venerdì 16 settembre 2022

SCHOOL OF THE HOLY BEAST

(Seijû gakuen, 1974) 

Regia Norifumi Suzuki 

Cast Yumi Takigawa, Fumio Watanabe, Emiko Yamauchi 

Parla di “ragazza si fa suora per indagare morte madre e scopre che in convento si fa di tutto tranne che pregare” 

Nelle prime sequenze urbane che accompagnano i titoli di testa vediamo un manifesto cinematografico in versione nippo di “Niente di grave suo marito è incinto” e subito dopo troviamo la protagonista Maya (interpretata dalla splendida Yumi Takigawa) all’interno di una sala ad assistere a “Tony Arzenta” di Duccio Tessari di cui però sentiamo solo la voce. Con questo incipit il regista Norifumi Suzuki mette subito in chiaro la sua passione per il cinema italiano e decide di dire la sua su di un genere tipicamente nostrano come il nunsploitation. Suzuki mescola tematiche affini al giallo con umori sado-maso tipicamente nipponici, alzando l’asticella in tema di blasfemia estrema. Il tutto però in un contesto visivo raffinato, dai colori accesi ispirati a Mario Bava e la ricerca del dettaglio visivo alla Fulci/Argento. 

Nei primi minuti Maya sembra tutto tranne che una suora, esce, va al cinema e rimorchia un bellimbusto in motocicletta con cui trascorre una notte infuocata, lui vuole rivederla ma lei dichiara che questa è la sua ultima notte da donna libera e infatti il giorno dopo entra in convento dove non tardiamo ad assistere a scene del tutto estranee alla sacralità del luogo. Le suore bevono whisky, si fumano canne, amoreggiano safficamente e si scambiano fotografie porno, il tutto nonostante le autoflagellazioni punitive o le frustate in tandem. Ben presto scopriamo che l’intento di Maya non è la ricerca del divino ma una vera e propria indagine su sua madre, una suora morta in maniera misteriosa dopo averla data alla luce. Attraverso la confessione di una vecchia morente scoprirà che a uccidere la madre è stata la direttrice che dopo averla frustata a sangue, gli ha pure schiacciato la pancia con un piede prima di impiccarla. A questo punto Maya organizza uno stupro programmato della colpevole ma viene scoperta e punita con legacci irti di spine e una sorta di lapidazione collettiva con mazzi di rose. 

Intanto anche un’altra suora rimane incinta dal reverendo padre del convento che ha il vizietto di organizzare messe private con le consorelle. Anche questa sarà punita sadicamente obbligandola a orinare direttamente su un’icona di Gesù Cristo. Alla fine la direttrice finirà in una botola piena di acido, la vicedirettrice verrà impalata in un cancello mentre il reverendo finirà accoltellato con un crocefisso in un tripudio pop-psichedelico misto ad atmosfere gotiche che ricordano il periodo Edgar Allan Poe di Roger Corman con tanto di scogliere minacciose immerse sotto cupi temporali. Narrativamente coeso, ricco di colpi di scena e violenza grafica in puro pinky-style, il nunsploitation di Suzuki è un piccolo raffinato gioiellino che sferza nerbate pesanti sull’ipocrisia ecclesiastica che stigmatizza l’atto sessuale come bestia immonda, che poi rappresenta uno dei motivi principali dell’esistenza ( e del successo) dell’intero genere. 

mercoledì 7 settembre 2022

THE JAR

(1984) 

Regia Bruce Toscano 

Cast Gary Wallace, Karin Sjöberg, Robert Gerald Witt 

Parla di “insegnante porta a casa vecchietto accidentato e ci guadagna un barattolo che lo tortura a botte di incubi” 

Il surrealismo nel cinema è un’arma a doppio taglio, perché, se da una parte ti da la possibilità di esprimere tutta l’urgenza visionaria, dall’altra devi essere in grado di farlo anche con pochi mezzi, ma soprattutto ci deve essere un significato, appariscente o celato che sia, alla base di tutti i deliri visivi che vuoi perpetrare al povero spettatore. Ecco, dopo esserci sorbiti questi 85 minuti di pura follia anarchica realizzata da Bruce Toscano nel 1984,  possiamo tranquillamente dire che il fallimento di The Jar è da attribuirsi senza ombra di dubbio alla mancanza di un significato. Se poi a questo ci aggiungi una fotografia carente al punto da rendere oscuro (“buio” come dice la voce narrante iniziale) tutto quello che fai, il disastro è completo. La storia è alquanto pretestuosa: un barbuto insegnante  di nome Paul (Gary Wallace) fa un incidente di notte con un vecchietto che non vuole assolutamente andare in ospedale. Non trovando di meglio da fare, Paul se lo porta a casa ma questi, dopo pochi minuti scompare, lasciando una specie di barattolone contenente un liquido che si rivela essere una specie di brutto gnomo verdastro liquoroso. 

Dopo un risveglio con urlo a tutta mascella, Paul diventa preda di incubi, deliri, e chi più ne ha ne metta. Girovaga nella notte incontrando strane facce, ha allucinazioni di ragazzini morti nella vasca da bagno, vaga per un parco giochi e da la mano ad una ragazzina che ha lasciato volare via il palloncino e, per ben due volte, cerca di frantumare l’odioso barattolone, il quale, nonostante vada in mille pezzi, pare si ricomponga e ritorni a casa di Paul. C’è pure una vicina di casa, piuttosto carina, a cui Paul da una mano portandogli una sedia a dondolo dall’ascensore al suo appartamento (sai che sforzo!) e da quel momento la tipa continua a tampinarlo con il complesso dell’infermierina. Nonostante Paul le urli contro, non se la caga di striscio e ad un certo punto si estranea mentalmente pur di non ascoltarla, questa non lo molla ed alla fine ne pagherà le conseguenze. Toscano però non si limita ai deliri casalinghi, ci regala anche una sequenza dove Paul, piuttosto sudaticcio, segue una strana processione di incappucciati urlandogli dietro “Chi sei???” e un’altra in cui tenta di farci addentrare in una scenetta da guerra del Vietnam dove c’è gente (mal) vestita da soldato che corre da tutte le parti e si getta negli acquitrini falciata da cecchini inesistenti. 

