lunedì 14 settembre 2020

SNUFF

 (1976)


Regia Michael Findlay


Cast Mirtha Massa, Enrique Larratelli, Aldo Mayo

Genere: Drammatico, Thriller, Horror, Metacinema

Parla di “Sorta di rievocazione del massacro di Bel Air che alla fine diventa qualcos’altro”

Cosa succede quando il metacinema incontra l’exploitation? La risposta più esemplificativa è questo Snuff del 1976 diretto da un oscuro film maker di nome Michael Findlay che nel 1977 perse letteralmente la testa falciato dalle pale di un elicottero (vi ricorda un film in particolare? Ma certo Holocaust 2000!) che altri non è che un rimaneggiamento voluto per dare una seconda possibilità ad un’altra opera di Findlay girata anni prima ma senza successo. In pratica Snuff nel 1971 si chiamava Slaughter ma dopo l’aggiunta finale metacinematografica prese il nome che conosciamo attualmente e una serie di sequenze finali che trasformano la storia, invero piuttosto pallosa, in qualcosa di diverso e sorprendente. 

Le prime sequenze vedono un paio di ragazze che dovrebbero essere hippie ma risultano troppo eleganti per essere credibili, le vediamo sfrecciare con una motocicletta da gita in campagna sulle note di un pezzo che plagia ignobilmente il riff di  Born to be wild degli Steppenwolf e lo ripete in un loop incasinato per oltre cinque minuti. Le tizie vanno a beccare una loro compagna che si sta sniffando coca con una cannuccia di 30 centimetri, gli sparano al petto ma, come per miracolo, la ragazza non muore, interviene allora una specie di Charles Manson sottopeso che si fa chiamare con l’altisonante nome di Satan e pratica alla ragazza ferita una dolorosa pulizia in mezzo alle dita dei piedi con un coltellaccio. Il resto del film si dipana tra le malefatte di questa sorta di Manson Family e un’attricetta di film sexy, tale Terry London,  giunta in Sud America con uno sfigatissimo produttore. La ragazza si infratta immediatamente con un ricco ragazzino viziato, figlio di un produttore di armi, con cui se la spassa su motoscafi e feste in piscina. Intanto le bikers rapinano un pit stop e massacrano clienti e avventore, Satan infiltra la giovane Angelica nella villa del produttore di armi e assistiamo ad un imbarazzante flashback in cui questa giovane schiava volontaria viene rappresentata da ragazzina con le vesti di un’altra attrice che non le somiglia assolutamente (quest’ultima ha i capelli rossi mentre Angelica è castana) mentre viene violentata dal fazendero ricattatore che minaccia di licenziarne il padre se non farà quello che dice lui (ovvero sesso). Dopo interminabili sequenze in cui ci viene propinato tutto il carnevale di Rio, finalmente si arriva al massacro finale in cui scopriamo che Terry London era incinta, gli hippie piombano nella villona e massacrano tutti, lei compresa. 

 Ecco a questo punto finisce Slaughter e comincia Snuff ovvero gli ultimi cinque minuti di metacinema dove scopriamo la troupe che dirige il film ed il regista che si getta su una delle attricette sotto l’occhio indiscreto della telecamera e inizia a farla a pezzi simulando uno snuff movie. Peccato che la finzione ceda disastrosamente sulle conoscenze anatomiche del truccatore, il regista infatti estrae il cuore della vittima direttamente dallo stomaco e comincia ad ululare con un bel pezzo di intestino in mano. La ripresa si oscura e come ultima cosa del film sentiamo le voci della troupe che se la da letteralmente a gambe levate. Bastarono questi pochi minuti finali a risollevare le sorti di tutta l’operazione portando l’opera in cima alla lista dei cosidetti Nasty Movies ed un discreto successo nelle sale. Il povero Findlay è altresi conosciuto per la sua trilogia della carne (The Touch of the flesh, the curse of the flesh e the kiss of the flesh), un trittico cinematografico di pura exploitation che si ispira alla celebre saga della dominatrice Olga.

mercoledì 2 settembre 2020

EVIL TOONS

(1992)

Regia: Fred Olen Ray


Cast: Robert Carradine, Dick Miller, Monique Gabrielle

Genere: Horror, Commedia, Fantastico

Parla di” quattro ragazze impegnate a pulire una vecchia villa devono fare i conti un demone a cartoni animati che si impossessa di una di loro”


Fra i precursori del mockbuster, sorta di cinema opportunistico che, come una remora, si attacca alla pancia dello squalo per cibarsi degli avanzi caduti dalle fauci, si può annoverare anche il prolifico Fred Olen Ray, classe 1954 e qualcosa come 160 film nel suo ruolino di marcia. Non a caso uno dei pochi titoli di questa titanica filmografia ad esser giunto nelle nostre lande cinematografiche, è proprio questo Evil Toons che gioca ignobilmente le sue carte di tecnica mista tra cartone animato e live movie sulla scia del successo di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Annunciato da un piccolo battage pubblicitario che lo vendeva come la versione cattiva ed erotica del film di Robert Zemeckis, Evil Toons in realtà ha un numero di frame disegnati che si potrebbe contare sulle dita. Il diavoletto animato che sorge da una specie di libro parlante troppo simile al Necronomicon della saga di Evil Dead, dura un paio di minuti, giusto il tempo di incarnarsi molto economicamente nel corpo di una delle quattro ragazzone impegnate nella pulizia di una vecchia villa abbandonata. 

C’è da dire che il cast impiegato non è malaccio, troviamo infatti il buon Robert Carradine nel ruolo di una specie di mago fantasma anche se viene spacciato come protagonista e si vedrà, se va bene , per non più di 5 minuti. Poi c’è Arte Johnson (l’irresistibile Renfield di Amore al primo morso) nel ruolo di un vicino di casa troppo curioso e infine, l’immortale Dick Miller, gloria di tutti i caratteristi del cinema di serie B che si autocelebra giustamente guardando un suo vecchio film in televisione e commentando “ Per me questo qua dovrebbe vincere un Oscar”. Con queste premesse e quattro attrici prosperose (di cui almeno un paio sono delle pornostar) il buon Fred mette in scena una sorta di sit-com dell’orrore con un po’ di zanne finte e fulminacci realizzati con arcaiche versioni di After Effect. 

