’autore della storia) di voler dire la sua nei confronti dei fatti narrati, utilizzando un’inutile verve grottesca e volgare per descrivere personaggi (e in particolare le vittime del massacro) trasformandoli in macchiette negative e insopportabili, quasi a giustificare la brutta fine che hanno fatto. Sharon Tate (che diventa Sharon Hate perché tutti i cognomi vengono camuffati togliendo la lettera iniziale e sostituendola con una H) diventa così un’inquinatrice seriale, dedica a sniffare quintali di cocaina mentre il parrucchiere Jay Sebring narra turpi abitudini omosessuali e finisce decapitato in una pozza di sangue, la sua testa ancora viva si delizia a succhiarsi il proprio pene. 

Tralasciando sull’idiozia generale dei dialoghi, infarciti di battute gratuite e assolutamente poco divertenti, il film sconfina spesso nel musical con canzoncine idiote e banali. Il tutto introdotto da un incipit post-apocalittico di cui non si capisce il senso. Se in certi punti il delirio visivo prende il sopravvento con sequenze oniriche dove il sesso è volutamente protagonista, il resto del film tende a perdersi senza soluzione di continuità. Come già detto la Claymation sembra realizzata dai bambini dell’asilo e l’estetica dei personaggi sembra non riuscire mai a trovare una propria stabilità estetica. Forse in tutto questo c’entra il tentativo di realizzare un film punk, estremo e sarcastico, ma non si capisce perché andare a dissacrare un episodio nerissimo di cronaca quando c’erano tante altre storie americane da cui attingere un messaggio anarchico magari più condivisibile.

lunedì 25 maggio 2020

DEVIL STORY

(Il était une fois le diable, 1986)

Regia: Bernard Launois

Cast: Véronique Renaud, Marcel Portier, Catherine Day

Genere: Horror, Demenziale

Parla di “Maniaci vestiti da SS, Mummie Viventi e ragazzine spititate, un cavallo e un gatto satanico ed un vascello maledetto”

Poliedrico mestierante cinematografico d’oltralpe, Bernard Launois non ha un carnet molto numeroso per quanto riguarda la sua filmografia, come regista infatti ha diretto una manciata di pellicole, quasi sempre commedie a sfondo erotico, per poi tentare, nel 1986, la scalata al genere horror con questo “Il était une fois le diable”. Un tentativo decisamente bizzarro, sconclusionato e grottesco con cui concluse definitivamente la sua carriera, regalandoci però una perla assoluta del cinema trash per il quale, ancor oggi, migliaia di critici e appassionati di tutto il mondo tentano disperatamente di carpirne il significato, chiedendosi ossessivamente di cosa cazzo parla questo film. 

Tralasciando la grettezza, l’amatorialità e l’assoluta imperizia con cui è stato realizzata quest’opera, siamo di fronte a uno script che, definire squinternato, è un complimento. Inizia infatti con una specie di maniaco mostruoso, truccato con una evidentissima maschera di gomma che avrà senz’altro ispirato Fabrizio Mandelli dei Soliti Idioti per il suo personaggio Ruggero De Ceglie. Il mostro, vestito con una divisa sbrindellata da SS, ammazza a colpi di coltello un campeggiatore, il cui corpo, nonostante le ferite inferte e il sangue che sgorga a litri, non smette di respirare, più per problemi recitativi che fisici. Dopodichè fa fuori un altro ragazzo che zompetta nei boschi portando in braccio della legna e ammazza due automobilisti a colpi di fucile. Intanto vediamo un’altra coppietta in panne sulla strada, la donna scende e inizia a camminare rasente una collina rocciosa mentre gli effetti speciali decisamente arcaici disegnano fulmini giallastri che sembrano doverla fulminare da un momento all’altro. La scena si alterna per lungo tempo con le immagini di un gatto nero che miagola in continuazione fino ad un certo punto, quando qualcuno della troupe lo lancia sulla ragazza. Giunge il marito che cerca di tranquillizzare la donna, terrorizzata dalle piaghe improvvisamente spuntategli sulle mani. I due ripartono e si fermano in una vecchia villa dove una coppia di vecchietti gli racconta di uno strano vascello che si è arenato in quella zona perché lì una volta c’era il mare. Poi il delirio, la ragazza scappa dalla villa nottetempo, viene inseguita dal maniaco vestito da SS e nel frattempo spunta un sarcofago egizio da cui fuoriesce una mummia vivente che prende per mano una ragazza con la faccia stralunata, vestita con un camicione bianco. Intanto del marito non avremo più traccia per tutto il film mentre il vecchietto tenterà per un’ora circa di sparare ad un grosso cavallo nero, girandosi in continuazione e sbraitando come un matto. 

Quello che colpisce e infastidisce nel film è l’uso smodato e assolutamente casuale di urla, miagolii, grugniti e nitriti che viene lanciato in loop senza alcun senso logico. Non parliamo poi delle lunghe scene inutili che vengono inserite al solo scopo di tirare l’oretta scarsa canonica per il lungometraggio in cui il regista ci piazza sequenze ripetute fino alla nausea, ralenty sfiancanti e una lentezza progressiva che rende le scene più movimentate un assurdo guazzabuglio che sembra ripreso in un ospizio. Fotografia che confonde il giorno con la notte, recitazione inguardabile e montaggio senza soluzione di continuità danno il colpo di grazia a questo capolavoro del non-sense. Ciliegina sulla torta del dramma cinematografico a cui stiamo assistendo è il penoso utilizzo della splendida fuga di Bach per condire in modo assolutamente arbitrario l’obbrobrio visivo davanti ai nostri occhi. E un po' come la cura Ludovico di Arancia Meccanica, anche noi dovremmo metterci ad urlare per la nausea provata nell’abbinare le note del grande Johannes a questa sgradevole esibizione di bruttura in celluloide.

martedì 19 maggio 2020

IL CACCIATORE DI UOMINI

(El Canibal, 1980)

Regia: Jess Franco

Cast: Ursula Buchfellner, Al Cliver, Antonio Mayans

Genere: Horror, Cannibal, Avventura, Erotico

Parla di: “Attricetta rapita nella foresta deve affrontare una mostruosa divinità cannibale con gli occhi a forma di vagina”

L’ epopea “Cannibal” è contrassegnata da una serie di titoli forti come Cannibal Holocaust, Cannibal Ferox o Mangiati Vivi, tutti e tre prodotti italianissimi che dettano gli stilemi del genere e la sua marcata matrice tricolore. Tra tanti difetti e pregi che il genere ha assunto nella prima metà degli anni ottanta, il principale era quello di essere un purissimo Made in Italy laddove i tentativi di imitazione estera non hanno mai dato risultati all’altezza dei capolavori sopracitati, anzi a dirla tutta ci sono casi di pellicole imbarazzanti come il titolo in questione, dove l’imbarazzo aumenta quando si legge la firma del regista, un Jess Franco ridotto ai minimi termini da bisogni alimentari al quale il produttore Julián Esteban Gómez avrà sicuramente detto “Ascolta Jess, voglio un film sui cannibali come fanno in Italia, mettici dentro un po' di gnocca, qualche scena di eviscerazione e immergi tutto nella vegetazione del parco dietro casa!” – Detto fatto, il buon Franco confeziona alla meno peggio un polpettone avventuroso dove un gruppo di malviventi rapisce un’attricetta biondina e stupidina (“Gli uomini non li giudico…li amo!”- la sentiamo dire a inizio film durante un’intervista sul ciglio della strada) per chiedere come riscatto la sciocchezza di 6 milioni di dollari. 

