sabato 25 luglio 2020

TERMINATOR 2 - SHOCKING DARK



(1989)

Regia Bruno Mattei

Cast: Geretta Geretta, Haven Tyler, Christopher Ahrens

Genere: Fantascienza, Horror, Apocalittico

Parla di "spedizione militare si scontra con mostruose creature geneticamente modificate in laboratori nascosti sotto una Venezia postatomica"

Quello che mi è sempre piaciuto del cinema è che mescolando i generi se ne creano di nuovi, stessa cosa vale anche per i soggetti, mescolando alla rinfusa le trame di film diversi, ne esce sempre uno nuovo anche se in difetto di originalità come spesso e volentieri è accaduto all'interno del cinema italiano del secolo scorso. Caso quanto mai esemplificativo di questa mia astrusa teoria è lo splendido Terminator 2 di Bruno Mattei (accreditato con il suo nome anglofono Vincent Dawn) che all'estero è conosciuto anche come "Shocking Dark". Dal titolo si potrebbe supporre che il principale riferimento è il film di John Cameron, e invece no, anche perchè il cyber-killer del titolo appare solo a fine film mentre il resto dello spettacolo è obbiettivamente una scopiazzatura di Aliens-scontro finale con tanto di sergente di colore donna cazzuto (interpretata dall'attrice americana Geretta Geretta) e bambina (vabbè adolescente direi) terrorizzata che si nasconde in mezzo ai cunicoli di metallo. 

Il lampo di genio però è da addebitarsi tutto al buon Claudio Fragasso autore di soggetto e sceneggiatura, il quale ha la bellissima pensata di ambientare il tutto in una Venezia Post-atomica, distrutta e abbandonata da esalazioni tossiche che pervadono le acque dei canali. Ma la pensata avrebbe dei costi eccessivi se si decidesse di ambientare tutta la storia nella Serenissima, per cui genialata nella genialata, tutta la storia si svolge nell'acquedotto sotterraneo dove una task force (che si fa chiamare Megaforce forse in omaggio al film di Hal Needham del 1982) di marines viene mandata a scoprire cosa cazzo sta succedendo negli uffici della Tubular Corporation, multinazionale miliardaria che si occupa di bonificare le acque della città. Capitanati dalla biologa Sara (Haven Tyler) i soldati si troveranno a combattere contro mostruosità filamentose dalla faccia da pesce e da polipo meccanico, capaci di imbozzolare le loro vittime per covarci dentro i loro cuccioli. 

Siccome però stiamo parlando di un film di fantascienza ambientato a Venezia, è bene che la città si veda almeno un poco, così ecco la terza genialata, il viaggio temporale attraverso cui Sara e la ragazzina (recuperata in mezzo agli enormi tubi della stazione idrica) fuggono da un'esplosione generale con tanto di voce femminile che annuncia festosa il tragico countdown. Le due finiscono quindi nella Venezia dei giorni nostri, inseguite da un pazzo terminator assassino che cerca di nascondere le tracce delle malefatte operate dalla Tubular. Reso credibilissimo da una fotografia in stato di grazia che predilige colorazioni blu metalliche proprie degli anni ottanta, da effetti speciali dei Fratelli Paolocci che, dove inquadrate, rendono alla perfezione le mostruose creature ittiche, il film alterna momenti di buona tensione a situazioni al limite del plagio, eppure se si dovesse rapportare l'efficacia di un titolo in funzione al budget impiegato, queste produzioni nostrane, benedette dall'angelo dei B-Movie, vincerebbero a mani basse per quanto siano convincenti nella loro ridicolaggine.


martedì 7 luglio 2020

FREAKED - SGORBI

(Freaked, 1993)

Regia Alex Winter, Tom Stern

Cast: Alex Winter, Brooke Shields, Randy Quaid

Genere: Horror, Fantascienza, Demenziale

Parla di “attore ingaggiato da multinazionale per promuovere diserbante tossico si ritrova mutato in mostro da gestore di orrendo parco di divertimenti abitato da freaks”

