giovedì 20 luglio 2023

I MORTI VIVENTI SONO TRA NOI

(Revanche des Morts Vivants, 1987) 

Regia Pierre B. Reinhard 

Cast Veronique Catanzaro, Laurence Mercier, Anthea Wyler 

Parla di “latte scremato assassino, zombesse tiramorsi, segretarie ricattatrici e prostitute infilzate proprio lì in mezzo” 

Introdotto da una colonna sonora costituita da disperate urla femminili, il film del regista franco-svizzero Pierre B. Reinhard parte con il sabotaggio di un camion che trasporta latte. Un misterioso motociclista  versa un liquido rossastro nella cisterna del veicolo mentre il camionista viene distratto da un’autostoppista di facili costumi. Il latte contaminato arriva alla tavola di tre ragazze che muoiono istantaneamente. Nel frattempo il direttore della ditta di prodotti chimici OKF viene incastrato in uno scandalo orchestrato dalla segretaria Brigitte a scopo di ricatto. La OKF ha infatti incaricato un tizio senza scrupoli di sversare rifiuti tossici nel cimitero dove sono sepolte le tre ragazze che, guarda caso, ritornano in vita, tutte vestite di bianco con delle facce grigiastre e dentature in bella evidenza. 

La trama mescola complottismo, poliziesco e horror con una serie di eventi ad incastro che, se ben orchestrati potevano anche dar vita ad un buon film. Ma Reinhard, il quale giustamente proviene dal cinema porno, pensa più ad inquadrare cosce e tette che al povero spettatore, il quale rimane invischiato in un pasticcio confuso dove il montaggio contribuisce in modo negativo a destabilizzare il senso narrativo. Non disponendo quindi di una sceneggiatura sensata a opera di Jean Claude Roy (che si firma con l’anglopseudonimo John King) ci dà dentro con gli effettacci gore e, dal quel punto di vista, il film si rivela sorprendente, soprattutto per una sorta di crudeltà morbosa che ricorda il cinema di Fulci e Joe D’Amato. Le tre zombesse, oltre a muoversi con grande agilità, strappano a morsi il pene ad un tizio, la povera prostituta viene coinvolta in un amplesso a quattro lesbo-necrofilo e finisce infilzata come uno spiedo con uno spadone infilato nella vagina, il tutto con gran dovizia di particolari. 

A mio parere, tuttavia, la scena più assurda è quella dove uno degli impiegati della OKF, che si era ustionato la mano con il prodotto chimico incriminato, tocca la pancia della fidanzata incinta, quest’ultima, entrata in doccia, si accorge con orrore che la pancia comincia a sciogliersi, feto compreso, in un tripudio di sangue e budella veramente disgustoso. Il motociclista, mosso da sensi di colpa va a confessarsi in chiesa ma invece del prete si trova davanti le zombesse con tutto quel che ne consegue. Alla fine (posso spoilerarlo tanto trovate il finale anche su Wikipedia!) si scopre, in maniera piuttosto sempliciotta, che le tre morte viventi erano rapinatrici incallite con mascheroni di gomma, capaci per avidità, a quanto pare, di evirare a morsi le persone o ad eviscerarle a mani nude. In generale, comunque, il film è permeato di un certo fascino horror da cinema europeo anni settanta, tra un tardo Jean Rollin e un Amado De Ossorio con qualche reminiscenza dei fumettoni perversi che uscivano nelle nostre edicole, tipo Oltretomba o Satanik, per intenderci, il che, se siete degli incorreggibili nostalgici, vi permetterà di apprezzarlo comunque nonostante le evidenti lacune.  

giovedì 13 luglio 2023

MAD HEIDI

(2022) 

Regia Johannes Hartmann e Sandro Klopfstein 

Cast Alice Lucy, Casper Van Diem, Kel Matsena 

Parla di “dittatore del formaggio ultrasvizzero contro eroina delle alpi armata fino ai denti”  

Una volta c’era Elisabetta Viviani che cantava “Ti sorridono i monti, le caprette ti fanno ciao”, oggi invece, grazie ad una campagna di crowfunding iniziata su Kickstarter, i due esordienti Johannes Hartmann e Sandro Klopfstein hanno potuto mettere in mano alla celebre eroina ideata dalla scrittrice svizzera Johanna Spyri, alabarde, pistole, spade e mazze ferrate per un tripudio gore-splatter in puro stile Grindhouse. Non a caso l’estetica di Mad Heidi attinge a piene mani dal Machete di Robert Rodriguez, con tanto di mitragliatrice a nastro nel finale, ettolitri di sangue a spruzzo e tonnellate di ultraviolenza dove satira sociale, distopia e horror si mescolano allegramente in una sarabanda orgiastica che gli autori amano contrassegnare con l’appellativo di Swissploitation. 

