mercoledì 3 giugno 2020

LIVE FREAKY! DIE FREAKY!

(2006) 

Regia John Roecker 

Cast Billie Joe Armstrong, Lars Frederiksen, Asia Argento 

Genere: Animazione, Musical, Black Comedy, Horror 

Parla di: “Tentativo di narrare in salsa grottesca gli omicidi Manson con un gruppo di bruttissimi pupazzi di plastilina” 

Dopo aver letto Helter Skelter di Vincent Bugliosi e Curt Gentry, appassionante documento che narrava in maniera alquanto dettagliata, soprattutto dal punto di vista istruttorio, del caso Charles Manson, mi sono andato a recuperare tutta la filmografia legata agli avvenimenti relativi al massacro di Cielo Drive che portarono all’omicidio di Sharon Tate e dei suoi invitati. Tra i titoli disponibili (a cui va aggiunto l’ottimo film di Tarantino C’era una volta a Hollywood) spunta anche questo Live Freaky! Die Freaky! di John Roecker, regista accostato spesso alla scena new punk dei primi anni duemila e in particolare per la sua collaborazione con i Green Day che è culminata nel documentario Heart like a hand grenade dedicato al gruppo capitanato da Billie Joe Armstrong. Non a caso l’intera band presta la propria voce nel film oltre alla partecipazione di star del punk come Lars Frederiksen (Rancid) e Henry Rollins (Black Flag) oltre alla nostra arcinota eroina Asia Argento. 

Il tutto realizzato con la tecnica claymation, ovvero l’uso di personaggi in plastilina animati a passo uno. La cosa che stupisce nel film, oltre alla bruttezza intrinseca dei personaggi, realizzati e animati con imperizia totale e privi di quella compattezza necessaria quando si usano certe tecniche di animazione, è il desiderio ossessivo, da parte del regista (che è anche l’autore della storia) di voler dire la sua nei confronti dei fatti narrati, utilizzando un’inutile verve grottesca e volgare per descrivere personaggi (e in particolare le vittime del massacro) trasformandoli in macchiette negative e insopportabili, quasi a giustificare la brutta fine che hanno fatto. Sharon Tate (che diventa Sharon Hate perché tutti i cognomi vengono camuffati togliendo la lettera iniziale e sostituendola con una H) diventa così un’inquinatrice seriale, dedica a sniffare quintali di cocaina mentre il parrucchiere Jay Sebring narra turpi abitudini omosessuali e finisce decapitato in una pozza di sangue, la sua testa ancora viva si delizia a succhiarsi il proprio pene. 

Tralasciando sull’idiozia generale dei dialoghi, infarciti di battute gratuite e assolutamente poco divertenti, il film sconfina spesso nel musical con canzoncine idiote e banali. Il tutto introdotto da un incipit post-apocalittico di cui non si capisce il senso. Se in certi punti il delirio visivo prende il sopravvento con sequenze oniriche dove il sesso è volutamente protagonista, il resto del film tende a perdersi senza soluzione di continuità. Come già detto la Claymation sembra realizzata dai bambini dell’asilo e l’estetica dei personaggi sembra non riuscire mai a trovare una propria stabilità estetica. Forse in tutto questo c’entra il tentativo di realizzare un film punk, estremo e sarcastico, ma non si capisce perché andare a dissacrare un episodio nerissimo di cronaca quando c’erano tante altre storie americane da cui attingere un messaggio anarchico magari più condivisibile.

lunedì 25 maggio 2020

DEVIL STORY

(Il était une fois le diable, 1986)

Regia: Bernard Launois

Cast: Véronique Renaud, Marcel Portier, Catherine Day

Genere: Horror, Demenziale

Parla di “Maniaci vestiti da SS, Mummie Viventi e ragazzine spititate, un cavallo e un gatto satanico ed un vascello maledetto”

Poliedrico mestierante cinematografico d’oltralpe, Bernard Launois non ha un carnet molto numeroso per quanto riguarda la sua filmografia, come regista infatti ha diretto una manciata di pellicole, quasi sempre commedie a sfondo erotico, per poi tentare, nel 1986, la scalata al genere horror con questo “Il était une fois le diable”. Un tentativo decisamente bizzarro, sconclusionato e grottesco con cui concluse definitivamente la sua carriera, regalandoci però una perla assoluta del cinema trash per il quale, ancor oggi, migliaia di critici e appassionati di tutto il mondo tentano disperatamente di carpirne il significato, chiedendosi ossessivamente di cosa cazzo parla questo film. 