Insomma siamo di fronte al delirio fine a sé stesso, senza una logica e senza neanche un’estetica, solo un pallido tentativo di dare sfogo a movimenti di macchina articolati, con illuminazioni basse, fioche che si alternano a esterni notturni virati al bianco e nero, una brutta copia di Lynch e Jodorowski dove l’unica cosa che si salva è la colonna sonora di inquietanti synth anni ottanta in stile John Carpenter, realizzata da un sedicente gruppo chiamato Obscure Sighs che in realtà sono il regista Bruce Toscano e il direttore della fotografia Cameron McLeod, i quali, non avendo più realizzato nient’altro dopo The Jar (stesso destino per quasi tutto il cast, del resto) probabilmente hanno capito che era meglio continuare a fare musica piuttosto che cinema. 

lunedì 1 agosto 2022

IL GRATTACIELO DELLA MORTE

(The Dark Tower, 1987) 

Regia Freddie Francis, Ken Wiederhorn 

Cast Jenny Agutter, Michael Moriarty, Kevin McCarthy 

Parla di “palazzone catalano posseduto da spettro birichino che insidia la bella architetta” 

Quali altri motivi si potrebbero avere per vedere un film dove la gente muore a causa di una forza invisibile, che. tradotto in cinema trashese significa “attori che fingono di lottare con l’aria”? Personalmente l’unico motivo che ci ho trovato è la splendida Jenny Agutter che ricordiamo come sexy infermiera in An American Werewolf in London e scosciata comprimaria in “La Fuga di Logan”, qui trasferita a Barcellona, in un moderno palazzone di acciaio e vetro dove, al 29mo piano un lavavetri comincia a dibattersi davanti alla sua finestra per poi successivamente gettarsi nel vuoto schiacciando oltretutto un ignaro passante. Ma questo è solo la prima delle strane morti all’interno del grattacielo, il successivo accade nell’ascensore anche se si inquadra solo il sangue sul muro e non si capisce cosa cacchio sta succedendo. Il terzo è un poliziotto che, sceso dall’ascensore inizia a sparare su tutti e in particolare sulla bella architetta Carolyn Page (Jenny Agutter) che si salva per miracolo. 

Poi arriva il solito poliziotto scazzato che preferirebbe essere in vacanza (Michael Moriarty) e incredibilmente si scopre avere poteri extrasensoriali con cui, in combutta con un ridicolo esperto del paranormale (Theodore Bikel) che parla con i muri, oltre ad un ancora più ridicolo sensitivo (Kevin McCarthy), cercano di contrastare uno spettro omicida nascosto nel palazzo. Alla fine saranno cazzi dell’architetta, rea di aver ucciso il marito e averlo cementato in un pilone, durante la costruzione del palazzo. Ad un certo punto infatti i muri si sgretolano ed esce un assurdo zombi con mascherone di gomma ad afferrare la donna e trascinarla nel pilone, in un tripudio di lampadine che esplodono, porte che saltano e muri che si sfondano. 

L’ambientazione è incomprensibile perché sappiamo che è girato a Barcellona per via dei ringraziamenti nella didascalia finale, ma la città appare irriconoscibile per quello che viene mostrata. Nei titoli leggiamo che dietro alla macchina da presa c’è un sedicente Ken Barnett, il quale altri non è che il mitico Freddie Francis, regista e direttore della fotografia (vincitore di ben due Oscar) cresciuto nella fucina della Hammer Films, qui in coppia con Ken Wiederhorn, regista di cult come Shock Waves (L’occhio nel triangolo) e Il ritorno dei Morti Viventi 2. Un’accoppiata incredibile che, sulla carta, avrebbe potuto far sperare in un capolavoro, ma l’insipienza della trama, la grottesca fattura degli effetti speciali e la storia stupidina, hanno trasformato in un film ridicolo e noioso. Ci resta come premio di consolazione, la Agutter che, nel suo completo in rosso e l’intensità del suo sguardo, riescono a farci digerire questo triste boccone amaro. 

lunedì 25 luglio 2022

DRACULA VS. FRANKENSTEIN

(1971) 

Regia Al Adamson 

Cast: J. Carrol Naish, Lon Chaney jr., Zandor Vorkov 

Parla di “Dracula fa accordi con discendente di Frankenstein, ruba il mostro ma poi se lo ritrova contro”  

Se dovessimo giudicare i film di Al Adamson dai titoli di testa probabilmente li dovremmo considerare dei capolavori, come nel caso di questo Dracula vs. Frankenstein, il suo film più conosciuto, il che non significa necessariamente il migliore, anzi. La titolazione animata iniziale, infatti, tra meccanismi valvolari vintage e coloratissimi frame tratti dal film, è qualcosa di veramente favoloso, peccato che poi inizi il film e ti accorgi di essere dentro ad un delirio cinematografico senza precedenti. C’è questa specie di Conte Dracula, interpretato dall’esordiente Zandor Vorkov che sembra uscito da un ghetto ispanico ed ha l’espressione di uno che ha appena ricevuto una lettera dall’Agenzia delle Entrate, mentre si aggira per un cimitero finchè non trova la tomba del mostro di Frankenstein di cui provvede a rubarne il corpo. 

Poi appare un nanetto schizzato che esorta la gente ad entrare nel Creature Emporium, una sorta di tunnel dell’orrore dove una coppia di beatnick incontra il dottor Durea, un vecchietto in carrozzella al quale il conte Dracula, dotato di una voce che sembra uscita dal culo di un’astronave, rivelerà la sua discendenza (doveva dirglielo un vampiro?) con il Barone Frankenstein al quale vuole restituire la sua creatura. Da parte sua Durea (J. Carrol Naish) fa rapire giovani ragazze dal servo Groton che rappresenta l’ultima triste interpretazione di Lon Chaney Jr. che, se non sapessimo di cosa sia realmente morto, potremmo pensare che gli sia venuto un colpo dopo essersi visto recitare in questo film. Groton, praticamente, passa il tempo a coccolare un cagnolino, a fare facce assurde e farsi iniettare un siero che gli annerisce la faccia trasformandolo in un serial killer armato di accetta. Poi c’è la moglie del regista, la sempiterna quanto cagnesco-recitativa Regina Carroll che, quando non è impegnata a mostrare le tette in giro, si dedica a cercare la sorella scomparsa. Entra in scena anche Russ Tamblyn che arriva direttamente in moto da “Satan’s Sadists” a capitanare un trio di loschi teppisti che tentano di violentare la bella Samantha. 

Infine si anima anche la creatura che ha una faccia assurda ovvero un mascherone da prugna secca che cambia forma ad ogni inquadratura. Dracula appare all’inizio e alla fine, armato di un anello che sputa raggi incendiari ed al quale sembra scappare di bocca la dentiera ad ogni momento. Lo scontro finale, atteso nel titolo, dura un paio di minuti ed è la cosa più goffa e imbarazzante mai vista sullo schermo, poi quando pensi di aver visto il peggio eccoti la disintegrazione finale del vampiro alla luce del sole, dove non ci si spreca neanche a usare la sovrimpressione ma si alterna la polverizzazione del mostro a inquadrature del sole mattutino per un tempo infinito, fino a quando del Conte non rimane che un mucchietto di foglie secche al posto della faccia. Sia per Lon Chaney Jr. che per J. Carrol Naish, questo film rappresenta l’ultimo atto della propria carriera prima della dipartita e come già detto prima, il dubbio, che a causare la morte dei due attori sia stata la visione del risultato finale, sorge fortissimamente sorge. 

lunedì 18 luglio 2022

CRAZY MURDER

(2014) 

Regia Doug Gerber, Caleb Pennypacker 

Cast: Kevin Kenny, Samantha Bogach, Jamie Greco 

Parla di “homeless disturbato in giro per New York ad ammazzare a casaccio, mangiare vomito e spalmarsi la faccia di merda” 


“Mi sono tagliato il cazzo” – Con questa frase lo psicotico homeless assassino, protagonista del film di Doug Gerber e Caleb Pennypacker, approccia la prima vittima, una donna seduta su una panchina pubblica che verrà brutalmente sgozzata immediatamente dopo.  L’introduzione a guisa di documentario denuncia da subito la moltitudine di senzatetto presenti nelle grandi città americane, alcuni con grossi problemi mentali, come ci spiegano le didascalie iniziali, non a caso la macchina da presa segue un nero che si trascina i propri escrementi nei pantaloni della tuta e ancora merda è quella che il protagonista (un bravissimo Kevin Kenny) si raccoglie dall’interno dei pantaloni e si spalma sulla faccia in una delle sequenze più ributtanti. 

