lunedì 9 marzo 2015

IL MOSTRO INVINCIBILE (GAMERA VS. VIRAS)

(Gamera tai uchu kaijû Bairasu, 1968)
Regia
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Il Kaiju Eiga è un genere a parte e come tale dovrebbe essere catalogato. Risulterebbe impossibile altrimenti giudicare film come questo film  di Noriaki Yuasa  che si potrebbe sintetizzare in uno dei suoi innumerevoli nomi:  "Gamera contro Viras". I personaggi umani sono a dir poco irritanti, al limite dell'estremo con due boyscout di 12 anni circa chiamati Masao (Toru Takatsuka) , il giapponesino genietto e Jim (Carl Craig), l'americano scaltro, rapiti dagli alieni dentro un'astronave a forma di palloncini rigati allo scopo di ricattare Gamera, il mitico tartarugone gigante che ruota nello spazio come un'astronave della serie S.H.A.D.O. e lancia fiammate contro i nemici: una sorta di vigilante della terra e amante dei bambini. La terra decide di arrendersi dopo una telefonata delle Nazioni Unite che per salvare due bambini sottomette un intero pianeta (!!!).

Per fortuna che i ragazzini sono scaltri e riescono a liberare Gamera dal costrittore di volontà che gli impone di distruggere Tokyo. A questo punto ci possiamo finalmente godere in pace un bel combattimento tra mostri, ovvero tra Gamera ed il mostruoso polipone Viras, ingigantito dall'unione fra extraterrestri poliponi, truccati da giapponesi in calzamaglia.
Il Kaiju Eiga è così, un genere costruito a uso e consumo dei bambini, dosando la loro ingenuità ad un comparto visivo che, in assenza di mezzi, fa miracoli e ci regala dei bei momenti kitch.
Dedicato a chi non smette di sognare i tartarugoni giganti!
 


giovedì 5 marzo 2015

FATAL FRAMES FOTOGRAMMI MORTALI

(Id. 1996)
Regia
Cast , ,  


Un film ormai di culto, praticamente un kolossal del brutto cinematografico che ha contribuito suo malgrado, negli anni novanta, a determinare il declino e la successiva scomparsa del cinema di genere. Già dai titoli di testa si resta perplessi e incuriositi da un cast che mescola alla rinfusa Ciccio Ingrassia con Ugo Pagliai, Donald Pleasence con David Warbeck, Giorgio Albertazzi con Rossano Brazzi e dulcis in fundo la breve apparizione di Angus Scrimm, il Tall-Man di Phantasm del regista Don Coscarelli. Cosa si può pensare con un cast del genere? Un capolavoro citazionista? Una summa dell'horror anni ottanta? Un ritorno agli sceneggiati gotici della Rai sullo stile "Il segno del comando"? No signori, nonostante i nomi impressi sulla pellicola, siamo di fronte ad uno dei film più truzzi e malfatti della cinematografia italiana. Già nel primo omicidio, dove vediamo il machete accarezzare la vittima da cui si aprono le ferite, ci si rende conto che qualcosa non va. 

Non parliamo poi del flashback iniziale dove Albertazzi costringe il figlio a guardare uno snuff movie (da lì ovviamente tutte le motivazioni che portano all'omicidio il serial killer denominato "video killer"), ma tutto questo signori, non vale nulla di fronte all'apparizione dell'attrice trash del secolo, ovvero "Stefania Stella" !!! Reduce da capolavori come "Celebrità" o "Pierino contro tutti" la Stella è una non-attrice e non-cantante meravigliosa, al punto che  per rendere la recitazione credibile sentiamo i suoi dialoghi in voice over mentre viene ripresa da lontano. Al Festa, nonostante sia sua moglie, aveva capito tutto. Purtroppo qualche primo piano ci rivela l'incredibile recitazione della Stella, nulla però al confronto della canzone "Eternally yours" dove stecca visibilmente mentre viene sollevata ( e non è certo un fuscello!) di peso da ballerini aitanti, di fronte ad un palco poggiato nel Colosseo in mezzo ai turisti! Non parliamo poi del protagonista maschile Rick Gianasi, un patrick scwayze denoiarti con capelloni a coda di cavallo, mascellona marmorea, camicia bianca e stivalazzi nel più puro truzzodeborgata style! Come se non bastasse la fotografia videoclippara punta tutto su colori saturi come il blu e il rosso, senza contare alcune sequenze dove le luci sono posizionate in modo sbagliato al punto di mettere in ombra il volto del protagonista mentre parla. 

