giovedì 26 maggio 2022

INTERFACE

(1985) 

Regia Andy Anderson 

Cast John S. Davies, Lauren Lane, Matthew Sacks 

Parla di “congrega di proto-hackers organizzano omicidi in un campus per ripulire la città dalla feccia umana” 

Fa tanta tenerezza e nostalgia l’approccio anni ottanta all’avvento della tecnologia digitale, soprattutto all’interno di un cinema marcatamente di serie zeta come quello contenuto in questo raffazzonatissimo lungometraggio diretto da Andy Anderson, regista praticamente di due soli film nel corso della sua esistenza conclusasi nel 2017. Vediamo computer preistorici, grafiche minimali e primi rudimenti di collegamenti in rete a narrare la delirante trama dove un gruppo di Hacker primordiali, mascherati con assurdi costumi e maschere realizzate con il domopack si ritrova in una stanza piena di giganteschi monitor a ordinare con voci filtrate da effetti audio anteguerra, una sorta di società segreta che organizza la morte di persone di dubbia moralità. 

A rimanerci invischiato è un professorino informatico che cerca di scoprire la causa di queste morti misteriose che infestano il campus dove lavora. Anderson mescola fantascienza e horror con toni da commedia di bassa lega dove si ostenta una lunghissima scenetta in cui il protagonista fugge per le strade vestito unicamente da una salvietta arrotolata ai fianchi, il tutto sulle spalle del povero protagonista John Davies che come attore fa quello che può ma sembra decisamente impacciato nel suo ruolo dove non si capisce cosa prendere sul serio e cosa buttare sul ridere. L’effetto generale di Interface risulta pertanto surreale come anche certi personaggi come il bulletto della scuola che ostenta una calvizie incipiente e completamente fuori posto rispetto all’età che l’attore dimostra. 

Sicuramente, del film, non si potrà dimenticare l’assurda congrega complottista e i suoi assurdi costumi dove Anderson ci attacca un po' di tutto, dai calzini appesi alle orecchie alle maschere veneziane, dai fili argentati e arricciati alle torce elettriche, dalle maschere da Hockey alle cotte di maglia in puro stile Excalibur. Il resto del film è un thriller dozzinale dove tutto è già telefonato dal principio e sinceramente, risulta difficile rimanere svegli durante la visione. Da segnalare nel film l’esordio dell’attore Lou Diamond Phillips (quello de La Bamba per intenderci) in una fugace parte iniziale come teppistello che viene fatto fuori subito.  Poi siccome anche nella peggior monnezza si può trovare qualcosa di buono, segnaliamo che nel film è presente una delle prime interazioni fra grafica computerizzata e personaggi umani con un incontro effusione tra un’attrice e un robot realizzato in CGI.

giovedì 19 maggio 2022

DEMOLITION COP

(TC 2000, 1993) 

Regia T.J. Scott 

Cast: Billy Blanks, Bolo Yeung, Bobbie Phillips 

Parla di “Vigilantes post atomici menano di brutto bande di razziatori ma un complotto interno renderà le cose difficili” 

Se il titolo originale strizzava l’occhio al Terminator di Cameron, non si può dire che i distributori nostrani non abbiano avuto mano pesante nell’ideare il titolo di importazione, puntando al quasi contemporaneo successo di Stallone (Demolition Man). In entrambi i casi il titolo ben rappresenta l’accozzaglia di situazioni viste e straviste, buone solo come scusa per riempire lo schermo di muscolosi tamarri pronti a darsele di santa ragione. Siamo in un’atmosfera post apocalittica dove il mondo non ha più molte risorse da offrire all’umanità, se non quelle ben protette all’interno di fortezze organizzate. Chi resta fuori è lasciato in balia di sé stesso ma soprattutto di criminali e assassini di vario tipo, gli stessi che, periodicamente tentano di forzare i campi magnetici a protezione della fortezza per razziare e distruggere ciò che a loro è negato. 

A impedire che questo avvenga ci sono questi vigilantes in motocicletta che spuntano fuori a sparare e menar le mani, tra questi i migliori sono il nero Jason Storm (Billy Blanks) e la sua inseparabile collega Zoey (Bobbie Phillips). Quest’ultima viene ferita gravemente durante un agguato e i membri corrotti del settore scientifico della fortezza la trasformano in una specie di androide invincibile, assoggettato al cattivo di turno. Il rimescolamento del cinema action con arti marziali e fantascienza pop trova in questa pellicola, un esemplare perfetto, con tanto di rassegna di vecchie glorie del genere come Billy Blanks, Bolo Yeung e Mathias Hues la cui filmografia sembra la lista della spesa di un cenone natalizio. Botte da orbi, sparatorie con finti laser che scoppiettano, grande rigonfiamento di bicipiti e quadricipiti ma soprattutto un ridicolo taglio di capelli sfoggiato da Blanks per tutto il film, probabilmente copiato da Wesley Snipes per il ruolo di Blade. 