Il plot narrativo rimane comunque un piccolo capolavoro di genio demenziale ambientato in una Svizzera dominata dal dittatore del formaggio Meili (interpretato da uno spassosissimo Casper Van Diem) il quale, analogalmente al noto Fuhrer, trasforma la nazione in un dominio ultranazionalista dove l’unico cibo concesso è il formaggio rigorosamente locale mentre dissidenti e intolleranti al lattosio vengono deportati in oscure prigioni. La giovane orfanella Heidi (Alice Lucy) intanto flirta con il giovane Peter (Kel Matsena), il quale, in concessione alla moda inclusiva ma con una punta d’ironia, è un nero che indossa sgargianti abiti tirolesi mentre si dedica allo spaccio clandestino di formaggio illegale. Catturato in pieno villaggio, Peter viene ammazzato davanti agli occhi di Heidi dal crudele sgherro di Meili che gli fa saltare letteralmente la testa. Non contento, l’ufficiale fa esplodere la baita del nonno e imprigiona la ragazza (non è ben chiaro invece il destino del povero Fiocco di Neve). 

In prigione Heidi conosce Klara ed entrambe devono affrontare le torture della crudele signorina Rottenmeyer il cui nome viene storpiato in Rottweiler e le angherie di due spaventose vichinghe campionesse di lotta libera. Non manca la variante horror in cui lo scienziato pazzo di turno (Pascal Ulli) crea il super formaggio ultrasvizzero in grado di trasformare i suoi consumatori in zombi purulenti e aggressivi. In Mad Heidi il trash diventa concettuale, non siamo certo di fronte ad un low budget, visto anche che il film ha raccolto una produzione di due milioni di dollari e si vede che sono stati spesi tutti (e bene). Impossibile non voler bene alla Lucy quando infilza gli swiss nazi a colpi di alabarda o quando vediamo il nonnino corredato di piratesca benda all’occhio, muovere la resistenza contro i formaggiatori assassini. Non siamo certamente di fronte al film dell’anno, ma il divertimento è assicurato…occhio però al colesterolo! 

giovedì 6 luglio 2023

MORAK, IL POTERE DELL’OCCULTO

(Meatcleaver Massacre, 1976) 

Regia Keith Burns e Edward D. Wood Jr (Evan Lee) 

Cast James Habif, Larry Justin, Cristopher Lee 

Parla di “studioso gambizzato non sa cosa fare in ospedale ed evoca demone della vendetta contro bulletti assassini”  

Uno dei pochi motivi che posso suscitare interesse nello spettatore nei confronti di questo poverissimo slasher anni settanta, è la presenza dietro la macchina da presa di Edward D. Wood Jr. a quattro mani con il regista Keith Burns. Un nome che oggi non ha certo bisogno di presentazioni tra gli appassionati di cinema ma che, ai tempi, non diceva proprio nulla, al punto che i due registi apparvero dietro l’unico pseudonimo Evan Lee. Altro motivo potrebbe essere la presenza di Cristopher Lee nel cast, non fosse che la sua interpretazione si riduce ad un mero cameo di presentazione a inizio film (almeno nella versione italiana perché in quella americana c’è anche nell’epilogo) in puro stile edwoodiano, alla Criswell, per intenderci. 

Il problema, semmai, è che il cameo di Lee fu realizzato all’origine per un altro progetto e poi acquistato successivamente dalla produzione per avere almeno un nome famoso da sbandierare nei flani. Terminati i motivi di interesse potremmo anche concludere qui la nostra dissertazione su Meatcleaver Massacre, non fosse che l’idea di base ha almeno il pregio di anticipare di due anni il plot narrativo di Patrick di Richard Franklyn, plot ripreso successivamente anche dal nostro amato Fulci per Aenigma (per non parlare poi del sequel apocrifo di Mario Landi “Patrick vive ancora”). La storia vede come protagonista marginale uno studioso universitario, tale Prof. Cantrell (James Habif), che durante una lezione afferma di poter evocare il demone Morak con una preghiera in gaelico. Fuori dalla scuola il professore ha un alterco con Mason (Larry Justin) uno sbandato dedito alla droga. 

