venerdì 4 aprile 2025

HOW TO MAKE A DOLL (1968)

Regia Hershell Gordon Lewis 

Cast Robert Wood, Jim Vance, Bobbi West 

Parla di “professorino nerd inventa macchina che produce donnine ma poi scopre l’amore e non se ne fa più nulla” 

Era il 1968, iniziava la stagione del libero amore, del pomicio studentesco, del rock psichedelico e delle droghe mistiche. In questo frangente anche il padrino del Gore Hershell Gordon Lewis, dovette adattarsi, cinematograficamente parlando, e andare incontro ai rinnovati gusti del grande pubblico. Ecco quindi che in questo anno molto particolare, il nostro maestro dello splatter a basso costo, fu coinvolto nella produzione di una serie di pellicole giovanilistiche in cui la carnazza presa dal macellaio sotto casa, veniva momentaneamente messa in frigorifero a favore di tematiche più attuali come le bande giovanilistiche (She Devils on Wheels) e i primi pruriti sessuali adolescenziali.  

Insomma la parola d’ordine è SESSO e Lewis, bizzarramente realizza questa commediola dai toni fantascientifici in cui un professore di matematica di nome Percy (Robert Wood) vuole a tutti i costi scoprire i misteri dell’amore, ma è talmente nerd da non accorgersi che gli studenti pomiciano dietro le sue spalle mentre è intento a spiegare la lezione. Ovunque si aggiri nel campus, vede coppiette che si sbaciucchiano avvinghiate, un paio addirittura imbucati nella sua bizzarra utilitaria a tre ruote, frutto di un incrocio tra una 500 e un’ Apecar. Recatosi dal suo collega, il professor West (Jim Vance) scopre che lo stesso ha approntato una macchina per realizzare materialmente i desideri. Infatti Percy vede comparire all’improvviso il tenero coniglietto che ha sempre desiderato. 

Ma ovviamente, fra le molteplici voglie dei due scienziati non poteva esserci che la donna perfetta, ed ecco che il supercomputer, tra una risata (si si, il computer ride e fischia quando produce!) e un lampeggio di lampadine, sforna bellissime ragazze disposte a soddisfare qualsiasi desiderio dei due maschi. Preso dalla multicreazione femminile, il dottor West verrà risucchiato nella macchina insieme alle donnine e scomparirà felice in un multiverso sconosciuto mentre il buon Percy incontrerà una bionda studentessa di nome Agnes (Bobbi West), anch’essa un po' nerd e potrà quindi innamorarsi alla vecchia maniera, che è sempre la migliore a quanto pare. Decisamente reazionario e anche un po' (molto) sessista, il film è di una povertà assoluta, sul finale si dilunga in maniera esponenziale nel goffo corteggiamento tra i due fidanzatini con tanto di classico incontro coi genitori nel salotto buono. Le gag comiche sembrano ammiccare ai classici di Charlot e Buster Keaton ma la sensazione è di una pallida improvvisazione senza alcun mordente. Quando Percy viaggia sulla sua assurda utilitaria sembra di vedere qualche episodio di Mr. Bean con la sola differenza che qui non si ride mai, neanche per sbaglio. Fortunatamente il buon Lewis si ravvederà da questi obbrobri in celluloide nel 1970, tornando al buon vecchio splatter nel suo capolavoro The Wizard of Gore. 

venerdì 28 marzo 2025

FRANKENSTEIN ALL’ITALIANA (1975)

Regia Armando Crispino 

Cast Gianrico Tedeschi, Aldo Maccione, Jenny Tamburi 

Parla di “come tentare di rifare Frankenstein Jr. con pochi, pochissimi soldi e soprattutto senza neanche un’idea che sia una” 

Se il titolo alternativo per il film era “Prendimi, straziami, che brucio di passion!”, quello più appropriato per il regista Armando Crispino poteva essere “Dopo il capolavoro, il nulla totale!”. Questo infatti, oltre a essere per il regista biellese l’ultimo film realizzato per il grande schermo, è una chiara marchetta economica realizzata subito dopo il suo capolavoro “Macchie Solari”, un lavoro alimentare adatto per sfruttare (in malo modo) il successo di Frankenstein Junior, uscito l’anno precedente. Siamo dalle parti dell
a solita commedia pecoreccia che ha dalla sua, se non altro, un cast decisamente inusuale per il genere. Se a inizio film ci si può infatti stupire che Alvaro Vitali interpreti un prete strabico, rinunciando ai suoi soliti atteggiamenti alla Pierino, proseguendo vediamo Gianrico Tedeschi, attore più quotato  in ruoli impegnati e soprattutto a teatro, interpretare il Barone Frankenstein convogliato a nozze con una bella americana, stupidina e inverosimilmente illibata (Jenny Tamburi). 