Yeung fa impressione fisicamente anche perché l’enorme stazza muscolare fa letteralmente a pugni con la sua altezza da orientale, in pratica sembra un armadietto gommoso che fa le mossette con delle braccia che assumono circonferenze impossibili. Chi ama l’eccesso tout-court non potrà che apprezzare la sempliciotta messa in scena con tecnologie d’avanguardia (se il top del vostro pacchetto informatico era il Vic 20), le scenografie cartonate da giorno dopo la fine del mondo ricordano tanto il raffazzonato mondo del postatomico italiano stile I predatori dell’anno Omega e i combattimenti si prolungano fino allo sfinimento del povero spettatore che rivede sempre la stessa scena di lotta in uno squallido deja-vu. Insomma una parata di gonfiori così difficilmente lascerà indifferenti, si potrebbe quasi pensare che riescano a coinvolgere il pubblico al punto che anche allo spettatore, prima o poi, gli si debba gonfiare qualcosa, leggermente più in basso degli addominali. 

giovedì 12 maggio 2022

ZOMBI 2

(1979)

Regia Lucio Fulci 

Cast Tisa Farrow, Olga Karlatos, Ian McCulloch 

Parla di “ staff di medici indaga su isola caraibica in preda a invasione zombie” 


Una scena emblematica del blockbusterone americano "Warm Bodies" ci mostra il protagonista confrontato con la copertina del blu-ray di Zombie Flesh Eaters, versione americana del film di Lucio Fulci uscito con il titolo "Zombi 2". Una conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dello straordinario affetto che questo titolo si è conquistato tra gli appassionati d'oltreoceano in poco più di 30 anni. Già negli anni passati, sfogliando autorevoli libri di cinema horror stranieri capitava di adocchiare alcune foto di scena del film, oltremodo raccapriccianti e proprio per questo motivo entrate nel mito grazie allo straordinario lavoro del bravo Giannetto de Rossi, capace di trasformare gli zombi ciondoloni in maschere quasi espressionistiche ma di potente suggestione. 

La storia poi riporta il tema degli zombi alla loro origine, ambientandola su un'isola caraibica considerata maledetta dagli indigeni, dove un medico alcolizzato cerca disperatamente di curare il virus che trasforma i morti in cannibali ambulanti, accentuandone la radice religioso-tribale mutuata dal costante suono dei tamburi vudù. Il modello ispiratore di Fulci non diventa quindi Romero, ma i classici in bianco e nero come "White Zombie" o "I walked with a zombie", ovviamente non disdegnando di rendere i morti viventi affamati di carne umana nella migliore tradizione horror anni ottanta, anche e soprattutto per alzare l'asticella dello splatter a quei livelli insostenibili a cui il maestro ci ha abituato. C’è da dire che, a parte la deorbitazione di Olga Karlatos (ancor oggi disturbante) non è che il film faccia così impressione. Lo spettatore moderno, abituato a pasti cannibalistici di ben altro spessore troverà poco più di qualche esplosione di cranio e morsi alla giugulare per saziare le proprie pulsioni gore. 

Sarà invece lo spettatore weirdo ad abbeverarsi alla fonte più estrema del cinema trash italiano di quegli anni, considerati non a torto, il punto di non ritorno del bizzarro tricolore. Basta infatti una scena, una sola per elevare quest'opera fra i cult assoluti di un cinema povero e coraggioso che ben conosciamo, l'incredibile e improbabile scontro tra un pescecane (più simile a uno squalo nutrice però...) e uno zombie che arriva addirittura a mordere l'animale nel sottopancia prima di essere privato di un braccio in quello che è un evidente manichino. La musica dell'immancabile Frizzi passa da atmosfere festose e ritmi latinoamericani a picchi di psichedelia proto elettronica che spaventano più di quello che si vede sullo schermo. Finale apocalittico da manuale mentre sullo sfondo le torri gemelle vengono avvolte da una nuvola che ci profetizza a suo modo quello che accadrà anni dopo in quel triste 11 settembre di cui tutti abbiamo memoria. 

giovedì 5 maggio 2022

GUNAN IL GUERRIERO

(1982)

Regia: Mark Shannon 

Cast: Pietro Torrisi, Sabrina Siani, Emilio Messina 

Parla di “ copycat del barbaro cimmeriano che si sdoppia in una truce rivalità tra fratelli, spadone che uccidono al tocco e gnoccone bionde” 

In Italia abbiamo fatto anche questo, sulla cresta dell'onda del successo di Conan il Barbaro, anche Cinecittà doveva dire la sua storpiando leggermente il nome in Gunan e sostituendo Schwarzenegger con il mister muscolo de noiartri Pietro Torrisi anglofonizzato in Peter McCoy. Autore di questo "miracolo" è il sempiterno Franco Prosperi che si firma Mark Shannon e lavora a cottimo cercando di allungare a ottanta minuti scarsi una trama che si sarebbe ampiamente svolta in mezz'ora. Impresa non facile ma Prosperi ci dà dentro con introduzioni e voci fuori campo mentre sullo schermo scorrazzano allegre scene spaziali e addirittura in prima istanza ci sbatte dentro anche una lotta fra dinosauri a passo uno rubata addirittura al film "Un milione d'anni fa". 

Non contento sviluppa le scene di battaglia tra il nerboruto barbaro e i cattivi di turno (in questo caso una banda di predoni che gli ha sterminato la famiglia) con ralenty al limite della sopportazione e a metà ci sbatte dentro anche la storiella d'amore tra Gunan e una gnoccona bionda che gira quasi sempre ignuda e risponde al nome di Sabrina Siani, modella protagonista di una lunga carrellata di commedie sexy e fantasy all'italiana. La storia vede protagonisti due barbaroni gemelli sopravvissuti in culla al massacro del loro popolo che si contendono l'eredità e il nome di Gunan, dopo un paio di prove atletiche abbastanza ridicole, il nostro eroe diviene a tutti gli effetti l'erede del suo popolo ma il fratellone non ci sta, ruba il medaglione di appartenenza e affronta i nemici restandoci secco. 