Il risultato non è sicuramente memorabile ma non annoia, anzi intrattiene discretamente ed elargisce anche una notevole dose di cattiveria, peccato che il film non si spinga neanche lontanamente nei meandri del gore ed ovviamente limita al minimo sindacale le interazioni con elementi cartooneschi. Resta comunque una preziosa testimonianza di un sottobosco americano che ha sempre sventolato orgoglioso la bandiera del trash a stelle a strisce e comunque, quando la protagonista Megan (Monique Gabrielle) si slaccia la camicetta allo specchio e ci regala uno dei seni più sexy mai visti sullo schermo scopriamo finalmente il senso vero di tutta questa operazione cinematografica.

sabato 25 luglio 2020

TERMINATOR 2 - SHOCKING DARK



(1989)

Regia Bruno Mattei

Cast: Geretta Geretta, Haven Tyler, Christopher Ahrens

Genere: Fantascienza, Horror, Apocalittico

Parla di "spedizione militare si scontra con mostruose creature geneticamente modificate in laboratori nascosti sotto una Venezia postatomica"

Quello che mi è sempre piaciuto del cinema è che mescolando i generi se ne creano di nuovi, stessa cosa vale anche per i soggetti, mescolando alla rinfusa le trame di film diversi, ne esce sempre uno nuovo anche se in difetto di originalità come spesso e volentieri è accaduto all'interno del cinema italiano del secolo scorso. Caso quanto mai esemplificativo di questa mia astrusa teoria è lo splendido Terminator 2 di Bruno Mattei (accreditato con il suo nome anglofono Vincent Dawn) che all'estero è conosciuto anche come "Shocking Dark". Dal titolo si potrebbe supporre che il principale riferimento è il film di John Cameron, e invece no, anche perchè il cyber-killer del titolo appare solo a fine film mentre il resto dello spettacolo è obbiettivamente una scopiazzatura di Aliens-scontro finale con tanto di sergente di colore donna cazzuto (interpretata dall'attrice americana Geretta Geretta) e bambina (vabbè adolescente direi) terrorizzata che si nasconde in mezzo ai cunicoli di metallo. 

Il lampo di genio però è da addebitarsi tutto al buon Claudio Fragasso autore di soggetto e sceneggiatura, il quale ha la bellissima pensata di ambientare il tutto in una Venezia Post-atomica, distrutta e abbandonata da esalazioni tossiche che pervadono le acque dei canali. Ma la pensata avrebbe dei costi eccessivi se si decidesse di ambientare tutta la storia nella Serenissima, per cui genialata nella genialata, tutta la storia si svolge nell'acquedotto sotterraneo dove una task force (che si fa chiamare Megaforce forse in omaggio al film di Hal Needham del 1982) di marines viene mandata a scoprire cosa cazzo sta succedendo negli uffici della Tubular Corporation, multinazionale miliardaria che si occupa di bonificare le acque della città. Capitanati dalla biologa Sara (Haven Tyler) i soldati si troveranno a combattere contro mostruosità filamentose dalla faccia da pesce e da polipo meccanico, capaci di imbozzolare le loro vittime per covarci dentro i loro cuccioli. 

Siccome però stiamo parlando di un film di fantascienza ambientato a Venezia, è bene che la città si veda almeno un poco, così ecco la terza genialata, il viaggio temporale attraverso cui Sara e la ragazzina (recuperata in mezzo agli enormi tubi della stazione idrica) fuggono da un'esplosione generale con tanto di voce femminile che annuncia festosa il tragico countdown. Le due finiscono quindi nella Venezia dei giorni nostri, inseguite da un pazzo terminator assassino che cerca di nascondere le tracce delle malefatte operate dalla Tubular. Reso credibilissimo da una fotografia in stato di grazia che predilige colorazioni blu metalliche proprie degli anni ottanta, da effetti speciali dei Fratelli Paolocci che, dove inquadrate, rendono alla perfezione le mostruose creature ittiche, il film alterna momenti di buona tensione a situazioni al limite del plagio, eppure se si dovesse rapportare l'efficacia di un titolo in funzione al budget impiegato, queste produzioni nostrane, benedette dall'angelo dei B-Movie, vincerebbero a mani basse per quanto siano convincenti nella loro ridicolaggine.


martedì 7 luglio 2020

FREAKED - SGORBI

(Freaked, 1993)

Regia Alex Winter, Tom Stern

Cast: Alex Winter, Brooke Shields, Randy Quaid

Genere: Horror, Fantascienza, Demenziale

Parla di “attore ingaggiato da multinazionale per promuovere diserbante tossico si ritrova mutato in mostro da gestore di orrendo parco di divertimenti abitato da freaks”

Alex Winter e Tom Stern, duo comico celebrato nel programma The Idiot Box, hanno trovato la loro strada professionale nel mondo delle produzioni televisive e nei documentari, ma il loro nome sarà per sempre associato nella settima arte per aver dato vita ad un cult anni novanta dal titolo Freaked, piccola produzione caratterizzata da un umorismo demenziale e di grana grossa mescolato all’uso ed abuso di pupazzerie mostruose. Analogalmente ad altri titoli cult usciti nel periodo fine anni ottanta il suo passaggio nelle sale è stato più o meno associato a quello di una meteora ma nel tempo, anche grazie a sporadici passaggi televisivi e la distribuzione nelle videoteche, si è ritagliato un piccolo stuolo di fans appassionati. Nel nostro caso siamo di fronte ad un mix tra le produzioni Troma del periodo e le orrende mutazioni gommose anni ottanta partorite dalla fucina di Charles Band e soci, il tutto mescolato con una comicità grottesca e di facile presa tipica del cinema di Zucker-Abrahams-Zucker, per non parlare poi dell’infinita e sfiancante saga di Scuola di Polizia dalla quale la pellicola eredita il cameo di Bobcat Goldthwait (il criminale Zed del secondo episodio poi divenuto a tutti gli effetti membro della squadra). 