Del resto lo squallore e il disgusto sono gli elementi essenziali di Crazy Murder, un film estremo come pochi, dove un senzatetto con grossi problemi mentali e armato di coltello, passeggia per le strade di una New York sempre più vicina al collasso, declamando frasi disconnesse, picchiandosi la testa, rovistando nei sacchi dell’immondizia e rotolandosi nei vagoni della metropolitana. Ogni tanto incontra qualcuno e senza motivo lo uccide brutalmente, sia esso un pari senzatetto, sia un ispanico gentile che gli offre un panino. Non vengono risparmiati neanche i neonati come quello brutalmente spiaccicato sul marciapiede (tranquilli, si vede che è un bambolotto ma il sonoro è atroce!). Ogni tanto il pazzo è preda di incubi, sogna messicani a torso nudo che lo massacrano di botte, poi però ci regala una disgustosa sequenza di bolo vomitato a terra e raccolto per essere mangiato. Non si fa mancare l’assaggio di un cerotto pieno di sangue e una leccatina a un profilattico usato, però si ingegna a costruire armi deliranti infilandosi il pugnale in bocca e fissandolo con il nastro adesivo come una specie di wooy woodpecker assassino. 

Insomma un film dove l’ambientazione scarna e trash ci porta a livelli che neanche John Waters aveva mai osato prima, eppure quello che disturba più di tutto, nel film è l’indifferenza generale della folla nei confronti delle aberrazioni protratte dal clochard, il quale sembra libero di poter fare quello che vuole davanti al mondo senza che nessuno protesti, anche di fronte a un tizio a cui caga direttamente in faccia. L’intento sociale di Crazy Murder è quello di mostrare una società totalmente asociale come quella americana, dove ognuno cura il proprio orticello cercando di sviare lo sguardo e proseguire diritto per la propria strada, nella speranza che quanto accade agli altri non capiti mai a lui. Eppure la morte, qui, non guarda in faccia a nessuno, come espresso chiaramente a livello concettuale, ed è un vero terno al lotto, quando girato l’angolo, non si riceva una coltellata alla giugulare, sferrata da qualche pazzo assassino, figlio emarginato anch’esso di questa società degradata. 

mercoledì 13 luglio 2022

CRIMINALLY INSANE

(1975) 

Regia Nick Millard 

Cast Priscilla Alden, Michael Flood, Jane Lambert 

Parla di “ Psicopatica XXXL non trova più niente da mangiare e si sfoga prendendo a mannaiate amici e parenti”  

Nonostante l’indubbia preparazione artistica, forgiata in anni di rappresentazioni teatrali a cavallo tra gli anni settanta e novanta, Priscilla Alden non è mai stata fortunata come attrice, vista anche la scarsità di titoli a cui ha partecipato, tutti quanti, in ogni caso, incentrati sulla figura della psicopatica assassina, sia essa Ethel Janowski di Criminally Insane e relativo remake realizzato nel 2016, sia essa l’infermiera assassina di Death Nurse e relativo sequel, questi, tra l’altro, gli unici titoli di spicco della sua carriera, conclusasi nel 2007 con una prematura morte, a soli 68 anni, a causa di complicazioni cliniche dovute al diabete di cui soffriva da parecchi anni. 

Ma è proprio Criminally Insane del regista Nick Millard (che la volle anche in Death Nurse) il film che ne ha consacrato l’immagine negli anni, un film di un’oretta, realizzato con quattro soldi, quasi tutto incentrato nelle mura domestiche di un’abitazione old style dove Ethel torna ad abitare con la nonna dopo un ricovero forzato in una casa di cura per malattie mentali ed una serie di elettroshock perpetrati inutilmente al suo povero cranio (come descritto nel surreale colloquio iniziale con il medico). Ethel però è affetta da una fame compulsiva che, nel momento in cui la nonna svuota il frigo e mette sotto chiave il cibo, si trasforma in follia omicida, prima ai danni della vecchia e poi nei confronti di chi gli capita a tiro, come il garzone dell’alimentari che rifiuta di consegnarle la merce senza il pagamento degli 80 dollari di debito (squartato a bottigliate) o la sorella meretrice e relativo fidanzato manesco (massacrati a mannaiate nel letto) e il medico stesso (cranio fracassato). 

Il tutto in un tripudio di sangue dello stesso colore della vernice in puro stile Hershell Gordon Lewis, con una fotografia squallida, attori che risentono della mancanza di una truccatrice e ambientazioni casalinghe di uno squallore imbarazzante. Anche la musica che accompagna gli eventi, un latrare continuo di basso jazz, chitarrina e flauto dolce, sembra uscita dalle prove di una banda scolastica improvvisata. A tutto questo squallore si aggiunge il surrealismo onirico di Ethel che passeggia per il viale del tramonto come Gloria Swanson in un grottesco vestito rosso e, ultima ma non meno importante, la comicità dei suoi tentativi infruttuosi di occultare i corpi, ormai devastati da una puzzolente decomposizione, fino all’inevitabile soluzione finale, espressa negli ultimi fotogrammi di un film in cui la presenza della Alden risulta fondamentale e, nonostante la stazza dell’attrice, mai ingombrante.  

lunedì 4 luglio 2022

SCHIAVE BIANCHE – VIOLENZA IN AMAZZONIA

(1985) 

Regia Mario Gariazzo 

Cast Elvire Audray, Will Gonzales, Rik Battaglia 

Parla di “diciottenne rapita dai tagliatori di teste, sviluppa odio e amore per il suo selvaggio aguzzino” 

Girato da Mario Gariazzo con lo pseudonimo anglofono Roy Garrett, un regista più ispirato dalle stelle (avendo diretto cult come Occhi dalle stelle e Incontri molto ravvicinati…del quarto tipo) che dalla terra e men che meno dalla foresta amazzonica, Schiave bianche è stato più volte catalogato come cannibal movie, non fosse per il piccolo particolare che di cannibali, in questo film, non ce n’è assolutamente traccia. La storia prende il via come una confessione processuale della protagonista, la diciottene Catherine (interpretata dalla francese Elvire Audray), accusata di doppio omicidio. La giovane, durante il processo, decide di confessare tutto, non fosse che a inizio film, la stessa racconta la sua storia ad un giornalista italiano. Quindi la narrazione è il racconto di un racconto? Boh! In ogni caso, partiamo da quando la ragazza ha la sventurata idea di tornare dai suoi genitori nella foresta amazzonica per festeggiare il suo compleanno su una barca. 

