lunedì 15 ottobre 2018

LA CROCE DALLE SETTE PIETRE

(Id. 1987)
Regia Marco Antonio Andolfi
Cast Marco Antonio Andolfi, Annie Belle, Gordon Mitchell

PROLOGO
Quando si recensiscono certi pezzi da novanta della cinematografia "trash" italiana bisognerebbe scrivere in posizione "adorante" col viso rivolto verso terra e le gambe inginocchiate, difatti è questa la posizione assunta dal sottoscritto per scrivere la sua seconda recensione del capolavoro di Marco Antonio Andolfi.

La prima recensione potete trovarla qui.

Finanziato inspiegabilmente con contributi statali, "La croce dalle sette pietre" è un film talmente brutto e malfatto da essere oggi giorno considerato uno dei cult assoluti del cinema horror, innanzitutto per la curiosa commistione tra film di licantropi, satanismo e Camorra story, al punto da essere conosciuto anche come "L'uomo lupo contro la camorra" , poi sicuramente per l'imbarazzante recitazione, i clamorosi buchi di sceneggiatura e gli osceni effetti speciali, tutte cose realizzate personalmente dal nostro regista che scrive, produce  e interpreta il protagonista (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf) Marco Sartori, bancario romano che giunge a Napoli per rivedere la cugina Carmela. Ma andiamo con ordine: Il film inizia subito elegantemente offrendoci la sublime vista di una serie di normalissime cantine da condominio, in una delle quali un gigionesco Gordon Mitchell sta organizzando un festino satanico per richiedere la venuta del demone Aborym (rappresentato qui come un grottesco chewbacca). Tra un ciccione che cerca in modo goffo di baciare le zinne a una tipa tutta fetish ed un incappucciato che passa la serata a frustare un altra ragazza mentre questa geme dal piacere ("Il tuo dolore è il mio piacere"), arriva il signore delle tenebre con una maschera da scimmia visibilmente di gomma e un costume di lana alquanto infeltrito.

Dopo esserci divertiti con le ridicole facce del buon Mitchell che sembra isterico mentre recita "Aborì vieni qui!!!... Subito!!!!...Ora!!!  Partono i titoli di testa.
A questo punto appare d'obbligo una riflessione: il film è talmente povero e girato con una pellicola scaduta che, nonostante sia databile nei tardi anni ottanta, sembra uscito direttamente verso la metà degli anni settanta (e non è volutamente retrò).
Marco Sartori arriva alla stazione di Napoli, incontra la cugina Carmela, il dialogo si rivela assolutamente inutile e ci fa da subito capire che quanto scritto in questo canovaccio potrebbe essere rimescolato e utilizzato in qualsiasi altro punto del film senza cambiare una virgola del significato intrinseco dello stesso (il che accade praticamente per tutti i dialoghi della scemeggiatura).
A questo punto la scena cambia e vediamo Mitchell in giacca e cravatta posare in modo statuario sulla spiaggia per una sequenza che avrei visto bene in Gomorra con due tizi che si passano la roba giunta da un ragazzino perplesso che cammina quasi avesse la bici senza sellino. I due si fanno sulla scogliera mentre Mitchell ghigna oscenamente (Mamma mia, è proprio cattivo questo qua!).Marco e Carmella vanno al bar a fare colazione, lei ordina un caffè senza zucchero e va a fare una telefonata in uno di quegli antichissimi apparecchi a gettoni. Dopodichè passeggiano per le strade, arrivano due (quelli che si stavano "perando" prima probabilmente) in motorino e  fottono a  Marco una catenina che teneva appesa al collo, una scena che succede spesso a Napoli, solo che il nostro eroe si dispera in maniera decisamente esagerata e fa intervenire la polizia per inseguire gli scippatori.