I rapitori hanno però la pessima idea di nascondere la donna all’interno di una grotta nel mezzo di una foresta tropicale dove gli indigeni, che il regista recluta prelevandoli da etnie diverse (un po' di neri, qualche messicano e un paio di arabi) offrono giovinette in sacrificio ad una divinità cannibale, trattasi di un gigantesco nero dalle spalle adunche e due occhioni posticci che nei dettagli in primo piano ricordano vagamente due vagine arrossate. A salvare la rapita interviene l’eroico veterano Al Cliver che si rotola sulla spiaggia travolto dai proiettili e ne esce miracolosamente illeso, salta sull’elicottero in volo e per tendere una trappola ai rapitori si finge morto facendo saltare per aria il veicolo (geniale, vero?). Frattanto la ragazza fugge nella foresta ma viene catturata dagli indigeni e riempita di schifezze sul corpo da giovani festanti tutte nude a cui il regista non lesina vertiginosi primi piani delle parti intime. Franco monta i minacciosi assalti del mostro con esplosivi sonori di ansimi e grugniti, zoomate offuscate che riproducono lo sguardo del cacciatore e dettagli anatomici in primo piano del ridicolo trucco applicato rozzamente sulla faccia del povero nero. 

Lo splatter è relegato ad un'unica inquadratura dove una mano strizza e strappa viscere nel dettaglio, inquadratura che viene ripetuta ad ogni eccidio in compagnia del simpatico dettaglio dei denti del mostro che masticano e salivano sangue. Per il resto si notano incongruenze assurde, dialoghi inconcludenti (“Gli hanno staccato la testa!” – dice uno, peccato che il cadavere di cui si parla non era stato decapitato, vabbè…) e momenti di lotta che fanno sembrare l’esperimento “Empire” di Andy Warhol un frenetico action movie. Unica consolazione di questo disastro in pellicola sono le grazie della teutonica protagonista Ursula Buchfellner, il cui fisico perfetto e così generosamente proposto, se non altro, non ci fa rimpiangere completamente i 90 minuti di vita appena gettati nella selva tropicale.

lunedì 11 maggio 2020

MAD MUTILATOR

(1983)

Regia Norbert Georges Mount

Cast: Robert Alaux, Françoise Deniel, Pierre Pattin

Genere: Trash, Slasher, Horror, Demenziale

Parla di: “Boscaioli assassini, zombie e preti vampiro in un incasinatissimo filmaccio amatoriale”

Il giochino dei bloopers consiste sostanzialmente nel ricercare all’interno di un’opera cinematografica una serie di piccoli errorini che, ad una visione superficiale, non verrebbero rilevati. Nel caso invece di questo slasher ultra amatoriale francese diretto da Norbert Georges Mount, questo giochino deve essere virato al contrario e finalizzato a rintracciare nel film qualsiasi cosa non appaia sbagliata, fuori posto o malrealizzata. Non a caso, infatti, non c’è nulla che funzioni in questo Vhs-movie del 1983 appartenente a quella corrente di oscuri filmacci no-budget senza capo né coda in cui si inserisce anche il più conosciuto Violent Shit di Andreas Schnaas. Partendo da tutta una serie di grandi assenze nel reparto tecnico quali la mancanza di un vero e proprio script, fotografia inesistente, recitazione approssimativa e continui sbalzi di esposizione della videocamera fino ad arrivare al comparto effetti speciali dove dominano incontrastati i visceri recuperati dal macellaio sottocasa con cui vengono riempiti finti manichini che il protagonista (un assurdo boscaiolo psicopatico con una maschera di cuoio sul volto) prontamente massacra con una rudimentale accetta arrugginita. 

Ne fanno le spese prima una famigliola, il cui figlioletto viene macellato sotto gli occhi della madre legata ad uno strano totem pieno di maschere carnevalesche. A seguire anche dei campeggiatori e una giovane ragazza che dopo aver rivenuto l’auto della famigliola si reca alla gendarmeria per denunciare il ritrovamento. In pratica la scena viene realizzata così: prima vediamo l’auto della ragazza in strada, la videocamera inquadra l’insegna della gendarmeria e subito dopo l’auto che se ne torna indietro con sottofondo delle voci (supponiamo quelle dei gendarmi) fuoricampo che dicono di non aver abbastanza elementi per avviare l’indagine. La ragazza torna quindi sulla strada dove ha visto l’auto ma qui viene rapita dal boscaiolo, appena giunti nell’orribile catapecchia del mostro vediamo la giovane che lo abbraccia, stacco, e li ritroviamo tutte e due a letto dormienti. Come se non bastasse, ogni tanto il boscaiolo getta qualche avanzo di carne dentro la botola della cantina. La ragazza incuriosita, sbircia nello scantinato e da qui iniziano a fuoriuscire una serie di ciondolanti zombi truccati con maschere di gesso, che il maniaco dovrà affettare a colpi d’ascia. 

La ragazza intanto si fa dare un passaggio da un prete vampiro (le cui mani vedremo per tutto il film ravanare all’interno del motore della sua auto d’epoca) il quale la ucciderà digrignando allegramente le fauci in una serie di inquadrature che altro scopo non hanno se non quello di sfruttare al massimo la presenza del buon Howard Vernon, unica star degna di rilievo a cui probabilmente non è stato mai fatto vedere il film finito. La cosa più sorprendente rimane comunque la presenza (sia come addetto al make-up sia come attore) di Benoît Lestang, compianto realizzatore di ottimi make-up in film come Martyrs e Il patto dei Lupi, tutt’altro genere rispetto a questa immondizia realizzata con scarti di qualsiasi cosa, riprese bislacche (tra cui un ostentato primo piano del sangue che cola sulla macchina da presa), titoli disegnati a pennarello su una lastra di vetro e un sonoro totalmente distaccato dagli eventi riprodotti. I dialoghi sono fortunatamente rarefatti ma bastano poche battute per capire il livello di cagneria degli attori, tutti probabilmente all’inizio (e per qualcuno anche la fine) della propria carriera, tra questi, in un breve cameo come zombie, anche Jean Pierre Putters, critico cinematografico e fondatore della rivista Mad Movies.

lunedì 4 maggio 2020

LAVALANTULA

(2015)

Regia Mike Mendez

Cast: Steve Guttemberg, Mike Winslow, Marion Ramsey

Genere: Monster Movie, Fantascienza, Commedia, Azione

Parla di “vecchie star di Scuola di Polizia contro invasione di ragnoni sparafiamme”

Sottotitolo ideale per questo monster movie televisivo edito dal prolifico canale SyFy sarebbe sicuramente “Scuola di Polizia Vs. Big Ass Spiders” dal momento che, da una parte il cast ricicla ben tre degli attori storici della saga infinita di Police Academy e dall’altra viene diretto proprio da un regista specializzato in ragnoni quale è Mike Mendez che nel 2013 ci propinò il gigantesco aracnide culone di Big Ass Spider. Appare in ogni caso evidente che Lavalantula è un mix intraprendente tra Sharknado e gli improbabili incroci tra bestie fantastiche (roba tipo Sharktopus, DinoShark o Supergator) tipiche della factory Asylum e compagnia brutta. Nelle prime scene vediamo riesumata un’icona storica del cinema anni ottanta come Steve Guttemberg legato ad una sedia a prendersi un sacco di cazzotti, ma è solo una scena di un film dove l’attore Colton West, ex star della serie televisiva Red Rocket, si rifiuta di girare con gli insetti e viene per questo licenziato. Insomma assistiamo alla solita parabola della stella hollywoodiana in declino che si ritrova al centro di un terremoto con annessa eruzione vulcanica sulle strade di Los Angeles. A questo si aggiungono enormi voragini sull’asfalto da cui emergono enormi ragnoni sparafuoco. 