La festa si trasforma in un bagno di sangue a base di spilloni di curaro che perforano collo e occhi dei genitori. Catherine viene quindi rapita dai tagliatori di teste e portata nel cuore della foresta dove vivrà con gli indigeni, dapprima come schiava, in seguito poi liberata dall’aitante Umukai il quale, nel frattempo si innamora di lei, non fosse che viene considerato dalla ragazza come il fautore della strage e sul quale, per tutto il film, mediterà propositi di vendetta. Per quanto riguarda le caratteristiche del cannibal movie, il film presenta solo un’ambientazione forestale, qualche scena selvaggia come il giaguaro che si mangia la scimmietta (niente a che vedere con tartarughe e maialini uccisi in Cannibal Holocaust), qualche combattimento tribale, stupri selvaggi e scene splatter, alcune peraltro gratuite come quella del coccodrillo che stacca una coscia ad un selvaggio. Non manca poi la denuncia etica con un massacro di indios da parte delle corporazioni assassine che inviano mercenari assetati di sangue a smitragliare donne e bambini dall’elicottero. 

Rispetto a Cannibal Holocaust, qui siamo su un altro pianeta e bene fece Ruggero Deodato a non accettarne la regia all’epoca, optando tra l’altro per il bellissimo Inferno in Diretta che, per chi scrive, è uno dei suoi migliori lavori. Quello che colpisce in assoluto del film di Gariazzo, è questo assurdo contrasto tra il gore spinto di alcune scene (tra cui alcune decapitazioni ben dettagliate, degne del miglior Fulci) e lo zuccheroso romanticismo della storia d’amore tra Catherine e il guerriero Umukai (interpretato da Will Gonzales) che innamorato cotto, diventa nei suoi confronti poco più di uno zerbino. Un contrasto che ha il sapore del trash più concettuale, accentuato dalla musica smielata di Franco Campanino che sembra voler plagiare da un momento all’altro il celebre commento musicale di Riz Ortolani scritto per il capolavoro di Deodato. Sceneggia Franco Prosperi che aveva già dato con il genere in Natura Contro e la Dea Cannibale. 


lunedì 27 giugno 2022

HOLLYWOOD CHAINSAW HOOKERS

(1988) 

Regia Fred Olen Ray 

Cast Linnea Quigley, Michelle Bauer, Gunnar Hansen 

Parla di “setta diabolica organizza sacrifici umani con giovani adescatrici armate di motosega” 

Tra gli innumerevoli titoli diretti da Fred Olen Ray questo è decisamente il più famoso, una versione al femminile di The Texas Chainsaw Massacre ispirato anche al cult Blood Feast di H.G. Lewis, realizzato sull’onda del successo del capitolo 2 della saga di Leatherface e famiglia. Le vicende vedono come protagonista il detective scrittore Jack Chandler (John Henry Richardson) alle prese con un caso di sparizione. Nel frattempo alcuni clienti di un bar equivoco vengono adescati da avvenenti donnine che, una volta portati in camera, vengono affettati a colpi di sega a motore in un tripudio di arti e frattaglie che schizzano da tutte le parti, l’effetto è divertente, anche perché è palese la presenza di un tecnico che, non inquadrato, lancia in giro pezzi umani alla rinfusa finendo anche di colpire le attrici stesse mentre agitano la sega. 

Chandler, durante le indagini, finirà coinvolto in una setta diabolica comandata da un misterioso ometto con il volto satanico e interpretato nientemeno che da Gunnar Hansen ovvero il Leatherface originale che qui smette la maschera per indossare il saio oscuro. Il primo adescamento/omicidio è senza dubbio la parte migliore del film anche perché ci permette di ammirare la bellezza assoluta della scream queen Michelle Bauer come la mamma l’ha fatta. Oltretutto la Bauer sa recitare molto bene e giustamente riesce ad oscurare persino la co-protagonista, l’altra grande screamer Linnea Quigley decisamente meno espressiva dell’amica/collega. 

Saturo di una fotografia coloratissima in puro stile anni ottanta, Hollywood Chainsaw Hookers ha il pregio di non prendersi troppo sul serio, una divertente commedia splatter con un buon cast e momenti iconici come l’assurdo duello a colpi di motosega tra la Quigley e la Bauer, dove praticamente non fanno altro che incastrarsi con le lame e dove appare quanto mai evidente che le poverine sono più occupate a tenere a bada il marchingegno per evitare di farsi male, che a duellare. Del resto prima dei titoli di testa, Fred Olen Ray ci avverte che nel film si useranno vere seghe a motore il cui utilizzo risulta quanto meno pericoloso, soprattutto dopo una notte di sesso. A chiudere il cerchio nel finale si ipotizza un sequel dove le motoseghe verranno imbracciate, stavolta, da studenti. Purtroppo seguirà il destino de “La pazza storia del mondo” di Mel Brooks, il cui sequel annunciato nei titoli di coda non verrà mai realizzato. 

mercoledì 22 giugno 2022

NIGHTBEAST

(1982) 

Regia Don Dohler 

Cast Tom Griffith, Karin Kardian, Don Leifert 

Parla di “alieno cannibale sparatutto giunge sulla terra a far strage in un paesino Americano” 

Don Dohler è una di quelle figure cinematografiche che, nella sua lunga esperienza, ha fatto un po' di tutto, dal produttore al montaggio, dal sonoro alla regia, rigorosamente in ambito exploitation. Purtroppo la sua vita è terminata nel 2006 a soli 60 anni, senza trovare il giusto riconoscimento attribuito, ad esempio, a Roger Corman anche se molti dei suoi titoli, in America sono autentici cult movie da Drive in e super sbevazzata di birra con annessi rutti e scuregge in allegra compagnia. Uno di questi è sicuramente NightBeast che riprende il tema dell’alieno invasore con cui Dohler aveva esordito dietro alla macchina da presa in The Alien Factor, utilizzando praticamente lo stesso cast. 