Quest’ultimo organizza una home invasion a casa dello studioso con tre bulletti che fanno fuori tutta la sua famiglia e lo trasformano in un vegetale con una mazzata in testa. Paralizzato in un letto d’ospedale Cantrell evoca mentalmente il demone Morak e lo scaglia contro i teppisti per vendicare la sua famiglia. Il primo viene ucciso nel deserto non si sa bene come, forse fustigato a morte dalle piante di Yucca, il secondo, che fa il meccanico, viene giustamente preso a cofanate d’auto sul cranio mentre il terzo, dopo aver cercato inutilmente il coito con un’amichetta prostituta (che permette al film di avere la sua quota sesso con l’esibizione in primo piano delle tette di Maria Arnold) viene carbonizzato a morte da un quadro elettrico assassino. La sorte peggiore toccherà a Mason e di rimando anche allo spettatore, perché a quel punto si paleserà finalmente il demone in carne e trucco, un’orrendo quanto ridicolo incrocio tra Swamp Thing e Bigfoot ma realizzato talmente male che il direttore della fotografia meriterebbe un premio per averlo inquadrato poco e male. 

Alla fine lasciamo Mason in un manicomio a guardare un occhio strappato sul palmo della mano ridendo come un matto. Uscito da noi solo in VHS, Morak è uno di quei film che partono discretamente ma si perdono per strada con inquadrature turistiche delle strade notturne, cartelloni pubblicitari e, ad un certo momento, anche due tizi che si baciano e nessuno sa cosa cazzo c’entrino col film. Particolare il fatto che nella pellicola non esista un vero e proprio protagonista, in effetti anche il resto del cast sembra latitare, soprattutto nella qualità dell’opera finale dove persiste sotterranea una certa comune vergogna per quanto si è andato a realizzare.  

giovedì 15 giugno 2023

ARIA COMPRESSA – SOFT AIR

(1998)

Regia Claudio Masin

Cast Gerardo Amato, Bobby Rodhes, Massimo Franchi

Parla di “ragazzotti giovialoni che incontrano nei boschi un gruppo di assassini e tutta la voglia di divertirsi scompare in un lampo”

Dopo 25 anni di aspre critiche, recensioni distruttive e commenti denigratori su tutti i canali di comunicazione possibile, sarebbe forse ora di fare ammenda e dichiarare che, in fin dei conti, il film del povero Claudio Masin non è poi quell’abominio cinematografico cui tutti vogliono farci credere. Certo la trama è piuttosto incoerente anche se la struttura prende (mi si perdoni l’accostamento sacrilego!) spunto dalla narrazione di Michael Cimino ne Il cacciatore.

La prima parte, infatti, è incentrata su momenti di normale quanto vivace convivialità da parte dei protagonisti, un gruppo di giovanotti in fase pre-yuppie, vestiti secondo la moda anni novanta, con (odiosi) maglioncini allacciati sulle spalle, capelli cotonatissimi e camicie sbottonate. Ma del resto il film è quello che è, ovvero uno specchio dell’epoca, un documento prezioso di telefonini cui andava alzata l’antenna per chiamare o di automobili dalla forma di scatoletta rettangolare. L’allegra combriccola organizza una serata in un deprimente localino della provincia romana, tra scherzi goliardici (l’hamburger pieno di peperoncino e tabasco…ahahah che ridere!!!) e infrattamenti per pomiciare, la serata si conclude a casa tra balletti techno, superalcolici e l’impegno di partecipare tutti quanti alla gara di soft air denominata Wargames. 