Il resto del film, come si può ben immaginare, è tutta una corsa del protagonista alla ricerca della propria famiglia dispersa nei meandri della città asserragliata da orribili creature lanciafiamme. Ad aiutare Guttemberg in questa avventura vengono riesumati Michael Winslow e Marion Ramsey, entrambi nel cast di Scuola di Polizia (Il rumorista Larvelle Jones e la timida Hooks). A dimostrazione di quanto il tempo sia implacabile il buon Steve appare con il volto segnato da rughe profonde e la consistenza facciale di una statua di marmo, Winslow visibilmente ingrassato e ingrigito mentre la Ramsey sembra quasi irriconoscibile. Considerazioni sull’abuso di vecchie star a parte, il film di Mendez è comunque spassoso, con una sceneggiatura lineare ed un ritmo frenetico, menzione particolare poi per la realizzazione in CGI dei ragnoni, decisamente sopra la media dei prodotti di quel genere. Quello che purtroppo fa piombare in picchiata l’asticella del trash è l’uso sconsiderato di effetti e effettini computerizzati per realizzare esplosioni e piogge di fuoco.

Non si capisce perché la produzione abbia investito bene sui Models del mostro, sul cast e non sull’uso dei Vfx che sembrano acquistati in blocco su qualche sito da nerd che tentano di imparare a usare After Effects. Il risultato è quindi un’altalena continua tra brutto e bello, tra un dignitoso Bmovie cinematografico e un orribile filmaccio amatoriale televisivo. In ogni caso Lavalantula ha dalla sua il pregio di non prendersi troppo sul serio arrivando quasi ad essere geniale nel finale dove Guttemberg, vestito da Red Rocket (una sorta di Rocketeer color vermiglio) volteggia su un grattacielo sospinto da uno zaino razzo ed inseguito da un enorme Mamalavalantula (la regina madre di tutti i ragnacci). Peccato che il finale giunga un pò troppo affrettato ma niente paura, come da prassi era già in cantiere il sequel 2Lava 2Lantula.

lunedì 27 aprile 2020

THE BRAIN

(1988)

Regia: Ed Hunt

Cast: David Gale, Tom Bresnahan, Cynthia Preston

Genere: Horror, Fantascienza, Grottesco

Parla di: “cervellone alieno gommato induce controllo mentale attraverso programma Tv, ma uno studente cerca di ribellarsi”

Specialista di invasioni aliene a basso costo, Edward Hunt è conosciuto in Italia per un thrillerino mediocre uscito con il titolo Compleanno in casa Farrow (Bloody Birthday, 1981) mentre roba come Starship Invasions, Plague, Alien Warrior e soprattutto questo The Brain rimangono colpevolmente inediti nel nostro paese. Peccato perché la storia di questo mostruoso cervellone alieno che ipnotizza e controlla la popolazione di una piccola cittadina americana attraverso il programma televisivo “Indipendent Thinking” rappresenta una divertente summa del cinema Sci-Fi di serie Zeta ed è comunque un prodottino godibile nella sua bizzarra costruzione cinematografica. Chi ama il cinema gommoso di Charles Band e soci, non potrà che apprezzare l’incipit dove una giovane studentessa viene presa d’assalto da tentacoli oscillanti, orsacchiotti sprizzasangue e masse celebrali che fuoriescono da pareti, porte e specchi. 

Un inizio folgorante che prosegue con la partecipazione di David Gale nel ruolo del Blakely, ipnotico conduttore televisivo in grado, parrebbe, di riconvertire alla retta via i giovani sbandati della comunità. Ne fa le spese il teenager Jim Majelewski (Tom Bresnahan) il quale, pur avendo buoni voti a scuola, non riesce proprio a fare a meno di combinare scherzi nell’Istituto gettando Sodio nelle condutture idriche (Nei titoli di coda si avvisa di non ripetere l’esperimento) o attaccando colla sulla sedia del preside. In accordo tra scuola e genitori, il buon Jim viene convinto a sottoporsi ad una seduta presso il Psychological Research Institute (identificato con l’acronimo PRI) governato per l’appunto da Blakely. Qui viene introdotto da un’avvenente dottoressa che gli apparirà sotto forma allucinatoria a seno nudo prima di essere letteralmente inglobata da uno schifoso cervellone di gomma al quale spunterà successivamente una faccia da canide zannuto. Da qui in poi, per il giovane Jim sarà un pout pourri di corse sfegatate tra strade canadesi spacciate per americane, immensi locali caldaia e infiniti corridoi scolastici, braccato come assassino ed inseguito constantemente da un baffuto infermiere armato di accetta.

Non manca la classica scena di squartamento con motosega, perpetrata ai danni del povero preside dalla sua dolce mogliettina irretita dal Blakely televisivo. Il punto di riferimento principale del film è il capolavoro del controllo alieno Essi Vivono di John Carpenter mentre la decapitazione finale di Gale richiama alla mente il suo precedente successo Reanimator di Stuart Gordon. Ma è sicuramente il mostruoso cervellone il personaggio di punta del film, chiaramente debitore del carotone venusiano de Il Conquistatore del mondo di Roger Corman, spunta da ogni angolo grugnendo come un rottweiller all’ora di pranzo mentre ingloba senza masticazione chiunque gli capiti a tiro, grazie anche all’ausilio di una linguaccia da camaleonte. Contrassegnato vivacemente da musichette synth un po' ripetitive, il filmaccio di Hunt scorre efficacemente lungo i suoi 87 minuti, risultando un carrozzone weird di grana grossa ma estremamente godibile.

martedì 14 aprile 2020

WOLF

(Mnusy hmapa, 1987)

Regia: Sommai Kamson

Cast:  Sorapong Chatree, Pairoj Jaisingha, Lak Apichat

Genere: Avventura, Fantastico, Horror

Parla di: “giovanotto che si trasforma in uomo cane alle prese con loschi criminali e una Strega malvagia”

Il cinema Thailandese, al pari di quello indiano, indonesiano e filippino, è uno scrigno nascosto pregno di delizie trash ancor oggi da scoprire. Grazie alla rete, in questi ultimi anni sono venute fuori chicche comeLady Terminator e Mystics in Bali, ma c’è ancora tanto lavoro da fare, anche se ne vale assolutamente la pena. Per quanto riguarda questa perla thailandese diretta da Sommai Kamson sono bastati una manciata di secondi su Youtube per decretarne il successo con più di 180.000 visualizzazioni di quella che può essere definita come la “peggiore trasformazione in lupo mannaro di sempre”. Insomma si è riusciti a fare peggio del compianto Marco Antonio Andolfi in La Croce dalle Sette Pietre con un’allucinante sequenza dove il protagonista Sorapong Chatree (attore di punta del cinema thai e in particolare nella serie Ong Bak e di recente nella serie dedicata a King Naresuan) sta meditando in una grotta nella classica posizione del loto, quando all’improvviso spunta un cagnolone nero, i due si guardano per un momento e l’animale spara dagli occhi due raggi rossi che colpiscono quelli di Sorapong, a questo punto regna il capolavoro: pezzi di pelliccia nera cominciano a spuntare sulla faccia fino a ricoprirla completamente ed ecco che il nostro eroe si ritrova un enorme mascherone canino al posto del volto e zampe pelose al posto delle braccia. 

Per il resto rimane vestito come prima, senza che la trasformazione intacchi minimamente il vestiario. In realtà poi, nel film, questa sarà l’unica scena di trasformazione del protagonista in uomo lupo, nel restante minutaggio assisteremo alle avventure di un gruppo di baldi giovani alla ricerca di un tesoro sotterraneo tra criminali armati fino ai denti, santoni comandati da un assurdo vate con la parrucca bionda, tentativi di stupro con svestizione completa ed esposizione di parti intime delle vittime femminili davanti alla macchina da presa (perché un accenno di sesso è strettamente necessario alla causa), arti marziali e persino un gruppo di ridicoli zombi che fuoriescono da scatoloni di cartone per poi essere debellati assurdamente da una coppia che comincia a ballare nuda nella grotta con strani movimenti sessuali. Siccome poi al ridicolo non c’è mai fine vediamo anche una ragazza che, risvegliatasi nella sua capanna al suono insistente di un ululato, si siede di fronte ad una sfera di cristallo e gli spunta un assurdo cono di plastica appiccicato sul mento. 


