lunedì 18 febbraio 2019

INVASORI DALL'ALTRO MONDO

(Invasion of the Saucer Men, 1957)
Regia Edward L. Cahn
Cast Steven Terrell, Gloria Castillo, Frank Gorshin

Nato sotto l'egida di due colossi della produzione cinematografica di serie B come Samuel Z. Arkoff e James H. Nicholson, questo piccolo classico della Sci-Fi anni cinquanta è sopravvissuto all'oblio grazie al suo carattere iconografico, a dispetto dei contenuti decisamente effimeri. In realtà il film di Edward L. Cahn, regista ultraprolifico di cui ricordiamo sopratutto "Il mostro dell'astronave " (se non altro per il contributo fornito a Alien), è una commediola leggera leggera di stampo teen movie, pienamente contestualizzato alle mode del periodo, con tanto di gruppi di coppiette che si rintanano con le loro belle auto d'epoca tra i boschi per sbaciucchiarsi, poliziotti scettici, il contadino burbero dal bicchiere facile ed altre macchiette classiche della cinematografia americana. 

Vale la pena di ricordarlo se non altro per la figura degli alieni, caratterizzati dalla bassa statura, il testone a cipolla ripreso in seguito da "Mars Attack" e il fastidioso verso più simile al guaito di una nutria che a quello di una creatura interstellare. Però in "Invasion of the saucer men" c'è veramente tutto il compendio della sci-fi d'epoca, a partire dall'astronave/modellino dipinta con tanto di fiammelle da campeggio sul retro, giovani spensierati che si radunano in gruppo per fermare la minaccia aliena, luci e incontri ravvicinati, mani aliene che si insinuano nell'abitacolo delle autovetture e persino una mucca ghiotta di birra in lattina.

A completare tutto poi c'è un ritmo indiavolato nello sviluppo narrativo, una breve durata che comprime il succo ed evita dispersioni e buchi nella sceneggiatura, interpreti in ottima forma e, per l'appunto, tanta affettuosa nostalgia da parte dello spettatore moderno per queste piccole e sfortunate creature (per sconfiggerle bastano i fari dell'auto!) che alla fine vengono distrutte da una banda di pomicioni al chiaro di luna.   

lunedì 11 febbraio 2019

ATOM IL MOSTRO DELLA GALASSIA


(Gezora, Ganime, Kameba: Kessen! Nankai no daikaijû, 1970)

Regia Ishirō Honda

Cast Akira Kubo, Atsuko Takahashi, Yukiko Kobayashi



I titoli di testa fanno ben sperare, con una splendida carrellata dei tre mostri protagonisti sullo sfondo dorato del sole al tramonto, un pout pourri vintage che, purtroppo, viene subito demolito dall'orrenda inquadratura di un modellino di razzo in attesa di partire, completamente spoglio di qualsiasi accorgimento fotografico.La navicella Elios viene lanciata verso Giove ma qualcosa se ne impossessa durante il tragitto e la fa rientrare verso la terra, il fotografo Taro (Akira Kubo) la vede precipitare dall'oblò dell'aereo di linea con cui stava rientrando.


Tornato in redazione Taro incontra Ayako (Atsuko Takahashi), impiegata per una società di investimenti che lo incarica di scattare qualche foto pubblicitaria su un'isola paradisiaca destinata a diventare un villaggio turistico. In compagnia del dottor Kyoichi Mida (Yoshio Tsuchiya) e Makoto Obata (Kenji Sahara) un misterioso figuro incontrato sulla nave, il reporter e la donna giungono sull'isola dove un gigantesco calamaro ha appena ucciso uno degli operai in avanscoperta sull'atollo.
Dopo aver sconfitto il mostro che i nativi chiamavano Gezora, spunta fuori un granchione gigante e successivamente una testuggine mostro. Il gruppo scoprirà così che le creature sono animate dagli Atom, una sorta di intelligenze extraterrestri giunte sulla terra per distruggere la razza umana. Stanco delle solite tematiche Kaiju Eiga, Ishirô Honda ripiega sulla classica invasione extraterrestre con tanto di alieni invisibili che possiedono animali e uomini, il pretesto è ottimo per dare vita a nuovi mostri ed improbabili scontri tra gommose creature in quello che ormai è riconosciuto come un titolo cult della cinematografia giapponese.