Tocca al vero Gunan vendicare la famiglia e lo fa a colpi di spadone che basta tocchi i guerrieri per ucciderli, non solo dopo venti o trenta uomini infilzati non è manco sporca di sangue. Il trash regna sovrano e trova il suo degno apice nello stopposo parrucchino frangettato che indossa il gemello interpretato dallo stuntman Giovanni Cianfriglia, volto noto nel cinema B nostrano soprattutto nelle pellicole di Bud Spencer e Terence Hill. Poi ci sono le amazzoni, occasione per regalarci un pò di chiappe e tette ma soprattutto la Siani che, per quanto risulti espressiva come una lonza marinata, ci regala uno dei culi più belli di tutto il cinema italiano.

mercoledì 20 aprile 2022

DEADBEAT AT DAWN

(1988) 

Regia Jim Van Bebber 

Cast: Jim Van Bebber, Megan Murphy, Marc Pitman 

Genere: Azione, Thriller, Gore 

Parla di “capo di banda teppisti decide di cambiare vita ma gli ammazzano la fidanzata e quindi poi, non cambia un cazzo…” 

Violento, malsano e deliziosamente gore, l’esordio al lungometraggio di Jim Van Bebber è il gang-movie che la Troma avrebbe voluto realizzare ma non lo ha mai fatto. Ambientato in una cornice degradata e perfettamente reale, tra appartamenti senza finestre che si chiudono con il lucchetto all’esterno, palazzi diroccati e cimiteri come teatro di scontro fra bande, questo film si fa vanto dell’inesistenza di un budget e lo sfrutta a suo vantaggio, garantendo però un’invidiabile perizia tecnica sia nel montaggio che nelle scene d’azione, straordinarie e dinamiche al punto che lo spettatore non riuscirà a staccare gli occhi dallo schermo per tutti gli ottanta minuti. Ma oltre all’elemento degrado, la confezione grezza, quasi amatoriale, il film vanta una ferocia sanguinolenta fuori dall’ordinario che trova la sua massima espressione nell’adrenalinico e brutale scontro finale. Il protagonista è un marcantonio capellone esperto di arti marziali che si fa chiamare ironicamente Goose, (interpretato dallo stesso regista) capo della banda dei Ravens con cui le suona di santa ragione alla banda rivale degli Spiders. 

Ma la fidanzata Christie (Megan Murphy), appassionata di esoterismo, tenta di far cambiare vita a Goose e quando vi riesce ecco che due ceffi della band rivale la uccidono a colpi di mazza da golf (del resto Christie aveva consultato una tavoletta Ouja che gli aveva predetto la morte pochi minuti prima). Tornato a casa dopo aver venduto una partita di droga, Goose scopre il cadavere della fidanzata e disperato, non trova nulla di meglio che seppellirne i resti in un tritarifiuti. Solo a raccontare questa prima parte si capisce che Van Bebber alza l’asticella del weirdo ai massimi livelli, puntando su una cattiveria gratuita quasi parodistica. Il proseguo del film vede il giovane finire in casa del padre, uno schizzatissimo veterano del Viet-nam tossicodipendente che cerca di prenderlo a mannaiate per rubargli i soldi. Dopo essersi ubriacato e aver sfasciato mezzo Pub, Goose torna nella sua banda primordiale e partecipa ad una rapina ai danni di un furgone portavalori organizzata insieme con la banda antagonista degli Spiders ma al momento della spartizione del bottino le cose degenerano. 

Duelli a coltellate, combattimenti con nunchaku e shuriken nella miglior tradizione orientale, sangue e ferite aperte, corse e sparatorie, non manca proprio nulla nell’immaginario suburbano del film di Van Bebber, per certi versi affine al celebre Combat Shock di Buddy Giovinazzo, almeno per quanto riguarda le ambientazioni disastrate. Stupisce inoltre la recitazione, spesso sopra le righe, ma efficace, in particolare per il folle padre di Goose ma soprattutto per Bonecrusher (Marc Pitman) lo psicopatico teppista degli Spiders che uccide a colpi di mazza la fidanzata del protagonista. Sfortunato a livello distributivo, Deadbeat at dawn è “I guerrieri della notte” mescolato a “Bad Taste”, un film estremo e sporco, imperfetto e squisitamente trash a cui non si può non voler bene.  


giovedì 14 aprile 2022

BLACKENSTEIN

 (1972) 

Regia William A. Lewey 

Cast Ivory Stone, John Hart, Joe De Sue 

Genere: Blacksploitation, Horror 

Parla di “Veterano del Vietnam si fa riattaccare braccia e gambe da celebre chirurgo ma l’operazione lo trasforma in mostro” 

Il successo di Blacula (1972) ebbe come naturale conseguenza, in ambito blacksploitation, quello di andare a recuperare il celebre personaggio del romanzo di Mary Shelley per realizzarne una versione all black. L’idea venne al produttore/sceneggiatore Frank R. Saletri, il quale disgraziatamente, non aveva mai avuto prima di allora, alcun contatto con la settima arte. Saletri era infatti un avvocato penalista che nel 1982 fu ucciso con un colpo di pistola, l’autore del delitto non fu mai scoperto. Alla regia fu messo l’esordiente William A. Lewey che, anche in seguito, non brillò mai per la qualità del suo lavoro, al punto che viene ricordato soprattutto per un fantaporno intitolato Wham Bam Thank you! Spaceman (che in Italia giunse con il titolo “Incontri Erotici del quarto tipo”). Protagonista nella parte della creatura è invece il gigantesco Joe De Sue che leggenda vuole fosse un cliente di Saletri il quale lo scelse espressamente per la parte. 