Questo dovrebbe fare di lei una specie di strega, ed infatti, da lì in poi comincerà a emettere risatine sataniche come se non ci fosse un domani. Non manca poi la comparsa che balla nuda al suono dei tamburi tribali, peccato che quando spunta l’uomo lupo (o uomo cane?), invece di manifestare terrore a codesta visione, si allontana pacatamente trattenendo a stento le risate. Il tutto condito da una musica sontuosa che si alterna tra synth-pop e borioso – classica, dialoghi lunghi e farraginosi, sequenze statiche al limite della narco-ipnosi. Insomma un film perfetto per chi ama il trash, unico rimpianto resta il povero uomo cane, avremmo voluto vederlo di più, date le magnifiche premesse regalateci da quegli incredibili 40 secondi di trasformazione che il web ha scoperto recentemente.

lunedì 6 aprile 2020

THE VIDEO DEAD

(1987)

Regia: Robert Scott

Cast: Michael St. Michaels,  Roxanna Augesen, Rocky Duvall

Genere: Horror, Splatter, Commedia

Parla di: “Televisore infernale sputa fuori zombie dallo schermo che assediano gruppo di giovinastri”

(1987)

Regia: Robert Scott

Cast: Michael St. Michaels,  Roxanna Augesen, Rocky Duvall

Genere: Horror, Splatter, Commedia

Parla di: “Televisore infernale sputa fuori zombie dallo schermo che assediano gruppo di giovinastri”

Se c’è una parte da salvare in questo rozzo B Movie da videoteca scalcagnata sono proprio i primi 10 minuti dove vediamo due assurdi facchini consegnare un vecchio televisore ad un solitario scrittore, (interpretato peraltro dal bravissimo Michael St. Michaels che ritroveremo in forma smagliante come protagonista di The Greasy Strangler) il quale non sa proprio cosa farsene dell’arcaico elettrodomestico. Anche a livello di programmi televisivi l’oggetto appare piuttosto carente, trasmette infatti solo un sordido film dell’orrore interpretato da un gruppo di ciondolanti zombie truccati un po' alla disperata. Peccato che il televisore si riaccenda nottetempo e uno degli zombie del film cominci ad osservare insistentemente lo schermo fino a bucarlo e fuoriuscirne letteralmente. I due facchini, accortisi che la consegna era sbagliata, tornano nella casa dello scrittore ma lo troveranno ammazzato misteriosamente. Tre mesi dopo la casa viene riaffittata dai genitori di Zoe (Roxanna Augesen) la quale, nell’attesa che arrivino i parenti, scopre il malefico televisore con tutto quel che ne consegue.

Ispirandosi chiaramente a La Notte dei Morti Viventi di George A. Romero, il regista Robert Scott mette in scena un opera putrida, rozza ed ai limiti dell’amatoriale, gli zombie vengono truccati con stracci e pezze sul viso, il sangue che sgorga nelle scene splatter sembra aranciata ed è tutta una corsa al disgusto più estremo con smembramenti, amputazioni e poltiglie organiche varie tra cui uno zombie segato in due al quale, al fine di produrre maggior schifo, vengono inseriti dei topacci umidicci che scorrazzano allegramente nele sue interiora. La recitazione fa sembrare gli attori del teatro della parrocchia sotto casa meritevoli di entrare nella Hall of Fame di Hollywood mentre le parti d’azione risultano più statiche di una piramide egizia. Detto questo non mancano occasioni di divertimento all’insegna del sano trash anni ottanta esemplificate mirabilmente nello scontro con uno zombie vestito da sposina che maneggia una motosega con abilità pari a quelle di Leatherface. 

Scott, da buon indipendente, scrive e produce oltre che a dirigere, purtroppo per lui le abilità tipiche del cineasta autoprodotto non gli verranno riconosciute, come invece è accaduto per il buon Peter Jackson. La sua carriera cinematografica, in termini di realizzazione di prodotti filmici terminerà nello stesso momento in cui è iniziata, anche se il suo carisma professionale gli permetterà comunque di operare nel variegato mondo dello spettacolo. Lo troveremo infatti successivamente come secondo assistente regista in molti episodi di Beverly Hills, 90210, nel cast tecnico di una boiata colossale come il Dracula Morto e contento di Mel Brooks e in varie serie Tv tra cui Dr. House e Heroes.

lunedì 30 marzo 2020

NUOVO PUNK STORY

(Desperate Living, 1977) 

Regia: John Waters 

Cast: Mink Stole, Jean Hill, Edith Massey 

Genere: Commedia, Grottesco, Demenziale 

Parla di: “Aristocratica fuggitiva con obesa governante al seguito giungono in cittadina dove vivono solo relitti umani” 

Desperate Living è il primo film di John Waters ad essere doppiato e distribuito sul territorio italiano, questo anche grazie all’apporto della scrittrice Lidia Ravera che ne curò personalmente i dialoghi e il doppiaggio, apporto di cui probabilmente l’intellettuale torinese ebbe a pentirsene amaramente, viste le vicissitudini a cui il film andò incontro grazie alla nostra sempre lungimirante censura. Di certo il bel paese non era ancora pronto per le opere dell’irriverente regista di Baltimora e, da parte sua, non è che Nuovo Punk Story (titolo italiano quanto mai opportunista vista la concomitante ascesa del movimento punk all’epoca) sia un filmetto per educande. Nulla a che vedere con Pink Flamingos, in termini di cattivo gusto, vista anche l’assenza di Divine, personaggio clou di Waters in quel periodo impegnato in lunghe ed estenuanti tourneè teatrali, ma nonostante ciò, il maestro del bad taste statunitense picchia giù duro anche questa volta. 

Sin dalle prime inquadrature vediamo una delle sue attrici cardine Mink Stole interpretare una schizofrenica signora perbene che urla all’attentato quando dei ragazzini gli fracassano la finestra con un pallone, trova i due figli nudi in camera e grida allo scandalo (e in effetti la scena oggi sarebbe stata censurata ovunque) e alla fine litiga con il marito fracassandogli una bottiglia in testa mentre la pachidermica governante Grizelda (Jean Hill) lo soffoca con il suo enorme culone. Terrorizzate da un possibile arresto, le due fuggono in auto ma vengono fermate da un poliziotto pervertito che veste con giarrettiere fucsia e chiede loro, in cambio di un lasciapassare, le loro mutandine (o mutandone giganti trattandosi di Grizelda). Le due donne, a questo punto, non hanno altro luogo dove andare se non Mortville, baraccopoli di disperati governata da un’allucinante Regina Carlotta (Edith Massey) e il suo stuolo di teddy boys vestiti con completini in pelle modello omosex. La ributtante monarca impartisce editti assurdi tipo camminare all’indietro con i vestiti rivoltati, fa uccidere il boyfriend spazzino della figlia acquisita (che peraltro è quasi più vecchia di lei e indossa un candido abitino da sposa e boccoli degni di Shirley Temple) e si trastulla con i suoi sgherri che ballano oscenamente nudi (“Puzzi tremendamente di cazzo!”). 