A seguito della collisione con un asteroide, una nave spaziale atterra sul nostro pianeta e con lei un mostruoso alieno dalla faccia da rospo, armato di pistola laser con cui incenerisce chiunque gli capiti a tiro. I primi minuti del film sono al fulmicotone, con sparatorie, segmenti laser in puro stile tardo anni settanta e disintegrazioni grafiche dal sapore vintage. Poi la trama rallenta mostrando lo sceriffo Cinder (Tom Griffith), una specie di sosia di John Holmes, che tenta di evacuare il paese e trova comunque il tempo di spassarsela con la vice Lisa (Karin Kardian) mentre il sindaco Bertie (Richard Dyszel) non vuole rinunciare al party in piscina con i suoi finanziatori. C’è anche il bullo del paese Drago (Don Leifert) che strozza la sua ex per gelosia e due medici del paese che scoprono il punto debole della creatura, ovvero l’elettricità in una sequenza che omaggia “La cosa dell’altro mondo”. 

In alcuni momenti, il film è deliziosamente splatter, con evisceramenti efficaci e decapitazioni e amputazioni di arti un po' meno riuscite (L’alieno trancia il braccio a un nero semplicemente toccandolo). Quello che va ancora peggio, poi, sono le scene di scazzottamento tra Drago e il nuovo fidanzato della sua ex, realizzate malamente con pugni che sembrano carezze e momenti di lotta che si ripetono in un loop infinito. Per il resto il film è un B-Movie stupidello ma oltremodo divertente in cui milita, ai suoi esordi un sedicenne di nome J.J. Abrams, oggi tra i più importanti produttori di Hollywood, qui in veste di realizzatore di una peraltro ottima colonna sonora. A dimostrazione, ancora una volta, dell’importanza di un certo cinema sotterraneo che, con i suoi 14.000 dollari di budget, ha ulteriormente arricchito il mondo del cinema. 

mercoledì 8 giugno 2022

DISGUSTING SPACE WORMS EAT EVERYONE

 (1988) 

Regia George Keller 

Cast  Dukey Flyswatter, Lisa Everett Hillman, Tequilla Mockingbird 

Genere: Fantascienza, Horror, Demenziale 

Parla di “schifosi vermicelli invadono la Terra trasformando in zombi le loro vittime” 

Spulciando sul Web si trovano cose incredibili e, del resto, con un titolo del genere, questo Sci-Fi demenziale non poteva che catturare la mia attenzione seppur la qualità caricata su Youtube sia quella di una vecchia VHS alla quale hanno fatto di tutto e di più, taglio e cucitura nastro con lo scotch compreso. Del resto il film di George Keller (fortunatamente sua unica opera cinematografica) è uno scalcinato video amatoriale di poco più di un’oretta, con l’unico pregio del fascino vintage che emana. Keller doveva essere rimasto particolarmente affascinato da Squirm di Jeff Liebermann, al punto da dire: “Si, belli ‘sti vermoni carnivori ma andiamo oltre, facciamoli arrivare dallo spazio”. Ecco quindi che le prime allucinanti immagini ci propongono un’astronave di polistirolo e plastica messa insieme con il nastro adesivo. Al suo interno, in una scenografia da modellino giocattolo con luci stroboscopiche, c’è un pasciuto vermone giallastro (vivo) che arringa una folla di vermi che paiono un piatto di carbonara, il tutto attraverso una voce robotizzata che sfido a capire quel che dice anche al madrelingua più scafato. 

La scena si sposta sulla Terra dove un gangster vestito come Elwood Blues tenta disperatamente di farsi una pista di coca ma non riesce manco a farla dritta. Insieme ad una tizia coi capelli da Glam Rocker, devono cercare di vendere una partita di droga a un gruppo di mafiosi. Intanto i vermoni fanno le prime vittime divorando una famigliola teledipendente con il figlio che prende a martellate le musicassette. Un’altra tizia si trucca tutta per farsi un bagno (sic!) e viene divorata dai vermi fuoriusciti da una plafoniera. Un’altra vittima si risveglia come zombi con i vermiciattoli appiccicati con la colla sulla faccia e così via in un tripudio sonoro di canzoni dark rock che il regista, per far ascoltare ogni pezzo per intero, ci propina estenuanti corse in automobile dove non succede nulla. Tra roboanti effetti delay e assordanti rumori di fondo si arriva al delirio finale dove uno scienziato con pronuncia tedesca e laboratorio insediato nella sala macchine di qualche fabbrica metalmeccanica, attiva una gigantesca bomboletta spray insetticida mentre i due protagonisti vengono portati nell’astronave. 

Qui, immersi in un tripudio di grafica laser anni ottanta maldisegnata, affrontano un alieno con tuta d’amianto dei pompieri di Viggiù con al posto della testa tre tubi da elettricista che ondeggiano felici mentre l’astronave si schianta sulla fabbrica emettendo suoni onomatopeici con tanto di fumetto disegnato sopra. In chiusura il delirio ci saluta con una titolazione realizzata direttamente con la camcorder per mezzo della quale il buon Keller ha girato questo divertentissimo scempio psicotronico e che, purtroppo per noi, non userà mai più. Il cast, sconosciuto alle leggi più elementari della recitazione, si fa notare esclusivamente per la presenza di Dukey Flyswatter, attore di Serie B che ha lavorato con Fred Olen Ray ed era presente nel cast del cultissimo Surf Nazis Must Die.  

mercoledì 1 giugno 2022

LIBIDOMANIA

 (1979) 

Regia Bruno Mattei 

Cast Mimmo Poli, Gennarino Pappagalli, Liana Tabacchino 

Parla di “Finto mondo movie che esplora le perversioni sessuali dei cinque continenti con finta autorevolezza scientifica” 

Conosciuto anche con il titolo Sexual Aberration (Sesso perverso), questo tardo mondo-movie si presenta come uno degli ultimi scampoli del genere dove crolla anche l’ultima parvenza di rappresentazione del vero dando adito ad una carrellata di finte dimostrazioni delle più varie perversioni sessuali tra Occidente, Oriente e Africa. Il tutto accompagnato da una serie di false interviste pseudo scientifiche da parte di luminari della sessuologia applicata che sono più verosimilmente esponenti della cinematografia più terra terra come Gennarino Pappagalli o Liana Tabacchino. Dulcis in fundo, il film è sovrastato dalla voce narrante di Norbel Gastell (conosciuto per la serie televisiva La Casa del Guardiaboschi) che illustra le varie sequenze passando da una specie di bordello cinese, dove il simil-buddha (per somiglianza fisica eh!) Mimmo Poli se la spassa con alcune geishe dotate di maschere di plastica fino a certe tribù africane dove si propizia la potenza sessuale perforandosi le narici con dei bastoncini, fino a far sgorgare fiotti di sangue ad irrorare il fiume circostante. 