Honda fa poco uso dei soliti modellini, limita le esplosioni e la distruzione edile di massa, giustificato da un'ambientazione esotica in cui gli aborigeni sono improbabili tanto quanto il calamarone gigante che spunta dagli oceani in un ribollire inesorabile. Buoni gli effetti visivi di Yoshiyuki Tokumasa e Yoichi Manoda che ricreano scie di luce veramente efficaci, cast invece poco incisivo ma allietato dalla splendida Atsuko Takahashi. Conosciuta anche come "Space Amoeba" la pellicola ha acquisito nel tempo un valore più strettamente iconico che non meramente qualitativo. Per gli appassionati resta comunque un must.    



lunedì 4 febbraio 2019

CREEPOZOIDS

(id. 1987)
Regia David DeCoteau
Cast Linnea Quigley, Ken Abraham, Michael Aranda



Tra i vari filmacci di serie B realizzati sulla coda di Alien si fa notare, nel 1987, questo Creepozoids, una co-produzione della Empire di Charles Band, la cui presenza come produttore esecutivo non viene segnalata nei titoli ma si sente, a livello suggestivo, come marchio di fabbrica. Il budget del film è uno tra i più miserrimi dell’epoca, 150.000 dollari buttati al vento ed un cast di attori sconosciuti, tra cui però spicca, e non certo per le sue doti recitative, la scream queen di culto Linnea Quigley che compare anche in qualità di produttore esecutivo. E’grazie a lei che almeno 5 minuti del film permettono allo spettatore di risorgere dallo stato comatoso, con un nudo integrale sotto la doccia mentre è intenta ad amoreggiare con uno dei membri della squadra militare. Per il resto assistiamo alle disavventure di questi disertori che, stanchi di combattere l’ennesima guerra post-atomica (siamo in un futuristico 1998) decidono di rifugiarsi in un capannone abbandonato per ripararsi dalle piogge acide. 

Qui scoprono di non essere soli ma la compagnia è tutt’altro che gradita. Vengono infatti assaliti prima da una serie di toponi giganti e poi da una mostruosa creatura zannuta. Girato completamente all’interno di una costruzione industriale, tra computer dell’anteguerra e scaffali disastrati, il film raggiunge lo zenith del trash quando spuntano i giga-ratti che sono visibilmente dei sorci di pezza completamente privi di alcun movimento, al punto che sono gli attori a doverli sbatacchiare a destra e sinistra nel tentativo illusorio di dargli una parvenza di vita. La creatura mostruosa non è neanche malaccio, anche se emette un suono che sembra lo scarico del cesso, non fosse che, verso la fine, quando crediamo sia morta, uccisa da un raggio laser reperito nella discarica, ecco che ci regala l’obbrobrio finale. 
Dal collo del mostro infatti ne esce fuori una creatura assurda, metà del corpo sembra un alieno con tanto di coda dentellata, ma dalla vita in su si presenta come un assurdo bambino umanoide movimentato con stantuffi idraulici che ci regala le facce più assurde che mai pellicola prima d’ora aveva osato mostrarci. Gli ultimi 10 minuti sono un continuo gioco a nascondino tra l’unico sopravvissuto ed il mostruoso bebè fino a giungere ad un finale decisamente idiota. Dirige David DeCoteau, personalità di punta del brutto cinematografico che meriterebbe più attenzione, non fosse altro per averci regalato, oltre a Creepozoids, anche il delirante Sorority Babes in the Slimeball Bowl-O-Rama, il tutto all’interno di una sconfinata filmografia che varrebbe la pena di scoprire, questo ovviamente se proprio uno non c’ha un cazzo di meglio da fare nella vita.

lunedì 28 gennaio 2019

KILLER CROCODILE

(1989)
Regia Fabrizio De Angelis
Cast Richard Anthony Crenna, Pietro Genuardi, John Harper

Certe cose ai giorni nostri non sarebbero possibili, la Asylum si metterebbe le mani nei capelli al solo pensiero di realizzare un mockbuster di Alligator 8 anni dopo. Eppure noi italiani, negli anni d'oro del cinemaccio, non ci fermavamo a certe sottigliezze. E decisamente il nostro Killer Crocodile riesce comunque ad ispirare una certa simpatica tenerezza con quel faccione di cartapesta realizzato da Giannetto de Rossi, di cui vediamo principalmente la sagoma a pelo d'acqua e le zampone scagliose. Per il resto il regista/produttore Fabrizio De Angelis, che amava firmarsi con lo pseudonimo di Larry Ludman, gira gli attacchi del rettile principalmente in soggettiva all'interno di un fiumiciattolo marrone dove un gruppo di giovani ambientalisti della domenica scopre che vengono rilasciati bidoni di una sostanza altamente radioattiva. La cosa divertente (ma anche no) è che dopo aver scoperto i fusti in mezzo all'acqua, i nostri eroi non è che si allontanano, no, decidono di passare la notte di fianco ai bidoni. Con queste premesse non potevamo aspettarci che la prima vittima fosse il cagnolino cagacazzo che abbaia a ripetizione sulla barca, seguito da una giovane mulatta che viene ritrovata maciullata. 