Tralasciando la grettezza, l’amatorialità e l’assoluta imperizia con cui è stato realizzata quest’opera, siamo di fronte a uno script che, definire squinternato, è un complimento. Inizia infatti con una specie di maniaco mostruoso, truccato con una evidentissima maschera di gomma che avrà senz’altro ispirato Fabrizio Mandelli dei Soliti Idioti per il suo personaggio Ruggero De Ceglie. Il mostro, vestito con una divisa sbrindellata da SS, ammazza a colpi di coltello un campeggiatore, il cui corpo, nonostante le ferite inferte e il sangue che sgorga a litri, non smette di respirare, più per problemi recitativi che fisici. Dopodichè fa fuori un altro ragazzo che zompetta nei boschi portando in braccio della legna e ammazza due automobilisti a colpi di fucile. Intanto vediamo un’altra coppietta in panne sulla strada, la donna scende e inizia a camminare rasente una collina rocciosa mentre gli effetti speciali decisamente arcaici disegnano fulmini giallastri che sembrano doverla fulminare da un momento all’altro. La scena si alterna per lungo tempo con le immagini di un gatto nero che miagola in continuazione fino ad un certo punto, quando qualcuno della troupe lo lancia sulla ragazza. Giunge il marito che cerca di tranquillizzare la donna, terrorizzata dalle piaghe improvvisamente spuntategli sulle mani. I due ripartono e si fermano in una vecchia villa dove una coppia di vecchietti gli racconta di uno strano vascello che si è arenato in quella zona perché lì una volta c’era il mare. Poi il delirio, la ragazza scappa dalla villa nottetempo, viene inseguita dal maniaco vestito da SS e nel frattempo spunta un sarcofago egizio da cui fuoriesce una mummia vivente che prende per mano una ragazza con la faccia stralunata, vestita con un camicione bianco. Intanto del marito non avremo più traccia per tutto il film mentre il vecchietto tenterà per un’ora circa di sparare ad un grosso cavallo nero, girandosi in continuazione e sbraitando come un matto. 

Quello che colpisce e infastidisce nel film è l’uso smodato e assolutamente casuale di urla, miagolii, grugniti e nitriti che viene lanciato in loop senza alcun senso logico. Non parliamo poi delle lunghe scene inutili che vengono inserite al solo scopo di tirare l’oretta scarsa canonica per il lungometraggio in cui il regista ci piazza sequenze ripetute fino alla nausea, ralenty sfiancanti e una lentezza progressiva che rende le scene più movimentate un assurdo guazzabuglio che sembra ripreso in un ospizio. Fotografia che confonde il giorno con la notte, recitazione inguardabile e montaggio senza soluzione di continuità danno il colpo di grazia a questo capolavoro del non-sense. Ciliegina sulla torta del dramma cinematografico a cui stiamo assistendo è il penoso utilizzo della splendida fuga di Bach per condire in modo assolutamente arbitrario l’obbrobrio visivo davanti ai nostri occhi. E un po' come la cura Ludovico di Arancia Meccanica, anche noi dovremmo metterci ad urlare per la nausea provata nell’abbinare le note del grande Johannes a questa sgradevole esibizione di bruttura in celluloide.

martedì 19 maggio 2020

IL CACCIATORE DI UOMINI

(El Canibal, 1980)

Regia: Jess Franco

Cast: Ursula Buchfellner, Al Cliver, Antonio Mayans

Genere: Horror, Cannibal, Avventura, Erotico

Parla di: “Attricetta rapita nella foresta deve affrontare una mostruosa divinità cannibale con gli occhi a forma di vagina”

L’ epopea “Cannibal” è contrassegnata da una serie di titoli forti come Cannibal Holocaust, Cannibal Ferox o Mangiati Vivi, tutti e tre prodotti italianissimi che dettano gli stilemi del genere e la sua marcata matrice tricolore. Tra tanti difetti e pregi che il genere ha assunto nella prima metà degli anni ottanta, il principale era quello di essere un purissimo Made in Italy laddove i tentativi di imitazione estera non hanno mai dato risultati all’altezza dei capolavori sopracitati, anzi a dirla tutta ci sono casi di pellicole imbarazzanti come il titolo in questione, dove l’imbarazzo aumenta quando si legge la firma del regista, un Jess Franco ridotto ai minimi termini da bisogni alimentari al quale il produttore Julián Esteban Gómez avrà sicuramente detto “Ascolta Jess, voglio un film sui cannibali come fanno in Italia, mettici dentro un po' di gnocca, qualche scena di eviscerazione e immergi tutto nella vegetazione del parco dietro casa!” – Detto fatto, il buon Franco confeziona alla meno peggio un polpettone avventuroso dove un gruppo di malviventi rapisce un’attricetta biondina e stupidina (“Gli uomini non li giudico…li amo!”- la sentiamo dire a inizio film durante un’intervista sul ciglio della strada) per chiedere come riscatto la sciocchezza di 6 milioni di dollari. 

