martedì 14 agosto 2018

THE DEVIL IN MISS JONES

(Id. 1973)

Regia  
Cast  , ,  


Dopo il polverone tirato su da Gola Profonda, il regista Gerard Damiano ci riprova con una sorta di porno favola dai contenuti catto-moraleggianti in cui Georgina Spelvin è Justine, una donna che ha sempre condotto una vita irreprensibile e morigerata, sconosciuta ai piaceri della carne. La disperazione porta la donna al suicidio e quindi davanti alle porte dell'inferno, qui John Clemens (che interpreta il diavolo Abaca) s'intenerisce della sua condizione e le offre qualche giorno per sfogare tutta la libido repressa nella sua esistenza. 

A questo il punto il film è una sequenza di apprendistato erotico dove Justine impara a fare blow Job, gode dei piaceri saffici (in una sequenza veramente ai vertici dell'arte pornografa) e passa da un'orgia all'altra fino al termine del suo patto satanico. E qui, purtroppo per lei, scopre di essere stata ingannata; in una sorta di contrapasso dantesco si ritroverà a condividere l'eternità con un pazzo (interpretato dallo stesso regista) frigido che parla solo di farfalle e ragni. Evocativa la scena finale in cui Justine maledice l'inferno masturbandosi di fronte all'inerme personaggio. Un film culto degli anni '70, epoca in cui porno non voleva dire solo una mera rappresentazione dell'atto sessuale ma una continua ricerca dell'eccitazione e dell'erotismo attraverso straordinarie perversioni cinematografiche che hanno decretato in quel periodo uno dei momenti d'oro di questo cinema sommerso ma decisamente irrinunciabile.

giovedì 9 agosto 2018

EROTICOFOLLIA


(Id. 1975)

In Italia quando si realizza un film weird si sta attenti ad ogni particolare, a cominciare dal titolo che, come da copione, non c'entra nulla con la trama della pellicola. Se di follia, infatti, il regista Mario Siciliano, ce ne ha messa tanta, di erotico invece c'è poco o nulla, a parte qualche nudo gratuito qua e là, in grado di provocare ilarità più che eccitamento sessuale. Il protagonista è una sorta di ricco playboy che si sveglia in una casa stile moderno anni settanta in cui il pavimento è disseminato di belle figone addormentate e seminude dopo quello che appare come un super party selvaggio. Ma il nostro, che si chiama Peter Crane ed è interpretato dal muscolosissimo e abbronzatissimo messicano Jorge Rivero, ha un piccolo problema, fa sogni stranissimi, tipo gente nuda con il pisello al vento che fa delle facce assurde. Poi incontra una francese che dice di averlo sognato a sua volta. A questo punto al protagonista gli prende una specie di raptus, comincia ad aprire e stringere il pugno in una sequenza che vorrebbe essere d'effetto ma risulta solo effetto ripetizione a catena, e poi la strozza.

L'incubo di Peter va avanti così, incontrando gente che non ha mai visto prima e facendola fuori. La spiegazione viene a galla a metà film quando esplode l'elemento soprannaturale, accompagnato dai soliti oggetti appesi a fili invisibili che affollano le stanze, vetri che esplodono, dischi che partono come lame rotanti alla Jeegrobodacciaio et similia. Sono le anime de li mortacci loro! Ovvero gli spettri di gente uccisa per invidia o cupidigia, che possiedono Crane come un involucro assassino, per scatenare la loro vendetta nei confronti di chi li ha subdolamente eliminati. A complicare le cose ci si mette anche il maggiordomo Walter che, dopo averlo a lungo spiato, cerca di ricattarlo, con l'unico risultato di finire appeso al muro a sputare sangue e schifosissime rane (ma che si calavano 'sti sceneggiatori una volta?!). Fortuna che entra in scena una amorevole psichiatra che prende il nostro eroe sotto la sua caritatevole ala protettrice e se lo porta in montagna ma anche qui si scatenano le forze occulte...e anche la confusione del regista che da qui in poi sembra essersi veramente calato un acido. 