Il losco trafficante Richard Crenna asserisce che la vittima è stata colpita da un'elica a motore. Per fortuna giunge il prode cacciatore dundee Ennio Girolami che riconosce subito i morsi di un gigantesco coccodrillo. Del resto il rettilone non tarda a palesarsi nel villaggio assalendo una dolce bambina, la quale, aggrappata alla banchisa, sopra le fauci del mostro, deve sorbirsi i maldestri tentativi di salvataggio da parte della gente del posto, tentativi talmente idioti (cioè uno si butta in acqua per spingerla da sotto) che giustamente hanno come unica conseguenza la morte dei salvatori.Dapprima gli ambientalisti cercano di opporsi alla caccia del coccodrillo, asserendo che si tratta di una specie unica in via d'estinzione. Poi dopo che il mostro se magna un paio dei loro amici anche il più ostinato del gruppo propende per l'abbattimento del cocco. 

Ci tenta il cacciatore Girolami che non esita a salire in groppa all'animale per fiocinarlo manco fosse una balena, e viene dunque trasportato a fondo nelle acque limacciose. Lo ritroveremo tutto ferito a incitare il capo degli ambientalisti impegnato in una lotta corpo a corpo con il rettile prima di farlo saltare per aria buttandogli in gola un motore da imbarcazione acceso. La scena non fa capire molto dal momento che si sceglie di far vedere solo la gola rossastra del mostro. Poi, siccome il film non può finire senza una sequenza spettacolare, ecco che vediamo il coccodrillo saltare per aria, manco ci fosse della dinamite nel motore che piglia in gola. Il finale aperto ci fa temere il peggio, ed infatti, di lì a poco Giannetto De Rossi dirigerà il sequel di Killer Crocodile, ma questa, è un'altra storiaccia!

lunedì 21 gennaio 2019

RUN! BITCH! RUN!

(Id. 2009)

Regia Joseph Guzman
Cast Ivet Corvea, Cheryl Lyone, John Winscher


Esordio alla regia di Joseph Guzman che l'anno successivo produrrà Big Nuns with big guns, un simpatico esempio di nunsploitation in stile tarantiniano, evidentemente già nell'aria visto che le prime scene di "Run, bitch, run!" si aprono con la proiezione di un video dove una suora si appresta a lesbicare con una ragazza nuda. In realtà questo film si ispira in maniera piuttosto diretta al capolavoro di Meir Zarchi "I spit on your grave" inscenando un vero e proprio "rape and revenge" ad opera di un trio di criminali senza scrupoli composto da un tamarrone soprannominato Lobo (perchè ogni tanto scimmiotta il verso del lupo gratuitamente), una lesbica cubana e un ragazzetto idiota. A farne le spese sono due ragazzine di una scuola cattolica Catherine e Rebecca che vanno in giro a vendere bibbie con il trasportino del supermarket. 

Le due assistono per caso all'esecuzione di una puttana da parte di Lobo e vengono sequestrate in casa, la cubana obbliga Rebecca a farle un cunnilings che sa di schifoso andato a male e viene fatta fuori dopo essere costretta a giocare alla roulette russa. Catherine viene portata nel bosco e stuprata da Lobo ma in qualche modo di salva, scappa dall'ospedale e prepara la sua vendetta psicopatica. Guzman ci sbatte dentro quanta più violenza e sangue possibile sopratutto nella prima parte, i suoi personaggi sono tutti perversi oltre ogni immaginazione, ce n'è per tutti i gusti: lesbiche, cocainomani, ciccioni lascivi, necrofili anche se il tutto assume più un aspetto caricaturale oltre le righe per cui risulta molto difficile prendere sul serio il dramma che scorre sullo schermo.

In più la vendetta perpetrata da Catherine risulta un pò moscia, con lunghi e inutili siparietti in un bar lap-dance e fucilate senza troppa convinzione. Certo le scene finali sono un po dolorose anche per lo spettatore, ma più che dalle parti di "Non Violentate Jennifer" siamo molto vicini al clima e alla suggestione del cinema di un Russ Meyer senza le tettone. il che non è necessariamente un male. Nonostante la sensazione di assistere ad un prodotto grezzo, poco superiore all'amatorialità, lo spettacolo è godibile, considerato poi che rimangono in pochi a fare vera exploitation e sicuramente Guzman è uno di questi.
 

lunedì 14 gennaio 2019

ALUCARDA - LA HIJA DE LAS TINIEBLAS

(Id.1977)
Regia Juan Lopez Moctezuma
Cast Claudio Brook, David Silva, Tina Romero


 Nonostante sia troppo facile anagrammare il titolo facendolo diventare "Dracula", questo piccolo grande cult del cinema horror messicano non ha niente a che vedere con i Vampiri, almeno per quanto riguarda il plot narrativo, per quanto ispirato alla novella "Carmilla" di Sheridan Le Fanu che, come tutti sappiamo, parla appunto di una vampira. 
Nel film diretto da Juan López Moctezuma, già produttore di "El topo" di Alejandro Jodorowsky, Alucarda è un'orfanella diabolica che vive da anni in un convento messicano assieme a delle suore vestite con abiti bianchi macchiati del sangue di continue flagellazioni.Quando la giovine incontra la novizia Justine, il suo influsso diabolico riesce a traviarla. 