Alex Winter e Tom Stern, duo comico celebrato nel programma The Idiot Box, hanno trovato la loro strada professionale nel mondo delle produzioni televisive e nei documentari, ma il loro nome sarà per sempre associato nella settima arte per aver dato vita ad un cult anni novanta dal titolo Freaked, piccola produzione caratterizzata da un umorismo demenziale e di grana grossa mescolato all’uso ed abuso di pupazzerie mostruose. Analogalmente ad altri titoli cult usciti nel periodo fine anni ottanta il suo passaggio nelle sale è stato più o meno associato a quello di una meteora ma nel tempo, anche grazie a sporadici passaggi televisivi e la distribuzione nelle videoteche, si è ritagliato un piccolo stuolo di fans appassionati. Nel nostro caso siamo di fronte ad un mix tra le produzioni Troma del periodo e le orrende mutazioni gommose anni ottanta partorite dalla fucina di Charles Band e soci, il tutto mescolato con una comicità grottesca e di facile presa tipica del cinema di Zucker-Abrahams-Zucker, per non parlare poi dell’infinita e sfiancante saga di Scuola di Polizia dalla quale la pellicola eredita il cameo di Bobcat Goldthwait (il criminale Zed del secondo episodio poi divenuto a tutti gli effetti membro della squadra). 

Il protagonista della vicenda è l’attore Ricky Coogan (Alex Winter) che viene assoldato dalla Compagnia EES (che in Italiano diventa “esportiamo tutto tranne le scarpe”) per reclamizzare un diserbante altamente tossico, lo Zygrot-24. Insieme all’amico Ernie (Michael Stoyanov) Ricky giunge nella cittadina di Santa Orgasm, non prima di essere stalkerizzato da un allucinante bambinetto di nome Stuey Gluck che si reputa suo super fan. Per sbarazzarsi del ragazzino con i denti da castoro, Ricky ed Ernie lo gettano fuori dall’aereo. Una volta atterrati, i due incontrato l’avvenente ambientalista Julie (Megan Ward) con cui intraprendono un viaggio. Sulla strada scoprono un assurdo parco di divertimenti chiamato Freek Land il cui proprietario Elija (Randy Quaid) sperimenta lo Zygrot-24 per creare assurde mostruosità che, per inciso, sono il piatto forte del film. Senza dover scomodare il capolavoro di Tod Browning (dove i mostri erano reali e non di gommapiuma), c’è da sbizzarirsi nel campionario di mascheroni presente nel film, come ad esempio: Nosey, l’uomo naso, Sockhead con la testa da sockmonster, worm, l’uomo lombrico e anche l’uomo cane (interpretato da Keanu Reeves anche se mai accreditato). Tra questi spunta anche Mr.T (quello di A-Team) nell’irresistibile personaggio della donna barbuta. Altre macchiette ci riservano un immaginario trash difficilmente dimenticabile tra cui spicca il cowboy (una specie di mucca parlante con il cappellone a falde che sembra uscita da un filmaccio della saga di Toxic Avenger) e the eternal flame ovvero uno scureggione senza fine i cui peti costituiscono una fiammata continua.

In tutto questo diverte anche la presenza di Brooke Shields che acquista punti di simpatia nel proporsi in un film del genere ma soprattutto senza prendersi sul serio (e come potrebbe?). Finale epico a colpi di mostruosità giganti in cartapesta che sembrano uscite da un incubo della rivista MAD, dosi di punk rock nella colonna sonora, la produzione di Stephen Chiodo (Killer Clowns from outer space) e le creature di  Screaming Mad George completano un’opera troppo a lungo sottovalutata ma talmente iconica da farci rimpiangere l’irresistibile anarchia trash degli anni novanta. Da notare che la collaborazione tra Alex Winter e Keanu Reeves aveva già prodotto la saga di Bill & Ted's Excellent Adventure nel 1989 e Bill & Ted's Bogus Journey del 1991 (questo giunto a noi con il titolo Un Mitico Viaggio) oltre all’omonima serie televisiva.

lunedì 15 giugno 2020

ROBO VAMPIRE

(1988)
 
Regia Godfrey Ho

Cast Robin Mackay, Nian Watts, Harry Myles

Genere Horror, Fantascienza, Action, Thriller, Fantastico

Parla di “vampiri cinesi saltellanti, robottoni di gommapiuma, narcotrafficanti e santoni sparascintille”

La leggenda del vampiro, nell’estremo oriente, trova la sua più classica espressione nel mito dei jiangshi, una specie di succhiasangue vestito con un lungo vestito blu intonato al colore cianotico della pelle ed al ridicolo cappellone squadrato. Ma ancora più ridicola appare la loro camminata saltellante con le braccia distese in avanti quasi fossero degli zombie. Il mito del vampiro cinese è in effetti un misto di leggende occidentali tra cui anche quella del Golem, restano infatti immobili quando gli si mette una specie di pergamena sulla faccia (modello scontrino fiscale). Con queste premesse il prolificissimo regista orientale Godfrey Ho non poteva che dirigere un film di culto nella cinematografia trash aggiungendo a questo una assurda scopiazzatura di Robocop senza peraltro avere la stessa tecnologica e gli stessi Vfx a disposizione rispetto agli americani. Insomma Robovampire aveva a disposizione tutti gli elementi necessari per entrare di diritto tra i film più ridicoli di sempre e difatti le aspettative non sono state disattese. 