Carmela a questo punto scompare inspiegabilmente e non la rivedremo più per tutto il film, in realtà era una finta Carmela, amica della vera cugina che si era spacciata per lei allo scopo di conoscere il bel giovinotto (visto che la cugina gli aveva parlato della visita di Marco). Prendiamo quindi buono questo pretesto per l'uscita di scena di Carmela e proseguiamo con Marco che si reca in una discoteca dove conosce Maria (Annie Belle) una giovane escort che scopre subito di essere innamorata di lui, non si sa per quale motivo, succede...a Napoli!
Marco viene prelevato e malmenato da un gruppo di energumeni, riesce però a scoprire che il ricettatore Totonno 'o cafone (un personaggio ma sopratutto un nome mitico!) potrebbe avere la croce gemmata. Si reca quindi in piena notte a picchiare i pugni a casa di Totonno ma questi dopo averlo insultato in napoletano rivela di non avere più la croce ma di averla venduta a Don Raffaele Esposito, boss della camorra di Torre Annunziata.

Finalmente giunge la prima trasformazione di Marco anche se non la vediamo direttamente,  ci basta ammirare il risultato, dovete infatti sapere che il lupo mannaro, in questo film, viene rappresentato come un uomo completamente nudo ad eccezione di una sorta di parruccone di lana di vetro che gli copre il viso fino all'altezza del naso, Andolfi non mette neanche dei denti finti, per ovviare al problema si limita a digrignare in continuazione emettendo un suono simile ad uno squittio, la peluria copre quindi le mani e il pisello creando quello che forse è il più ridicolo licantropo della storia del cinema. Le apparizioni del mostro si alternano con brevi primi piani di un simpatico cagnolino che forse nelle intenzioni del regista doveva rappresentare la dualità tra l'uomo e la bestia.
In ogni caso il licantropo assale Totonno che, senza essere praticamente toccato, cade a terra e si scioglie tutto in una mirabile dissolvenza realizzata mettendo un manichino in un forno a 180 gradi.
Ma il colpo di genio totale è che il mostro quando è ancora umano risulta vestito, poi diventa nudo (non ci è dato di sapere che fine hanno fatto gli abiti) e quando ritorna normale è di nuovo vestito come prima!!!

Marco torna a casa sua e si mette a letto, nel sonno continua a ripetere il nome di Don Raffaele Esposito quasi ne fosse innamorato mentre sullo schermo scorre quello che vorrebbe essere una sorta di sogno ma in realtà è un arzigogolato montaggio di sequenze passate, presenti e future del film, in pratica Andolfi ci fa vedere un sunto del film di modo che, molto onestamente a mio avviso, se quello che vedremo non ci piace ce ne possiamo anche andare via subito, a riprova che questo spettacolo è riservato a persone dal palato fine e non dal popolo bue ignorante che non è in grado di apprezzare la nouvelle vague del cinema sperimentale di genere!
Accompagnato da Maria, che chissà come e chissà perchè gli si è appiccicata addosso, Sartori si reca Torre Annunziata e, siccome il modo migliore per rintracciare i camorristi è l'approccio diretto, si ferma ad un bar e chiede molto gentilmente dove può trovare Don Raffaele.
Arrivano subito due sgherri del don che lo prelevano e lo portano in una villa, Maria li tallona e, dotata di poteri magici (evidentemente) si intrufola nella villa dove assiste ad un raffinato dialogo campano tra due guardie (una con sofisticati calzini rossi) che concludono la loro diatriba con la tipica espressione gergale dei camorristi, ovvero "Jammè a vedè Maradona!!!"  

Don Raffaè riceve il giovane ma non crede che lui sia venuto solo per la croce pur essendo armato di "una penna e nu fazzoletto bah!" quindi lo fa ammanettare e malmenare dai suoi uomini, siccome Sartori non parla, il boss chiama i siciliani, vediamo quindi George Ardisson nella parte di un credibilissimo mafioso anglo siculo che gli inietta il siero della verità, peccato che improvvisamente sorga la luna piena e finalmente assistiamo alla trasmutazione in dissolvenza del volto di Andolfi, probabilmente Jack P. Pierce a questo punto si sarebbe rivoltato nella tomba assistendo alla eterna e sfiancante (almeno per lo spettatore) trasformazione "un pelo alla volta" della faccia digrignante del nostro eroe, contrassegnata da continui ululati che sembrano uscire da un megafono alla stazione della metropolitana.