Che De Sue non fosse un attore lo si capisce subito guardandone l’interpretazione di Eddie, sfortunato veterano del Viet-nam al quale la sporca guerra ha privato di tutti e quattro gli arti. Per rimediare al danno subito, la sua fidanzata, la dottoressa Winifred Walker (Ivory Stone) si rivolge al celebre chirurgo Dott. Stein (John Hart), nella sala d’aspetto ci scontriamo subito con un’inquietante statua della Madonna ad altezza d’uomo che rende oltremodo straniante l’incipit del film. Tutto si svolge all’interno della villa castello del chirurgo, dove sono ricoverati anche due strani pazienti, un vecchio al quale il medico aveva riattaccato le gambe ed una novantenne ringiovanita di almeno quarant’anni. La tecnica del dottor Stein applica infatti, alla chirurgia tradizionale, anche l’uso di pozioni a base di DNA per rigenerare i tessuti. Ed infatti, in prima istanza, l’operazione a Eddie è un completo successo, se nonchè l’assistente Malcomb (Roosevelt Jackson), invaghito di Winifred, pasticcia con le pozioni generando nel gigantesco nero una mutazione che lo porterà a trasformarsi in un gigantesco mostro assassino. Le apparizioni del Frankenstein nero sono immerse in una fotografia confusa e oscura, che tenta di giocare con le ombre e si dimentica del ritmo trasformando le passeggiate della creatura in un incubo di noia per lo spettatore. Le aggressioni del mostro sono ridicole, le vittime infatti, invece di scappare, cercano tutte di assalirlo con conseguenze mortali. 

Immancabile poi la presenza di due detective (uno bianco anziano, uno giovane, nero e aitante) che seguono la vicenda in coda garantendo l’inutilità delle forze dell’ordine. Il mostro passa il tempo a camminare in puro zombie style, truccato con un ridicolo mascherone facciale che, almeno, nasconde l’incapacità recitativa di De Sue, mentre l’audio ci propina il suo ringhio ossessivo e un battito cardiaco incessante al posto della colonna sonora. Non è ben chiaro come la creatura riesca a sbudellare le sue vittime e soprattutto perché, successivamente, si metta a giocare con gli intestini (forse un rimando alla propria infanzia?), fatto sta che gli attori corrono da una parte e si ritrovano, nella scena dopo, sempre allo stesso punto di fronte al mostro, lo attaccano e si ritrovano morti nella sequenza dopo. Misteri del montaggio? In Blackenstein manca poi la variante comica che permeava invece “Blacula”. Qui tutto si prende troppo sul serio anche se poi lo spettatore troverà comunque elementi per farsi una risata, pur involontaria. Nel cast anche il caratterista John Dennis (Frankenstein Junior, Soylent Green) nella parte di un odioso infermiere. 

giovedì 7 aprile 2022

HELLGATE

 (1989) 

Regia William A. Levey 

Cast Abigail Wolcott, Ron Palillo, Carel Trichardt 

Genere: Horror 

Parla di “giovanotto investe una ragazza che si scopre essere il fantasma di una finta teen ager uccisa anni prima” 

William A. Levey non è nuovo alle nostre pagine, non tanto per la disgressione blacksploitation horror di Blackenstein (1973) quanto per l’assurdo porno sci-fi Wham Bham Thank you! Spaceman (1975) che nei nostri cinemini a luci rosse esordì con il titolo “Incontri erotici del quarto tipo”. Spostatosi a girare in Sudafrica nel 1989 con un budget decisamente più sapido, il nostro ci estrae dal cilindro questo ancor più allucinato horror che sarà anche il penultimo lavoro della sua carriera registica. Un trio di amici davanti al focherello di una casetta isolata attende l’arrivo di Matt (interpretato da Ron Palillo conosciuto per la sua partecipazione nel telefilm I ragazzi del Sabato Sera in cui bazzicava anche John Travolta) e per passare il tempo si raccontano la storia della cittadina di Hellgate dove la giovane e avvenente Josie (Abigail Wolcott) viene rapita e uccisa da una gang di motociclisti. 

In questa specie di flashback si intravede tutta l’essenza Camp dell’opera con un’ambientazione finto anni cinquanta talmente spoglia e disadorna da essere adorabile. La ragazza è vestita da studentessa ma con gli anni di Noè, anche se l’unica cosa che si nota di lei per tutto il film sono le lunghissime gambe. Il padre di Lei, nel tentativo di salvarla, perde una mano e quindi lo vediamo con una sorta di moncherino rinforzato che lo fa assomigliare ad un guantone da box. Non contento di questa carnevalata, l’autore del film ci regala il ritrovamento di una specie di cristallo che emette raggi laser dipinti su pellicola nella miglior tradizione del fanta trash anni ottanta, ma lo zenith si raggiunge quando uno dei raggi colpisce la vasca di un pesce rosso ingigantendolo fino a diventare una specie di mostruoso piranha dalla vita brevissima, visto che poi esplode in mille pezzi. La produzione, qui, realizza veri e propri animatroni che agitano coda e bocca ma sono talmente fatti male che nello spettatore non può che salire un moto di tenerezza. Finisce il racconto e arriva Matt che incontra, ad un distributore, un assurdo colosso biondo e sbrindellato e una cameriera truccata da Cindy Lauper che ci prova con un savoir faire a dir poco imbarazzante, salvo poi quasi investire il fantasma di Josie che se lo porta in casa per sedurlo. Ma la pomiciata si complica con l’arrivo di Lucas, il padre di Josie (Carel Trichardt che sembra un sosia di John Astin), a cui l’uso incontrollato del cristallo ha sfregiato il viso obbligandolo a piazzare sulle ferite delle lastre di metallo (Mah!). 