I rapitori hanno però la pessima idea di nascondere la donna all’interno di una grotta nel mezzo di una foresta tropicale dove gli indigeni, che il regista recluta prelevandoli da etnie diverse (un po' di neri, qualche messicano e un paio di arabi) offrono giovinette in sacrificio ad una divinità cannibale, trattasi di un gigantesco nero dalle spalle adunche e due occhioni posticci che nei dettagli in primo piano ricordano vagamente due vagine arrossate. A salvare la rapita interviene l’eroico veterano Al Cliver che si rotola sulla spiaggia travolto dai proiettili e ne esce miracolosamente illeso, salta sull’elicottero in volo e per tendere una trappola ai rapitori si finge morto facendo saltare per aria il veicolo (geniale, vero?). Frattanto la ragazza fugge nella foresta ma viene catturata dagli indigeni e riempita di schifezze sul corpo da giovani festanti tutte nude a cui il regista non lesina vertiginosi primi piani delle parti intime. Franco monta i minacciosi assalti del mostro con esplosivi sonori di ansimi e grugniti, zoomate offuscate che riproducono lo sguardo del cacciatore e dettagli anatomici in primo piano del ridicolo trucco applicato rozzamente sulla faccia del povero nero. 

Lo splatter è relegato ad un'unica inquadratura dove una mano strizza e strappa viscere nel dettaglio, inquadratura che viene ripetuta ad ogni eccidio in compagnia del simpatico dettaglio dei denti del mostro che masticano e salivano sangue. Per il resto si notano incongruenze assurde, dialoghi inconcludenti (“Gli hanno staccato la testa!” – dice uno, peccato che il cadavere di cui si parla non era stato decapitato, vabbè…) e momenti di lotta che fanno sembrare l’esperimento “Empire” di Andy Warhol un frenetico action movie. Unica consolazione di questo disastro in pellicola sono le grazie della teutonica protagonista Ursula Buchfellner, il cui fisico perfetto e così generosamente proposto, se non altro, non ci fa rimpiangere completamente i 90 minuti di vita appena gettati nella selva tropicale.

lunedì 11 maggio 2020

MAD MUTILATOR

(1983)

Regia Norbert Georges Mount

Cast: Robert Alaux, Françoise Deniel, Pierre Pattin

Genere: Trash, Slasher, Horror, Demenziale

Parla di: “Boscaioli assassini, zombie e preti vampiro in un incasinatissimo filmaccio amatoriale”

Il giochino dei bloopers consiste sostanzialmente nel ricercare all’interno di un’opera cinematografica una serie di piccoli errorini che, ad una visione superficiale, non verrebbero rilevati. Nel caso invece di questo slasher ultra amatoriale francese diretto da Norbert Georges Mount, questo giochino deve essere virato al contrario e finalizzato a rintracciare nel film qualsiasi cosa non appaia sbagliata, fuori posto o malrealizzata. Non a caso, infatti, non c’è nulla che funzioni in questo Vhs-movie del 1983 appartenente a quella corrente di oscuri filmacci no-budget senza capo né coda in cui si inserisce anche il più conosciuto Violent Shit di Andreas Schnaas. Partendo da tutta una serie di grandi assenze nel reparto tecnico quali la mancanza di un vero e proprio script, fotografia inesistente, recitazione approssimativa e continui sbalzi di esposizione della videocamera fino ad arrivare al comparto effetti speciali dove dominano incontrastati i visceri recuperati dal macellaio sottocasa con cui vengono riempiti finti manichini che il protagonista (un assurdo boscaiolo psicopatico con una maschera di cuoio sul volto) prontamente massacra con una rudimentale accetta arrugginita. 