Ma non finisce qui, il cast si arricchisce anche di un Ninetto Davoli nella parte del servo gobbo Igor a cui il mostro toglierà la gobba a suon di manate. In un ruolo minore poi anche Aldo Valletti, indimenticabile protagonista di Salò e le 120 giornate di Sodoma (entrambi quindi provenienti dal cinema di Pier Paolo Pasolini). Troviamo poi Anna Mazzamauro (l’eterna Silvani nei film di Fantozzi) e dulcis in fundo, Aldo Maccione nel ruolo della creatura. Come nel film di Mel Brooks, anche qui Igor pasticcia coi cervelli (mescolandone più di uno insieme), la realizzazione della creatura viene quindi bloccata dall’interruzione di elettricità e si risolve a colpi di palloncini. Il risultato è un mostro dalla faccia bianchiccia, con enormi scarponi neri e una fronte decisamente alta. Ma la peculiarità che risalta più di ogni altra cosa, è ovviamente la prestazione sessuale del mostro, che nel film di Brooks era una gag riuscita ma qui diventa il leit motiv ossessivo-sessuale di tutta l’operazione. 

Le gentil donzelle che finiscono vittime degli appetiti sessuali del mostro, cantano alleluja in segno di estrema beatitudine, questo anche grazie ad un’iniezione di ormoni che l’assistente Alice (Lorenza Guerrieri) propina alla creatura per indurla a sedurre la giovane mogliettina del barone, al fine di togliersela di torno. Tutto si risolve con un trapianto di genitali mostro/barone che porterà entrambi a diventare eunuchi con il dono dell’uncinetto mentre il povero Igor rimarrà l’unico baluardo sessuale del castello. Crispino lascia briglia sciolta al cast dimenticandosi la sceneggiatura (se mai ci fosse tale prezioso reperto), la comicità latita sia per la scarsa qualità delle gag, sia per come vengono realizzate (a tal proposito si veda la penosa scena della colazione dove il mostro sotto la tavola ruba le brioches e spia le sottane). Tedeschi imita Gene Wilder a spron battuta, Davoli sembra sempre non rendersi nemmeno conto di cosa sta facendo e Maccione gigioneggia alla massima potenza. Per fortuna, come sempre, c’è il cast femminile a tirare un po' su il morale. 

venerdì 21 marzo 2025

LA MALDICIÓN DE LA MOMIA AZTECA (1957)


Regia Rafael Portillo 

Cast Ramon Gay, Rosita Arenas, Luis Aceves Castañeda 

Parla di “scienziato criminale vuole recuperare monili aztechi maledetti ma la mummia guardiana non ci sta e lo ciabatta a morte” 


Confortati dal buon successo ottenuto con La Momia Azteca (1957) il produttore Guillermo Calderon e lo sceneggiatore Alfredo Salazar decidono di mettere in piedi in quattro e quattr’otto, un sequel che riprende le gesta della mummia azteca Popoca, esattamente dal punto in cui finiscono le vicende del primo film. Coadiuvati dallo stesso regista Rafael Portillo e dagli stessi personaggi del cast precedente (escluso il Dottor Sepulveda ovvero l’attore Jorge Mondragon, che muore alla fine del primo capitolo) gli autori recuperano le gesta del Murcielago ovvero il cattivissimo Dottor Krupp, malamente arrestato dalla polizia ed escluso piuttosto sbrigativamente dal gran finale. Il pipistrello viene quindi liberato dai suoi scagnozzi dopo una sparatoria assurda in cui i gangster sparano ma dalle armi non esce neanche del fumo e l’unica cosa che ci permette di immedesimarci dello scontro a fuoco con le guardie, sono le braccia dei banditi che simulano il tremore della mitragliatrice ed una serie di effetti sonori piuttosto dozzinali. Siccome poi in Messico sembra che, a quei tempi, non poteva uscire un film senza un lottatore mascherato come protagonista, ecco spuntare l’Angelo, un misterioso supereroe con la maschera del Luchador e una vistosa tutina argentata. L’eroe giunge sul luogo dello scontro con una decappottabile e mena i banditi colpendoli di spalle, ma viene messo fuori combattimento, permettendo la fuga del Murcielago. 

A questo punto il regista, che deve allungare la seppur breve durata del film, ci piazza un lungo riassunto del precedente esperimento ipnotico ai danni della povera Flor (Rosa Arenas) che rivive ancora una volta, l’antico sacrificio al Dio Tezkatlipoka, poi riprende il girato del primo film e riesce così a riempire la prima mezz’ora. Nella successiva mezz’ora, dobbiamo ammettere che non ci si annoia, ci sono scazzottate, un andirivieri di personaggi che entrano ed escono dal covo misterioso del Dottor Krupp, il quale, a furia di dare l’indirizzo a destra e a manca, lo rende famoso in tutto il Messico. Dal canto suo l’Angelo entra ed esce di scena, prendendo sempre un sacco di botte e finendo persino nella stanza della morte dove una botola, sotto ai suoi piedi, rivela serpenti e ragni velenosi. In tutto questo la povera mummia del titolo appare per pochissimi minuti scarsi, dove ciabatta in giro per boschi e strade alla ricerca del pettorale e del bracciale azteco ai quali è stata messa di guardia per tutta l’eternità. Stavolta però il mostro salva capra e cavoli, sconfigge il Murcielago (che ritornerà nel terzo capitolo), recupera i monili e se va in giro pel bosco, accompagnato dal solito pippotto moralistico del bene che sconfigge sempre il male. 

venerdì 14 marzo 2025

THE IMMORAL MR. TEAS (1959)

Regia Russ Meyer 

Cast Bill Teas, Ann Peters, Marilyn Wesley 

Parla di “guardone seriale assume troppo anestetico dal dentista e com
incia ad avere allucinazioni nudiste”  

Esordio ad oggi ufficiale alla regia di Russ Meyer (non considerando The French Peep show girato 9 anni prima ma ad oggi irrintracciabile), questo The Immoral Mr. Teas è il prototipo perfetto del genere nudie cutie per il quale se ne attribuisce la paternità proprio a Meyer. 