Entrambe diventeranno adepte di Satana grazie a un misterioso zingaro che somiglia ad un satiro. Attraverso un sabba dove le due verranno irretite da un uomo caprone, il demonio si impossessa di loro provocando lo scompiglio nel convento. Monaci e suore da parte loro ci vanno giù pesanti e cercano di esorcizzarle crocifiggendole e infilzandole con un lungo spillone. Justine non regge e muore mentre Alucarda viene tratta in salvo dal dottor Oszek, medico del paese che accusa i chierici di ingnoranza e superstizione.
Peccato che Alucarda sia veramente un demonio e dopo aver irretito la figlia cieca del medico, la rapisce e la porta nel convento. Anche Justine risorge dalla tomba e comincia ad ammazzare le suore finchè non la scoprono nuda e immersa in una bara di sangue e la distruggono a colpi di acqua santa. Alucarda lancia fuoco e fiamme contro gli abitanti del convento, citando nomi di demoni e urlando come un'ossessa prima della sua definitiva annientazione.

Arricchito da una splendida fotografia di Xavier Cruz e dagli ottimi effetti di Abel Contreras, Alucarda è un misconosciuto capolavoro del cinema horror, debitore del cinema di Jess Franco e Jean Rollin, si pone perfettamente tra il periodo Gotico e quello psichedelico anni settanta, Moctezuma non si risparmia nulla, bagni di sangue, satanismo, possessione, urla, splatter, nudità e lesbismo ma anche una trama coinvolgente e scenografie surrealiste che rimandano al maestro Jodorowsky, (una fra tutte l'altare del convento circondato da migliaia di candele) sopratutto ritrae un'aspra critica al potere ecclesiastico e ai fanatismi religiosi, cosa che per l'epoca e il paese dove è stato girato il film (il cattolicissimo mexico) appare decisamente coraggiosa. Convincente e magnetica la protagonista Tina Romero pur con qualche eccessivo isterismo recitativo, ottimo anche Claudio Brook nel doppio ruolo trasformista del diabolico zingaro e dell'eroico dottore.    

lunedì 7 gennaio 2019

A MORTE HOLLYWOOD!

(Cecil B. Demented, 2000)

Regia John Waters
Cast Melanie Griffith, Stephen Dorff, Rickie Lane


Solo John Waters può fare film nello stile di John Waters, uno stile unico, riconoscibilissimo e geniale, si perché quel matto di Baltimora che 46 anni fa imbracciò la telecamera insieme ad un manipolo di freak per dare vita ad un nuovo genere cinematografico, riesce a trasformare le sue meravigliose ossessioni in uno canto del cigno dell’anarchia in celluloide che, nel caso di Cecil. B. Demented, non è mai stato così autoreferenziale.

La storia vede protagonista la stizzosa e insopportabile star del mainstream hollywoodiano Honey Whitlock (Una splendida Melanie Griffith ) che, alla prima del suo ennesimo e smielato blockbuster, viene rapita da un gruppo di estremisti cinematografici capitanati dal folle regista Cecil B. Demented (Stephen Dorff ) con l’intento di obbligarla a interpretare un film underground dove non esistono comparse né attrezzisti, solo una telecamera e tanti pazzi tra cui una porno star, una gotica satanista, un ragazzino scappato di casa, omosessuali e freaks vari.

Gradualmente Honey si troverà coinvolta sempre più in questo folle gioco al massacro, dove si simulano vere rapine e assalti terroristici all’impianto mainstream non solo allo scopo di girare delle scene per il film ma anche di inviare un messaggio chiaro e forte al mondo delle grosse produzioni. Waters cita tutti i suoi registi preferiti tatuandoli sulla pelle della folle troupe underground accostando Otto Preminger a Herschell Gordon Lewis o Sam Peckinpah a William Castle omaggia Andy Warhol , rispolvera la sua insana passione per Charles Manson nel personaggio dell’adoratrice del diavolo e ci sollazza con momenti di vera follia come la folle corsa del gruppo all’interno di un cinema porno dove tutti gli spettatori sono intenti in attività onanistiche, recupera dalla sua antica troupe (quella con cui realizzò il suo capolavoro “Pink Flamingos” per intenderci) una anziana ma sempre in forma Mink Stole per un breve cameo, dimostrandoci ancora una volta chi è il padre assoluto del cinema Camp. Per il resto siamo di fronte ad una commedia briosa e irresistibile che scorre bene e lascia qualcosa dentro, un’irrefrenabile amore per il cinema e le sue sconfinate derivazioni stilistiche.