Il mostro compie un massacro (dipende dai punti di vista dal momento che appena tocca qualcuno questo muore senza motivo), Maria lo recupera ma ancora niente croce. Attraverso un flashback vediamo finalmente a che minchia serve sta croce gemmata! La mamma di Marco era una seguace di Aborym e dopo aver copulato con lui in una scena eccitante quanto una colonscopia ha dato alla luce il nostro protagonista (ovviamente biondo da bambino nonostante il protagonista in età adulta sia improvvisamente diventato castano scuro) mettendogli sta croce al collo per evitargli di prendere la mostruosa strada paterna. Entra in scena aborym e con una voce che sembra appartenere ad un alcolizzato dell'oltretomba piuttosto che ad un demone, da della sgualdrina alla donna e gli fa esplodere lo stomaco.
Adesso è tutto più chiaro, ma la croce è stata donata ad una fattucchiera da cui si reca Marco. Dopo un dialogo imbarazzante in cui Andolfi sembra essersi improvvisamente addormentato (vedere per credere!) questa gli dice che bisogna aspettare non si sa cosa, poi i due si spogliano (anche se lui è attivo come una cozza) e fanno sesso (massì va passiamo il tempo in modo piacevole), Marco mentre la sta penetrando (almeno pare ma vista la posizione che assumono non ci giurerei) si trasforma, riempie di bava schiumosa la tipa urlante e la deflora a morte (si, insomma si vede il sangue sulle parti intime della donna).
Maria giunge sul luogo del delitto, trova la croce e anche la bestia che gli mette le mani al collo, molto tranquillamente direi, ed altrettanto con calma la ragazza, senza provare alcun patema nonostante sia molto prossima alla morte, gli allaccia la croce al collo ponendo fine alla maledizione.
A questo punto è tempo che i cattivi muoiano e quindi Gordon Mitchell fa un incidente in auto tutto da solo, muore e la gente che lo soccorre assiste alla sua istantanea decomposizione.
Lieto fine con retrogusto cattolico e gita papale inclusa per la nostra coppia (è noto che i figli del demonio si rechino spesso a far visita al Papa) mentre i titoli di coda scorrono davanti alla cupola di San Pietro.
Attore espressivo quanto una colata di cemento, sceneggiatore di fotoromanzi e raffinato regista, Marco Antonio Andolfi, inspiegabilmente,  non ha più lavorato nel cinema fino al 2008 quando, dopo essersi reso conto che qualcuno aveva rivalutato la sua schifezza, ha deciso di realizzare una sorta di mediometraggio sequel dal titolo "Riecco Aborym", intimistica rilettura del mito intervallato da scene riprese dal film originale, insomma nonostante gli anni Andolfi non ha perso la sua straordinaria capacità di allungare il brodo trasformando la merda in oro colato!
Recentemente Andolfi è comparso come attore nel mio secondo film "Dolcezza Extrema", se volete potete recuperarlo qui

EPILOGO
Finalmente la recensione è finita, posso tornare alla mia posizione normale pur conservando negli occhi quella punta di commozione inevitabile quando si parla di certi capolavori (sigh!). Ovviamente è d'obbligo la visione del film in posizione canonica!

mercoledì 10 ottobre 2018

DOGS - QUESTO CANE UCCIDE

(Dogs, 1976)
Regia Burt Brinckerhoff
Cast David McCallumSandra McCabeGeorge Wyner 


Chissà se qualcuno si ricorda di questo filmaccio di Burt Brinckerhoff che alla sua uscita nei cinema ebbe un più che dignitoso successo (ma negli anni '70 qualsiasi schifezza andava bene...bei tempi), un Horror naturalistico in cui un reattore nucleare fa impazzire tutti i cani (e solo quelli) di una piccola cittadina americana. Dapprima attaccano di notte le pecore poi gradualmente, riuniti in branchi, iniziano a sterminare gli uomini culminando in un massacro generale al campus studentesco. 

Interpretato da attori sconosciuti quali David McCallum (dall'inconfondibile taglio di capelli a scodella) e Sandra McCabe, il film è comunque un piccolo cult da riscoprire, sia per alcune scene particolarmente efferate, sia per il più animalesco omaggio a Alfred Hitchcock nella storia della cinematografia horror, rivediamo infatti la famosa scena della doccia di Psycho  con la variante che, stavolta, l'assassino non è Norman Bates ma un ferocissimo dobermann zannuto! 