Realizzazione in estrema economia (27.000 dollari di budget), nessun dialogo e una trama creata ad hoc solo per mostrarci le bellezze naturali di un gruppo di maggiorate che, per tutto il tempo del film, fanno il bagno in un laghetto, prendono il sole, suonano la chitarra, chiacchierano amabilmente mentre la macchina da presa ostenta silenziosa sulle varie parti anatomiche più pregiate, ovvero il culo e le tette (perché siamo ancora negli anni cinquanta e la rappresentazione vaginale è ancora tabù). Il protagonista è Mr. Teas (interpretato da un certo Bill Teas che, pare, recitasse perennemente in stato di ebbrezza alcolica), un distinto signore di mezza età abbronzato con la paglierina calcata in testa che va al lavoro in bicicletta indossando una ridicola tuta da meccanico rosa e gira per gli studi dentistici consegnando protesi dentali fissate con impressionanti impalcature metalliche. Tra uno studio e l’altro il buon Teas non disdegna di passare il tempo a contemplare i generosi seni dell’infermiera e della segretaria e, nel tempo libero, quelli della giunonica barista. A seguito di un intervento dentistico, il nostro eroe, alterato da una dose massiccia di anestetico, comincia ad avere visioni  in cui si approccia con barista e segretaria completamente ignude, fino a inseguirle sulle sponde di un laghetto dove le sue tre beniamine si dedicano al più puro naturismo. 

Il tutto recitato (diciamo così…vabbè!) senza dialoghi con il solo ausilio di un narratore (tale G. Ferrus) che passa il tempo a snocciolare inutili orpelli nozionistici di varia natura, tanto per fare un esempio, una delle nudiste si mette a fingere di strimpellare una chitarra e il narratore sotto comincia “la chitarra fu inventata nel…ecc. ecc.”, quando ovviamente non ci trita gli zebedei con melense descrizioni dei paesaggi naturali della zona. Insomma tra una divagazione filosofica del narratore e l’altra, la colonna sonora procede impetuosa senza stacchi e soprattutto senza alcuna attinenza con il girato, passando da polke irruente, valzer e marcette assordanti nel più puro spirito del cinema exploitation. Ad oggi si fatica a riconoscere (se non per l’ostentazione voyeristica delle prosperose mammelle protagoniste) il Meyer di Faster Pussycat…kill! Kill! o SuperVixens, in questa specie di demenziale farsa dai ritmi così narcotici che neanche i conetti indossati sul seno da una spogliarellista riescono a scuotere. Se siete amanti di Russ Meyer, il film va visto per completezza, se soffrite di insonnia può essere un valido aiuto ad addormentarsi, se siete amanti del buon cinema, come sempre, evitatelo senza alcuna esitazione. 

venerdì 7 marzo 2025

ZOMBIE ON BROADWAY (1945)

Regia Gordon Doglas 

Cast Wally Brown, Alan Carney, Bela Lugosi 

Parla di “coppia di cloni di Gianni e Pinotto devono recuperare zombie per un locale e si recano su un isola dove scienziato pazzo crea morti viventi a colpi di puntura” 

Il declino inesorabile della carriera di Bela Lugosi si misura dalla ridda di filmetti a cui l’attore ungherese ha partecipato, filmacci di genere horror piuttosto banali (tra cui Notti di Terrore e l’assurdo The Ape Man) e commedie insulse prodotte a seguito del successo de “Il cervello di Frankenstein” con Gianni e Pinotto tra cui ricordiamo (anche se preferiremmo dimenticarle) “Bela Lugosi e il gorilla di Hollywood” (dove invece recita in compagnia dei cloni di Jerry Lewis e Dean Martin) o “Mother Riley meets the vampire”, tutto questo prima della catarsi finale quando l’attore declinerà inesorabilmente in un turbinio di droga e disperazione, confluendo finalmente nel cinema di Ed Wood jr.. Questo Zombies on Broadway precede di tre anni il successo del film con Bud Abbott e Lou Costello ma ad interpretarlo ci sono Wally Brown e Alan Carney, coppia di imitatori del celebre duo, ma decisamente sottotono in quanto a comicità. 

Il film si ispira certamente al classico “L’isola degli zombies” interpretato con successo dallo stesso Lugosi ma più esplicitamente al capolavoro di  Jacques Tourneur “Ho camminato con uno Zombi” da cui recupera l’attore “zombi” Darby Jones e la sua celebre fisionomia del morto vivente caraibico con gli occhi sporgenti . Qui tutto parte da un’attrazione per il lancio di un locale notturno chiamato “The zombie Hut” il cui proprietario è una sorta di gangster. Dal momento che il nero assunto per interpretare il morto vivente non risulta efficace e la presenza di un famoso giornalista all’inaugurazione rischia di trasformare l’evento in un fiasco, il gangster assolda Jerry (Wally Brown) e Mike (Alan Carney) affinchè rintraccino un vero zombie. La loro scalcagnata ricerca li porterà su un isola caraibica dove l’ennesimo scienziato pazzo, il dottor Renault (Bela Lugosi) si diletta a iniettare un siero che trasforma le persone temporaneamente in zombi. Unico vero morto che cammina è invece Kalaga (Darby Jones) rubato agli indigeni del posto e per questo leggermente incazzati con i bianchi del luogo. 