Ne fanno le spese prima una famigliola, il cui figlioletto viene macellato sotto gli occhi della madre legata ad uno strano totem pieno di maschere carnevalesche. A seguire anche dei campeggiatori e una giovane ragazza che dopo aver rivenuto l’auto della famigliola si reca alla gendarmeria per denunciare il ritrovamento. In pratica la scena viene realizzata così: prima vediamo l’auto della ragazza in strada, la videocamera inquadra l’insegna della gendarmeria e subito dopo l’auto che se ne torna indietro con sottofondo delle voci (supponiamo quelle dei gendarmi) fuoricampo che dicono di non aver abbastanza elementi per avviare l’indagine. La ragazza torna quindi sulla strada dove ha visto l’auto ma qui viene rapita dal boscaiolo, appena giunti nell’orribile catapecchia del mostro vediamo la giovane che lo abbraccia, stacco, e li ritroviamo tutte e due a letto dormienti. Come se non bastasse, ogni tanto il boscaiolo getta qualche avanzo di carne dentro la botola della cantina. La ragazza incuriosita, sbircia nello scantinato e da qui iniziano a fuoriuscire una serie di ciondolanti zombi truccati con maschere di gesso, che il maniaco dovrà affettare a colpi d’ascia. 

La ragazza intanto si fa dare un passaggio da un prete vampiro (le cui mani vedremo per tutto il film ravanare all’interno del motore della sua auto d’epoca) il quale la ucciderà digrignando allegramente le fauci in una serie di inquadrature che altro scopo non hanno se non quello di sfruttare al massimo la presenza del buon Howard Vernon, unica star degna di rilievo a cui probabilmente non è stato mai fatto vedere il film finito. La cosa più sorprendente rimane comunque la presenza (sia come addetto al make-up sia come attore) di Benoît Lestang, compianto realizzatore di ottimi make-up in film come Martyrs e Il patto dei Lupi, tutt’altro genere rispetto a questa immondizia realizzata con scarti di qualsiasi cosa, riprese bislacche (tra cui un ostentato primo piano del sangue che cola sulla macchina da presa), titoli disegnati a pennarello su una lastra di vetro e un sonoro totalmente distaccato dagli eventi riprodotti. I dialoghi sono fortunatamente rarefatti ma bastano poche battute per capire il livello di cagneria degli attori, tutti probabilmente all’inizio (e per qualcuno anche la fine) della propria carriera, tra questi, in un breve cameo come zombie, anche Jean Pierre Putters, critico cinematografico e fondatore della rivista Mad Movies.

lunedì 4 maggio 2020

LAVALANTULA

(2015)

Regia Mike Mendez

Cast: Steve Guttemberg, Mike Winslow, Marion Ramsey

Genere: Monster Movie, Fantascienza, Commedia, Azione

Parla di “vecchie star di Scuola di Polizia contro invasione di ragnoni sparafiamme”

Sottotitolo ideale per questo monster movie televisivo edito dal prolifico canale SyFy sarebbe sicuramente “Scuola di Polizia Vs. Big Ass Spiders” dal momento che, da una parte il cast ricicla ben tre degli attori storici della saga infinita di Police Academy e dall’altra viene diretto proprio da un regista specializzato in ragnoni quale è Mike Mendez che nel 2013 ci propinò il gigantesco aracnide culone di Big Ass Spider. Appare in ogni caso evidente che Lavalantula è un mix intraprendente tra Sharknado e gli improbabili incroci tra bestie fantastiche (roba tipo Sharktopus, DinoShark o Supergator) tipiche della factory Asylum e compagnia brutta. Nelle prime scene vediamo riesumata un’icona storica del cinema anni ottanta come Steve Guttemberg legato ad una sedia a prendersi un sacco di cazzotti, ma è solo una scena di un film dove l’attore Colton West, ex star della serie televisiva Red Rocket, si rifiuta di girare con gli insetti e viene per questo licenziato. Insomma assistiamo alla solita parabola della stella hollywoodiana in declino che si ritrova al centro di un terremoto con annessa eruzione vulcanica sulle strade di Los Angeles. A questo si aggiungono enormi voragini sull’asfalto da cui emergono enormi ragnoni sparafuoco. 