Il protagonista della vicenda è l’attore Ricky Coogan (Alex Winter) che viene assoldato dalla Compagnia EES (che in Italiano diventa “esportiamo tutto tranne le scarpe”) per reclamizzare un diserbante altamente tossico, lo Zygrot-24. Insieme all’amico Ernie (Michael Stoyanov) Ricky giunge nella cittadina di Santa Orgasm, non prima di essere stalkerizzato da un allucinante bambinetto di nome Stuey Gluck che si reputa suo super fan. Per sbarazzarsi del ragazzino con i denti da castoro, Ricky ed Ernie lo gettano fuori dall’aereo. Una volta atterrati, i due incontrato l’avvenente ambientalista Julie (Megan Ward) con cui intraprendono un viaggio. Sulla strada scoprono un assurdo parco di divertimenti chiamato Freek Land il cui proprietario Elija (Randy Quaid) sperimenta lo Zygrot-24 per creare assurde mostruosità che, per inciso, sono il piatto forte del film. Senza dover scomodare il capolavoro di Tod Browning (dove i mostri erano reali e non di gommapiuma), c’è da sbizzarirsi nel campionario di mascheroni presente nel film, come ad esempio: Nosey, l’uomo naso, Sockhead con la testa da sockmonster, worm, l’uomo lombrico e anche l’uomo cane (interpretato da Keanu Reeves anche se mai accreditato). Tra questi spunta anche Mr.T (quello di A-Team) nell’irresistibile personaggio della donna barbuta. Altre macchiette ci riservano un immaginario trash difficilmente dimenticabile tra cui spicca il cowboy (una specie di mucca parlante con il cappellone a falde che sembra uscita da un filmaccio della saga di Toxic Avenger) e the eternal flame ovvero uno scureggione senza fine i cui peti costituiscono una fiammata continua.

In tutto questo diverte anche la presenza di Brooke Shields che acquista punti di simpatia nel proporsi in un film del genere ma soprattutto senza prendersi sul serio (e come potrebbe?). Finale epico a colpi di mostruosità giganti in cartapesta che sembrano uscite da un incubo della rivista MAD, dosi di punk rock nella colonna sonora, la produzione di Stephen Chiodo (Killer Clowns from outer space) e le creature di  Screaming Mad George completano un’opera troppo a lungo sottovalutata ma talmente iconica da farci rimpiangere l’irresistibile anarchia trash degli anni novanta. Da notare che la collaborazione tra Alex Winter e Keanu Reeves aveva già prodotto la saga di Bill & Ted's Excellent Adventure nel 1989 e Bill & Ted's Bogus Journey del 1991 (questo giunto a noi con il titolo Un Mitico Viaggio) oltre all’omonima serie televisiva.

lunedì 15 giugno 2020

ROBO VAMPIRE

(1988)
 
Regia Godfrey Ho

Cast Robin Mackay, Nian Watts, Harry Myles

Genere Horror, Fantascienza, Action, Thriller, Fantastico

Parla di “vampiri cinesi saltellanti, robottoni di gommapiuma, narcotrafficanti e santoni sparascintille”

La leggenda del vampiro, nell’estremo oriente, trova la sua più classica espressione nel mito dei jiangshi, una specie di succhiasangue vestito con un lungo vestito blu intonato al colore cianotico della pelle ed al ridicolo cappellone squadrato. Ma ancora più ridicola appare la loro camminata saltellante con le braccia distese in avanti quasi fossero degli zombie. Il mito del vampiro cinese è in effetti un misto di leggende occidentali tra cui anche quella del Golem, restano infatti immobili quando gli si mette una specie di pergamena sulla faccia (modello scontrino fiscale). Con queste premesse il prolificissimo regista orientale Godfrey Ho non poteva che dirigere un film di culto nella cinematografia trash aggiungendo a questo una assurda scopiazzatura di Robocop senza peraltro avere la stessa tecnologica e gli stessi Vfx a disposizione rispetto agli americani. Insomma Robovampire aveva a disposizione tutti gli elementi necessari per entrare di diritto tra i film più ridicoli di sempre e difatti le aspettative non sono state disattese. 

La trama, tra le più confuse e pasticciate di sempre, vede un manipolo di narcotrafficanti coadiuvati da una specie di santone ninja che risveglia un esercito di jiangshi saltellanti tra cui una specie di scimmione capellone con una maschera comprata dal rigattiere sotto casa. Tra zompi, saltelli, piroette e abuso di petardi spara scintille in sostituzione dei classici raggi laser, i narcotrafficanti rapiscono un’agente occidentale, una discreta sventola bionda a cui viene applicata la tortura della goccia e, dal quel momento in poi, la ragazza comincia a fare delle smorfie assurde agitando la testa come in preda ad una possessione demoniaca degna di Riposseduta (Repossessed, 1990). 

Il santone poi deve vedersela con una specie di maga svolazzante che indossa un vestitino trasparente tanto per far vedere anche qualche tetta bianchiccia e buttarci dentro quel pizzico di fantasy che in un minestrone fantahorror non deve mai mancare. A questo punto entra finalmente in scena il Robowarrior ovvero un estratto di un povero agente di Polizia ferito in uno scontro, eccetera eccetera (alla trama ci aveva già pensato Veroheven), peccato che il design dell’automa si riduca ad una assurda tutona argentata e imbottita con gommapiuma ed al povero attore inserito al suo interno viene affidata totalmente la meccanica dei movimenti. Il novello Michael Jackson cinese deve quindi muoversi un pò come David Zed (chi non lo conosce vada subito a recuperare qualche puntata di “Pronto Raffaella?) e parlare con un filtro robotico, armato di un gigantesco mitragliatore. Gli scontri con i vampiri saltellanti che si mettono in cerchio a saltellare contro il robottone sono tra le cose più assurde mai viste nel mondo della settima arte ma è l’anarchia generale che conquista decisamente in quest’opera, si ha la sensazione, infatti, che al ciak d’inizio il regista (che ci regalerà anche un seguito ancora più disastrato di questo titolato “Devil’s Dynamite”) si sia alzato e abbia detto “fate un pò come cazzo vi pare, io vado a bermi un bel sake”! 

lunedì 8 giugno 2020

QUELLA VILLA IN FONDO AL PARCO

(1988)
Regia: Giuliano Carmineo
Cast: Eva Grimaldi, Janet Agren, David Warbeck
Genere: Horror
Parla di: “Omuncolo ratto figlio di topo e di scimmia, semina il terrore nelle strade di Santo Domingo”
 
Per gli amanti del cinema trash, questo film si potrebbe tradurre con il titolo “Weng Weng meet Horror” dal momento che il vero protagonista della pellicola di Giuliano Carmineo è l’attore dominicano Nelson de La Rosa, deceduto nel 2006, il quale, analogamente alla celebre star filippina, era anch’egli affetto da nanismo, con un’altezza ancora più estrema rispetto al protagonista di “For your eight only”, se Weng Weng misurava infatti 83 cm, De La Rosa arriva a misurare non più di 71 cm. Truccato di nero, con enormi denti posticci, l’attore dominicano interpreta una mostruosità da laboratorio genetico (anche se nel film ci si limita ad una cantinaccia lurida piena di vecchie gabbie piene di sorci) frutto dell’assurdo incrocio tra lo sperma di topo e l’utero di scimmia, con tanto di zampette acuminate da cui secerne un mortale veleno che provoca l’istantanea paralisi delle vittime. Fuggito dall’angusta gabbietta in cui era relegato, il nostro rat-man gironzola per le spiagge di Santo Domingo, ammazzando tutti quelli che incontra, fino a colpire una giovane modella che indossava gli abiti della collega Marlis (Eva Grimaldi) che a sua volta si reca nella giungla per un servizio fotografico. 