Tra scimmiette che zompettano da tutte le parti e foreste ricreate malamente in studio, le vicissitudini portano al rapimento di Mike a cui viene iniettato il siero. Nella colluttazione che segue il buon Kalaga interpreta male gli ordini di Renault e gli tira una badilata in testa per poi seppellirlo (presumibilmente) vivo. A questo punto, è necessario riportare a casa lo zombizzato Mike sfruttandone la momentanea situazione per esibirlo come morto vivente nel locale. Lugosi appare decisamente sottotono, come del resto in quasi tutte queste sue interpretazioni ad uso esclusivamente alimentare. Si ride poco e male per quasi tutto il film, si salva il finale ma solo perché il film dura pochissimo. 

venerdì 21 febbraio 2025

L’ AMANTE DI DRACULA

(La Fiancée De Dracula, 2002) 

Regia Jean Rollin 

Cast Cyrille Iste, Brigitte Lahaie, Sandrine Thoquet 

Parla di “coppia di occultisti a caccia di Dracula, devono salvare la vittima sacrificale che un gruppo di suore malvagie vogliono offrire in sposa al vampiro” 


Giunto all’alba del nuovo millennio, il cinema surreale, pazzo e sensuale di Jean Rollin si perde nei meandri delle produzioni home video, cedendo parte del suo fascino ad una sorta di autocelebrazione. Questo La Fiancée De Dracula, terz’ultima opera prima della dipartita del regista francese, avvenuta nel 2010, si potrebbe definire un compendio sragionato della sua arte cinematografica, spesso ai limiti della pornografia mescolata con una sorta di surrealismo pseudo autoriale che non ha mai attecchito molto nei confronti della critica più blasonata, mentre invece si è costruito un’aura di regista cult da parte degli estimatori del cinema di serie zeta come il sottoscritto. 

La trama vede un vecchio professione e il suo tamarrissimo aiutante che giungono alle porte di un castello dove spunta una vampira ignuda (Sandrine Thoquet) che prima morde il nano Triboulet (Thomas Smith) e poi si sdraia su una tomba. Dietro indicazioni del nano (che appartiene alla razza dei “paralleli”, sorta di congiunzione tra vampiri e umani) i due si recano in un assurdo convento governato da monache pazze che fumano pipa e sigaro e fanno discorsi ancora più assurdi. L’intento è quello di liberare la bella Isabel (Cyrille Iste) promessa sposa nientepopomeno che al conte Dracula. Ma i buoni propositi dei due eroi vengono messi a dura prova da una serie di donne più o meno sciroccate, tra cui una specie di cannibalessa detta “La Louve” (Brigitte Lahaie) che pasteggia con un neonato in culla.  Per chi si avvicinasse con quest’opera al cinema del regista d’oltralpe, l’impressione sarebbe quella di aver a che fare con un pazzo assoluto o un genio. 

Purtroppo gli estimatori del maestro si trovano di fronte ad un filmetto scialbo, recitato male e girato anche peggio, dove la sensazione generale è quella di riciclare i topoi classici del cinema rolliniano come l’ossessiva presenza dell’orologio a pendolo (recapitato direttamente da Le Frisson des Vampire, suo capolavoro del 1971) che assume, in questo frangente, la funzione di portale verso multiversi paralleli quali ovviamente il buon Rollin, penalizzato come sempre da budget inesistenti, non prova nemmeno a mostrarci. Del resto anche gli effetti speciali latitano, al punto che la trasformazione finale della vampira, bruciata dal sole, sembra un’accozzaglia di make up dozzinale buttato a casaccio, sulla faccia della poveretta. 

Quello che poi fa veramente rimpiangere il passato, è la mancanza quasi totale della componente sessuale, vero e proprio marchio di fabbrica del buon Jean Rollin, qui ridotto a qualche sprazzo di nudo relegato alla sola performance di Sandrine Thoquet (La Iste si accontenta di indossare una specie di vestaglia trasparente ricoperta di fiori da cui s’intravede generosamente). Nonostante qualche buon momento di allegra follia trash (la suora che si mette in testa un imbuto, un’altra che getta il proprio cuore sanguinolento nel fuoco) il ritmo è fiacco, la narrazione si mostra talmente altalenante che risulta quasi impossibile arrivare al finale senza che la noia ci abbia definitivamente sopraffatto. 

venerdì 14 febbraio 2025

LA TOMBA

(The Tomb, 1986) 

Regia Fred Olen Ray 

Cast Cameron Mitchell, John Carradine, Michelle Bauer 

Parla di “profanatore di tombe risveglia divinità egizia vampira che gli infila uno scarabeo nel cuore mentre il regista infila qualcos’altro agli spettatori” 

Uno dei primi film del chilometrico (filmograficamente parlando) Fred Olen Ray, regista, attore, produttore e lottatore professionista, ispirato molto alla lontana al celebre romanzo “Il gioiello delle sette stelle” (da non confondere con La croce dalle sette pietre, eh!) di Bram Stoker. Da molti considerata la sua miglior produzione, il che la dice lunga sulla qualità delle sue opere che purtroppo conosciamo benissimo e, nonostante tutto, non ne abbiamo mai abbastanza. Il cinema di Ray, infatti, è uno di quei guilty pleasure che fa partire l’entusiasmo dal titolo, alza l’asticella quando vedi il poster, godi come un riccio con il trailer e…tutto si sgonfia durante la proiezione del film, che puntualmente, si rivela una poracciata inimmaginabile. 