Le due donne vengono ospitate da due lesbiche pazze Mole (Susan Lowe) e Maffy (Liz Renay) in cambio di un biglietto della lotteria. Quando Mole andrà a riscuotere la vincita avvererà finalmente il suo sogno e si farà innestare un orrendo cazzo pieno di cicatrici, a Maffy però la sorpresa non è gradita e per compiacerla Mole arriverà a tagliarsi il nuovo pene in diretta. Tra vomito, rutti, scoregge, turpiloqui vari e abominevoli scene saffiche con Grizelda protagonista di un’aberrante cunnilings, si snoda un percorso cinematografico che il buon Waters ha maturato in tutto il decennio dei settanta e che qui raggiunge la sua degna conclusione. A partire dagli anni ottanta, e proprio con la commedia in Odorama Polyester, il cinema del maestro si purgherà dell’estremo visivo raggiungendo una dimensione più accettabile anche se i contenuti irriverenti e oltraggiosi, oltre ad un sonoro pugno in faccia alla borghesia americana perbenista e puritana, saranno sempre nelle corde del cineasta americano. 

lunedì 23 marzo 2020

TARZANA, SESSO SELVAGGIO

(1969)

Regia: Guido Malatesta

Cast: Ken Clark, Femi Benussi, Franca Polesello

Genere: Erotico, Avventura, Drammatico

Parla di “Spedizione nella Savana alla ricerca di ragazzina scomparsa divenuta una specie di Tarzan al femminile, rigorosamente a petto nudo”

L’irresistibile pretestuosità del cinema italiano sta anche nel realizzare un film giusto per mostrare un po' di tette, andando a ribaltare un personaggio amato soprattutto dai ragazzini per trasformarlo in una versione al femminile per adulti. Guardando quest’incredibile filmaccio firmato dal mestierante Guido Malatesta (che si firma con lo pseudonimo inglese James Reed) ci si chiede quanta fame di sesso arretrata doveva avere il pubblico che andava al cinema. Si perchè a parte le tette della protagonista, interpretata dall’istriana Femi Benussi, oltre a qualche sporadico nudo di schiena di Franca Polesello (la quale oltre ad una piccola parte ne Il Sorpasso, non fece mai nulla di più elevato artisticamente rispetto a queste produzioni di serie Zeta) risulta quanto meno arduo trovare altri motivi per vedere le avventure di questa sottospecie di Tarzan al femminile. 

Girato nel giardinetto sotto casa con ampio montaggio di scene da natura selvaggia importate da qualche documentario africano, il film ci regala tutto quello che ci serve per giudicarlo, già nelle prime inquadrature quando vediamo la Benussi in topless e tanga selvaggio, seduta su un elefantino, intenta a simulare malamente il classico urlo della Savana, con montaggio associato a varie belve che fuggono. Il tutto si sposta a Londra dove l’avventuriero Glen (interpretato da Ken Clark che ci regalò a suo tempo una grandiosa interpretazione nel classico Attack of the Giant Leeches) insieme alla bionda Doris (Franca Polesello) vengono assoldati da Sir Donovan per recuperare la famiglia della sorella scomparsa in un incidente aereo in Africa.

Durante la spedizione scopriranno che a salvarsi è stata solo la figlioletta di cui rintracceranno una bambolina bruciacchiata. Per tutto il film la Tarzana del titolo non fa altro che far finta di lanciarsi da una liana all’altra e saltellare a piedi nudi sul terriccio, opportunamente nascosta tra le foglie. Ogni tanto la sua controfigura accarezza qualche fiera addomesticata ma il più delle volte vediamo lei abbracciare un cucciolo di leone che non sembra molto convinto delle effusioni ricevute. Al top del trash assoluto vediamo nel finale la Poleselli aprirsi la camicia e mostrare le proprie tette alla Tarzana per convincerla di appartenere entrambe alla razza umana e intimarle quindi di lasciare la giungla per tornare alla civiltà. Il tutto in un tripudio musicale enfatico accompagnato dai saltelli di un’antipaticissimo scimpanzè ripreso chissà dove.

martedì 17 marzo 2020

MOTHER'S DAY

(1980)

Regia Charles Kaufman

Cast: Nancy Hendrickson, Frederick Coffin, Beatrice Pons

Genere: Commedia, Horror, Slasher
Parla di: “Vecchina con figli maniaci tortura e violenta trio di campeggiatrici solitarie”

Chi dice che lavorare con i parenti non produce nulla di buono dovrebbe ricredersi guardando questo slasher prodotto dalla Troma di Lloyd Kaufman e Michael Herz e diretto dal fratello di Lloyd, Charles Kaufman. Una pellicola che, seppur nei suoi limiti al confine con il Trash più gretto e sporco, tipico dei prodotti della Casa di produzione di Long Island, ha dalla sua parte un non trascurabile merito: Funziona! Almeno dal punto di vista narrativo, con una scrittura semplice ma ben orchestrata che riesce, nella povertà di mezzi più che evidente, a creare quella giusta tensione necessaria ad un film del genere. Pur oscillando tra commedia, horror e Thriller, nei suoi debiti rimandi allo stravisto copione della famiglia rurale assassina, Mother’s day riesce a generare tensione, soprattutto nella seconda parte relativa alla fuga e sopravvivenza delle vittime nei boschi. Il soggetto è molto semplice, anche troppo, c’è questa dolce vecchina dagli enormi denti giallastri e un collare medico stretto in gola, che si fa dare un passaggio da una coppietta, giunti nei boschi, escono dai cespugli due pazzi mascherati che decapitano il ragazzo e massacrano di pugni la ragazza. 

Ma c’è di più, i due killer sono figli della vecchina. Da questo incipit ci si sposta alle vicende di tre ragazze che organizzano una scampagnata nei boschi e, come prevedibile, finiranno nelle vicinanze della baracca abitata dalla madre e dai due figli maniaci, Ike (Frederick Coffin) anche lui dotato di una dentatura oscena, al limite del ridicolo e Addley (Michael McCleery) che indossa una maschera somigliante ad una busta di carta (che richiama una delle prime apparizioni di Jason Voorhes in Friday The 13th part 2). Le tre ragazze verranno catturate come selvaggina nei loro sacchi a pelo e dovranno subire violenze di ogni genere, stupri e torture prima di trovare la via di fuga, complice anche l’evidente stupidità dei due fratelli maniaci e lo strabordante ego della madre (Beatrice Pons) che richiede continue attenzioni. 

Ambientazioni rurali immerse nella confusione e nello sporco più totale rendono molto efficace l’impianto narrativo, la recitazione non brilla per intensità espressiva anche se, nel finale, assistiamo ad una performance notevole da parte della protagonista Nancy Hendrickson che ci regala l’omicidio più intenso di tutta la pellicola. Peccato che l’Unhappy Ending troppo pretestuoso che occupa la sequenza finale sia assolutamente inutile oltre che incomprensibile, il cui unico contributo, nell’opera, sta esclusivamente nel ricordarci che siamo di fronte ad un film della Troma.

lunedì 9 marzo 2020

BEAST FROM HAUNTED CAVE

(1959)

Regia: Monte Hellman

Cast: Michael Forest, Frank Wolff, Richard Sinatra

Genere: Thriller, Horror, Fantascienza

Parla di: “Rapinatori fanno saltare caverna ma risvegliano ragno assassino che li assedia sulle Montagne”

Prodotto da Gene Corman, fratello del ben più conosciuto Roger, questo Low-Budget Movie segna l’esordio del regista Monte Hellman, mestierante dignitoso ma che non ha mai brillato di genio nella sua carriera (pur essendo uno dei produttori esecutivi di Reservoir Dogs di Quentin Tarantino). Del resto le premesse rilasciate da questo Beast from Haunted Cave non fanno ben sperare. Sorta di Sci-Fi/Horror ambientata nelle montagne innevate del South Dakota, la pellicola vede un pugno di malandrini che pianifica una rapina alla banca della cittadina locale per poi imboscarsi in una baita isolata sulle montagne di proprietà di Gil (Michael Forest) un giovanotto bonaccione che preferisce la natura alle strade di Los Angeles e gestisce lo skilift locale. 