Non parliamo poi del montaggio che taglia a fette i dialoghi allontanando di colpo la telecamera o sfuocando arbitrariamente gli attori mentre stanno ancora parlando. Festa si da un gran daffare per migliorare le cose, cercando inquadrature ardite ma la Stella sarebbe in grado di rendere ridicolo anche un film di Kubrick, atteggiandosi in modo ridicolo a sexy vamp con coscione e tettone che sbordano da tutte le parti fino all'apoteosi rappresentata dall'immancabile scena di sesso col Gianasi dove lei copula indossando un tanga!!! Per il resto ci sarebbe da scrivere un libro riguardo alle manchevolezze di un film ambizioso solo negli intenti, capace di citare ironicamente Halloween quando Pleasence prende commiato ( e purtroppo per ironia della sorte questo sarà realmente il suo ultimo film) ma incapace di tappare tutti i buchi di una sceneggiatura verbosa e sconclusionata in cui si mescolano sedute spiritiche imbarazzanti con voci di spettri che sembrano leggere il copione a macchinetta, vittime inseguite che corrono per i cazzi loro in tondo lungo le rovine del Colosseo, imbarazzanti balletti dentro la fontana di Trevi dove la Stella non la finisce più di infracicarsi, dialoghi da toccarsi i coglioni, musichette che è passano dal romantichese sdolcinato al goblin profondorossato con una musichetta che cita la soundtrack de "Il segno del comando" a riprova che Festa si è molto ispirato a questo bellissimo sceneggiato sia per le atmosfere di una Roma notturna dai rimandi baviani (anche l'abbigliamento dell'assassino si rifà ad un celebre film di Bava), sia per la presenza di elementi in comune (un pittore perverso, la seduta spiritica in un palazzo storico). 


Ad un certo punto poi David Warbeck si scatena in recitazione fuori dalle righe che fa rimpiangere i capolavori fulciani e nel finale tutto lo spirito visionario di Festa si scatena in un delirio programmatico che sembra meno peggio di quello che è. In sostanza un film talmente brutto e malfatto che riesce a ipnotizzare per oltre due ore lo spettatore, trasportandolo in un universo di tamarri capelloni, tettone sboccate e vecchie glorie del cinema horror, imperdibile.

mercoledì 25 febbraio 2015

LA BESTIA NELLO SPAZIO

(Id. 1980)
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Ultima incursione di Alfonso Brescia (con lo pseudonimo di Al Bradley) nella fantascienza, a chiusura di un tentativo di saga interstellare cominciata nel 1977 con Battaglie negli spazi stellari e proseguita rispettivamente con Anno zero - guerra nello spazio e La Guerra dei Robot. In realtà La Bestia nello spazio è più un tentativo di riciclaggio del materiale dei vecchi film che un capitolo conclusivo. L'introduzione dell'elemento erotico o pornografico che dir si voglia, in una sottosaga che faceva il verso a Star Wars è comunque una valida testimonianza del mutare dei tempi e dei gusti del pubblico. 

Lo straordinario riscontro al botteghino del film "La Bestia" , soft erotico fantasy diretto da Walerian Borowczyk aveva appena sdoganato il sesso nel cinema rendendolo autorale a più livelli, "Una garanzia di successo!" deve aver pensato Brescia, al punto da tentare l'ardito esperimento di una commistione tra pornografia e fantascienza (già vista nel divertentissimo e ultracult Flesh Gordon ). Set, costumi e persino il mostruoso robottone Zakor vengono spudoratamente recuperati per dar vita a uno strano ibrido di generi, mescolando western, horror, sci-fi, fantasy e eros. Alfonso però non si ferma qui, recupera anche Sirpa Lane, la protagonista del film di Borowczyk e ce la piazza dentro con tanto di sogni erotici ricorrenti di un orrendo satiro dotato di un mostruoso pene...

Il film muove la trama dalla ricerca del prezioso Antalium, minerale rarissimo ma necessario per la costruzione di armi neuroniche, che scatena una sorta di febbre dell'oro fra mercenari galattici e capitani interstellari coraggiosi. Tra flashback erotici, risse in bar spaziali e androidi dorati assolutamente ridicoli, il film sfocia nell'immancabile orgia finale che fa intendere ad un possibile taglio, nella versione italiana, vista anche l'estrema castità delle scene a cui assistiamo. Probabilmente Brescia ha voluto più ricreare un soft-core che realizzare un vero e proprio porno ed il risultato finale, deludente sotto tutti i punti di vista, diventa un'enorme pacchianata interstellare, apprezzabile per il suo gusto demodè e per il fatto di aver realizzato una scopiazzatura di un film d'arte per trasformarlo in una mera operazione commerciale.