Regola questa a cui aderisce anche questo “The Tomb”, filmetto insulso, noioso e privo di emozioni. Inizia con un inseguimento aereo/automobile che sembra voler richiamare “Intrigo Internazionale” di Alfred Hitchcock, ma poi spunta Sybil Danning con il viso opportunamente mascherato con un paio di occhialoni da sole che incontra il profanatore di tombe Banning (David Pearson) in quella che sembra essere un’intro alla Indiana Jones con assurda sparatoria. Di seguito il tombarolo e il suo socio si fanno convincere da un vecchio egiziano a entrare nella tomba di Nefratis (interpretata da Michelle Bauer, vera icona del B movie anni ottanta che si divideva equamente tra i peggiori registi in circolazione come appunto Fred Olen Ray o David DeCoteau), una specie di divinità vampiro sepolta viva in circostanze misteriose. Come da copione troveranno l’egizia viva e vegeta con una faccia da zombie e canini allungati. Stranamente però non vedremo mai Nefratis mordere qualcuno per succhiargli il sangue, a Banning gli infila uno scarabeo nel cuore per sottometterlo al suo controllo, al povero Cameron Mitchell gli scaricherà una serie di fulmini fuoriusciti dalla mano (nel finale invece la donna sparerà una serie di raggi laser manco fosse il Millennium Falcon) mentre un’ignara ragazza abbordata in un bar, verrà spinta in un letto pieno di serpenti. 

Pasticciato e confusionario, pieno di dialoghi noiosi, The Tomb alletta nei titoli di testa mettendo in rilievo un cast che sembra di prim’ordine dove, oltre alla Danning e a Mitchell, compare anche John Carradine con un’apparizione talmente effimera da rasentare il ridicolo. Inoltre per essere un horror manca completamente il sangue e le scene Gore ma soprattutto le scene di nudo che hanno fatto la fortuna (si fa per dire) del regista americano. Qui, a parte una piccola sequenza dove un’attrice si toglie la maglietta, sembra di essere alle prese con un film per educande. Se non altro possiamo ammirare, anche se per pochissimo, la grande Kitten Natividad (musa e attrice simbolo del cinema di Russ Meyer) nel cameo in cui (s)veste i panni di una spogliarellista immersa in un tripudio di musica synth-pop anni ’80 con cui il regista ammorba praticamente tutta la colonna sonora del film. 

venerdì 7 febbraio 2025

DEATH WARRIOR

(Ölüm Savasçisi, 1984) 

Regia Cüneyt Arkin 

Cast Cüneyt Arkin, Osman Betin, Funda Firat 

Parla di “superpoliziotto spaccatutto con fisico da pensionato, sgomina banda di ninja aggregati alla mafia italiana, che appaiono alla cazzo con scimitarre di cartone” 

Cüneyt Arkin, che i più strenui seguaci del cinema di serie Z, idolatrano come se fosse il loro messia, produce e dirige (e naturalmente anche interprete assoluto) questo assurdo filmaccio in cui la Turchia diventa Hong Kong e il poliziotto Murat una sorta di superguerriero invincibile incaricato di sgominare una banda di ninja mafiosi in Italia (meno male che ci sono gli ottomani a salvarci!). Il fisico di Cüneyt sembra più quello di un pensionato ultrasettantenne in vacanza, mentre si sbraccia sul bel corpicino in costume della biondissima fidanzata, ovviamente preoccupatissima delle sorti del suo uomo. 

Nel frattempo assistiamo agli allenamenti di questa specie di scuola di karate in cui un cattivissimo vagamente somigliante a Chuck Norris mena fendenti a destra e a manca arrivando addirittura a sgozzare uno con una carta da gioco lanciata di piatto. Le scene di kung Fu sono debitamente accellerate rendendo le sequenze piuttosto simili alle comiche anni ’30, tra urlacci a profusione messi alla rinfusa, musiche rubate senza pietà dalla colonna sonora di 1997: Fuga da New York e zompi acrobatici in cui non si fatica a vedere l’elasticone che fa sobbalzare le comparse. Poi ci sono i ninja, che ovviamente non usano la Katana ma una bellissima scimitarra turca rigorosamente di cartone pressato mentre scompaiono e riappaiono da tutte le parti con esplosioni di fumo che il sonorizzatore del film cerca di spacciarci per esplosioni atomiche. Tutto questo in appena un’oretta e 10 minuti di assoluta confusione, che già recuperare certi film in buono stato è un’impresa (di cui ringraziamo il grande sito Cinema Zoo per il fantastico lavoro di ricerca e sottotitolatura), se poi consideriamo che il film è stato girato con gli avanzi del girato di un precedente action di Cüneyt, intitolato Son Savasci (1982), allora potete ben capire quanto poco coerente sarà la narrazione. 