Esiste anche una citazione di "The Birds " con i cani che cercano di entrare nel garage dove i nostri eroi si sono rifugiati.  Era tipica degli anni '70 questa cinematografia animal horror in cui la natura si ribellava all'uomo tramite le creature ad esso più vicine, in questo caso il cane, miglior amico dell'uomo si trasforma nel suo peggior incubo, ad esso seguiranno film quali "The Pack" e "Cujo" ma se sconfiniamo nelle invasioni animalesce generiche troviamo una immensa cinematografia fatta di insetti, rettili, vermi e piranha da far rabbrividire. 

lunedì 1 ottobre 2018

KING KONG CONTRO GODZILLA

(Gamera tai daikaiju Guiron, 1969)

Regia Noriaki Yuasa

Cast Nobuhiro KajimaMiyuki AkiyamaChristopher Murphy


Voi ultratrentenni malati di mente che avete passato metà della vostra infanzia davanti al televisore a vedere, in oscuri pomeriggi di svago, film come questo, popolato da creature gommose che si combattono a suon di strilla metalliche in omaggio al primo Godzilla, il cui verso era ricavato da una rielaborazione dello stridio di un treno, voi ultratrentenni, dicevo, sapete spiegarmi con che faccia i distributori  italiani hanno potuto presentare al pubblico del cinema, un film intitolato King Kong contro Godzilla in cui dei due mostri originari, non vi era alcuna traccia? 

Quanti bambini avranno truffato presentandogli col nome di King Kong un tartarugone spaziale che era già stato protagonista di film come "Gamera contro il mostro Gaos" e che, in effetti si chiamava Gamera? Per non parlare di Godzilla, qui rappresentato da un varano col naso a sciabola chiamato Guiron! Il plot fantascientifico (che in Giappone rientra in quella saga di mostri degli anni '60 chiamata Kaigju eiga) non sarebbe poi stato neanche male (due mostri che si scontrano nello spazio e dei bambini a cui gli alieni vogliono mangiare il cervello) se ci fosse stato presentato diversamente. invece, i soliti italiani, pur di guadagnarci non guardano in faccia a nessuno, nemmeno ai bambini i quali, credendo di andare ad assistere alle imprese dei loro mostri preferiti, si sono ritrovati, loro malgrado, invischiati in creature pressoché sconosciute delle quali, vista l'abbondanza, in quell'epoca, di film giapponesi di mostri ciondolanti come vecchi coppertoni. Cari, cari mostri inespressivi che avete riempito la nostra infanzia di quel meraviglioso mondo che era la nostra innocenza.

domenica 23 settembre 2018

LES DÉMONIAQUES

(Id. 1974)
Regia Jean Rollin
Cast Joëlle CoeurJohn RicoWilly Braque


Già dai titoli di testa Jean Rollin mette subito le cose in chiaro: Les Demoniaques è un film espressionista, un'opera personalissima con varie chiavi di lettura e sopratutto un appeal visionario e autoriale particolarmente evidente. I protagonisti di quella che si potrebbe definire una vecchia leggenda marinara sono tutti malvagi ed infatti il regista francese li presenta subito dopo il titolo con un commento parlato che ne evidenzia sopratutto la malvagità. C'è il capitano (John Rico) crudele e autoritario, innamorato della splendida ma perfida Tina (indimenticabile Joëlle Coeur sopratutto per le forme, ehm!) e al seguito dei due amanti diabolici, il losco Bosco (Willy Braque) e il viscido ma succube Paul (Paul Bisciglia). I quattro più che marinai sono sciacalli che vanno a raccogliere i tesori riaffiorati dalle rocce su cui si frantumano le navi. Ma una sera oltre ai tesori riaffiorano anche due giovinette sopravvissute al naufragio. I quattro non ci pensano due volte, stuprano e picchiano a sangue le due malcapitate dopodichè vanno a ubriacarsi nella taverna gestita da una vecchia che predice il futuro.

Qui il capitano comincia ad avere allucinazioni con le due ragazze trasformate in zombi sanguinolenti. Intanto arriva un marinaio che afferma di avere visto delle ombre nel cimitero delle navi (ovvero dove si è consumato il delitto dei quattro). Tornati sul posto i quattro malfattori scoprono che le due ragazze non sono morte e cercano di catturarle. Ma le due, nonostante le privazioni riescono a raggiungere le rovine di una vecchia cattedrale dove incontrano una tipa vestita da clown (Mireille Dargent già vista anche ne la Rose en Fer con lo stesso medesimo vestito) questi le accompagna al cospetto del diavolo in persona con cui hanno un rapporto sessuale da cui acquisiscono dei poteri attraverso i quali potranno eseguire la propria vendetta.