Alla regia troviamo il buon Bruno Mattei (con lo pseudonimo Jimmy Matheus) che spinge fino all’estremo l’arte dello shock nudo e crudo, non esitando a mostrare aberrazioni di madri indigene che si nutrono dei vermi all’interno del cranio del consorte deceduto. Necrofilia, zoofilia e altre deviazioni vengono mostrate attraverso un montaggio dinamico che non concede più di qualche breve istante per ogni rappresentazione, dando se non altro, all’opera quella scorrevolezza che non si fossilizza sulla bassa ostentazione del pruriginoso voyeurismo pur essendo un film creato ad hoc per soddisfare un pubblico, per l’appunto, voyeur. Del resto la pellicola stessa è soprattutto un taglia e cuci che arriva a inserire scene tratte dal “Devil in Miss Jones” di Gerard Damiano e da “Nuova Guinea: Isola dei Cannibali” di Akira Ide da cui Mattei attingerà anche l’anno successivo per il suo cultone “Virus: Inferno dei morti viventi”. 

Tra signorine che pisciano nella coppe di Champagne, tacchi a spillo che calpestano maschioni nudi, indigeni che si inculano totem propiziatori, messe nere e altre amenità più o meno edificanti, si snoda una carrellata di nudità e ammiccamenti sessuali altrettanto espliciti che cercano pure una parvenza di autorevolezza scientifica citando, nei titoli di testa, una serie di volumi di sessuologia redatti da psicologi e studiosi tra cui Richard Von Krafft-Ebing e il suo “Psychopathia Sexualis”, uno dei primi trattati di patologie sessuali. Non ci è dato di capire quanto scientifica possa essere stata l’ispirazione dei trattati citati in rapporto ad un mondo movie dove l’unico intento che trapela dalle sue pieghe è quello di realizzare una specie di soft - pornazzo che ondeggia felice nel mare magno della pornografia per famiglie mascherata da liberazione sessuale.  

giovedì 26 maggio 2022

INTERFACE

(1985) 

Regia Andy Anderson 

Cast John S. Davies, Lauren Lane, Matthew Sacks 

Parla di “congrega di proto-hackers organizzano omicidi in un campus per ripulire la città dalla feccia umana” 

Fa tanta tenerezza e nostalgia l’approccio anni ottanta all’avvento della tecnologia digitale, soprattutto all’interno di un cinema marcatamente di serie zeta come quello contenuto in questo raffazzonatissimo lungometraggio diretto da Andy Anderson, regista praticamente di due soli film nel corso della sua esistenza conclusasi nel 2017. Vediamo computer preistorici, grafiche minimali e primi rudimenti di collegamenti in rete a narrare la delirante trama dove un gruppo di Hacker primordiali, mascherati con assurdi costumi e maschere realizzate con il domopack si ritrova in una stanza piena di giganteschi monitor a ordinare con voci filtrate da effetti audio anteguerra, una sorta di società segreta che organizza la morte di persone di dubbia moralità. 

A rimanerci invischiato è un professorino informatico che cerca di scoprire la causa di queste morti misteriose che infestano il campus dove lavora. Anderson mescola fantascienza e horror con toni da commedia di bassa lega dove si ostenta una lunghissima scenetta in cui il protagonista fugge per le strade vestito unicamente da una salvietta arrotolata ai fianchi, il tutto sulle spalle del povero protagonista John Davies che come attore fa quello che può ma sembra decisamente impacciato nel suo ruolo dove non si capisce cosa prendere sul serio e cosa buttare sul ridere. L’effetto generale di Interface risulta pertanto surreale come anche certi personaggi come il bulletto della scuola che ostenta una calvizie incipiente e completamente fuori posto rispetto all’età che l’attore dimostra. 

Sicuramente, del film, non si potrà dimenticare l’assurda congrega complottista e i suoi assurdi costumi dove Anderson ci attacca un po' di tutto, dai calzini appesi alle orecchie alle maschere veneziane, dai fili argentati e arricciati alle torce elettriche, dalle maschere da Hockey alle cotte di maglia in puro stile Excalibur. Il resto del film è un thriller dozzinale dove tutto è già telefonato dal principio e sinceramente, risulta difficile rimanere svegli durante la visione. Da segnalare nel film l’esordio dell’attore Lou Diamond Phillips (quello de La Bamba per intenderci) in una fugace parte iniziale come teppistello che viene fatto fuori subito.  Poi siccome anche nella peggior monnezza si può trovare qualcosa di buono, segnaliamo che nel film è presente una delle prime interazioni fra grafica computerizzata e personaggi umani con un incontro effusione tra un’attrice e un robot realizzato in CGI.

giovedì 19 maggio 2022

DEMOLITION COP

(TC 2000, 1993) 

Regia T.J. Scott 

Cast: Billy Blanks, Bolo Yeung, Bobbie Phillips 

Parla di “Vigilantes post atomici menano di brutto bande di razziatori ma un complotto interno renderà le cose difficili” 

Se il titolo originale strizzava l’occhio al Terminator di Cameron, non si può dire che i distributori nostrani non abbiano avuto mano pesante nell’ideare il titolo di importazione, puntando al quasi contemporaneo successo di Stallone (Demolition Man). In entrambi i casi il titolo ben rappresenta l’accozzaglia di situazioni viste e straviste, buone solo come scusa per riempire lo schermo di muscolosi tamarri pronti a darsele di santa ragione. Siamo in un’atmosfera post apocalittica dove il mondo non ha più molte risorse da offrire all’umanità, se non quelle ben protette all’interno di fortezze organizzate. Chi resta fuori è lasciato in balia di sé stesso ma soprattutto di criminali e assassini di vario tipo, gli stessi che, periodicamente tentano di forzare i campi magnetici a protezione della fortezza per razziare e distruggere ciò che a loro è negato. 

A impedire che questo avvenga ci sono questi vigilantes in motocicletta che spuntano fuori a sparare e menar le mani, tra questi i migliori sono il nero Jason Storm (Billy Blanks) e la sua inseparabile collega Zoey (Bobbie Phillips). Quest’ultima viene ferita gravemente durante un agguato e i membri corrotti del settore scientifico della fortezza la trasformano in una specie di androide invincibile, assoggettato al cattivo di turno. Il rimescolamento del cinema action con arti marziali e fantascienza pop trova in questa pellicola, un esemplare perfetto, con tanto di rassegna di vecchie glorie del genere come Billy Blanks, Bolo Yeung e Mathias Hues la cui filmografia sembra la lista della spesa di un cenone natalizio. Botte da orbi, sparatorie con finti laser che scoppiettano, grande rigonfiamento di bicipiti e quadricipiti ma soprattutto un ridicolo taglio di capelli sfoggiato da Blanks per tutto il film, probabilmente copiato da Wesley Snipes per il ruolo di Blade. 