Infatti, soprattutto nel finale, non si capisce niente ma vale la pena di arrivare fino in fondo, se non altro per godersi l’assoluta unicità dello scontro tra il cattivissimo e Cüneyt. Quest’ultimo, tra una manata e un calcione accellerato, dà fuoco al nemico ma questi, in un maldestro tentativo di copiare anche Terminator, si solleva dalle fiamme per continuare a combattere, peccato che al suo posto, gli effettisti (a tempo perso anche agricoltori immagino) utilizzino una specie di spaventapasseri tirato coi fili e con il quale tentano, senza riuscirci, di concludere con un epico scontro, questo scherzo su pellicola. La lotta tra Cüneyt e il manichino è qualcosa di epocale, non potete dire di aver vissuto pienamente se non dopo aver visto tutto questo! 

venerdì 31 gennaio 2025

NECROMANIA – A TALE OF WEIRD LOVE! (1971)

Regia Edward D. Wood Jr. 

Cast Rene Bond, Maria Aronoff, Ric Lutze 

Parla di “coppia in crisi si reca in casa stregata affinchè la magia faccia il miracolo ma il film scompare e il cast decide di rimanere anonimo” 

Quando un film si presenta già dai titoli con la frase  “Our cast wish to remain anonymous” la dice tutta sulla qualità dei suoi contenuti, se poi a girarlo è il famigerato Edward D. Wood Jr. pure lui sotto falso nome (Don Miller) allora siamo sicuri che quanto stiamo per vedere sia una vera manna per gli amanti del genere weird. In realtà il film non è altri che un pornazzo decisamente soft (non ci sono penetrazioni), antico reperto di un’epoca d’oro per le sale a luci rosse che stava muovendo i primi timidi passi nel mondo del cinema. 

Una giovane coppia con problemi sessuali si reca in una vecchia magione dove pare facciano miracoli con il sesso, in realtà il luogo presenta strani simbolismi esoterici, bare e teschi di peltro che una mistresse piuttosto vogliosa si passa sui capezzoli. Lasciati in una stanza i due ci riprovano ma senza successo, le scene hard si limitano a ampie slinguazzate sui corpi pelosi dei due attori ma, in effetti, il membro maschile, nonostante le stimolazioni tarda ad erigersi, e non è il solo, anche un altro ospite, decisamente ossessionato dal sesso, non mostra segni di indurimento. Chissà forse una scelta registica per evitare la censura estrema che per l’epoca doveva essere piuttosto pesante. In ogni caso la ragazza, delusa dal fidanzato (si spacciano per sposati ma si scopre che non lo sono…brrrr!) si consola con amori saffici offerti da una delle intrattenitrici del posto mentre la mistress tenta invano di far rinvigorire il maschio. 

Portati al cospetto della padrona di casa, Madame Heles, trovano una bara chiusa da cui esce la donna per il verdetto finale, la ragazza (si è laureata!) può andarsene mentre lui deve fare ripetizioni, ed infatti lo ficcano nella bara con la donna affinchè impari qualcosa di più sul sesso. Wood non manca nei dialoghi iniziali di citare il suo amato Bela Lugosi, gira con un budget di appena 7000 dollari su un soggetto scritto da lui stesso (The Only House). Considerata una pellicola perduta per anni, fu casualmente ritrovata e rieditata verso la fine degli anni ottanta dalla Something Weird (che Dio li benedica!). In realtà il film è ben poca cosa, come si può ben immaginare, gli attori sono inguardabili (sia nudi che vestiti), la storia è abbastanza idiota e la durata di appena 50 minuti non lo elegge manco a lungometraggio. Rimane comunque un titolo indispensabile per i completisti del tanto vituperato “peggior regista del mondo”. 

venerdì 17 gennaio 2025

LADRI DI CADAVERI

(Ladron de Cadaveres, 1957) 

Regia Fernando Méndez 

Cast Wolf Ruvinskis, Crox Alvarado, Columba Domínguez 

Parla di “scienziato pazzo mescola lottatori di Wrestling e scimmioni per creare super razza ma genera soltanto un filmaccio super trash!” 

Sappiamo tutti che la Lucha Libra è lo sport più apprezzato in Messico, lo dimostrano centinaia di film realizzati nel dopoguerra, dove la commistione di generi prevedeva quasi sempre un incontro sul ring tra due luchadores mascherati, all’interno di una trama spesso e volentieri dai connotati horror. Un po come se da noi avessero mescolato calciatori e vampiri o partite di calcio giocate nei cimiteri tra zombi. Strano a dirsi, noi non siamo mai arrivati a questi livelli mentre i messicani, invece, ci sguazzavano sul serio come dimostra quest’ennesimo filmaccio diretto da Fernando Méndez. 