Tutto questo nei primi quaranta minuti del film, da molti definiti inutili ma necessari ad una appropriata indagine psicologica sui personaggi. Non sarebbe infatti possibile desiderarne ardentemente la morte altrimenti. A questo poi si aggiunge una recitazione scolastica ed amatoriale, dei dialoghi insulsi e una fotografia piatta che ci fa rimpiangere le telenovelas brasiliane. La seconda parte del film si svolge, analogalmente al film interpretato da Robert De Niro, sul campo di battaglia dove i nostri eroi, appena scesi dalle auto vengono crivellati da colpi di pistola, così…senza motivo. Marco (Manuel Oliveiro) fratello di Giorgio (Massimo Franchi) che la sceneggiatura ci impone forzatamente come protagonista, viene ferito ad una gamba. La squadra, terrorizzata, senz’armi, riesce però a far fuori uno degli assassini che si alza un paio di volte prima di morire per una semplice botta in testa. I ragazzi prendono possesso delle armi del killer e finalmente si può iniziare la vera guerra, che però non accade perché la squadra è un manipolo di cagasotto che preferisce rifugiarsi in una stalla dove Marco muore dissanguato (altra morte assurda). Per fortuna che il giudice di gara riconosce in televisione uno degli assassini e denuncia il fatto ai carabinieri, i quali addirittura in tenuta d’assalto, fanno fuori gli assassini e liberano i ragazzi dall’incubo. 
 
In tutto questo manca un elemento importante che è stato dimenticato, forse: la motivazione per cui gli assassini se la prendono coi ragazzi. D’accordo, la televisione li indica come un gruppo di estremisti, ma non c’è veramente alcuna ragione per cui un gruppo di terroristi inizia a sparare su un pacifico stuolo di ragazzetti la cui unica aspirazione nella vita è divertirsi o trombare. Nel cast compaiono anche Gerardo Amato fratello di Michele Placido (quasi un sosia) e soprattutto il grande Bobby Rhodes, il nero spaccatutto di Demoni. Curiosamente compare anche Eva Russo, portiere della Nazionale di calcio femminile italiana, la cui recitazione fuori dalle righe, perennemente in fase “schiumo di rabbia” è l’unica cosa divertente di un film divenuto ormai un classico del brutto, una reliquia della decadenza del cinema di genere, un guilty pleasure per molti critici (alla stregua del porno), una palestra di apprendimento su come non si deve mai realizzare un film, un’offesa allo spettatore pagante…però ha anche dei difetti!

giovedì 8 giugno 2023

THE BEACH GIRLS AND THE MONSTER

(1965) 

Regia Jon Hall 

Cast Sue Casey, Jon Hall, Arnold Lessing 

Parla di “ridicolo pesciolone mutate a sembianze umanoidi semina il terrore tra ragazzini in costume da bagno intenti a fare surf” 

Parallelamente al circuito dei surf movies, composto per lo più da documentari, apparve sul finire degli anni cinquanta il beach party movies, conosciuto anche come surfsploitation, genere che prevedeva sostanzialmente feste in spiaggia, ragazzine danzanti al suono del surf rock e muscolosi giovanotti che si esibivano in acrobazie sulla tavola, sfidando le incalzanti onde delle coste americane. Il genere prese anche derive horror/fantascientifiche, o almeno ci provò con The Horror of Party Beach del 1964 dove enormi uomini pesce con wurstel in bocca terrorizzavano i ragazzini sulle spiagge. L’anno successivo, senza alcuna vergogna, vide la luce questo The Beach Girl and the monster dove a giustificare il pesciolone assassino che uccide ragazzine sulla spiaggia, ci pensa uno scienziato oceanografico, il dott. Otto Lindsday, interpretato dallo stesso regista Jon Hall che suppone sia una Fantigua, pesce assassino (che ho cercato in giro ma sembra non esistere in natura ma potrebbe riferirsi al barracuda) mutato a causa delle radiazioni. 

A dir la verità la mutazione deve essere stata veramente a risparmio visto che il costume è un pout pourri a strisce di stoffa appiccicate a un costume di gomma con testone di pesce dagli occhi sporgenti. Attenzione però perché nel finale cambia tutto e il film, oltre a cambiare prospettiva, assume una connotazione quasi plausibile, se solo ci si fosse impegnati, in fase di sceneggiatura, a dare una spiegazione sensata al tutto. Nel cast appare Arnold Lessing che due anni dopo entrò a far parte del team di Star Trek nei panni del tenente Carlisle, qui in veste di protagonista, figlio dello scienziato che, a seguito di un incidente d’auto decide di lasciar perdere la ricerca scientifica per divertirsi con gli amici surfando e cantando canzoncine d’amore sulla spiaggia. Sue Casey è invece la matrigna Vicky, dedita all’alcool e alle libagioni extraconiugali mentre Walker Edminston interpreta lo scultore Richard, rimasto infortunato dopo l’incidente e ospite a scrocco del dottor Lindsday. 