Arriva anche il poliziotto che da tempo indaga sui delitti, nonostante abbia qualche problema di udito (ogni tanto, come fenomeno extrasensoriale, perde completamente l'audio di quello che gli accade intorno, mah!) e all'improvviso con un taglio di montaggio degno di un salumiere, ecco che Crane con la psichiatra sono in macchina, sparati a folle velocità verso un dirupo, abbagliati da misteriose luci oscure. Il finale rimane quindi aperto a possibili interpretazioni che vadano oltre la tossicodipendenza di chi ha scritto questo pasticciaccio in cui riesce ad avvilirsi anche il cameo di Richard Conte, fresco fresco direttamente da " Il Padrino" e pronto a farsi cannibalizzare dal cinema bis-tris-italiano. Rimangono in positivo le atmosfere che rendono il prodotto appetibile ai nostalgici puri e duri oltre alle ottime musiche beat realizzate dal bravo Stelvio Cipriani. Il film è conosciuto anche con il titolo "Malocchio" a cui aggiungerei, per coerenza, un bel "Occhio e prezzemolo finocchio"!

lunedì 30 luglio 2018

MULTIPLE MANIACS


( Id. 1970)

Ci sono tante cose in comune tra John Waters e Pier Paolo Pasolini : il gusto dell'eccesso, lunghi dialoghi e la ripresa del vero che più vero non si può ovvero il mondo degli emarginati dei freak che si trasformavano nelle borgate romane. Entrambi cercano la verità ma John Waters lo fa con un piglio molto infantile e goliardesco. Divine veste con un abito molto semplice anni '60 ma tutta la sua cattiveria trasgressiva la esprime nel rossetto sulla bocca che lo rende più simile ad un ghigno satanico alla "joker" maggiormente accentuato nella psichedelica scena del sesso lesbico in chiesa (anche se per un travestito la parola "lesbica" appare un pò come un controsenso). In questa scena Divine viene masturbata da una distinta signora (Mink Stole)  con un rosario ed è stata girata in una vera chiesa (anche se al prete non era stato rivelato il vero intento del regista), la scena di sesso viene inoltre intervallata da una sorta di riedizione della passione di Gesù Cristo, piuttosto feroce (le scatolette di tonno ed il pane imbustato come sorta di pani e pesci dell'era consumistica).

In Multiple Maniacs, uno dei primi lungometraggi del regista di Baltimora, considerato il re del cattivo gusto (ma a Baltimora pare abbiano tutti una predilezione per il kitch), appaiono tutti gli attori della Dreamland , una specie di comune cinematografica tra John, Mink Stole, Edith Massey , David Lochary e naturalmente Divine. In questo film Waters esprime tutta la sua predilezione per le storie criminose (John Waters ama assistere ai processi in tribunale) e cita anche il massacro di Bel Air e Sharon Tate. L'uso del bianco e nero rende tutto molto suggestivo ma è sopratutto nel finale catartico che si esprime al meglio la tragicità grottesca di questo "non facile da digerire" film, un finale in cui muoiono tutti (o quasi) per mano di Divine, trasformatasi progressivamente in un serial killer cannibale che mangia il cuore al suo ragazzo per poi, chissà come e all'improvviso venire stuprata da una enorme aragosta dal nome mitico di Lobstora, una sequenza da incubo in cui Divine non lesina certo le urla disperate, è tuttavia grottesco che mentre l'aragosta stupra divine, si vedono i cavi che sorreggono il plasticoso crostaceo. 

Ma non finisce qui, Divine, completamente pazza esce di casa in vestaglia e pelliccia, inizia a sfasciare macchine ed aggredire gente (che del resto fugge ridendo) prima di venire uccisa, in un selvaggio rituale hippy, dalla guardia nazionale. Cosa rende questo film mitico? Il magico mondo dei disperati annusatori di colla e l'incomparabile interpretazione di Divine, mostro goliardesco del futuro e tutta la setta di pazzi che ha partecipato alla realizzazione di questo capolavoro.