Il ritrovamento del cadavere della modella induce la polizia a contattare la sorella di Marlis, Terry (Janet Agren), la quale incontra al suo arrivo lo scrittore di gialli Fred (David Warbeck) che la supporta nell’indagine. Appurato, infatti, che il cadavere rinvenuto non è quello di Marlis, Terry decide di rintracciare autonomamente la sorella che nel frattempo ha trovato alloggio proprio dallo scienziato creatore dell’uomo topo. Senza citare necessariamente Tod Browning e il suo capolavoro Freaks, l’effetto mostro interpretato da un attore nano, fa il suo porco effetto, se poi vogliamo cimentarci in una disquisizione etica sullo sfruttamento cinematografico degli infelici, vorrei comunque ricordare che è una prassi conclamata nel mondo della settima arte, ad oggi ancora in voga soprattutto nel genere Fantasy/Horror. 

In generale comunque il film di Carmineo, regista poliedrico capace di passare dal western alla commedia sexy, al trash di Pierino fino al thriller, oltre ad essere considerato un cult, merita comunque il pieno apprezzamento. Sia per l’originalità della trama, sia per il saper dosare correttamente il pathos senza scadere nel ridicolo, ma soprattutto perché riesce a rendere incredibilmente credibile anche Eva Grimaldi nella sua parte oltre, ovviamente, al pregio di regalarci un’indimenticabile nudo di doccia della nostra splendida attrice. Merito anche della sceneggiatura del bravo Dardano Sacchetti e di un cast di fulciana esperienza, non a caso produce la Fulvia Film, artefice dei migliori capolavori di Lucio Fulci.

mercoledì 3 giugno 2020

LIVE FREAKY! DIE FREAKY!

(2006) 

Regia John Roecker 

Cast Billie Joe Armstrong, Lars Frederiksen, Asia Argento 

Genere: Animazione, Musical, Black Comedy, Horror 

Parla di: “Tentativo di narrare in salsa grottesca gli omicidi Manson con un gruppo di bruttissimi pupazzi di plastilina” 

Dopo aver letto Helter Skelter di Vincent Bugliosi e Curt Gentry, appassionante documento che narrava in maniera alquanto dettagliata, soprattutto dal punto di vista istruttorio, del caso Charles Manson, mi sono andato a recuperare tutta la filmografia legata agli avvenimenti relativi al massacro di Cielo Drive che portarono all’omicidio di Sharon Tate e dei suoi invitati. Tra i titoli disponibili (a cui va aggiunto l’ottimo film di Tarantino C’era una volta a Hollywood) spunta anche questo Live Freaky! Die Freaky! di John Roecker, regista accostato spesso alla scena new punk dei primi anni duemila e in particolare per la sua collaborazione con i Green Day che è culminata nel documentario Heart like a hand grenade dedicato al gruppo capitanato da Billie Joe Armstrong. Non a caso l’intera band presta la propria voce nel film oltre alla partecipazione di star del punk come Lars Frederiksen (Rancid) e Henry Rollins (Black Flag) oltre alla nostra arcinota eroina Asia Argento. 

Il tutto realizzato con la tecnica claymation, ovvero l’uso di personaggi in plastilina animati a passo uno. La cosa che stupisce nel film, oltre alla bruttezza intrinseca dei personaggi, realizzati e animati con imperizia totale e privi di quella compattezza necessaria quando si usano certe tecniche di animazione, è il desiderio ossessivo, da parte del regista (che è anche l’autore della storia) di voler dire la sua nei confronti dei fatti narrati, utilizzando un’inutile verve grottesca e volgare per descrivere personaggi (e in particolare le vittime del massacro) trasformandoli in macchiette negative e insopportabili, quasi a giustificare la brutta fine che hanno fatto. Sharon Tate (che diventa Sharon Hate perché tutti i cognomi vengono camuffati togliendo la lettera iniziale e sostituendola con una H) diventa così un’inquinatrice seriale, dedica a sniffare quintali di cocaina mentre il parrucchiere Jay Sebring narra turpi abitudini omosessuali e finisce decapitato in una pozza di sangue, la sua testa ancora viva si delizia a succhiarsi il proprio pene. 

Tralasciando sull’idiozia generale dei dialoghi, infarciti di battute gratuite e assolutamente poco divertenti, il film sconfina spesso nel musical con canzoncine idiote e banali. Il tutto introdotto da un incipit post-apocalittico di cui non si capisce il senso. Se in certi punti il delirio visivo prende il sopravvento con sequenze oniriche dove il sesso è volutamente protagonista, il resto del film tende a perdersi senza soluzione di continuità. Come già detto la Claymation sembra realizzata dai bambini dell’asilo e l’estetica dei personaggi sembra non riuscire mai a trovare una propria stabilità estetica. Forse in tutto questo c’entra il tentativo di realizzare un film punk, estremo e sarcastico, ma non si capisce perché andare a dissacrare un episodio nerissimo di cronaca quando c’erano tante altre storie americane da cui attingere un messaggio anarchico magari più condivisibile.

lunedì 25 maggio 2020

DEVIL STORY

(Il était une fois le diable, 1986)

Regia: Bernard Launois

Cast: Véronique Renaud, Marcel Portier, Catherine Day

Genere: Horror, Demenziale

Parla di “Maniaci vestiti da SS, Mummie Viventi e ragazzine spititate, un cavallo e un gatto satanico ed un vascello maledetto”

Poliedrico mestierante cinematografico d’oltralpe, Bernard Launois non ha un carnet molto numeroso per quanto riguarda la sua filmografia, come regista infatti ha diretto una manciata di pellicole, quasi sempre commedie a sfondo erotico, per poi tentare, nel 1986, la scalata al genere horror con questo “Il était une fois le diable”. Un tentativo decisamente bizzarro, sconclusionato e grottesco con cui concluse definitivamente la sua carriera, regalandoci però una perla assoluta del cinema trash per il quale, ancor oggi, migliaia di critici e appassionati di tutto il mondo tentano disperatamente di carpirne il significato, chiedendosi ossessivamente di cosa cazzo parla questo film. 

