martedì 6 marzo 2012

THE THING WITH TWO HEADS

Id. 1972
Regia Lee Frost
Cast: Ray Milland, Roosevelt Grier, Don Marshall

Già prima dei titoli di testa si intuisce subito che questa pellicola sarà una festa del B-Movie, viene infatti presentato da quel Samuel Z. Arkoff che rappresenta un'icona del cinema di exploitation degli anni '70, aggiungetevi poi nomi come Ray Milland e Roosevelt Grier (cugino della ben più nota Pam) ed il quadro è completo. Il film di Lee Frost si presenta come un felice mix di horror, sci-fi, commedia grottesca e blacksploitation e narra di un anziano chirurgo che fa esperimenti per trapiantare la testa di un uomo nel corpo di un altro; per ovviare ai problemi di rigetto, la testa del proprietario originale viene lasciata per 24 ore in compagnia dell'altra creando di fatto un mostro a due teste, prima di essere asportata completamente. Inizialmente quest'esperimento viene effettuato su un gorilla (uno dei primi costumi realizzati e indossati dal mago del make up Rick Baker) ma ben presto sopraggiunge l'esigenza di trapiantare il capo dello stesso medico, ormai in fase di coma irreversibile su un corpo di un volontario donatore. Purtroppo per il dottor Kirshner, noto per le sue idee razziste, l'unico volontario è Big Jack, un grosso negro condannato a morte per un omicidio non commesso. I due si troveranno quindi attaccati per il collo e la convivenza sarà tutt'altro che facile.

Aiutati dal giovane medico di colore Fred Williams (Don Marshall) cercheranno di raggiungere la ragazza di Jack per recuperare le prove della sua innocenza, almeno fin quando il dottor Kirshner non prenderà il sopravvento del corpo ospitante. Questa pellicola inconsueta e alquanto bizzarra, nonostante la povertà dei mezzi e la chiara immagine di cinema di genere ha dalla sua notevoli carte per diventare un piccolo cult, innanzitutto per il tono ironico con cui si sviluppa la vicenda, poi per i dignitosi effetti speciali che riescono a rendere il tutto veramente credibile, ma sopratutto per i contenuti, esplicitamente antirazzisti che rivelano come l'uomo bianco si dimostri un parassita nei confronti del "nigger", attaccato al corpo dei fratelli per succhiarne le forze e acquisire il potere con lo sfruttamento e la schiavitù.
Alla fine, sarà Big Jack a spuntarla e il film finisce con lui, il dottor Williams e la ragazza, in auto a cantare "oh Happy Days" come nella migliore tradizione gospel dei neri americani, la cui unica speranza è ritrovare la propria dignità staccandosi dal bianco sfruttatore. Un chiaro messaggio di un'epoca travagliata dalle Black Panther, dalla lotta per i diritti e l'emancipazione dell'uomo di colore, che purtroppo, ad oggi non ha ancora completato il suo corso. Se amate il cinema di John Landis troverete più di un riferimento tra cui un lunghissimo inseguimento delle auto della polizia che per mezz'ora abbondante vediamo scontrarsi, sprofondare, schiantarsi in un susseguirsi di scene spettacolari (e un pò noiose in verità) da far invidia al mitico The Blues Brothers, Landis, che realizzerà il suo primo film l'anno successivo, è chiaramente debitore di questo gioiellino, da noi purtroppo, sconosciuto.

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