Peccato che poi alla fine 'sti poteri non serviranno a un cavolo in quanto i malfattori moriranno per cause estranee, uno inciampa in un bottiglione e si sgozza, Tina viene strozzata dal capitano in un raptus di follia, Bosco viene pugnalato sempre dal capitano che alla fine, mentre l'alta marea avvolge le due demoniache giovinette (che nel frattempo hanno barattato i loro poteri per salvare il clown) nude e incatenate a una barca, si redime e muore nel tentativo di salvarle. Il mare inghiotte tutti quanti sotto gli occhi di una processione di monaci con tanto di crocefisso ferroso.
Les demoniaques rappresenta uno dei titoli più strani di Rollin, una sorta di fiaba dark dalle suggestioni antiche, molte le scene di nudo, risse nella taverna, un pò di sangue e molte inquadrature poetiche, ottime le location e i costumi, qualche incertezza nella recitazione. Sicuramente un'opera particolare e bizzarra.

lunedì 17 settembre 2018

REEFER MADNESS

(Id. 1936)
Regia  Louis J. Gasnier
Cast  Dorothy ShortKenneth CraigLillian Miles 


Forse uno dei primi e più famosi esempi di  exploitation cinema (ovvero quelle pellicole che trattano un determinato argomento spesso violento o scabroso) questo film nacque attraverso il finanziamento di una piccola comunità cattolica al fine di illustrare i pericoli e i devastanti effetti dell'uso della Marihuana sopratutto nei riguardi dei giovani. Nota anche con il titolo "The Burning question" o "Tell your children" la pellicola di Louis J. Gasnier è paradossalmente diventata, nel tempo, una sorta di guida per novizi sull'impiego di sostanze stupefacenti grazie ad una certa precisione nello descrivere i trucchi ed i segreti per nascondere la droga nelle scarpe, all'interno di un libro oltre a tutte le informazioni necessarie su come rollarsi una canna. In ogni caso siamo di fronte ad un cult di incredibile originalità, un manifesto di propaganda che si trasforma in una testimonianza dell'ingenuità dei tempi passati nel trattare problemi delicati e spinosi come quello della droga. 

La storia del film illustra in maniera piuttosto esplicita cosa può accadere a chi cade nelle devastanti trame della Marihuana attraverso le vicende di due bravi ragazzi quali  Bill Harper (Kenneth Craig) e la sua fidanzatina Mary (Dorothy Short). Introdotto da un monito ai genitori degli studenti da parte di un sedicente Dr. Carrol (Dorothy Short) il film prosegue con Bill che finisce nelle grinfie di Jack (Carleton Young) e Mae (Thelma White), due malviventi che forniscono droga a Ralph (Dave O'Brien) e Blanche (Lillian Miles) nel loro stesso appartamento dove organizzano festini illegali a base di sigarette dopate. Bill finirà nelle grinfie di Blanche che lo inizierà alla Marihuana mentre Ralph tenterà di farsi Mary, stordito dalla droga Bill litiga con Jack al quale partirà un colpo di pistola che ucciderà Mary. Arrestato per Omicidio, Bill verrà processato e condannato all'impiccagione ma grazie all'intervento della polizia che arresterà i malviventi e Blanche scagionerà completamente Bill prima di suicidarsi. 