La trama, tra le più confuse e pasticciate di sempre, vede un manipolo di narcotrafficanti coadiuvati da una specie di santone ninja che risveglia un esercito di jiangshi saltellanti tra cui una specie di scimmione capellone con una maschera comprata dal rigattiere sotto casa. Tra zompi, saltelli, piroette e abuso di petardi spara scintille in sostituzione dei classici raggi laser, i narcotrafficanti rapiscono un’agente occidentale, una discreta sventola bionda a cui viene applicata la tortura della goccia e, dal quel momento in poi, la ragazza comincia a fare delle smorfie assurde agitando la testa come in preda ad una possessione demoniaca degna di Riposseduta (Repossessed, 1990). 

Il santone poi deve vedersela con una specie di maga svolazzante che indossa un vestitino trasparente tanto per far vedere anche qualche tetta bianchiccia e buttarci dentro quel pizzico di fantasy che in un minestrone fantahorror non deve mai mancare. A questo punto entra finalmente in scena il Robowarrior ovvero un estratto di un povero agente di Polizia ferito in uno scontro, eccetera eccetera (alla trama ci aveva già pensato Veroheven), peccato che il design dell’automa si riduca ad una assurda tutona argentata e imbottita con gommapiuma ed al povero attore inserito al suo interno viene affidata totalmente la meccanica dei movimenti. Il novello Michael Jackson cinese deve quindi muoversi un pò come David Zed (chi non lo conosce vada subito a recuperare qualche puntata di “Pronto Raffaella?) e parlare con un filtro robotico, armato di un gigantesco mitragliatore. Gli scontri con i vampiri saltellanti che si mettono in cerchio a saltellare contro il robottone sono tra le cose più assurde mai viste nel mondo della settima arte ma è l’anarchia generale che conquista decisamente in quest’opera, si ha la sensazione, infatti, che al ciak d’inizio il regista (che ci regalerà anche un seguito ancora più disastrato di questo titolato “Devil’s Dynamite”) si sia alzato e abbia detto “fate un pò come cazzo vi pare, io vado a bermi un bel sake”! 

lunedì 8 giugno 2020

QUELLA VILLA IN FONDO AL PARCO

(1988)
Regia: Giuliano Carmineo
Cast: Eva Grimaldi, Janet Agren, David Warbeck
Genere: Horror
Parla di: “Omuncolo ratto figlio di topo e di scimmia, semina il terrore nelle strade di Santo Domingo”
 
Per gli amanti del cinema trash, questo film si potrebbe tradurre con il titolo “Weng Weng meet Horror” dal momento che il vero protagonista della pellicola di Giuliano Carmineo è l’attore dominicano Nelson de La Rosa, deceduto nel 2006, il quale, analogamente alla celebre star filippina, era anch’egli affetto da nanismo, con un’altezza ancora più estrema rispetto al protagonista di “For your eight only”, se Weng Weng misurava infatti 83 cm, De La Rosa arriva a misurare non più di 71 cm. Truccato di nero, con enormi denti posticci, l’attore dominicano interpreta una mostruosità da laboratorio genetico (anche se nel film ci si limita ad una cantinaccia lurida piena di vecchie gabbie piene di sorci) frutto dell’assurdo incrocio tra lo sperma di topo e l’utero di scimmia, con tanto di zampette acuminate da cui secerne un mortale veleno che provoca l’istantanea paralisi delle vittime. Fuggito dall’angusta gabbietta in cui era relegato, il nostro rat-man gironzola per le spiagge di Santo Domingo, ammazzando tutti quelli che incontra, fino a colpire una giovane modella che indossava gli abiti della collega Marlis (Eva Grimaldi) che a sua volta si reca nella giungla per un servizio fotografico. 