Il resto del film, come si può ben immaginare, è tutta una corsa del protagonista alla ricerca della propria famiglia dispersa nei meandri della città asserragliata da orribili creature lanciafiamme. Ad aiutare Guttemberg in questa avventura vengono riesumati Michael Winslow e Marion Ramsey, entrambi nel cast di Scuola di Polizia (Il rumorista Larvelle Jones e la timida Hooks). A dimostrazione di quanto il tempo sia implacabile il buon Steve appare con il volto segnato da rughe profonde e la consistenza facciale di una statua di marmo, Winslow visibilmente ingrassato e ingrigito mentre la Ramsey sembra quasi irriconoscibile. Considerazioni sull’abuso di vecchie star a parte, il film di Mendez è comunque spassoso, con una sceneggiatura lineare ed un ritmo frenetico, menzione particolare poi per la realizzazione in CGI dei ragnoni, decisamente sopra la media dei prodotti di quel genere. Quello che purtroppo fa piombare in picchiata l’asticella del trash è l’uso sconsiderato di effetti e effettini computerizzati per realizzare esplosioni e piogge di fuoco.

Non si capisce perché la produzione abbia investito bene sui Models del mostro, sul cast e non sull’uso dei Vfx che sembrano acquistati in blocco su qualche sito da nerd che tentano di imparare a usare After Effects. Il risultato è quindi un’altalena continua tra brutto e bello, tra un dignitoso Bmovie cinematografico e un orribile filmaccio amatoriale televisivo. In ogni caso Lavalantula ha dalla sua il pregio di non prendersi troppo sul serio arrivando quasi ad essere geniale nel finale dove Guttemberg, vestito da Red Rocket (una sorta di Rocketeer color vermiglio) volteggia su un grattacielo sospinto da uno zaino razzo ed inseguito da un enorme Mamalavalantula (la regina madre di tutti i ragnacci). Peccato che il finale giunga un pò troppo affrettato ma niente paura, come da prassi era già in cantiere il sequel 2Lava 2Lantula.

lunedì 27 aprile 2020

THE BRAIN

(1988)

Regia: Ed Hunt

Cast: David Gale, Tom Bresnahan, Cynthia Preston

Genere: Horror, Fantascienza, Grottesco

Parla di: “cervellone alieno gommato induce controllo mentale attraverso programma Tv, ma uno studente cerca di ribellarsi”

Specialista di invasioni aliene a basso costo, Edward Hunt è conosciuto in Italia per un thrillerino mediocre uscito con il titolo Compleanno in casa Farrow (Bloody Birthday, 1981) mentre roba come Starship Invasions, Plague, Alien Warrior e soprattutto questo The Brain rimangono colpevolmente inediti nel nostro paese. Peccato perché la storia di questo mostruoso cervellone alieno che ipnotizza e controlla la popolazione di una piccola cittadina americana attraverso il programma televisivo “Indipendent Thinking” rappresenta una divertente summa del cinema Sci-Fi di serie Zeta ed è comunque un prodottino godibile nella sua bizzarra costruzione cinematografica. Chi ama il cinema gommoso di Charles Band e soci, non potrà che apprezzare l’incipit dove una giovane studentessa viene presa d’assalto da tentacoli oscillanti, orsacchiotti sprizzasangue e masse celebrali che fuoriescono da pareti, porte e specchi. 

Un inizio folgorante che prosegue con la partecipazione di David Gale nel ruolo del Blakely, ipnotico conduttore televisivo in grado, parrebbe, di riconvertire alla retta via i giovani sbandati della comunità. Ne fa le spese il teenager Jim Majelewski (Tom Bresnahan) il quale, pur avendo buoni voti a scuola, non riesce proprio a fare a meno di combinare scherzi nell’Istituto gettando Sodio nelle condutture idriche (Nei titoli di coda si avvisa di non ripetere l’esperimento) o attaccando colla sulla sedia del preside. In accordo tra scuola e genitori, il buon Jim viene convinto a sottoporsi ad una seduta presso il Psychological Research Institute (identificato con l’acronimo PRI) governato per l’appunto da Blakely. Qui viene introdotto da un’avvenente dottoressa che gli apparirà sotto forma allucinatoria a seno nudo prima di essere letteralmente inglobata da uno schifoso cervellone di gomma al quale spunterà successivamente una faccia da canide zannuto. Da qui in poi, per il giovane Jim sarà un pout pourri di corse sfegatate tra strade canadesi spacciate per americane, immensi locali caldaia e infiniti corridoi scolastici, braccato come assassino ed inseguito constantemente da un baffuto infermiere armato di accetta.