Da qui in poi Hellgate si trasforma in un casino incredibile, pieno di mostri, ballerine di can can fantasma, zombie assurdi, donne con occhi blu elettrico e finte case scenografiche che esplodono. Gli attori recitano tra il serio e il faceto, rendendo impossibile capire se stiamo guardando un horror o una commedia stupidotta (verosimilmente stiamo assistendo ad un film stupidotto punto e basta). Il direttore della fotografia non lesina sulla saturazione dei colori di scena e l’uso dei ralenty raggiunge l’apoteosi della lentezza narrativa a cui l’imperizia del montatore da il colpo di grazia definitivo. Alla fine tutto si risolve per il meglio anche se il dubbio circa l’autenticità delle tette della Wolcott rimarrà comunque uno dei misteri insondati di questo aberrante filmaccio. 

giovedì 31 marzo 2022

ATTACK OF THE GIANT MOUSSAKA

(I epithesi tou gigantiaiou moussaka, 1999) 

Regia: Panos H. Koutras 

Cast: Giannis Angelakis, Christos Mantakas, Myriam Vourou 

Genere: Commedia, Sci-Fi 

Parla di: “Aliene in costumino ingrandiscono fetta di Moussaka e la scatenano sulla città di Atene” 

Analogalmente al mediometraggio “Gay Niggers from outer space”, anche questo debutto del regista greco Panos H. Koutras mescola elementi LGBT con rimembranze retro sci-fi, aggiungendo in questo caso un’evidente passione per il cinema di John Waters, esemplificato mirabilmente dalla protagonista Tara interpretata dall’attore Giannis Angelakis, sorta di Divine mancato del nuovo millennio. In mezzo a dischi volanti dalle luminescenze fucsia, scienziati con il camice rosa che amoreggiano di nascosto, ricche annoiate che si ammazzano di coca e svariati siparietti televisivi, si erge la Moussaka Gigante, tipico piatto greco a base di carne, besciamella e melanzane, trasformata in una sorta di gargantuesco blob dal raggio circolare dell’astronave aliena comandata da quattro discinte playmate. Il mostro, realizzato con una CGI di taglio decisamente dilettantesco, striscia letteralmente sulle strade, soffocando le sue incaute vittime o spruzzandole a morte di salsa rossa. 

Nella trama si intrecciano la storia d’amore tra Tara e lo scienziato Alexis (Christos Mantakas), la ricca annoiata Joy (Myriam Vourou) sposata con il ministro più giovane del parlamento greco e la giornalista Evi (Themis Bazaka) alla disperata caccia di uno scoop. Il tutto accompagnato da poderose dosi di disco music anni settanta e, perfino, un accenno di musical. Nonostante il cast regga bene, a livello recitativo, la follia di quest’opera, si ha la sensazione che, con tutti gli elementi a disposizione, ovvero un mostro delirante ed iconicamente assurdo, travestiti,  astronavi psichedeliche e personaggi quantomeno bizzarri, il regista avrebbe potuto osare di più. Invece sceglie svariate strade ma senza percorrerle più approfonditamente. 

I riferimenti al cinema gay-lesbo sono solo accentuati marginalmente e relegati nell’angolino più nascosto della pellicola, quelli retro sci-fi si limitano a qualche sporadica scena di panico costruita con quattro gatti che scappano sulla strada, scegliendo poi la più comoda soluzione di lasciare che siano i mass media a raccontarci l’invasione del mostro alieno. Anche il cinema di John Waters viene omaggiato timidamente, scegliendo di mitigare il celeberrimo cattivo gusto del regista di Baltimora limitandosi a qualche colorata parruccona senza senso. Insomma il buon Panos ci mostra un menù ricco di sapore ma poi, all’atto pratico, riduce le quantità nel piatto a miseri assaggini di una pietanza che si prospettava gustosa e lascia nello spettatore, a fine visione, quella fame insoddisfatta assolutamente indegna della cucina greca. 

mercoledì 23 marzo 2022

SATAN’S SLAVE


(Pengabdi Setan, 1982) 

Regia Sisworo Gautama Putra 

Cast W.D. Mochtar, Fachrul Rozy, Siska Widowati 

Genere Horror 

Parla di “famigliola vive il lutto materno nel terrore quando la nuova domestica comincia a produrre occulte sciagure” 

Il successo de L’Esorcista a livello mondiale se, da una parte, ha prodotto grossi introiti nelle casse dei cinema, dall’altra ha smosso le coscienze dei credenti risvegliandone la fede, da molto tempo in crisi a causa del materialismo generato da una società consumistica sempre più oppressiva. In pratica lo spauracchio del diavolo, della possessione demoniaca e della presenza occulta in generale è diventato, negli anni successivi, una manna dal cielo per il clero e per chi, in generale, si trova ai vertici di una dottrina religiosa, sia essa cattolica, sia, come nello specifico di questo filmaccio indonesiano, musulmana. Ma se nel capolavoro di Friedkin, il demonio rappresentava soprattutto una metafora della cattiveria umana, nella pellicola indonesiana diretta da Sisworo Gautama Putra, la paura del diavolo ha motivazioni marcatamente exploitation, in breve siamo di fronte ad un film che mette in guarda il buon musulmano a non abbandonare mai la fede perché poi arriva Satana e sono cazzi suoi. 