Insomma, tra balletti rock’n’roll (in cui vengono messe in campo un gruppo di ballerine da nightclub chiamate The Watusi Dancing Girls), estratti di acrobazie surf piazzati qua e là senza alcun senso (opera di uno dei più prolifici film-maker specializzato nel surf ovvero Dale Davis) e festicciole in spiaggia (dove c’è anche un assurdo siparietto con un ventriloquo che fa cantare “There's a Monster in the Surf” da un pupazzo a forma di leone), il film riesce comunque a intrattenere con un dramma familiare che si mescola alle fugaci apparizioni del mostro. A condurre le danze ci pensa la colonna sonora, composta da pezzi del gruppo surf The Hustlers e la title track “Dance Baby Dance” cantata nientemeno che dal figlio di Frank Sinatra. 

giovedì 1 giugno 2023

SLUGS - VORTICE D'ORRORE

(Slugs, 1988) 

Regia Juan Piquer Simon 

Cast Michael Garfield, Kim Terry, Philip MacHale 

Parla di “lumaconi senza guscio ma forniti di zanne dichiarano come loro dispensa personale una piccola cittadina Americana” 

Il mondo degli insetti, è risaputo, ha sempre avuto un ruolo principe nei film di genere eco-vengeance, basti pensare alle formiche di Fase IV distruzione Terra, gli scarafaggi incendiari di Bug insetto di fuoco e i vermi antropofagi di Squirm – I carnivori venuti dalla Savana. Complice un aspetto non propriamente eccelso agli occhi dell’essere umano e la sua capacità di riunirsi in una moltitudine avvolgente, questa specie vivente ha sempre avuto la capacità di terrorizzarci e disgustarci sul grande schermo. Pur non essendo propriamente un insetto (è difatti un mollusco) la lumaca è sempre stata associata ad un’immagine simpatica e tranquillizzante, basta però toglierle il guscio casetta, rifornirla di due zanne poco rassicuranti e darla in mano al regista spagnolo Juan Piquer Simon (conosciuto anche per altri due filmacci quali La cosa degli Abissi e The Chtulu Mansion) per dare vita ad uno dei film più schifosi mai usciti sullo schermo. 

Slugs è una produzione ispano-americana, realizzata con quattro soldi di cui oltre la metà per gli effetti speciali (per i quali Gonzalo Gonzalo, Basilio Cortijo e Carlo De Marchis vinsero il premio Goya nel 1989) dove però lo splatter risulta bello abbondante e non mancano due o tre sequenze degne di nota. L’ambientazione è la solita località rurale americana dove uno studente seduto su una zattera in mezzo al fiume viene risucchiato in acqua manco fosse stato assalito dallo squalo in persona, poi c’è un barbone che si sdraia su un vecchio divano e viene divorato e fin qui non si vede nulla, poi di colpo assistiamo ad una coppia di ragazzini che fornica in casa dei genitori assenti e si ritrovano sotto i piedi un letto di schifosissimi lumaconi viscidi che si mangiano la ragazza in un mare di sangue. Il clou è però il manager rampante che, dopo aver mangiato a casa un’insalata con dentro i mollusconi, si ritrova la faccia piena di vermi al ristorante. 

Il protagonista, un impiegato dell’ufficio di igiene di nome Mike (Michael Garfield) viene morso ad un dito da una di queste bestiacce e inizia a indagare, ma, sia il sindaco che lo sceriffo, lo prendono per matto. Mike però scopre che sotto le fogne c’è una zona dove venivano versate sostanze tossiche ed è proprio lì che trova la massa di lumaconi in grado di riprodursi autonomamente. Per sconfiggerle fa esplodere mezza città, nonostante questo lo sceriffo che lo odiava a morte, gli chiede pure scusa per non avergli creduto e lui se ne va via a braccetto con la sua ragazza come se nulla fosse. In ogni caso per molti, Slugs è diventato un cult, in realtà è un filmetto modesto seppur scorrevole, con due o tre effettacci degni di nota. Da recuperare il romanzo originale di Shaun Hutson, autore tra l’altro dell’ottimo Relics da cui è stato tratto l’omonimo film.  

mercoledì 24 maggio 2023

MEN BEHIND THE SUN

(Hai Tai Yeung 731, 1988) 