Tralasciando la grettezza, l’amatorialità e l’assoluta imperizia con cui è stato realizzata quest’opera, siamo di fronte a uno script che, definire squinternato, è un complimento. Inizia infatti con una specie di maniaco mostruoso, truccato con una evidentissima maschera di gomma che avrà senz’altro ispirato Fabrizio Mandelli dei Soliti Idioti per il suo personaggio Ruggero De Ceglie. Il mostro, vestito con una divisa sbrindellata da SS, ammazza a colpi di coltello un campeggiatore, il cui corpo, nonostante le ferite inferte e il sangue che sgorga a litri, non smette di respirare, più per problemi recitativi che fisici. Dopodichè fa fuori un altro ragazzo che zompetta nei boschi portando in braccio della legna e ammazza due automobilisti a colpi di fucile. Intanto vediamo un’altra coppietta in panne sulla strada, la donna scende e inizia a camminare rasente una collina rocciosa mentre gli effetti speciali decisamente arcaici disegnano fulmini giallastri che sembrano doverla fulminare da un momento all’altro. La scena si alterna per lungo tempo con le immagini di un gatto nero che miagola in continuazione fino ad un certo punto, quando qualcuno della troupe lo lancia sulla ragazza. Giunge il marito che cerca di tranquillizzare la donna, terrorizzata dalle piaghe improvvisamente spuntategli sulle mani. I due ripartono e si fermano in una vecchia villa dove una coppia di vecchietti gli racconta di uno strano vascello che si è arenato in quella zona perché lì una volta c’era il mare. Poi il delirio, la ragazza scappa dalla villa nottetempo, viene inseguita dal maniaco vestito da SS e nel frattempo spunta un sarcofago egizio da cui fuoriesce una mummia vivente che prende per mano una ragazza con la faccia stralunata, vestita con un camicione bianco. Intanto del marito non avremo più traccia per tutto il film mentre il vecchietto tenterà per un’ora circa di sparare ad un grosso cavallo nero, girandosi in continuazione e sbraitando come un matto. 

Quello che colpisce e infastidisce nel film è l’uso smodato e assolutamente casuale di urla, miagolii, grugniti e nitriti che viene lanciato in loop senza alcun senso logico. Non parliamo poi delle lunghe scene inutili che vengono inserite al solo scopo di tirare l’oretta scarsa canonica per il lungometraggio in cui il regista ci piazza sequenze ripetute fino alla nausea, ralenty sfiancanti e una lentezza progressiva che rende le scene più movimentate un assurdo guazzabuglio che sembra ripreso in un ospizio. Fotografia che confonde il giorno con la notte, recitazione inguardabile e montaggio senza soluzione di continuità danno il colpo di grazia a questo capolavoro del non-sense. Ciliegina sulla torta del dramma cinematografico a cui stiamo assistendo è il penoso utilizzo della splendida fuga di Bach per condire in modo assolutamente arbitrario l’obbrobrio visivo davanti ai nostri occhi. E un po' come la cura Ludovico di Arancia Meccanica, anche noi dovremmo metterci ad urlare per la nausea provata nell’abbinare le note del grande Johannes a questa sgradevole esibizione di bruttura in celluloide.

martedì 19 maggio 2020

IL CACCIATORE DI UOMINI

(El Canibal, 1980)

Regia: Jess Franco

Cast: Ursula Buchfellner, Al Cliver, Antonio Mayans

Genere: Horror, Cannibal, Avventura, Erotico

Parla di: “Attricetta rapita nella foresta deve affrontare una mostruosa divinità cannibale con gli occhi a forma di vagina”

L’ epopea “Cannibal” è contrassegnata da una serie di titoli forti come Cannibal Holocaust, Cannibal Ferox o Mangiati Vivi, tutti e tre prodotti italianissimi che dettano gli stilemi del genere e la sua marcata matrice tricolore. Tra tanti difetti e pregi che il genere ha assunto nella prima metà degli anni ottanta, il principale era quello di essere un purissimo Made in Italy laddove i tentativi di imitazione estera non hanno mai dato risultati all’altezza dei capolavori sopracitati, anzi a dirla tutta ci sono casi di pellicole imbarazzanti come il titolo in questione, dove l’imbarazzo aumenta quando si legge la firma del regista, un Jess Franco ridotto ai minimi termini da bisogni alimentari al quale il produttore Julián Esteban Gómez avrà sicuramente detto “Ascolta Jess, voglio un film sui cannibali come fanno in Italia, mettici dentro un po' di gnocca, qualche scena di eviscerazione e immergi tutto nella vegetazione del parco dietro casa!” – Detto fatto, il buon Franco confeziona alla meno peggio un polpettone avventuroso dove un gruppo di malviventi rapisce un’attricetta biondina e stupidina (“Gli uomini non li giudico…li amo!”- la sentiamo dire a inizio film durante un’intervista sul ciglio della strada) per chiedere come riscatto la sciocchezza di 6 milioni di dollari. 

I rapitori hanno però la pessima idea di nascondere la donna all’interno di una grotta nel mezzo di una foresta tropicale dove gli indigeni, che il regista recluta prelevandoli da etnie diverse (un po' di neri, qualche messicano e un paio di arabi) offrono giovinette in sacrificio ad una divinità cannibale, trattasi di un gigantesco nero dalle spalle adunche e due occhioni posticci che nei dettagli in primo piano ricordano vagamente due vagine arrossate. A salvare la rapita interviene l’eroico veterano Al Cliver che si rotola sulla spiaggia travolto dai proiettili e ne esce miracolosamente illeso, salta sull’elicottero in volo e per tendere una trappola ai rapitori si finge morto facendo saltare per aria il veicolo (geniale, vero?). Frattanto la ragazza fugge nella foresta ma viene catturata dagli indigeni e riempita di schifezze sul corpo da giovani festanti tutte nude a cui il regista non lesina vertiginosi primi piani delle parti intime. Franco monta i minacciosi assalti del mostro con esplosivi sonori di ansimi e grugniti, zoomate offuscate che riproducono lo sguardo del cacciatore e dettagli anatomici in primo piano del ridicolo trucco applicato rozzamente sulla faccia del povero nero. 