lunedì 23 luglio 2018

THE FREAKMAKER

(Id. 1974)
Regia
Cast  , ,


Conosciuto anche come The Mutations, questo film è l'ultimo di una breve serie di titoli diretti da Jack Cardiff, uno dei più grandi direttori della fotografia del cinema anglosassone, premio oscar alla carriera, scomparso nel 2009. Un british horror tipicamente anni settanta, molto simile alle suggestioni emanate dai film di Pete Walker e dalle produzioni Amicus, ma con un'alta componente weirdo che per certi versi fa tornare in mente il bizzarro "Konga" di John Lemont ma soprattutto rievoca con affetto il capolavoro di Tod Browning "Freaks" al limite del plagio, celebrandolo in alcune sequenze come il momento in cui i freaks superano minacciosi i carrozzoni circensi per avvicinarsi al perfido Lynch, proprietario sfigurato di un circo dei deformi, colpevole di numerosi oltraggi nei loro confronti. 

La storia vede protagonista Donald Pleasence nel ruolo di un mad doctor che mescola DNA vegetale con DNA umano allo scopo di rigenerare le cellule degli esseri umani. Il risultato però trasforma le malcapitate cavie in una sorta di pianta carnivora vivente con tanto di petto apribile per risucchiare le linfe vitali delle proprie vittime. Le cavie vengono scelte in mezzo agli studenti universitari del Dottore, rapiti da Lynch e sottoposti a una serie di esperimenti in mezzo a tutta una serie di enormi piante carnivore che divorano interi coniglietti pelosi. Come nel film di Browning, anche qui vengono usati veri freaks tra cui nanetti, donne barbute e neri che strabuzzano gli occhi fuori dalle orbite, ma in aggiunta abbiamo le mostruosità posticce delle piante carnivore che aprono e chiudono enormi boccacce di stoffa emettendo ruggiti da maiali in cancrena e lo stranissimo uomo pianta che da solo merita l'oscar per la creatura più brutta mai realizzata nel cinema horror.
Tutto sommato il film non è neanche male, ha una scrittura asciutta e ben orchestrata, come non se ne vedono più al giorno d'oggi, attori che lavorano alacremente pur senza particolari guizzi interpretativi (anche se Pleasence sembra molto perplesso nel suo ruolo di affettatore di piante sanguinanti) e un finale con incendio+vendetta freaks+succhiamento di linfe e gabbia toracica del mostro in stile lovecraftiano che soddisfano il palato di cinefili amanti del british horror post Hammer in cerca di un titolo strano senza particolari pretese.
 

lunedì 16 luglio 2018

THE APE MAN

(Id. 1943)
Regia  
Cast  , ,  


Ah! Come adoro questi piccoli, piccolissimi film di un'epoca in cui andare al cinema era un puro divertimento e non un investimento sulla qualità del film stesso. In questa vecchia, sconosciutissima pellicola in bianco e nero, diretta da un anonimo regista di nome William Beaudine troviamo un emulo del miglior Corman ed un Bela Lugosi non ancora sulla strada del declino ma abbastanza gigionesco da rendere godibile la storia demenziale di uno scienziato che si finge scomparso, salvo poi essere relegato assieme ad un vecchio gorilla nel suo laboratorio, completamente ricoperto di peli ed ingobbito da una scimmesca mutazione. 

 

I sorrisetti del Bela si sprecano mentre cerca disperatamente di tornare eretto uccidendo persone per estrargli il fluido spinale atto a ricomporre la sua corporatura umana. I delitti vengono compiuti dal gorilla e in questo troviamo un chiaro riferimento ad Edgar Allan Poe ed il suo racconto della Rue Morgue. In tutto questo vediamo incalzare sempre più l'invadente presenza dei giornalisti (i media erano voraci anche allora!) che lo porteranno inevitabilmente alla catarsi finale. Bela alza ancora le braccia come se fosse Dracula ma l'ironia del suo viso ricoperto da peli di scimmia lo umilia un pò e si vede! Tutto questo non può che farci adorare quel piccolo altezzoso ungherese diventato una star del cinema che, oggi, meriterebbe una mitizzazione pari a quella di Marilyn Monroe .