Yeung fa impressione fisicamente anche perché l’enorme stazza muscolare fa letteralmente a pugni con la sua altezza da orientale, in pratica sembra un armadietto gommoso che fa le mossette con delle braccia che assumono circonferenze impossibili. Chi ama l’eccesso tout-court non potrà che apprezzare la sempliciotta messa in scena con tecnologie d’avanguardia (se il top del vostro pacchetto informatico era il Vic 20), le scenografie cartonate da giorno dopo la fine del mondo ricordano tanto il raffazzonato mondo del postatomico italiano stile I predatori dell’anno Omega e i combattimenti si prolungano fino allo sfinimento del povero spettatore che rivede sempre la stessa scena di lotta in uno squallido deja-vu. Insomma una parata di gonfiori così difficilmente lascerà indifferenti, si potrebbe quasi pensare che riescano a coinvolgere il pubblico al punto che anche allo spettatore, prima o poi, gli si debba gonfiare qualcosa, leggermente più in basso degli addominali. 

giovedì 12 maggio 2022

ZOMBI 2

(1979)

Regia Lucio Fulci 

Cast Tisa Farrow, Olga Karlatos, Ian McCulloch 

Parla di “ staff di medici indaga su isola caraibica in preda a invasione zombie” 


Una scena emblematica del blockbusterone americano "Warm Bodies" ci mostra il protagonista confrontato con la copertina del blu-ray di Zombie Flesh Eaters, versione americana del film di Lucio Fulci uscito con il titolo "Zombi 2". Una conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dello straordinario affetto che questo titolo si è conquistato tra gli appassionati d'oltreoceano in poco più di 30 anni. Già negli anni passati, sfogliando autorevoli libri di cinema horror stranieri capitava di adocchiare alcune foto di scena del film, oltremodo raccapriccianti e proprio per questo motivo entrate nel mito grazie allo straordinario lavoro del bravo Giannetto de Rossi, capace di trasformare gli zombi ciondoloni in maschere quasi espressionistiche ma di potente suggestione. 

La storia poi riporta il tema degli zombi alla loro origine, ambientandola su un'isola caraibica considerata maledetta dagli indigeni, dove un medico alcolizzato cerca disperatamente di curare il virus che trasforma i morti in cannibali ambulanti, accentuandone la radice religioso-tribale mutuata dal costante suono dei tamburi vudù. Il modello ispiratore di Fulci non diventa quindi Romero, ma i classici in bianco e nero come "White Zombie" o "I walked with a zombie", ovviamente non disdegnando di rendere i morti viventi affamati di carne umana nella migliore tradizione horror anni ottanta, anche e soprattutto per alzare l'asticella dello splatter a quei livelli insostenibili a cui il maestro ci ha abituato. C’è da dire che, a parte la deorbitazione di Olga Karlatos (ancor oggi disturbante) non è che il film faccia così impressione. Lo spettatore moderno, abituato a pasti cannibalistici di ben altro spessore troverà poco più di qualche esplosione di cranio e morsi alla giugulare per saziare le proprie pulsioni gore. 

Sarà invece lo spettatore weirdo ad abbeverarsi alla fonte più estrema del cinema trash italiano di quegli anni, considerati non a torto, il punto di non ritorno del bizzarro tricolore. Basta infatti una scena, una sola per elevare quest'opera fra i cult assoluti di un cinema povero e coraggioso che ben conosciamo, l'incredibile e improbabile scontro tra un pescecane (più simile a uno squalo nutrice però...) e uno zombie che arriva addirittura a mordere l'animale nel sottopancia prima di essere privato di un braccio in quello che è un evidente manichino. La musica dell'immancabile Frizzi passa da atmosfere festose e ritmi latinoamericani a picchi di psichedelia proto elettronica che spaventano più di quello che si vede sullo schermo. Finale apocalittico da manuale mentre sullo sfondo le torri gemelle vengono avvolte da una nuvola che ci profetizza a suo modo quello che accadrà anni dopo in quel triste 11 settembre di cui tutti abbiamo memoria. 

giovedì 5 maggio 2022

GUNAN IL GUERRIERO

(1982)

Regia: Mark Shannon 

Cast: Pietro Torrisi, Sabrina Siani, Emilio Messina 

Parla di “ copycat del barbaro cimmeriano che si sdoppia in una truce rivalità tra fratelli, spadone che uccidono al tocco e gnoccone bionde” 

In Italia abbiamo fatto anche questo, sulla cresta dell'onda del successo di Conan il Barbaro, anche Cinecittà doveva dire la sua storpiando leggermente il nome in Gunan e sostituendo Schwarzenegger con il mister muscolo de noiartri Pietro Torrisi anglofonizzato in Peter McCoy. Autore di questo "miracolo" è il sempiterno Franco Prosperi che si firma Mark Shannon e lavora a cottimo cercando di allungare a ottanta minuti scarsi una trama che si sarebbe ampiamente svolta in mezz'ora. Impresa non facile ma Prosperi ci dà dentro con introduzioni e voci fuori campo mentre sullo schermo scorrazzano allegre scene spaziali e addirittura in prima istanza ci sbatte dentro anche una lotta fra dinosauri a passo uno rubata addirittura al film "Un milione d'anni fa". 

Non contento sviluppa le scene di battaglia tra il nerboruto barbaro e i cattivi di turno (in questo caso una banda di predoni che gli ha sterminato la famiglia) con ralenty al limite della sopportazione e a metà ci sbatte dentro anche la storiella d'amore tra Gunan e una gnoccona bionda che gira quasi sempre ignuda e risponde al nome di Sabrina Siani, modella protagonista di una lunga carrellata di commedie sexy e fantasy all'italiana. La storia vede protagonisti due barbaroni gemelli sopravvissuti in culla al massacro del loro popolo che si contendono l'eredità e il nome di Gunan, dopo un paio di prove atletiche abbastanza ridicole, il nostro eroe diviene a tutti gli effetti l'erede del suo popolo ma il fratellone non ci sta, ruba il medaglione di appartenenza e affronta i nemici restandoci secco. 

Tocca al vero Gunan vendicare la famiglia e lo fa a colpi di spadone che basta tocchi i guerrieri per ucciderli, non solo dopo venti o trenta uomini infilzati non è manco sporca di sangue. Il trash regna sovrano e trova il suo degno apice nello stopposo parrucchino frangettato che indossa il gemello interpretato dallo stuntman Giovanni Cianfriglia, volto noto nel cinema B nostrano soprattutto nelle pellicole di Bud Spencer e Terence Hill. Poi ci sono le amazzoni, occasione per regalarci un pò di chiappe e tette ma soprattutto la Siani che, per quanto risulti espressiva come una lonza marinata, ci regala uno dei culi più belli di tutto il cinema italiano.

mercoledì 20 aprile 2022

DEADBEAT AT DAWN

(1988) 

Regia Jim Van Bebber 

Cast: Jim Van Bebber, Megan Murphy, Marc Pitman 

Genere: Azione, Thriller, Gore 

Parla di “capo di banda teppisti decide di cambiare vita ma gli ammazzano la fidanzata e quindi poi, non cambia un cazzo…” 

Violento, malsano e deliziosamente gore, l’esordio al lungometraggio di Jim Van Bebber è il gang-movie che la Troma avrebbe voluto realizzare ma non lo ha mai fatto. Ambientato in una cornice degradata e perfettamente reale, tra appartamenti senza finestre che si chiudono con il lucchetto all’esterno, palazzi diroccati e cimiteri come teatro di scontro fra bande, questo film si fa vanto dell’inesistenza di un budget e lo sfrutta a suo vantaggio, garantendo però un’invidiabile perizia tecnica sia nel montaggio che nelle scene d’azione, straordinarie e dinamiche al punto che lo spettatore non riuscirà a staccare gli occhi dallo schermo per tutti gli ottanta minuti. Ma oltre all’elemento degrado, la confezione grezza, quasi amatoriale, il film vanta una ferocia sanguinolenta fuori dall’ordinario che trova la sua massima espressione nell’adrenalinico e brutale scontro finale. Il protagonista è un marcantonio capellone esperto di arti marziali che si fa chiamare ironicamente Goose, (interpretato dallo stesso regista) capo della banda dei Ravens con cui le suona di santa ragione alla banda rivale degli Spiders. 