In effetti il protagonista Munarto (W.D. Mochtar) è un imprenditore troppo occupato dal suo lavoro per accorgersi che lo spirito della defunta moglie spunta dalla finestra tutte le sere, rigorosamente vestito di un bianco ectoplasmico, a terrorizzare i due figli Tommy (Fachrul Rozy) e Rita (Siska Widowati). Non si accorge nemmeno che la nuova governante Darmina (Ruth Pelupessi) si diverte a fare strani sortilegi nella sua cameretta e continua a evitare la visita dell’Imam di turno che vuole portare la famiglia sulla retta via della fede. Del resto Tommy, appena tenta di pregare, gli si frantumano le finestre e riceve la visita della madre demoniaca, risvegliata dalle forze arcane della satanica governante. 

Sebbene il film non sia poi così male e giochi discretamente con atmosfere da incubo, l’apparizione degli spettri risulterà determinante nell’alzare l’asticella del weirdo, in particolare quando spunta il fantasma del fidanzato di Rita, morto rocambolescamente in un incidente in moto, con un faccione sbiancato di cerone, due dentacci da vampiro e un’assurda cresta rossa sulla testa che, all’atto pratico dovrebbe rappresentare la ferita mortale, ma di fatto lo fa assomigliare ad un ridicolo gallo cedrone umano che ciondola dietro una terrorizzata Rita dopo aver magicamente suonato una grottesca suite al pianoforte. Il finale, fortunatamente, metterà tutto a posto con il provvidenziale intervento dell’Imam a salvare capre e cavoli lanciando il neanche tanto velato messaggio che indulgere sui piaceri terreni accantonando la fede, non è mai una buona idea. 

#esorcista #satana #demoni #spettri #indonesia #islam

giovedì 17 marzo 2022

MALEDETTO SORTILEGIO

(Cathy's Curse, 1977) 

Regia: Eddy Matalon 

Cast: Alan Scarfe, Beverly Murray, Randi Allen 

Genere: Horror 

Parla di “bambina posseduta da spirito di altra bambina terrorizza la famiglia”  

Dopo aver realizzato una serie di video musicali con Brigitte Bardot e Serge Gainsbourg, qualche pornazzo con lo pseudonimo di Jack Angel, il francese Eddy Matalon, complice una produzione franco-canadese, si butta nel genere horror sulle orme del successo del filone infantile-demoniaco aperto dal successo di Carrie e L’Esorcista. Peccato che la competenza nel dirigere un film a luci rosse rimanga la stessa anche cambiando genere e, purtroppo, si vede. L’introduzione, più veloce di una sveltina, vede un padre baffuto entrare in casa e dirigersi nella cameretta della figliola che sta giocando con la sua bambola. La bambina informa il genitore che mamma è fuggita con il fratellino, il padre non la prende bene (Quella bagascia!!!), tira su la figlia e si fionda in macchina a caccia della fuggitiva. Sulla strada l’auto incrocia un coniglio, la bambina afferra il volante per deviare la corsa e il veicolo esce di strada prendendo fuoco. Nell’abitacolo vediamo la piccola piangere di paura abbracciata al padre prima che il fuoco divori le loro vite. Tutto questo si svolge in meno di un minuto con una frettolosità che rasenta il surreale. 

Dopo i titoli il figlioletto ormai grande, torna nella casa paterna con una moglie in piena crisi di nervi e la piccola Cathy (che non è una canzone dei Pooh!). La bambina trova la bambola della zia, una robaccia di pezza con gli occhi cuciti non si sa da chi e inizia il patatrac! La bambina inizia a spaccare piatti e bicchieri, la casa trema ma il clou del trash arriva con un tranquillo pomeriggio tra amiche in cui interviene una medium che inizia a parlare con le voci del padre e della figlioletta defunta generando una situazione a dir poco ilare. A rincarare la dose intervengono poi ansimi e gemiti da film porno (ecco la mano del regista), la bambina che riesce a modificare la voce e sfodera un turpiloquio decisamente edulcorato, una vecchia che cade dalla finestra e il vecchio guardiano della casa che prima si ubriaca in compagnia della bambina e poi viene ferito da una serie di lampi realizzati con una tecnica da effetti speciali decisamente alla buona. La madre strilla e scalpita, viene perfino portata in clinica, il padre invece (la cui recitazione viene salvata almeno in Italia dal doppiaggio del grande Ferruccio Amendola) fa sempre più tardi in ufficio.