Per operare in santa pace, i criminali creano un diversivo mettendo una bomba all’interno di una miniera, ma l’esplosione risveglia una specie di creatura filamentosa che sembra un ammasso di rami secchi ai quali è stata posta in cima una parrucca bionda. Il mostro, che nelle intenzioni degli autori, doveva essere una specie di ragnone gigante, si spinge nelle vicinanze della baita e attacca la banda di assassini. Praticamente per tutto il film assistiamo alla tresca tra Gipsy (la playmate Sheila Noonan) l’amante alcolizzata del capobanda (Frank Wolff) e il buon Gil, mentre il capo, non prendendola bene per niente, inizia a menare entrambi, il tutto contornato dalla presenza del gangster Marty (Richard Sinatra cugino del mitico Frankie) il quale, avendo già avuto un’esperienza iniziale con la bestia (mentre metteva la bomba il ragno lo ha aggredito uccidendo la cameriera Nathalie che era insieme a lui), continua praticamente a incontrare il mostro ad ogni angolo e tutte le volte, inspiegabilmente, questa cosa non gli torce un capello. 

Da buon ragno che si rispetti, anche il nostro imbozzola le vittime e pare che sia uscito da una specie di uovo nascosto nella caverna, la qual cosa contribuisce a inserire il film tra i possibili ispiratori di Alien. Realizzato con buchi di sceneggiatura modello Emmenthal ed effetti speciali di una bruttezza esagerata (le zampe del ragno risultano talmente posticcie che si afflosciano sulle vittime quando il mostro le aggredisce), Beast from Haunted Cave risulta comunque godibile come qualsiasi Retro/Sci-Fi dell’epoca, rigorosamente quindi per gli appassionati della fantascienza americana del dopoguerra.  

lunedì 2 marzo 2020

WHITE POP JESUS

(1980)

Regia Luigi Petrini

Cast: Awana Gana, Stella Carnacina, Gianni Magni

Genere: Musical, Commedia, Personalitexploitation

Parla di: “Gesù capellone torna sulla Terra ma si scontra con la mafia e con una generazione sconvolta, il tutto a suon di balletti e canzoncine”

Awana Gana, all’anagrafe Antonio Costantini, speaker radiofonico di Radio Monte Carlo negli anni ’70 e conduttore di programmi televisivi come Rally Canoro e Discoring, è rimasto nell’immaginario collettivo soprattutto grazie alla particolarità del suo pseudonimo, che risultava essere un’anglofonia maccheronica simile ad uno scioglilingua (Tant’è che pare derivi da una frase di Alberto Sordi in Un Americano a Roma). Sicuramente la sua fama non deriva dall’interpretazione di questo suo unico film in qualità di protagonista, una specie di risposta all’amatriciana di Jesus Christ Superstar con musiche realizzate a tre mani da Vince Tempera, Franco Bixio e Alberto Mandolesi, e balletti coreografati nientemeno che da Don Lurio. Ambientato nella Taranto di fine settanta, narra le gesta di questo strano capellone stempiato, vestito con una palandrana bianca da chierichetto malcresciuto, che si fa chiamare Jesus. 

Impegnato in dialoghi deliranti con il Creatore che ha una forte pronuncia milanese, il nostro profeta fa innamorare di sé la manager Lattuga Pop (interpretata dalla cantante Stella Carnacina) che decide di seguirlo abbandonando i suoi affari ma soprattutto i suoi intrallazzi con la mafia. Dal canto loro, i gangster non approvano questa defezione e iniziano a pedinare la coppia nel tentativo di rapire Lattuga Pop e ricondurla all’ovile. Nel frattempo assistiamo a puerili tentativi da parte di Awana Gana di produrre miracoli, diffondere il verbo e convertire giovani freak, tossicodipendenti e addirittura due suore brigatiste, ad una nuova filosofia di pace e amore. Nel cast anche il grande ex “Gufo” Gianni Magni nella parte di un improbabile ispettore di Polizia ed il mitico Sandro Ghiani nella parte dell’appuntato sfigato e ignorante (parte che ha contraddistinto un buon 70% della sua carriera). Se l’apparato musicale è quantomeno discreto con una serie di canzonette in salsa disco-funky, le coreografie ricordano più un programma di varietà tipico dell’epoca con giovani che saltano da tutte le parti senza un ordine ben preciso. 

La Carnacina e Awana Gana recitano con la stessa espressione monofacciale per tutto il film, il povero Magni è costretto a subire una serie di battute orripilanti, tra le quali spicca per imbarazzo assoluto, quella sulla pantera (in pratica chiede una Pantera che lo porti sul luogo del delitto e l’appuntato gli porta una pantera in carne e ossa al posto della volante, capito? Eh?). Per il resto è tutto un susseguirsi di gags ridicole e situazioni incomprensibili che hanno come unico scopo quello di sfruttare da una parte il successo del musical religioso e dall’altra l’allora popolare figura del disc-jockey protagonista. Ma come nel film di Sbirulino, anche qua la confezione frettolosa e sgangherata ci dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il personalitexploitation è un genere tutto italiano, dove il fulcro giustificativo, è il magico mondo della televisione, che all’epoca faceva a botte con quello del cinema per la sovranità popolare. 

lunedì 24 febbraio 2020

CHICKEN PARK

(1994) 

Regia Jerry Calà 

Cast Jerry Calà, Harold Davies, Demetra Hampton 

Genere: Commedia, Fantastico, Demenziale

Parla di: “Allevatore avicolo incontra scienziato pazzo che ingigantisce I polli alla ricerca di un siero per allungarsi quanto la sua fidanzata”

Già dai tempi dei Gatti del Vicolo Miracoli, la comicità di Jerry Calà era orientata principalmente sulla parodia cinematografica, immortale a tal proposito la sua citazione di Taxi Driver in "Una Vacanza Bestiale" dove lo vediamo litigare con Teo Teocoli in versione marocchina, con una rivoltante cuffia di gomma sulla quale era stata appioppata una cresta punk per simulare il taglio alla mohicana di Robert De Niro, il quale da una foto santino sul cruscotto dell'auto gli dava dello stronzo. Con tale bagaglio metacinefilo non potevamo che aspettarci un orientamento comico nel suo disastroso esordio alla regia di questa assurda parodia avicola di Jurassic Park. Ed infatti lungo tutto il metraggio della pellicola troviamo citazioni più o meno ridicole di Mamma Ho perso l'aereo (la mamma che picchia il bambino perchè, per l'appunto, ha perso l'aereo), Il Cacciatore (la roulette russa con bombe a mano da cui sprizza coca-cola), Balla coi lupi (l'indiano che esce dall'uovo e grida "Kevin! Kevin!!") fino ad arrivare alla Famiglia Addams dove Rossy De Palma, attrice iberica scoperta nientepopodimeno che da Almodovar, interpreta una lussuriosa Morticia che si fa masturbare da Mano, con inserti più o meno gratuiti presi da Edward Mani di Forbice, Lo Squalo e Full Metal Jacket (l'imbarazzante Capitano dell'aereo che tratta i passeggeri come reclute). 