In realtà Ladron de Cadaveres non è neanche il peggiore della categoria, come dimostra il fatto che fu distribuito e doppiato anche in Italia. La trama, quella certo, è scombiccherata, con elementi scientifici ridotti a teorie bislacche buone per un pubblico da terza elementare. Abbiamo l’ennesimo scienziato pazzo che, con l’aiuto di un complice piuttosto inquietante, scava nei cimiteri per rubare i cadaveri di lottatori di wrestling per un non ben definito esperimento. I corpi vengono operati al cervello e poi messi sotto una specie di macchina per il transfer cerebrale su un povero scimpanze ma l’esperimento fallisce. Nel frattempo lo scienziato si traveste da vecchietto che vende biglietti della lotteria all’interno di una palestra di lucha libre dove ordisce i rapimenti dei lottatori più in salute. Dalle campagne giunge il buon Guglielmo Santana (Wolf Ruvinskis) un sempliciotto che invita la segretaria a cena e finge di essersi fatto rubare il portafoglio per non dover pagare. Il suo amico Carlos (Crox Alvarado) che è anche capitano della polizia, lo convince a fare da esca travestendolo dal lottatore mascherato “il vampiro” e facendogli vincere una serie di incontri truccati. Con una serie di diabolici stratagemmi (da non crederci, chi ha scritto stà roba è un genio!), Guglielmo viene ucciso con un veleno scambiato dallo scienziato pazzo con un disinfettante che il medico della palestra usa per curare la ferita al braccio procurata a Guglielmo da un complice del mad doctor nella doccia. Il lottatore muore improvvisamente durante un incontro e il suo cadavere viene rubato dall’obitorio. Stavolta l’esperimento riesce e Guglielmone diventa una sorta di zombie fortissimo agli ordini dello scienziato, il quale, dopo questo successo, sogna di creare una razza di uomini perfettissimi e se la ride da matti (“adesso sono anch’io un creatore! Aahahaha!”). 

Peccato che il nuovo schiavo, vestito anch’esso da lottatore di wrestling, esageri con salti, saltelli e mosse di lotta e scaraventa letteralmente il suo sfidante in platea come se fosse una marionetta (che in effetti nella realtà è visibilmente un pupazzo a grandezza d’uomo). Togliendosi la maschera, poi, rivela le sue orrende fattezze che scatenano il panico generale nell’Arena. All’inizio Guglielmo sfodera solo un paio di zannacce ma poi, gradualmente, si riempie di pelazzi e finisce, come King Kong, a rapire la sua bella segretaria (che nel frattempo si era distrutta dal dolore per la perdita del suo amato con cui, se va bene, era uscita un paio di volte!) e finire miseramente la sua carriera di mostro precipitando da un palazzone. Le atmosfere non sono malvagie, i combattimenti tra lottatori sono avvincenti e la narrazione è oltremodo scorrevole, peccato che tutto l’impianto sia semplicemente demenziale e sfocia, nel catastrofico finale, in un’orgia di trash come solo il cinema messicano di genere riesce a regalarci ogni volta. 

venerdì 10 gennaio 2025

TURKISH I SPIT ON YOUR GRAVE

(Intikam Kadini 1979) 

Regia Naki Yurter 

Cast Zerrin Dogan, Cesur Barut, Recep Filiz 

Parla di “giovane e bella contadinotta violentata da quattro agenti immobiliari diventa seduttrice che pianifica la sua mortale vendetta”  

Raschiando nel fondo del barile delle produzioni turche degli anni settanta si trova anche un remake non autorizzato del cult di Meir Zarchi, uno dei maggiori esponenti del genere Rape & Revenge. Se da un lato può sorprendere l’allegra baldanza della Birlik film che ne finanziò la lavorazione, dall’altro appariva palese come questa fosse l’occasion
e giusta per spingere l’accelleratore verso il softcore, con ampia esposizione di corpi femminili nudi e scene di sesso (mal) simulato. Se l’originale “I spit on your grave” calcava la mano, infatti, verso la violenza sia nell’atto dello stupro che nelle sue crudeli conseguenze (evirazioni, maciullamenti con eliche di motoscafo, ecc.) qui sangue e ammazzamenti sono decisamente edulcorati mentre invece Intikam Kadini si mostra generoso con il sesso e la carnazza. 

Su una strada di campagna, quattro agenti immobiliari rimangono senza benzina e decidono di passare la notte in una piccola fattoria abitata dalla giovane contadinotta Aysel (Zerrin Dogan) e dal suo vecchio padre. Il mattino dopo, mentre la ragazza sta lavorando nel fienile, uno degli ospiti le salta addosso, la picchia e la violenta, lo raggiunge il collega Osman (Cesur Barut) che gli da il cambio. Gli altri due immobiliaristi, svegliatisi senza trovare traccia degli amici, ammazzano di botte il vecchio padre (così senza motivo) salvo poi accodarsi anche loro allo stupro di gruppo. La povera Aysel, resasi conto di quanto accaduto, decide prima di suicidarsi e qui il regista Naki Yurter si diverte un mondo a mandare avanti e indietro lo zoom della macchina da presa in una sequenza a dir poco psicotica. Ritroviamo Aysel poco dopo, trasformata in una sciantosa seduttrice pronta alla vendetta, ma non prima che Osman ci regali una piccola scena di sesso con la sua segretaria. Il poveretto incontra in un bar Aysel ma non la riconosce (tutti gli stupratori comunque dichiarano di averla già vista da qualche parte), peggio per lui, perché una volta giunti in camporella, Aysel lo travolge con l’auto facendolo cadere sugli scogli. Tocca poi al collega ciccione e deficiente, che viene sgozzato in barca. Il terzo, sinceramente, non si capisce bene cosa gli accade, perché ad un certo punto lo troviamo annegato in piscina con una bottiglia che gli galleggia a fianco. 