C’è anche una scena da incubo nella vasca da bagno in cui la madre si riempie improvvisamente di Sanguisughe su tutto il corpo ma il suo primo pensiero è quello di coprirsi pudicamente il seno. Ma lo sfoggio di effetti speciali avveniristici avviene quando Cathy compare e scompare dalle scale con quel classico effetto di montaggio degno di un film turco fino all’epico make-up finale in cui la bambina ha il volto completamente coperto da una purea rossastra. La recitazione, manco a dirlo, è completamente sopra le righe, menzione speciale per la piccola Randi Allen che riesce comunque a rappresentare una possessione demoniaca composta e misurata, praticamente non recitando ottiene l’effetto migliore. Musica struggente e invasiva completa l’opera di un B-movie fatto coi piedi ma che, nonostante questo, riesce a stupirci con un enigmatico e inaspettato finale. 

giovedì 10 marzo 2022

L’ INVASIONE DEI RAGNI GIGANTI

(Invasion of the giant spiders, 1974) 

Regia: Bill Rebane 

Cast: Leslie Parrish, Barbara Hale, Steve Brodie 

Genere: Horror, Fantascienza 

Parla di “meteorite si schianta sulla Terra e genera automobili truccate da ragno gigante” 

Membro a tutti gli effetti dei Monster Movie fuori tempo massimo, il film di Bill Rebane è conosciuto soprattutto per essere stato menzionato nientemeno che da Stephen King nel suo saggio sul genere horror “Danse Macabre” e non certo in termini lusinghieri. In particolare lo scrittore cita l’assurda modalità con cui ci viene propinato il classico mostrone che, come lascia intuire il titolo, è ovviamente un ragno gigante. Praticamente si tratta di un’automobile (una Volkswagen, in verità) rivestita con un telo nero, due occhi finti e una serie di enormi tralicci piegati che costituiscono le zampe, mosse su e giù da un operatore. Il finto aracnide si muove quindi in orizzontale mentre gli arti oscillano lateralmente senza mai toccare il suolo: un effetto a dir poco straniante ma delizioso per chi ama il vero cinema Trash. 

L’ambientazione rurale si alterna con gli ambienti da base militare così come la trama si sposta dalle vicissitudini dei coniugi Kester e i due scienziati che cercano di fermare l’avanzata dei mostri. Nel primo caso assistiamo alle solite schermaglie di coppia tra l’avvenente Ev (Leslie Parrish) classica moglie insoddisfatta e dedita all’alcool, e il gretto marito Dan (Robert Easton) che invece di andare ai raduni di un animoso predicatore si dedica a rapporti extraconiugali (mirabile la gag dell’amante che lo rincorre sulla porta con il corpetto dimenticato). Per quanto riguarda i due scienziati, invece, troviamo la scienziata Vanger (Barbara Hale) che sin dall’inizio deve controbattere ad una serie di battute maschiliste e il professor Vance (Steve Brodie) membro nientemeno della NASA. 

Tutto ruota attorno alla caduta di un meteorite, realizzata malamente con una serie di sovraimpressioni cromatiche e una buona dose di esplosioni in giro per la campagna. Dal cratere formatosi dopo l’impatto spuntano delle polpette giganti al cui interno il buon Dan trova degli strani vetrini che scambia per diamanti ma non si accorge della tarantola che guizza sotto il tavolo di casa. L’ingordigia di Dan lo porta a racimolare più polpette possibili, riempiendosi di fatto la casa di ragni dalla crescita rapida. In realtà poi di mostri giganti se ne vedono a malapena un paio e realizzati con queste zampone oscillanti che, sinceramente, sono la punta dell’iceberg del ridicolo. Il film, di per sé, è perfetto per colmare i nostalgici dei film per la televisione che riempivano i pomeriggi degli anni ottanta, la sua esigua durata lo rende, poi, adatto a tutte le ore del giorno. 

mercoledì 2 marzo 2022

DEMENTED DEATH FARM MASSACRE: THE MOVIE

 (1971) 

Regia Donn Davison, Fred Olen Ray 

Cast John Carradine, George Ellis, Ashley Brooks 

Genere: Crime, Drammatico, Demenziale 

Parla di “Ladri di gioielli si nascondono nella fattoria di un distillatore clandestino con l’ossessione religiosa ma la situazione degenera” 

Come capitava spesso in ambito exploitation, i film si compravano, si rimontavano e si reintitolavano per essere venduti sul mercato cinematografico con un appeal differente. Lo faceva Al Adamson (come dimenticare il suo storico rimontaggio di una pellicola filippina per il film “7 per l’infinito contro i mostri spaziali”?) e lo ha fatto Fred Olen Ray con questo oscuro filmetto di serie Zeta diretto da Donn Davison. Acquistato con il titolo Shantytown Honeymoon, questo thriller agreste senza grandi speranze di sopravvivere nel mare magnum del cinema, venne rimontato con scene aggiuntive dove un John Carradine, ormai imbolsito, legge senza neanche tentare di nasconderlo, un copione davanti alla macchina da presa, nei panni del giudice dell’inferno. Voce ormai rotta dall’età avanzata, sguardo spento, la stella cadente del cinema western hollywoodiano recita senza convinzione un pippotto moralista introduttivo e fa capolino a spot, lungo lo svolgimento narrativo, tanto per giustificare il suo nome al primo posto nel cast, altrimenti sconosciuto, del film. 