Insomma il campionario di battute del buon Jerry segue sempre un percorso cinematografico più o meno in linea con grandi classici e grandi successi del periodo. Ma Calà non si ferma qui, arriva persino al metacinema quando, trovandosi di fronte alla zoologa del Chicken Park (nomata appositamente Sigourney) rimane insoddisfatto dell'attrice visibilmente racchia e decide di scegliersi una nuova protagonista pescandola direttamente dalla sala cinematografica in cui viene proiettato il film (scena quanto mai controprofetica in quanto la pellicola non venne mai proiettata in nessun cinema italiano). Ecco dunque spuntare l'avvenente Demetra Hampton (la Valentina di Crepax in versione televisiva), talmente vogliosa e calda da far bollire una pentola di spaghetti sullo stomaco. La cosa più incredibile del film è che per realizzarlo sono stati spesi dei bei soldoni, visto che, per simulare i polli giganti che abitano il parco, è stata realizzata un'enorme zampa di gallina e un paio di testoni da gallo tra cui spicca per grottesca bruttezza Hybridus, il pollo transessuale che viene fatto uscire allo scoperto solo mettendo come esca un nero gay vestito da marinaio che balla sculettando appollaiato sulla gabbia. A voler poi analizzare la bruttezza complessiva di ogni singola scena si potrebbe scrivere un libro. Basti pensare all'imbarazzante giochino a doppiosenso iniziale dell'uccello di uno degli operai del parco, il quale, colpito a morte dai soldati, libera il suo "Ramon" tirandosi giù la patta da cui sbuca un pappagallino. 

Niente da invidiare alla scena della morte del suo affezionato pollo Joe dove Jerry piange disperato rimarcando quanto era buono e poi (assaggiandolo) apostrofare "Oh! Ma sei buono anche adesso, Joe" il tutto ripetendo la battuta almeno tre volte nel caso che il pubblico non l'avesse capita. Altre situazioni non sono da meno, tipo il dottor Eggs, proprietario del parco, il cui scopo è scoprire una cura ormonale che gli permetta di congiungersi alla sua amante dotata di gambe lunghe due metri, o la gag delle patatine fritte giganti che fanno scureggiare i polli mostruosi. Tante gag, tante idee e tanti sforzi per non riuscire a strappare una risata manco ad una jena ridens. Dulcis in fundo l'imbarazzo colpisce anche il povero Umberto Smaila, disceso da qualche nave da crociera per scrivere una colonna sonora destabilizzante che culmina con un protorap in inglese caciottaro dove Calà da il meglio di sè come cantante. 

lunedì 17 febbraio 2020

SLIME CITY

(1988)

Regia: Gregory Lambertson

Cast: Craig Sabin, Mary Huner, T.J. Merrick

Genere: Slime Movie, Horror, Splatter, Commedia

Parla di “Giovane artista sorbisce yogurt verdastro e si trasforma in assassino gelatinoso”

Se Larry Cohen aveva trasformato un normale gelato alla crema in una creatura informe che divorava le proprie ignare vittime dall’interno in The Stuff, tre anni dopo tocca al filmmaker indipendente Greg Lambertson riprendere il concept trasformando il gelato in uno schifiltoso “yogurt himalayano” in grado di possedere il consumatore fino a trasformarlo in una specie di mostruoso drogato, capace di alimentarsi esclusivamente della verde paccottiglia gelatinosa salvo poi cominciare lui stesso a perdere umori disgustosi. Unico rimedio al progressivo disfacimento del corpo, per la vittima, è quello di compiere un omicidio ripristinando così le proprie normali fattezze. E’ quanto accade al giovane pittore Alex (Craig Sabin) quando prende in affitto da due strane vecchiette un fatiscente appartamento in uno stabile abitato da gente molto strana. Invitato a cena da un poeta dark-punk, l’artista viene iniziato a questo disgustoso alimento, irrorato da una sorta di liquore verdastro. 

Da questo momento in poi incomincia un lungo calvario che lo porterà a girare per i bassifondi, con il viso bendato stile The Invisible Man per nascondere il liquame che straborda da tutti i pori della faccia, in cerca di homeless o balordi vari da uccidere. Alex scoprirà addirittura che esiste un piano ben preciso per riportare in vita una specie di Guru del male e la sua setta suicida, attraverso il graduale inserimento dello slime verdastro nel proprio corpo. La tematica già espressa nel capolavoro di Larry Cohen si veste di occulto e magia nera con un occhio di riguardo al caso Manson e in generale alle sette sataniche. A livello di sceneggiatura il film appare ben strutturato, i personaggi risultano perfettamente delineati pur essendo soggetti a clichè narrativi piuttosto scontati, le ambientazioni degradate e casalinghe trovano una giusta collocazione all’interno di una suggestione metropolitana underground che richiama l’ottimo Street Trash di James Muro e alla fine l’idea alla base del plot narrativo ha comunque dalla sua una discreta dose di originalità. Gli effetti speciali sono comunque dignitosi e schifiltosi al punto giusto, soprattutto nel finale dove si assiste ad una vera e propria orgia slime a base di succhi gastrici giallastri, braccia che entrano nello stomaco per venirne poi inglobate, teste che si spetasciano a terra e ti guardano con occhi sornioni. 

Punto debolissimo invece è la recitazione, in modo particolare quella fisica, relegata per l’appunto nel massacro degli ultimi 20 minuti dove si evidenzia decisamente la poca dimestichezza del cast in campo action, per quanto a nessuno del cast venga chiesto di fare tripli salti mortali, gli attori hanno movimenti degni del miglior bradipo brasiliano, in special modo Mary Huner che interpreta il doppio ruolo di Lori, casta fidanzata di Alex e Nicole, bramosa dark lady in cerca di sesso (e morte). Nel finale la vediamo infatti squartare, smembrare e spiaccicare con la calma serafica di chi si appresta a sorbirsi un tè piuttosto che disgustosi liquami demoniaci. Se si passa sopra a questo (e chi guarda questi film passa sopra a cose ben peggiori) il film è discretamente godibile e sufficientemente divertente. Nel 2010, 22 anni dopo, il buon Lambertson tornerà ad dirigere un nuovo slime movie dal titolo Slime City Massacre.  

martedì 11 febbraio 2020

LA SFIDA EROTICA

(1986)

Regia Arduino Sacco

Cast Marina Hedman, Ivana Saul, Paola Senatore

Genere: Porno, Commedia

Parla di “tenzone a colpi di sesso fra due tizie in un film di montaggio dove si ricicla l’impossibile”

Arduino Sacco che, spesso e volentieri, si è fregiato dello pseudonimo anglofono Dudy Steel, è un mestierante votato al porno, attivo per lo più negli anni ’80, insomma uno di quelli a cui non verranno attribuiti capolavori rivalutati nel tempo, anche se poi, se si guarda la sua filmografia con lo sguardo del cacciatore di stranezze trash, vediamo che è nientemeno il regista di due turpi pellicole con la Marina Frajese i cui titoli “Marina e la sua bestia” e “Marina e la sua bestia 2” ci fanno ben immaginare l’edificante contenuto. 

Parlando di questa “Sfida erotica” ci sarebbe ben poco da dire, è sostanzialmente un film di montaggio dove l’unico collante narrativo è la voce fuori campo che racconta la rivalità sessuale di due tizie impegnate a dare fondo alle proprie energie erotiche per farsi più maschi possibili. Tentare in ogni caso di reperire un nesso logico alle sequenze di sesso montate alla cazzo di cane (o cavallo tanto per rimanere nel paniere del regista) è tempo sprecato come del resto è altrettanto sprecato il tempo dedicato alla visione di quest’oretta scarsa di pellicola da infimo cinema a luci rosse dove però spunta la faccina di Paola Senatore, attrice non propriamente abituata al genere. La brava Paola, protagonista di punta di molti titoli di serie B tra commediacce scollacciate, nunsploitation, poliziotteschi e thriller, si era fatta notare in Salon Kitty di Tinto Brass e sorprende quanto rattrista quindi vederla impegnata a fine carriera, ormai devastata dalla tossicodipendenza, in ruoli da basso cinema porno. 