Con l’ultimo stupratore (che poi è stato il primo a violentarla) le cose vanno un po’ più per le lunghe perché la vendetta è un piatto che si consuma freddo. E infatti Aysel si concede con lui una lunga ed estenuante (almeno per lo spettatore) scena di sesso sugli scogli dove possiamo ammirare le forme giunoniche della bella Zerrin in tutto il suo splendore mediterraneo. Il finale lascia decisamente a desiderare quando Aysel si rivela al suo carnefice mettendosi semplicemente un fazzoletto in testa e pigliandolo a forconate nella pancia. Il poveretto, morente, si pente del male che ha fatto alla povera Aysel dicendogli semplicemente “Hai fatto bene!” prima di schiattare in mezzo alla paglia. Pur nella sua grettezza il film ha almeno il pregio di durare un’oretta scarsa in cui è impossibile annoiarsi (se non per le ridicole scene di sesso). Attenzione alle musiche, che passano dal latino americano alla dance elettronica primordiale, alcuni brani sono palesemente copiati (com’è noto nel cinema turco) ma sinceramente non saprei dire dove.   


venerdì 3 gennaio 2025

IL GIGANTE DELL’ HIMALAYA

(The Mighty Peking Man, Goliathon; 猩猩王, Gorilla King, 1977) 

Regia Ho Meng-hua 

Cast Danny Lee, Evelyne Kraft, Ku Feng 

Parla di “gorillone orientale segue bella bionda a Hong Kong ma finisce in catene e giustamente si incazza” 

Nello stesso anno in cui in Italia si produceva Yeti il gigante del XX Secolo, a Hong Kong usciva la versione orientale del King Kong di John Guillermin, il cui successo aveva riattivato l’interesse generale per il gigantesco scimmione spaccatutto. Rispetto agli altri due titoli già citati, qui non è ben chiaro a quale famiglia di mostri appartenga The Mighty Peking Man, il corpo peloso è sicuramente quello di una scimmia ma il volto (o meglio la maschera) ha dei tratti umani, vagamente orientali. Quello che invece appare certo è che il film è un esplosione di trash senza pari, con picchi cruenti e momenti da imbarazzo totale. 

Nelle prime sequenze un gruppo di scienziati si accorge che una scossa di terremoto ha provocato la rottura di una montagna in zona Himalaya risvegliando una gigantesca creatura che fa strage dei villaggi vicini, schiacciando uomini a più non posso con i suoi orrendi piedoni che ostentano orgogliosi le cuciture del costume. Un gruppo di spietati affaristi organizza la spedizione per catturare l’essere mettendovi a capo un povero derelitto di nome Johnny che sembra non aver più niente da perdere (scopriremo infatti che ha beccato la fidanzata a letto col fratello). Nella foresta gli esploratori vengono decimati da tigri staccabraccia, sabbie mobili e dirupi pericolosi, come se non bastasse il perfido manager che accompagna Johnny, ha pure la brutta abitudine di abbattere i portantini che vengono feriti dalle belve. Fatto sta che Johnny si perde nella giungla ma viene salvato da Samantha, una supergnocca biondissima che si atteggia a tarzan, mostrandoci spesso e volentieri normalissime mutandine sotto gli stracci di pelle che indossa e la punta del capezzolo birichina che attira sempre qualche spettatore in più. 

Sopravvissuta da bambina ad un incidente aereo (classica motivazione per la nascita di tutte le tarzanidi femminili, da Gungala a Tarzana a seguire), Samantha è cresciuta nella foresta grazie alle amorevoli cure del mostruoso Utam a cui obbedisce come un cagnolino. Non a caso quando un cobra la morde nelle cosce (e dove se no?) il gigante arriva con mezza foresta di foglie medicamentose mentre Johnny si trastulla a succhiargli godurioso il veleno dalla coscia. Segue una sequela di scene pseudo romantiche dove Johnny e Samantha amoreggiano in compagnia di un leopardo che viene trattato peggio del gattino di casa, poi Johnny decide che è ora di portare Utam nella città e contatta i suoi. Sulla nave però Utam viene legato a catenazze ma nonostante questo salva la nave da un pericoloso naufragio. Arrivati a Hong Kong la produzione, probabilmente per incentivare la distribuzione all’estero inizia a piazzarci un po’ di attori occidentali, compreso il bastardissimo capo della polizia. 

Samantha scopre che Johnny ci ha riprovato con la ex fugge, Utam stanco di giocare con modellini di ruspe, si libera e comincia a spaccare tutto, si piglia una marea di proiettili, Samantha idem e tutti quanti salgono su una torre dove vengono fatti esplodere dei serbatoi distruggendo definitivamente il povero mostro che, a parte qualche marmellata di passante e qualche treno distrutto, non faceva nulla di male. Il film non è fatto per niente male, gli effetti, per l’epoca sono buoni, ma l’intreccio di situazioni è portato a livelli talmente estremi che si fatica a non rotolarsi dalla sedia per il gran ridere. Il pregio di tutta l’operazione è comunque quello di eludere ogni forma di consolazione o di buonismo, mostrando senza mezzi termini quanto sia bastarda la razza degli uomini.