Ma la fidanzata Christie (Megan Murphy), appassionata di esoterismo, tenta di far cambiare vita a Goose e quando vi riesce ecco che due ceffi della band rivale la uccidono a colpi di mazza da golf (del resto Christie aveva consultato una tavoletta Ouja che gli aveva predetto la morte pochi minuti prima). Tornato a casa dopo aver venduto una partita di droga, Goose scopre il cadavere della fidanzata e disperato, non trova nulla di meglio che seppellirne i resti in un tritarifiuti. Solo a raccontare questa prima parte si capisce che Van Bebber alza l’asticella del weirdo ai massimi livelli, puntando su una cattiveria gratuita quasi parodistica. Il proseguo del film vede il giovane finire in casa del padre, uno schizzatissimo veterano del Viet-nam tossicodipendente che cerca di prenderlo a mannaiate per rubargli i soldi. Dopo essersi ubriacato e aver sfasciato mezzo Pub, Goose torna nella sua banda primordiale e partecipa ad una rapina ai danni di un furgone portavalori organizzata insieme con la banda antagonista degli Spiders ma al momento della spartizione del bottino le cose degenerano. 

Duelli a coltellate, combattimenti con nunchaku e shuriken nella miglior tradizione orientale, sangue e ferite aperte, corse e sparatorie, non manca proprio nulla nell’immaginario suburbano del film di Van Bebber, per certi versi affine al celebre Combat Shock di Buddy Giovinazzo, almeno per quanto riguarda le ambientazioni disastrate. Stupisce inoltre la recitazione, spesso sopra le righe, ma efficace, in particolare per il folle padre di Goose ma soprattutto per Bonecrusher (Marc Pitman) lo psicopatico teppista degli Spiders che uccide a colpi di mazza la fidanzata del protagonista. Sfortunato a livello distributivo, Deadbeat at dawn è “I guerrieri della notte” mescolato a “Bad Taste”, un film estremo e sporco, imperfetto e squisitamente trash a cui non si può non voler bene.  


giovedì 14 aprile 2022

BLACKENSTEIN

 (1972) 

Regia William A. Lewey 

Cast Ivory Stone, John Hart, Joe De Sue 

Genere: Blacksploitation, Horror 

Parla di “Veterano del Vietnam si fa riattaccare braccia e gambe da celebre chirurgo ma l’operazione lo trasforma in mostro” 

Il successo di Blacula (1972) ebbe come naturale conseguenza, in ambito blacksploitation, quello di andare a recuperare il celebre personaggio del romanzo di Mary Shelley per realizzarne una versione all black. L’idea venne al produttore/sceneggiatore Frank R. Saletri, il quale disgraziatamente, non aveva mai avuto prima di allora, alcun contatto con la settima arte. Saletri era infatti un avvocato penalista che nel 1982 fu ucciso con un colpo di pistola, l’autore del delitto non fu mai scoperto. Alla regia fu messo l’esordiente William A. Lewey che, anche in seguito, non brillò mai per la qualità del suo lavoro, al punto che viene ricordato soprattutto per un fantaporno intitolato Wham Bam Thank you! Spaceman (che in Italia giunse con il titolo “Incontri Erotici del quarto tipo”). Protagonista nella parte della creatura è invece il gigantesco Joe De Sue che leggenda vuole fosse un cliente di Saletri il quale lo scelse espressamente per la parte. 

Che De Sue non fosse un attore lo si capisce subito guardandone l’interpretazione di Eddie, sfortunato veterano del Viet-nam al quale la sporca guerra ha privato di tutti e quattro gli arti. Per rimediare al danno subito, la sua fidanzata, la dottoressa Winifred Walker (Ivory Stone) si rivolge al celebre chirurgo Dott. Stein (John Hart), nella sala d’aspetto ci scontriamo subito con un’inquietante statua della Madonna ad altezza d’uomo che rende oltremodo straniante l’incipit del film. Tutto si svolge all’interno della villa castello del chirurgo, dove sono ricoverati anche due strani pazienti, un vecchio al quale il medico aveva riattaccato le gambe ed una novantenne ringiovanita di almeno quarant’anni. La tecnica del dottor Stein applica infatti, alla chirurgia tradizionale, anche l’uso di pozioni a base di DNA per rigenerare i tessuti. Ed infatti, in prima istanza, l’operazione a Eddie è un completo successo, se nonchè l’assistente Malcomb (Roosevelt Jackson), invaghito di Winifred, pasticcia con le pozioni generando nel gigantesco nero una mutazione che lo porterà a trasformarsi in un gigantesco mostro assassino. Le apparizioni del Frankenstein nero sono immerse in una fotografia confusa e oscura, che tenta di giocare con le ombre e si dimentica del ritmo trasformando le passeggiate della creatura in un incubo di noia per lo spettatore. Le aggressioni del mostro sono ridicole, le vittime infatti, invece di scappare, cercano tutte di assalirlo con conseguenze mortali. 

Immancabile poi la presenza di due detective (uno bianco anziano, uno giovane, nero e aitante) che seguono la vicenda in coda garantendo l’inutilità delle forze dell’ordine. Il mostro passa il tempo a camminare in puro zombie style, truccato con un ridicolo mascherone facciale che, almeno, nasconde l’incapacità recitativa di De Sue, mentre l’audio ci propina il suo ringhio ossessivo e un battito cardiaco incessante al posto della colonna sonora. Non è ben chiaro come la creatura riesca a sbudellare le sue vittime e soprattutto perché, successivamente, si metta a giocare con gli intestini (forse un rimando alla propria infanzia?), fatto sta che gli attori corrono da una parte e si ritrovano, nella scena dopo, sempre allo stesso punto di fronte al mostro, lo attaccano e si ritrovano morti nella sequenza dopo. Misteri del montaggio? In Blackenstein manca poi la variante comica che permeava invece “Blacula”. Qui tutto si prende troppo sul serio anche se poi lo spettatore troverà comunque elementi per farsi una risata, pur involontaria. Nel cast anche il caratterista John Dennis (Frankenstein Junior, Soylent Green) nella parte di un odioso infermiere.