Colpiscono molto certi stereotipi sull'uso della Marihuana ma sopratutto le facce assatanate dei fumatori, tutti intenti a ridacchiare con gli occhi sbarrati. Il tutto condito da una velata accusa alla musica del diavolo (Così era considerato a quei tempi il Jazz) che sottolinea in sottofondo le drammatiche gesta a cui assistiamo. Non a caso il primo drogato che viene individuato nel film è il pianista del bar dove i giovani si ritrovano a ballare. Nel 2005 questo film ha anche ispirato un musical che, ovviamente, rende omaggio all'involontaria comicità di questo piccolo capolavoro nascosto. Non so voi, ma dopo averlo visto, mi è venuta voglia di farmi una canna!

martedì 11 settembre 2018

HORROR OF THE BLOOD MONSTERS

(Id. 1970)
Regia Al Adamson
Cast John CarradineRobert DixVicki Volante


Al Adamson ha realizzato almeno una decina di film in cui la parola "Blood" era di rigore, questo anche grazie alla propensione del nostro per il riciclaggio cinematografico, questa volta parliamo di un film filippino in bianco e nero che viene completamente destrutturato e montato con scene aggiuntive ad opera del regista, il quale ci delizia con uomini dai finti canini zannuti giganti che sporgono beffardi dalle bocche dei mostri che hanno ormai conquistato il mondo occidentale. Per ovviare al Bianco e nero del prototipo originale Adamson ha inventato il rivoluzionario sistema "Spectrum X" con il quale troneggiavano i manifesti e le locandine all'epoca. 

In realtà Al Adamson ha semplicemente virato le scene sui colori basilari cambiandone colore a seconda della scena. Per il resto il film si divide tra scene selvagge in cui primitivi dentuti cercano di distruggere gli esseri umani. Gli eroi della situazione sono i soliti astronauti capitanati da John Carradine che devono indagare sulla natura delle misteriose mutazioni avvenute sulla terra. Sul pianeta maledetto troveranno di tutto, uomini pipistrello, uomini aragosta, uomini vampiro (incredibili e divertentissimi i rozzi costumi di questi mostri) ma alla fine risolveranno il problema. 

E' sintomatico che, in un film titolato al sangue, non se ne veda manco una goccia, tuttavia il prodotto è alquanto intrigante per le ambientazioni molto anni '60, per la rozzezza degli effetti che rendono il tutto altamente divertente. In Italia questo film ebbe una fugace apparizione nei cinema con l'improbabile titolo " 7 per l'infinito contro i mostri spaziali" (eh?).

lunedì 3 settembre 2018

L'INVASIONE DELLE API REGINE

(Invasion of the bee girls, 1973)
Regia Denis Sanders
Cast William SmithAnitra FordVictoria Vetri


Nei sotterranei archivi di una cinematografia nascosta, Bee Girls rappresenta una piccola perla, prototipo del vero cinema di exploitation anni '70, quei films, per intenderci, in cui tutti gli attori vestivano completamente in jeans con i capelli a caschetto. Nella pellicola diretta da Denis Sanders troviamo tutti quegli elementi che hanno condizionato la science fiction dell'epoca, ovvero i richiami alla rivoluzione sessuale e i pericoli nascosti dal governo e dagli esperimenti scientifici. In questo caso il male è nascosto nella donna, mutata ad ape regina che cerca di fecondarsi attraverso la ricerca spasmodica del sesso e uccide le sue malcapitate vittime maschili nell'estremo sforzo dell'accoppiamento. 

Il tutto all'interno di un centro di ricerche di uno sperduto paesino della provincia americana dove l'agente della sicurezza Neil Hagar (William Smith) deve vedersela con una serie di morti per trombosi mentre in tutta la zona comincia a spandersi il terrore di un cordone sanitario che imponga l'astinenza come forma di prevenzione al terribile male che affligge la cittadina. All'interno di una storia che si sviluppa come un'indagine diretta magistralmente scopriamo a poco a poco come questa mutazione spande i suoi semi a tutte le donne fino a crare una sorta di psicosi dove un gruppo di bulli cerca di stuprare Victoria Vetri per vendetta e dove un distinto medico tradisce la moglie per Anitra Ford che interpreta la dottoressa Susan Harris in realtà untrice principale di una mutazione che trasforma gli occhi delle appestate in vitrei globi oscuri da insetto. 

Pulsazioni Cormaniane che si rimandano a The Wasp Woman, sesso accennato con generose visuali di prosperose nudità (che belli quei nudi ancora umani e non più stravolti dal silicone!) ed una psicosi ben espressa attraverso un plot narrativo efficace e divertente. Un film che scorre via liscio ma che carica i propri contenuti sessuofobi all'interno di una generazione ormai divorata dalla pornografia e dal libertinismo più espansivo...tutto questo prima che arrivasse l'AIDS!