Il ritrovamento del cadavere della modella induce la polizia a contattare la sorella di Marlis, Terry (Janet Agren), la quale incontra al suo arrivo lo scrittore di gialli Fred (David Warbeck) che la supporta nell’indagine. Appurato, infatti, che il cadavere rinvenuto non è quello di Marlis, Terry decide di rintracciare autonomamente la sorella che nel frattempo ha trovato alloggio proprio dallo scienziato creatore dell’uomo topo. Senza citare necessariamente Tod Browning e il suo capolavoro Freaks, l’effetto mostro interpretato da un attore nano, fa il suo porco effetto, se poi vogliamo cimentarci in una disquisizione etica sullo sfruttamento cinematografico degli infelici, vorrei comunque ricordare che è una prassi conclamata nel mondo della settima arte, ad oggi ancora in voga soprattutto nel genere Fantasy/Horror. 

In generale comunque il film di Carmineo, regista poliedrico capace di passare dal western alla commedia sexy, al trash di Pierino fino al thriller, oltre ad essere considerato un cult, merita comunque il pieno apprezzamento. Sia per l’originalità della trama, sia per il saper dosare correttamente il pathos senza scadere nel ridicolo, ma soprattutto perché riesce a rendere incredibilmente credibile anche Eva Grimaldi nella sua parte oltre, ovviamente, al pregio di regalarci un’indimenticabile nudo di doccia della nostra splendida attrice. Merito anche della sceneggiatura del bravo Dardano Sacchetti e di un cast di fulciana esperienza, non a caso produce la Fulvia Film, artefice dei migliori capolavori di Lucio Fulci.

mercoledì 3 giugno 2020

LIVE FREAKY! DIE FREAKY!

(2006) 

Regia John Roecker 

Cast Billie Joe Armstrong, Lars Frederiksen, Asia Argento 

Genere: Animazione, Musical, Black Comedy, Horror 

Parla di: “Tentativo di narrare in salsa grottesca gli omicidi Manson con un gruppo di bruttissimi pupazzi di plastilina” 

Dopo aver letto Helter Skelter di Vincent Bugliosi e Curt Gentry, appassionante documento che narrava in maniera alquanto dettagliata, soprattutto dal punto di vista istruttorio, del caso Charles Manson, mi sono andato a recuperare tutta la filmografia legata agli avvenimenti relativi al massacro di Cielo Drive che portarono all’omicidio di Sharon Tate e dei suoi invitati. Tra i titoli disponibili (a cui va aggiunto l’ottimo film di Tarantino C’era una volta a Hollywood) spunta anche questo Live Freaky! Die Freaky! di John Roecker, regista accostato spesso alla scena new punk dei primi anni duemila e in particolare per la sua collaborazione con i Green Day che è culminata nel documentario Heart like a hand grenade dedicato al gruppo capitanato da Billie Joe Armstrong. Non a caso l’intera band presta la propria voce nel film oltre alla partecipazione di star del punk come Lars Frederiksen (Rancid) e Henry Rollins (Black Flag) oltre alla nostra arcinota eroina Asia Argento. 

Il tutto realizzato con la tecnica claymation, ovvero l’uso di personaggi in plastilina animati a passo uno. La cosa che stupisce nel film, oltre alla bruttezza intrinseca dei personaggi, realizzati e animati con imperizia totale e privi di quella compattezza necessaria quando si usano certe tecniche di animazione, è il desiderio ossessivo, da parte del regista (che è anche l’autore della storia) di voler dire la sua nei confronti dei fatti narrati, utilizzando un’inutile verve grottesca e volgare per descrivere personaggi (e in particolare le vittime del massacro) trasformandoli in macchiette negative e insopportabili, quasi a giustificare la brutta fine che hanno fatto. Sharon Tate (che diventa Sharon Hate perché tutti i cognomi vengono camuffati togliendo la lettera iniziale e sostituendola con una H) diventa così un’inquinatrice seriale, dedica a sniffare quintali di cocaina mentre il parrucchiere Jay Sebring narra turpi abitudini omosessuali e finisce decapitato in una pozza di sangue, la sua testa ancora viva si delizia a succhiarsi il proprio pene. 