Regia Tun Fei Mou 

Cast Gang Wang, Runshen Wang, Dai Yao Wu 

Parla di “Divisione giapponese in Cina utilizza prigionieri per terribili esperimenti batteriologici” 

Non ho una gran passione per il cinema estremo, in particolare quello dove morte, violenza e sangue restano comunque fini a sè stessi, pur magari scagliando allo spettatore un deciso pugno allo stomaco. Altro discorso per quei film dove il pugno nello stomaco viene lanciato con un preciso scopo di denuncia sociale come ad esempio fu il bellissimo Soldato Blu di Ralph Nelson che, in un turbine finale di ultra violenza ricordava agli americani le loro colpe sui nativi e in particolare il raccapricciante massacro di Sand Creek. Ed è proprio la denuncia storica a giustificare le efferatezze di Men Behind the Sun, fortunato film di guerra che rivelava al mondo, pur se in chiave exploitation, gli orrori perpetrati, alla fine della seconda guerra mondiale, dall’Unità 731, famigerata divisione militare giapponese dislocata in Manciuria allo scopo di sperimentare nuove forme di guerra batteriologica. 

Guidata dal generale Shiro Ishii e da uno stuolo di soldati e medici, l’Unità 731 portò alla morte, tra sperimentazione, torture ed esecuzioni sommarie, la bellezza di 3000 vittime di nazionalità cinese e russa, chiamati Marut (lett. Tronchi). Il regista cinese T. F. Mou Tun-Fei si sbizzarrisce in una serie di morti grottesche, frutto di una crudeltà scientifica aberrante che ricalca le efferatezze compiute dagli alleati teutonici nei campi di concentramento, ma con una fantasia ancora più malata, se possibile. Vediamo quindi una madre con figlia che vengono avvelenate con il gas assieme ad una colomba, un uomo rinchiuso in una stanza iperbarica e sottoposto ad una pressione talmente forte da fargli espellere gli intestini, una donna a cui vengono congelate le mani e successivamente immerse nell’acqua calda finchè la pelle e la carne non si sfilano come guanti lasciando in bella mostra le ossa, fino alle scene più estreme divenute ben presto famose nell’immaginario collettivo. 

Parliamo del gatto divorato progressivamente da un nugolo di topi affamati (scena che fu per presa per reale anche se il regista dichiarò di non aver ucciso nessun felino utilizzando dieci gatti in una progressione di montaggio) e la tremenda operazione ai danni di un ragazzino muto a cui vengono asportati gli organi, sequenza per la quale fu accertato l’utilizzo di un vero cadavere (con l’approvazione dei parenti). In realtà di questa tremenda autopsia, a scioccare non è la dissezione delle interiora che rasenta la bassa macelleria, ma la straordinaria quanto inquietante dolcezza del ragazzino che si presta a sedersi, ignaro, sul tavolo operatorio, sorridente con un acerbo pene puntato verso il cielo mentre i medici lo sollecitano con una diabolica gentilezza. 

Il resto del film mescola crudeltà e propaganda, denigrando l’ottusità dei nipponici e l’eroismo dei prigionieri che tentano di fuggire nei campi inseguiti dalle camionette giapponesi, ci mostra un gruppo di giovani soldati che rimane sconcertato dagli orrori del campo, il generale Ishii che scopre, da un fortuito incidente, il sistema per diffondere le sue armi batteriologiche attraverso proiettili di ceramica (scena che si conclude con un maestosamente grottesco applauso globale), poi la disfatta, il massacro finale dei prigionieri gassati, l’ultimo marut che riesce miracolosamente a nascondersi in mezzo ai giapponesi in ritirata e viene scovato e ucciso a colpi di bandiera nipponica, il neonato soffocato nella neve con un semplice spostamento del piede di un soldato. La cosa più terrificante del film è forse la percezione che il regista non si è inventato nulla, anche se degli orrori del 731 non esistono documenti ufficiali, complice anche un colpevole occultamento da parte degli alleati al termine dei conflitti. Men Behind the Sun è diventato un cult anche da noi, per pochi, non essendo mai stato distribuito. Un titolo al quale seguirono altre tre pellicole, una serie quindi affine, per certi versi a quella giapponese di Guinea Pig, ma dotata di un sottotesto didattico che illustrava anche troppo dettagliatamente una delle tante vergogne nascoste del più tremendo conflitto bellico che ha segnato la storia dell’umanità.