Curiosità: In Germania il film è uscito con lo stesso titolo di "One Million Years B.C. " (Bestie aus dem Weltraum) capolavoro sci-fi con le creature a passo uno dell'immenso Ray Harryhausen.





venerdì 20 febbraio 2015

ENDGAME - BRONX LOTTA FINALE


(Id.1983)
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Il titolo tenta di riallacciarsi in qualche modo alla trilogia post-atomica bronxiana di Castellari di cui, in quell'anno, usciva "Fuga dal Bronx", forse il titolo più di successo della triade. Probabilmente per cavalcare l'onda del successo ottenuto da Castellari, Joe D'amato ha confezionato in tutta fretta questa pellicola che, nella sostanza però, non lega affatto alle avventure di Trash, proponendoci, invece un nuovo antieroe italico interpretato da Al Cliver con il nome di Shannon. Caratterizzato da una non espressività continua da duro con il cuore d'oro, Shannon è un giocatore di Endgame, gara televisiva di ammazzamenti a colpi di karate, asce barbariche e fucili a canne mozze, il tutto ambientato in un futuro post-atomico un po maccheronico, fatto di industrie e capannoni dismessi nella prima parte dove cunicoli oppressivi e cantine buie ospitano mutanti telepati e barboni cannibali, tutti perseguitati da una polizia militare che indossa divise da SS (con tanto di iniziali sull'elmetto) e maschere antigas della seconda guerra mondiale. 

La seconda parte del film invece vede Shannon impegnato a liberare dei mutanti capitanati da una Laura Gemser insolitamente coperta fino ai capelli (ma ci regalerà la vista di un seno nella scena dello stupro da parte di un mostro) all'interno di un'ambientazione desertica in stile Mad Max dove il nostro eroe comanda un improbabile stuolo di barbari tra cui spicca Mario Pedone (il Franchino ascella pezzata di "Fantozzi Subisce ancora") vestito come un Re Artù dei poveri che mena cazzotti sulla testa come Bud Spencer. Il gruppo dovrà affrontare mutanti con le branchie sulla faccia o il muso di scimmia, barbari in motocicletta e monaci cecati, armati di scimitarre e accette. Tra sparatorie, scazzottamenti ed esplosioni il film scivola stancamente verso un finale telefonato che vede lo scontro con Kamak, nemico giurato di Shannon, interpretato da un cupissimo George Eastman. 

Nel cast anche un ridicolo Gordon Mitchell nella parte di un generale che, ad un certo punto se ne becca tante da far sbellicare dalle risate. L'impianto generale del film sguazza tra trash e povertà generalizzata, ma le scene action non sono poi così male e qualche duello appare anche avvincente. D'amato gioca bene con i generi, mescolando sapientemente "Giochi di Morte", "Rollerball", "Interceptor" e "Fuga da New York". Certo però che, bisogna proprio dirlo, Castellari in queste cose è di un'altra categoria.

martedì 10 febbraio 2015

BLUE MOVIE

(Id. 1978)

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Pazzesco! Non c'è altro aggettivo per definire il cinema di Alberto Cavallone, regista ultra underground italiano degli anni '70, ancor oggi autore di nicchia e di culto (per pochi). Il suo è un cinema sgradevole, scomodo e per niente rivalutato nel tempo, per quanto i suoi film siano avanti anni luce rispetto ai tempi moderni. Devono passare ancora dei begli anni prima che lo "scat"  passi da genere estremo a forma artistico cinematografica ma in Blue Movie c'è anche questo. Una storia malata che, in pratica è un susseguirsi di stupri ai danni della povera Sylvia (Dirce Funari) che fuggita da un uomo mascherato finisce nelle mani di Claudio (Claudio Maran), il quale, al pari delle bamboline che lega, smonta e rimira, tratta le donne come oggetti puri da guardare attraverso una vetrata mentre defecano in un pacchetto di Malboro, farle cospargere interamente di merda in una danza che eppur qualcosa ha di sensuale. 

Ossessivo e visionario il rapporto che mina la base di tutto il film, un'opera malata in cui A Clockwork Orange  si mescola a Salò o le 120 giornate di Sodoma  arrivando alla pornografia soft di una luce che esplora il corpo femminile di Daniela (Danielle Dugas), zingara disposta a tutto pur di sopravvivere. Nel cinema di Cavallone, poi, i dettagli sono importanti come le foto e i video tratti dal passato di Claudio, reporter fotografico di guerra. In questo la storia prende piega come una sorta di psicosi del protagonista, anche se per tutto il film non si capisce se è vera follia od un gioco di complicità di un triangolo umano tra un uomo e due donne pazze. 

L'uomo domina e la donna accetta di buon grado. Forse siamo di fronte ad una sorta di reazionarismo di destra che Cavallone ha voluto denunciare in questo film assieme al consumismo che già a quei tempi marciava compatto verso la vittoria. E' innegabile la forza visiva di quest'autore, relegato sempre più in basso fino ad essere ricercato come una chimera da pochi, illuminati, amanti di un cinema di genere che ha permesso a Cavallone di emergere come anima ed essenza di un cinema che non sarà mai in linea con i tempi attuali per quanto questa sua prerogativa lo rende un genio nascosto della cinematografia italiana.