Tralasciando sull’idiozia generale dei dialoghi, infarciti di battute gratuite e assolutamente poco divertenti, il film sconfina spesso nel musical con canzoncine idiote e banali. Il tutto introdotto da un incipit post-apocalittico di cui non si capisce il senso. Se in certi punti il delirio visivo prende il sopravvento con sequenze oniriche dove il sesso è volutamente protagonista, il resto del film tende a perdersi senza soluzione di continuità. Come già detto la Claymation sembra realizzata dai bambini dell’asilo e l’estetica dei personaggi sembra non riuscire mai a trovare una propria stabilità estetica. Forse in tutto questo c’entra il tentativo di realizzare un film punk, estremo e sarcastico, ma non si capisce perché andare a dissacrare un episodio nerissimo di cronaca quando c’erano tante altre storie americane da cui attingere un messaggio anarchico magari più condivisibile.

lunedì 25 maggio 2020

DEVIL STORY

(Il était une fois le diable, 1986)

Regia: Bernard Launois

Cast: Véronique Renaud, Marcel Portier, Catherine Day

Genere: Horror, Demenziale

Parla di “Maniaci vestiti da SS, Mummie Viventi e ragazzine spititate, un cavallo e un gatto satanico ed un vascello maledetto”

Poliedrico mestierante cinematografico d’oltralpe, Bernard Launois non ha un carnet molto numeroso per quanto riguarda la sua filmografia, come regista infatti ha diretto una manciata di pellicole, quasi sempre commedie a sfondo erotico, per poi tentare, nel 1986, la scalata al genere horror con questo “Il était une fois le diable”. Un tentativo decisamente bizzarro, sconclusionato e grottesco con cui concluse definitivamente la sua carriera, regalandoci però una perla assoluta del cinema trash per il quale, ancor oggi, migliaia di critici e appassionati di tutto il mondo tentano disperatamente di carpirne il significato, chiedendosi ossessivamente di cosa cazzo parla questo film. 

Tralasciando la grettezza, l’amatorialità e l’assoluta imperizia con cui è stato realizzata quest’opera, siamo di fronte a uno script che, definire squinternato, è un complimento. Inizia infatti con una specie di maniaco mostruoso, truccato con una evidentissima maschera di gomma che avrà senz’altro ispirato Fabrizio Mandelli dei Soliti Idioti per il suo personaggio Ruggero De Ceglie. Il mostro, vestito con una divisa sbrindellata da SS, ammazza a colpi di coltello un campeggiatore, il cui corpo, nonostante le ferite inferte e il sangue che sgorga a litri, non smette di respirare, più per problemi recitativi che fisici. Dopodichè fa fuori un altro ragazzo che zompetta nei boschi portando in braccio della legna e ammazza due automobilisti a colpi di fucile. Intanto vediamo un’altra coppietta in panne sulla strada, la donna scende e inizia a camminare rasente una collina rocciosa mentre gli effetti speciali decisamente arcaici disegnano fulmini giallastri che sembrano doverla fulminare da un momento all’altro. La scena si alterna per lungo tempo con le immagini di un gatto nero che miagola in continuazione fino ad un certo punto, quando qualcuno della troupe lo lancia sulla ragazza. Giunge il marito che cerca di tranquillizzare la donna, terrorizzata dalle piaghe improvvisamente spuntategli sulle mani. I due ripartono e si fermano in una vecchia villa dove una coppia di vecchietti gli racconta di uno strano vascello che si è arenato in quella zona perché lì una volta c’era il mare. Poi il delirio, la ragazza scappa dalla villa nottetempo, viene inseguita dal maniaco vestito da SS e nel frattempo spunta un sarcofago egizio da cui fuoriesce una mummia vivente che prende per mano una ragazza con la faccia stralunata, vestita con un camicione bianco. Intanto del marito non avremo più traccia per tutto il film mentre il vecchietto tenterà per un’ora circa di sparare ad un grosso cavallo nero, girandosi in continuazione e sbraitando come un matto. 