Non manca la classica scena di squartamento con motosega, perpetrata ai danni del povero preside dalla sua dolce mogliettina irretita dal Blakely televisivo. Il punto di riferimento principale del film è il capolavoro del controllo alieno Essi Vivono di John Carpenter mentre la decapitazione finale di Gale richiama alla mente il suo precedente successo Reanimator di Stuart Gordon. Ma è sicuramente il mostruoso cervellone il personaggio di punta del film, chiaramente debitore del carotone venusiano de Il Conquistatore del mondo di Roger Corman, spunta da ogni angolo grugnendo come un rottweiller all’ora di pranzo mentre ingloba senza masticazione chiunque gli capiti a tiro, grazie anche all’ausilio di una linguaccia da camaleonte. Contrassegnato vivacemente da musichette synth un po' ripetitive, il filmaccio di Hunt scorre efficacemente lungo i suoi 87 minuti, risultando un carrozzone weird di grana grossa ma estremamente godibile.

martedì 14 aprile 2020

WOLF

(Mnusy hmapa, 1987)

Regia: Sommai Kamson

Cast:  Sorapong Chatree, Pairoj Jaisingha, Lak Apichat

Genere: Avventura, Fantastico, Horror

Parla di: “giovanotto che si trasforma in uomo cane alle prese con loschi criminali e una Strega malvagia”

Il cinema Thailandese, al pari di quello indiano, indonesiano e filippino, è uno scrigno nascosto pregno di delizie trash ancor oggi da scoprire. Grazie alla rete, in questi ultimi anni sono venute fuori chicche comeLady Terminator e Mystics in Bali, ma c’è ancora tanto lavoro da fare, anche se ne vale assolutamente la pena. Per quanto riguarda questa perla thailandese diretta da Sommai Kamson sono bastati una manciata di secondi su Youtube per decretarne il successo con più di 180.000 visualizzazioni di quella che può essere definita come la “peggiore trasformazione in lupo mannaro di sempre”. Insomma si è riusciti a fare peggio del compianto Marco Antonio Andolfi in La Croce dalle Sette Pietre con un’allucinante sequenza dove il protagonista Sorapong Chatree (attore di punta del cinema thai e in particolare nella serie Ong Bak e di recente nella serie dedicata a King Naresuan) sta meditando in una grotta nella classica posizione del loto, quando all’improvviso spunta un cagnolone nero, i due si guardano per un momento e l’animale spara dagli occhi due raggi rossi che colpiscono quelli di Sorapong, a questo punto regna il capolavoro: pezzi di pelliccia nera cominciano a spuntare sulla faccia fino a ricoprirla completamente ed ecco che il nostro eroe si ritrova un enorme mascherone canino al posto del volto e zampe pelose al posto delle braccia. 

Per il resto rimane vestito come prima, senza che la trasformazione intacchi minimamente il vestiario. In realtà poi, nel film, questa sarà l’unica scena di trasformazione del protagonista in uomo lupo, nel restante minutaggio assisteremo alle avventure di un gruppo di baldi giovani alla ricerca di un tesoro sotterraneo tra criminali armati fino ai denti, santoni comandati da un assurdo vate con la parrucca bionda, tentativi di stupro con svestizione completa ed esposizione di parti intime delle vittime femminili davanti alla macchina da presa (perché un accenno di sesso è strettamente necessario alla causa), arti marziali e persino un gruppo di ridicoli zombi che fuoriescono da scatoloni di cartone per poi essere debellati assurdamente da una coppia che comincia a ballare nuda nella grotta con strani movimenti sessuali. Siccome poi al ridicolo non c’è mai fine vediamo anche una ragazza che, risvegliatasi nella sua capanna al suono insistente di un ululato, si siede di fronte ad una sfera di cristallo e gli spunta un assurdo cono di plastica appiccicato sul mento. 


Questo dovrebbe fare di lei una specie di strega, ed infatti, da lì in poi comincerà a emettere risatine sataniche come se non ci fosse un domani. Non manca poi la comparsa che balla nuda al suono dei tamburi tribali, peccato che quando spunta l’uomo lupo (o uomo cane?), invece di manifestare terrore a codesta visione, si allontana pacatamente trattenendo a stento le risate. Il tutto condito da una musica sontuosa che si alterna tra synth-pop e borioso – classica, dialoghi lunghi e farraginosi, sequenze statiche al limite della narco-ipnosi. Insomma un film perfetto per chi ama il trash, unico rimpianto resta il povero uomo cane, avremmo voluto vederlo di più, date le magnifiche premesse regalateci da quegli incredibili 40 secondi di trasformazione che il web ha scoperto recentemente.