Lo splatter è relegato ad un'unica inquadratura dove una mano strizza e strappa viscere nel dettaglio, inquadratura che viene ripetuta ad ogni eccidio in compagnia del simpatico dettaglio dei denti del mostro che masticano e salivano sangue. Per il resto si notano incongruenze assurde, dialoghi inconcludenti (“Gli hanno staccato la testa!” – dice uno, peccato che il cadavere di cui si parla non era stato decapitato, vabbè…) e momenti di lotta che fanno sembrare l’esperimento “Empire” di Andy Warhol un frenetico action movie. Unica consolazione di questo disastro in pellicola sono le grazie della teutonica protagonista Ursula Buchfellner, il cui fisico perfetto e così generosamente proposto, se non altro, non ci fa rimpiangere completamente i 90 minuti di vita appena gettati nella selva tropicale.

lunedì 11 maggio 2020

MAD MUTILATOR

(1983)

Regia Norbert Georges Mount

Cast: Robert Alaux, Françoise Deniel, Pierre Pattin

Genere: Trash, Slasher, Horror, Demenziale

Parla di: “Boscaioli assassini, zombie e preti vampiro in un incasinatissimo filmaccio amatoriale”

Il giochino dei bloopers consiste sostanzialmente nel ricercare all’interno di un’opera cinematografica una serie di piccoli errorini che, ad una visione superficiale, non verrebbero rilevati. Nel caso invece di questo slasher ultra amatoriale francese diretto da Norbert Georges Mount, questo giochino deve essere virato al contrario e finalizzato a rintracciare nel film qualsiasi cosa non appaia sbagliata, fuori posto o malrealizzata. Non a caso, infatti, non c’è nulla che funzioni in questo Vhs-movie del 1983 appartenente a quella corrente di oscuri filmacci no-budget senza capo né coda in cui si inserisce anche il più conosciuto Violent Shit di Andreas Schnaas. Partendo da tutta una serie di grandi assenze nel reparto tecnico quali la mancanza di un vero e proprio script, fotografia inesistente, recitazione approssimativa e continui sbalzi di esposizione della videocamera fino ad arrivare al comparto effetti speciali dove dominano incontrastati i visceri recuperati dal macellaio sottocasa con cui vengono riempiti finti manichini che il protagonista (un assurdo boscaiolo psicopatico con una maschera di cuoio sul volto) prontamente massacra con una rudimentale accetta arrugginita. 

Ne fanno le spese prima una famigliola, il cui figlioletto viene macellato sotto gli occhi della madre legata ad uno strano totem pieno di maschere carnevalesche. A seguire anche dei campeggiatori e una giovane ragazza che dopo aver rivenuto l’auto della famigliola si reca alla gendarmeria per denunciare il ritrovamento. In pratica la scena viene realizzata così: prima vediamo l’auto della ragazza in strada, la videocamera inquadra l’insegna della gendarmeria e subito dopo l’auto che se ne torna indietro con sottofondo delle voci (supponiamo quelle dei gendarmi) fuoricampo che dicono di non aver abbastanza elementi per avviare l’indagine. La ragazza torna quindi sulla strada dove ha visto l’auto ma qui viene rapita dal boscaiolo, appena giunti nell’orribile catapecchia del mostro vediamo la giovane che lo abbraccia, stacco, e li ritroviamo tutte e due a letto dormienti. Come se non bastasse, ogni tanto il boscaiolo getta qualche avanzo di carne dentro la botola della cantina. La ragazza incuriosita, sbircia nello scantinato e da qui iniziano a fuoriuscire una serie di ciondolanti zombi truccati con maschere di gesso, che il maniaco dovrà affettare a colpi d’ascia. 

La ragazza intanto si fa dare un passaggio da un prete vampiro (le cui mani vedremo per tutto il film ravanare all’interno del motore della sua auto d’epoca) il quale la ucciderà digrignando allegramente le fauci in una serie di inquadrature che altro scopo non hanno se non quello di sfruttare al massimo la presenza del buon Howard Vernon, unica star degna di rilievo a cui probabilmente non è stato mai fatto vedere il film finito. La cosa più sorprendente rimane comunque la presenza (sia come addetto al make-up sia come attore) di Benoît Lestang, compianto realizzatore di ottimi make-up in film come Martyrs e Il patto dei Lupi, tutt’altro genere rispetto a questa immondizia realizzata con scarti di qualsiasi cosa, riprese bislacche (tra cui un ostentato primo piano del sangue che cola sulla macchina da presa), titoli disegnati a pennarello su una lastra di vetro e un sonoro totalmente distaccato dagli eventi riprodotti. I dialoghi sono fortunatamente rarefatti ma bastano poche battute per capire il livello di cagneria degli attori, tutti probabilmente all’inizio (e per qualcuno anche la fine) della propria carriera, tra questi, in un breve cameo come zombie, anche Jean Pierre Putters, critico cinematografico e fondatore della rivista Mad Movies.

lunedì 4 maggio 2020

LAVALANTULA

(2015)

Regia Mike Mendez

Cast: Steve Guttemberg, Mike Winslow, Marion Ramsey

Genere: Monster Movie, Fantascienza, Commedia, Azione

Parla di “vecchie star di Scuola di Polizia contro invasione di ragnoni sparafiamme”

Sottotitolo ideale per questo monster movie televisivo edito dal prolifico canale SyFy sarebbe sicuramente “Scuola di Polizia Vs. Big Ass Spiders” dal momento che, da una parte il cast ricicla ben tre degli attori storici della saga infinita di Police Academy e dall’altra viene diretto proprio da un regista specializzato in ragnoni quale è Mike Mendez che nel 2013 ci propinò il gigantesco aracnide culone di Big Ass Spider. Appare in ogni caso evidente che Lavalantula è un mix intraprendente tra Sharknado e gli improbabili incroci tra bestie fantastiche (roba tipo Sharktopus, DinoShark o Supergator) tipiche della factory Asylum e compagnia brutta. Nelle prime scene vediamo riesumata un’icona storica del cinema anni ottanta come Steve Guttemberg legato ad una sedia a prendersi un sacco di cazzotti, ma è solo una scena di un film dove l’attore Colton West, ex star della serie televisiva Red Rocket, si rifiuta di girare con gli insetti e viene per questo licenziato. Insomma assistiamo alla solita parabola della stella hollywoodiana in declino che si ritrova al centro di un terremoto con annessa eruzione vulcanica sulle strade di Los Angeles. A questo si aggiungono enormi voragini sull’asfalto da cui emergono enormi ragnoni sparafuoco. 