Con Sacco aveva già lavorato in “Non Stop sempre buio in sala” l’anno precedente ed è proprio dai rimasugli di questa pellicola che derivano le scene girate per “La sfida erotica” con la Senatore, evidentemente ancora un nome di richiamo per certi spettatori arrapati che infestavano le sale a caccia di facili masturbazioni notturne. In ogni caso essendo un film di montaggio non sorprende che si sia riciclato l’impossibile per portarlo a compimento, sorprende di più che io sia riuscito ad arrivare alla fine vincendo la devastante sonnolenza che procurano queste arcaiche scene di sesso dove intere foreste di pelo pubico invadono lo schermo e dove interminabili coiti artefatti minano alla radice anche quel poco che il cinema porno, in passato, ci aveva regalato. 

martedì 4 febbraio 2020

VAMPIRE OVER LONDON

(Mother Riley meets the vampire, 1952)

Regia John Gilling

Cast: Bela Lugosi, Arthur Lucan, Dora Bryan

Genere: Commedia, Horror, Fantascienza

Parla di: “un malvagio scienziato vuole dominare il mondo con un robot ma innocua vecchietta irlandese gli mette i bastoni tra le ruote”

L’abbruttimento e la povertà che contrassegnarono il tramonto della carriera di Bela Lugosi furono costellati di apparizioni, partecipazioni e interpretazioni del suo personaggio iconografico, a metà tra vampirismo e Mad Doctor. Insomma il buon Bela rappresentava il cattivo per eccellenza all’interno di svariati filoni cinematografici che il povero ungherese mai avrebbe realizzato se non per sopperire all’indigenza cronica data soprattutto dalla sua tossicodipendenza e dal declino della sua figura attoriale. Ridotto alla parodia di sé stesso, Lugosi accettava qualsiasi ruolo purchè lo pagassero. Nello specifico di Vampire over London conosciuto anche come Mother Riley meets the vampire, stiamo parlando dell’ultimo, stanco, capitolo della lunga serie comica dedicata al personaggio comico di Mamma Riley, lavandaia e badante irlandese interpretata da un attore maschile di nome Arthur Lucan per un totale di diciassette film. 

In questo frangente la partecipazione di Lugosi fu il motivo determinante che convinse il produttore Richard Gordon a realizzare questo film. In pratica Lugosi si trovava in Inghilterra per partecipare ad una rappresentazione teatrale di Dracula, purtroppo l’opera non venne messa in scena e il povero Bela si trovava prigioniero in Albione senza i soldi per tornare in America. Gordon lo pagò 5000 dollari e Lugosi venne scritturato per interpretare il diabolico dottor Von Housen, soprannominato il Vampiro, autore di rapimenti di giovani fanciulle e intenzionato a dominare il mondo grazie a robot alimentati ad Uranio. Il prototipo gli viene spedito per posta ma per uno scambio di etichette finisce nel negozio di Mrs. Riley. Comandato a distanza l’automa si risveglia e rapisce la donna portandola al cospetto del Malvagio scienziato dando vita ad una serie di situazioni comiche alle quali Lugosi deve sottostare con malcelato imbarazzo. 

Pur rimanendo un prodotto divertente grazie anche alla comicità fracassona e anarchica di Lucan (in parte debitrice della rumorosa follia dei Fratelli Marx) e alla suggestione ipnotica del volto di Lugosi in primo piano, inquadrato in penombra a snocciolare sardonici sorrisi da vampiro appassito, siamo di fronte ad una produzione di poco superiore a quelle di certi titoli messicani anche se per fortuna qui il robottone non è la solita scatola di sardine con antenne girevoli. Alla regia abbiamo comunque un John Gilling pre-Hammer che in futuro realizzerà piccoli classici horror come Plague of the zombies e The Reptile (rispettivamente La lunga notte dell’orrore e La morte arriva strisciando). 

lunedì 27 gennaio 2020

POVERO CRISTO

(1975)

Regia Pier Carpi

Cast Mino Reitano, Rosemary Dexter, Raoul Grassilli

Genere: Fantasy, Commedia, Grottesco

Parla di: “Poveraccio alla ricerca di Gesù Cristo scoprirà di poter compiere miracoli a suo modo”

Il 27 Gennaio del 2009 ci ha lasciati il grande Mino Reitano con grande amarezza da parte dei suoi moltissimi fans che lo hanno amato quale raffinato musicista e cantautore. Probabilmente molti dei suoi fans non sanno, però, che il buon Mino ha un passato come attore, il che è una fortuna perchè dubito che lo avrebbero amato ancora dopo aver visto questo "Povero Cristo", incursione Fantasy scritta e diretta da Pier Carpi, regista occasionale, fumettista occasionale e Piduista abituale. 

Circondato da scenografie composte da stracci bucherellati appesi un pò ovunque, il buon Mino alterna sguardi dissociati e oppiacei a momenti di ira isterica in cui passa avanti nelle code e scaccia tutti quelli che sono dietro di lui, si improvvisa detective e viene assunto da uno strano faccendiere impellicciato che gli promette cento milioni se entro due mesi gli darà la prova dell'esistenza di Gesù Cristo. Il nostro eroe (che nel film si chiama Giorgio Cavero) si ritrova poi alla festa di una cugina dove il vino è cattivo e lui cerca disperatamente di avere un dialogo con una certa Mara che non se lo caga di striscio (ma la scena fa schiantare dal ridere, eh si!). Qui parte il primo miracolo, da sotto il tavolo Giorgio/Mino estrae tre belle bottiglie di "vino buono delle nostre terre". Ma questo non è solo che il primo dei tanti miracoli che il buon Giorgio, novello Cristo, sarà in grado di fare prima della rivelazione finale.  Scopre infatti che Mara è una prostituta e la redime, lei sceglie di cercare Cristo con lui e insieme vanno a rompere i coglioni alle auto in tangenziale per chiedere agli automobilisti se credono in Gesù. I due novelli testimoni di Geova si incontrano poi con un gruppo di barboni tra cui spicca un'insolita interpretazione di Enrico Beruschi prima di conoscere la commedia televisiva (fortunatamente l'hanno doppiato). 

Tallonato dalla Polizia, il buon Giorgio salverà la vita al figlio di un poliziotto (semplicemente dicendogli di avere fede...però!), farà risorgere una ragazza che si chiama Lazzaro (una delle prime transgender?) e si becca le 39 frustate sotto forma di catenazze ad opera di un gruppo di motociclisti violenti. Folgorato sulla via di Damasco (e non purtroppo da un fulmine prima di iniziare a girare) Pier Carpi  mette in scena una parabola misticheggiante sull'uomo che cerca Cristo e se lo ritrova dentro, un hellzapoppin' dal sapore kitsch estremo dove la recitazione non sussiste, i dialoghi sono deliranti (sembrano scritti da un bambino in prima elementare) e il ritmo assale narcotico lo spettatore fino ad un finale che sembra un Jesus Christ Superstar senza musica e senza senso ed assomiglia progressivamente ad un circo equestre senza cavalli. Sorvolando sulle performance attoriali del buon Mino, quello che sconvolge in "Povero Cristo" è la pretesa di autorialità di quest'opera, dove le stesse ambientazioni psichedeliche risultano assolutamente fuori luogo, dove addirittura si cerca goffamente di rievocare l'ultima cena e le stimmate vengono provocate dai colpi di pistola. Di certo siamo di fronte ad un'opera che osa territori azzardati ma lo fa con l'incoscienza di chi cerca di lanciare un messaggio appiccicando post-it dietro la schiena dello spettatore, quest'ultimo si che, a ragion veduta, possiamo tacciare di "Povero Cristo", soprattutto per aver pagato il biglietto del cinema.