Quello che colpisce e infastidisce nel film è l’uso smodato e assolutamente casuale di urla, miagolii, grugniti e nitriti che viene lanciato in loop senza alcun senso logico. Non parliamo poi delle lunghe scene inutili che vengono inserite al solo scopo di tirare l’oretta scarsa canonica per il lungometraggio in cui il regista ci piazza sequenze ripetute fino alla nausea, ralenty sfiancanti e una lentezza progressiva che rende le scene più movimentate un assurdo guazzabuglio che sembra ripreso in un ospizio. Fotografia che confonde il giorno con la notte, recitazione inguardabile e montaggio senza soluzione di continuità danno il colpo di grazia a questo capolavoro del non-sense. Ciliegina sulla torta del dramma cinematografico a cui stiamo assistendo è il penoso utilizzo della splendida fuga di Bach per condire in modo assolutamente arbitrario l’obbrobrio visivo davanti ai nostri occhi. E un po' come la cura Ludovico di Arancia Meccanica, anche noi dovremmo metterci ad urlare per la nausea provata nell’abbinare le note del grande Johannes a questa sgradevole esibizione di bruttura in celluloide.

martedì 19 maggio 2020

IL CACCIATORE DI UOMINI

(El Canibal, 1980)

Regia: Jess Franco

Cast: Ursula Buchfellner, Al Cliver, Antonio Mayans

Genere: Horror, Cannibal, Avventura, Erotico

Parla di: “Attricetta rapita nella foresta deve affrontare una mostruosa divinità cannibale con gli occhi a forma di vagina”

L’ epopea “Cannibal” è contrassegnata da una serie di titoli forti come Cannibal Holocaust, Cannibal Ferox o Mangiati Vivi, tutti e tre prodotti italianissimi che dettano gli stilemi del genere e la sua marcata matrice tricolore. Tra tanti difetti e pregi che il genere ha assunto nella prima metà degli anni ottanta, il principale era quello di essere un purissimo Made in Italy laddove i tentativi di imitazione estera non hanno mai dato risultati all’altezza dei capolavori sopracitati, anzi a dirla tutta ci sono casi di pellicole imbarazzanti come il titolo in questione, dove l’imbarazzo aumenta quando si legge la firma del regista, un Jess Franco ridotto ai minimi termini da bisogni alimentari al quale il produttore Julián Esteban Gómez avrà sicuramente detto “Ascolta Jess, voglio un film sui cannibali come fanno in Italia, mettici dentro un po' di gnocca, qualche scena di eviscerazione e immergi tutto nella vegetazione del parco dietro casa!” – Detto fatto, il buon Franco confeziona alla meno peggio un polpettone avventuroso dove un gruppo di malviventi rapisce un’attricetta biondina e stupidina (“Gli uomini non li giudico…li amo!”- la sentiamo dire a inizio film durante un’intervista sul ciglio della strada) per chiedere come riscatto la sciocchezza di 6 milioni di dollari. 

I rapitori hanno però la pessima idea di nascondere la donna all’interno di una grotta nel mezzo di una foresta tropicale dove gli indigeni, che il regista recluta prelevandoli da etnie diverse (un po' di neri, qualche messicano e un paio di arabi) offrono giovinette in sacrificio ad una divinità cannibale, trattasi di un gigantesco nero dalle spalle adunche e due occhioni posticci che nei dettagli in primo piano ricordano vagamente due vagine arrossate. A salvare la rapita interviene l’eroico veterano Al Cliver che si rotola sulla spiaggia travolto dai proiettili e ne esce miracolosamente illeso, salta sull’elicottero in volo e per tendere una trappola ai rapitori si finge morto facendo saltare per aria il veicolo (geniale, vero?). Frattanto la ragazza fugge nella foresta ma viene catturata dagli indigeni e riempita di schifezze sul corpo da giovani festanti tutte nude a cui il regista non lesina vertiginosi primi piani delle parti intime. Franco monta i minacciosi assalti del mostro con esplosivi sonori di ansimi e grugniti, zoomate offuscate che riproducono lo sguardo del cacciatore e dettagli anatomici in primo piano del ridicolo trucco applicato rozzamente sulla faccia del povero nero. 

Lo splatter è relegato ad un'unica inquadratura dove una mano strizza e strappa viscere nel dettaglio, inquadratura che viene ripetuta ad ogni eccidio in compagnia del simpatico dettaglio dei denti del mostro che masticano e salivano sangue. Per il resto si notano incongruenze assurde, dialoghi inconcludenti (“Gli hanno staccato la testa!” – dice uno, peccato che il cadavere di cui si parla non era stato decapitato, vabbè…) e momenti di lotta che fanno sembrare l’esperimento “Empire” di Andy Warhol un frenetico action movie. Unica consolazione di questo disastro in pellicola sono le grazie della teutonica protagonista Ursula Buchfellner, il cui fisico perfetto e così generosamente proposto, se non altro, non ci fa rimpiangere completamente i 90 minuti di vita appena gettati nella selva tropicale.