Il resto del film, come si può ben immaginare, è tutta una corsa del protagonista alla ricerca della propria famiglia dispersa nei meandri della città asserragliata da orribili creature lanciafiamme. Ad aiutare Guttemberg in questa avventura vengono riesumati Michael Winslow e Marion Ramsey, entrambi nel cast di Scuola di Polizia (Il rumorista Larvelle Jones e la timida Hooks). A dimostrazione di quanto il tempo sia implacabile il buon Steve appare con il volto segnato da rughe profonde e la consistenza facciale di una statua di marmo, Winslow visibilmente ingrassato e ingrigito mentre la Ramsey sembra quasi irriconoscibile. Considerazioni sull’abuso di vecchie star a parte, il film di Mendez è comunque spassoso, con una sceneggiatura lineare ed un ritmo frenetico, menzione particolare poi per la realizzazione in CGI dei ragnoni, decisamente sopra la media dei prodotti di quel genere. Quello che purtroppo fa piombare in picchiata l’asticella del trash è l’uso sconsiderato di effetti e effettini computerizzati per realizzare esplosioni e piogge di fuoco.

Non si capisce perché la produzione abbia investito bene sui Models del mostro, sul cast e non sull’uso dei Vfx che sembrano acquistati in blocco su qualche sito da nerd che tentano di imparare a usare After Effects. Il risultato è quindi un’altalena continua tra brutto e bello, tra un dignitoso Bmovie cinematografico e un orribile filmaccio amatoriale televisivo. In ogni caso Lavalantula ha dalla sua il pregio di non prendersi troppo sul serio arrivando quasi ad essere geniale nel finale dove Guttemberg, vestito da Red Rocket (una sorta di Rocketeer color vermiglio) volteggia su un grattacielo sospinto da uno zaino razzo ed inseguito da un enorme Mamalavalantula (la regina madre di tutti i ragnacci). Peccato che il finale giunga un pò troppo affrettato ma niente paura, come da prassi era già in cantiere il sequel 2Lava 2Lantula.

lunedì 27 aprile 2020

THE BRAIN

(1988)

Regia: Ed Hunt

Cast: David Gale, Tom Bresnahan, Cynthia Preston

Genere: Horror, Fantascienza, Grottesco

Parla di: “cervellone alieno gommato induce controllo mentale attraverso programma Tv, ma uno studente cerca di ribellarsi”

Specialista di invasioni aliene a basso costo, Edward Hunt è conosciuto in Italia per un thrillerino mediocre uscito con il titolo Compleanno in casa Farrow (Bloody Birthday, 1981) mentre roba come Starship Invasions, Plague, Alien Warrior e soprattutto questo The Brain rimangono colpevolmente inediti nel nostro paese. Peccato perché la storia di questo mostruoso cervellone alieno che ipnotizza e controlla la popolazione di una piccola cittadina americana attraverso il programma televisivo “Indipendent Thinking” rappresenta una divertente summa del cinema Sci-Fi di serie Zeta ed è comunque un prodottino godibile nella sua bizzarra costruzione cinematografica. Chi ama il cinema gommoso di Charles Band e soci, non potrà che apprezzare l’incipit dove una giovane studentessa viene presa d’assalto da tentacoli oscillanti, orsacchiotti sprizzasangue e masse celebrali che fuoriescono da pareti, porte e specchi. 

Un inizio folgorante che prosegue con la partecipazione di David Gale nel ruolo del Blakely, ipnotico conduttore televisivo in grado, parrebbe, di riconvertire alla retta via i giovani sbandati della comunità. Ne fa le spese il teenager Jim Majelewski (Tom Bresnahan) il quale, pur avendo buoni voti a scuola, non riesce proprio a fare a meno di combinare scherzi nell’Istituto gettando Sodio nelle condutture idriche (Nei titoli di coda si avvisa di non ripetere l’esperimento) o attaccando colla sulla sedia del preside. In accordo tra scuola e genitori, il buon Jim viene convinto a sottoporsi ad una seduta presso il Psychological Research Institute (identificato con l’acronimo PRI) governato per l’appunto da Blakely. Qui viene introdotto da un’avvenente dottoressa che gli apparirà sotto forma allucinatoria a seno nudo prima di essere letteralmente inglobata da uno schifoso cervellone di gomma al quale spunterà successivamente una faccia da canide zannuto. Da qui in poi, per il giovane Jim sarà un pout pourri di corse sfegatate tra strade canadesi spacciate per americane, immensi locali caldaia e infiniti corridoi scolastici, braccato come assassino ed inseguito constantemente da un baffuto infermiere armato di accetta.

Non manca la classica scena di squartamento con motosega, perpetrata ai danni del povero preside dalla sua dolce mogliettina irretita dal Blakely televisivo. Il punto di riferimento principale del film è il capolavoro del controllo alieno Essi Vivono di John Carpenter mentre la decapitazione finale di Gale richiama alla mente il suo precedente successo Reanimator di Stuart Gordon. Ma è sicuramente il mostruoso cervellone il personaggio di punta del film, chiaramente debitore del carotone venusiano de Il Conquistatore del mondo di Roger Corman, spunta da ogni angolo grugnendo come un rottweiller all’ora di pranzo mentre ingloba senza masticazione chiunque gli capiti a tiro, grazie anche all’ausilio di una linguaccia da camaleonte. Contrassegnato vivacemente da musichette synth un po' ripetitive, il filmaccio di Hunt scorre efficacemente lungo i suoi 87 minuti, risultando un carrozzone weird di grana grossa ma estremamente godibile.

martedì 14 aprile 2020

WOLF

(Mnusy hmapa, 1987)

Regia: Sommai Kamson

Cast:  Sorapong Chatree, Pairoj Jaisingha, Lak Apichat

Genere: Avventura, Fantastico, Horror

Parla di: “giovanotto che si trasforma in uomo cane alle prese con loschi criminali e una Strega malvagia”

Il cinema Thailandese, al pari di quello indiano, indonesiano e filippino, è uno scrigno nascosto pregno di delizie trash ancor oggi da scoprire. Grazie alla rete, in questi ultimi anni sono venute fuori chicche comeLady Terminator e Mystics in Bali, ma c’è ancora tanto lavoro da fare, anche se ne vale assolutamente la pena. Per quanto riguarda questa perla thailandese diretta da Sommai Kamson sono bastati una manciata di secondi su Youtube per decretarne il successo con più di 180.000 visualizzazioni di quella che può essere definita come la “peggiore trasformazione in lupo mannaro di sempre”. Insomma si è riusciti a fare peggio del compianto Marco Antonio Andolfi in La Croce dalle Sette Pietre con un’allucinante sequenza dove il protagonista Sorapong Chatree (attore di punta del cinema thai e in particolare nella serie Ong Bak e di recente nella serie dedicata a King Naresuan) sta meditando in una grotta nella classica posizione del loto, quando all’improvviso spunta un cagnolone nero, i due si guardano per un momento e l’animale spara dagli occhi due raggi rossi che colpiscono quelli di Sorapong, a questo punto regna il capolavoro: pezzi di pelliccia nera cominciano a spuntare sulla faccia fino a ricoprirla completamente ed ecco che il nostro eroe si ritrova un enorme mascherone canino al posto del volto e zampe pelose al posto delle braccia. 

Per il resto rimane vestito come prima, senza che la trasformazione intacchi minimamente il vestiario. In realtà poi, nel film, questa sarà l’unica scena di trasformazione del protagonista in uomo lupo, nel restante minutaggio assisteremo alle avventure di un gruppo di baldi giovani alla ricerca di un tesoro sotterraneo tra criminali armati fino ai denti, santoni comandati da un assurdo vate con la parrucca bionda, tentativi di stupro con svestizione completa ed esposizione di parti intime delle vittime femminili davanti alla macchina da presa (perché un accenno di sesso è strettamente necessario alla causa), arti marziali e persino un gruppo di ridicoli zombi che fuoriescono da scatoloni di cartone per poi essere debellati assurdamente da una coppia che comincia a ballare nuda nella grotta con strani movimenti sessuali. Siccome poi al ridicolo non c’è mai fine vediamo anche una ragazza che, risvegliatasi nella sua capanna al suono insistente di un ululato, si siede di fronte ad una sfera di cristallo e gli spunta un assurdo cono di plastica appiccicato sul mento. 


Questo dovrebbe fare di lei una specie di strega, ed infatti, da lì in poi comincerà a emettere risatine sataniche come se non ci fosse un domani. Non manca poi la comparsa che balla nuda al suono dei tamburi tribali, peccato che quando spunta l’uomo lupo (o uomo cane?), invece di manifestare terrore a codesta visione, si allontana pacatamente trattenendo a stento le risate. Il tutto condito da una musica sontuosa che si alterna tra synth-pop e borioso – classica, dialoghi lunghi e farraginosi, sequenze statiche al limite della narco-ipnosi. Insomma un film perfetto per chi ama il trash, unico rimpianto resta il povero uomo cane, avremmo voluto vederlo di più, date le magnifiche premesse regalateci da quegli incredibili 40 secondi di trasformazione che il web ha scoperto recentemente.

lunedì 6 aprile 2020

THE VIDEO DEAD

(1987)

Regia: Robert Scott

Cast: Michael St. Michaels,  Roxanna Augesen, Rocky Duvall

Genere: Horror, Splatter, Commedia

Parla di: “Televisore infernale sputa fuori zombie dallo schermo che assediano gruppo di giovinastri”

(1987)

Regia: Robert Scott

Cast: Michael St. Michaels,  Roxanna Augesen, Rocky Duvall

Genere: Horror, Splatter, Commedia

Parla di: “Televisore infernale sputa fuori zombie dallo schermo che assediano gruppo di giovinastri”

Se c’è una parte da salvare in questo rozzo B Movie da videoteca scalcagnata sono proprio i primi 10 minuti dove vediamo due assurdi facchini consegnare un vecchio televisore ad un solitario scrittore, (interpretato peraltro dal bravissimo Michael St. Michaels che ritroveremo in forma smagliante come protagonista di The Greasy Strangler) il quale non sa proprio cosa farsene dell’arcaico elettrodomestico. Anche a livello di programmi televisivi l’oggetto appare piuttosto carente, trasmette infatti solo un sordido film dell’orrore interpretato da un gruppo di ciondolanti zombie truccati un po' alla disperata. Peccato che il televisore si riaccenda nottetempo e uno degli zombie del film cominci ad osservare insistentemente lo schermo fino a bucarlo e fuoriuscirne letteralmente. I due facchini, accortisi che la consegna era sbagliata, tornano nella casa dello scrittore ma lo troveranno ammazzato misteriosamente. Tre mesi dopo la casa viene riaffittata dai genitori di Zoe (Roxanna Augesen) la quale, nell’attesa che arrivino i parenti, scopre il malefico televisore con tutto quel che ne consegue.

Ispirandosi chiaramente a La Notte dei Morti Viventi di George A. Romero, il regista Robert Scott mette in scena un opera putrida, rozza ed ai limiti dell’amatoriale, gli zombie vengono truccati con stracci e pezze sul viso, il sangue che sgorga nelle scene splatter sembra aranciata ed è tutta una corsa al disgusto più estremo con smembramenti, amputazioni e poltiglie organiche varie tra cui uno zombie segato in due al quale, al fine di produrre maggior schifo, vengono inseriti dei topacci umidicci che scorrazzano allegramente nele sue interiora. La recitazione fa sembrare gli attori del teatro della parrocchia sotto casa meritevoli di entrare nella Hall of Fame di Hollywood mentre le parti d’azione risultano più statiche di una piramide egizia. Detto questo non mancano occasioni di divertimento all’insegna del sano trash anni ottanta esemplificate mirabilmente nello scontro con uno zombie vestito da sposina che maneggia una motosega con abilità pari a quelle di Leatherface. 

Scott, da buon indipendente, scrive e produce oltre che a dirigere, purtroppo per lui le abilità tipiche del cineasta autoprodotto non gli verranno riconosciute, come invece è accaduto per il buon Peter Jackson. La sua carriera cinematografica, in termini di realizzazione di prodotti filmici terminerà nello stesso momento in cui è iniziata, anche se il suo carisma professionale gli permetterà comunque di operare nel variegato mondo dello spettacolo. Lo troveremo infatti successivamente come secondo assistente regista in molti episodi di Beverly Hills, 90210, nel cast tecnico di una boiata colossale come il Dracula Morto e contento di Mel Brooks e in varie serie Tv tra cui Dr. House e Heroes.