Non contento di questa aggiunta, Fred Olen Ray cambia anche il titolo nel più incisivo ed assolutamente fuorviante “Demented Death Farm Massacre” e incarica la Troma di distribuirlo nel suo catalogo. Con queste premesse, Demented Death Farm Massacre (con l’incomprensibile aggiunta finale The Movie) lascia intendere risvolti horror-trash dei quali non si trova assolutamente traccia. La trama infatti vede un vecchio rimbambito di nome Horlon B. Craven (l’attore George Ellis) con l’ossessione religiosa, che gira per le fattorie vicine insieme al suo aiutante, lo stolto Tobe (R. Kenneth Wade), vendendo alcool distillato clandestinamente. Nel frattempo quattro ladri di gioielli, due uomini e due donne, fuggono con una Jeep dopo una rapina ma un guasto li obbliga a cercare rifugio proprio nella fattoria di Horlon, dove la giovane e sexy mogliettina Reba Sue (Ashley Brooks) si sta dedicando alle faccende di casa in assenza del marito. 

Grazie al savoir faire del capo banda Philip (Jim Peck), i criminali trovano ospitalità e il buzzurro e violento Kirk (Michael Battlesmith) trova anche l’occasione per farsi una sveltina con Reba Sue scatenando le ire gelose della fidanzata Karen. Nell’inevitabile scontro tra le due donzelle, Reba Sue uccide Karen a colpi di caraffa, da lì in poi si scatena l’inferno. Tornato a casa con la Jeep dei ladri rinvenuta nel bosco, Horlon viene ricattato dai criminali che vogliono sfruttare il suo commercio di Whisky illegale per arricchirsi durante la fuga ma il vecchio non ci sta e uccide Kirk con un forcone. Da qui in poi assistiamo all’inseguimento più lento della storia del cinema che risulta più efficace del Valium. Il film, del resto, è tutto qui, non ci sono contadini psicopatici assassini, non c’è splatter, non ci sono tettone in vista né altri elementi di interesse, resta solo un titolo assurdo e un bel manifesto che lascia intendere cose che lo spettatore non vedrà mai.

giovedì 24 febbraio 2022

CURSE OF THE CANNIBAL CONFEDERATES

 (1982)

Regia Tony Malanowski 

Cast  Steve Sandkuhler, Rebecca Bach , Mark Redfield  

Genere: Horror 

Parla di “coppiette in gita nei boschi trovano un diario e risvegliano i cadaveri di soldati della guerra civile” 

Se il vostro desiderio di brutto cinematografico tende agli estremi questo film fa decisamente per voi, raramente infatti troverete qualcosa di così malfatto da chiedervi se i superotto delle vacanze di vostro zio non siano dei cult incompresi a confronto di questa ciofeca. Distribuito dalla Troma che, orgogliosamente, lo ha posizionato tra i cinque peggiori titoli della sua scuderia, il film diretto da Tony Malanowski non è altro che un remake del suo stesso esordio registico dell’anno precedente, quel Night of Horror che, da voci indiscrete, si paventa anche peggio di questo. Appare comunque ironico che il futuro di Malanoski nel mondo del cinema sia sbocciato nell’arte del montaggio, soprattutto se si considera che Curse of the Cannibal Confederates (per gli amici Curse of the Screaming Dead o, se volete, abbreviarlo CCC) ha il suo difetto peggiore proprio nell’editing che taglia e cuce, in maniera quasi schizoide, inquadrature diverse tra loro sia come colori e soprattutto come luminosità. In breve all’interno dello stesso dialogo, composto da almeno trecento cambi di immagine tra un attore e l’altro, si passa dallo scuro della notte più tenebrosa alla luce del sole del meriggio fino all’imbrunire, quasi che le sequenze fossero state girate in tempi e luoghi diversi tra loro. 

Ma se il montaggio appare una chiavica non è che il resto della pellicola goda di buona salute. La sceneggiatura, probabilmente, è stata contenuta in un unico foglietto che il cast si passava di mano in mano prima di recitare (anche se usare quest’ultima parola appare quantomeno azzardato vista l’incapacità latente degli attori) e si riduce, in pratica, ad una battuta di caccia di tre coppiette di amici armati con fucili della seconda guerra mondiale, i quali, addentrandosi in un boschetto, trovano una vecchia chiesa che scampana ancora ma solo nel cervello di una delle ragazze. Di fianco all’edificio c’è ovviamente un vecchio cimitero le cui croci sono legate con il nastro adesivo. Dopo circa una ventina di minuti in cui non succede assolutamente nulla, uno dei cacciatori trova un bauletto contenente una bandiera dei confederati (più che altro per giustificare il titolo sembra) e un vecchio diario. 

Dopo circa quaranta minuti di assoluta noia mortale, arrivano finalmente gli zombi, ma non è che la situazione migliori, anzi, dalla noia si passa al ridicolo più imbarazzante soprattutto assistendo alla grottesca parata di comparse vestite con stracci e abiti trovati nei cassonetti e qualche giacca militare giusto per dare una parvenza di coerenza con la trama stessa. In aggiunta qualche zombie si presenta con giganteschi mascheroni di gomma e tutti, proprio tutti, emettono mugolii assurdi che sembrano usciti dall’audio di un porno, situazione questa che raggiunge l’apice nel consueto pasto cannibale dove la macchina da presa si sofferma per un tempo infinito e nelle orecchie dello spettatore, oltre ad un fastidioso effetto sonoro simile allo stridio di denti che masticano, si odono anche questi gemiti di godimento manco i cadaveri stessero per avere un orgasmo. Spuntano anche due poliziotti che sembrano usciti da un film del dopoguerra, tra cui l’attore Mark Redfield che risulterà l’unico a fare carriera nel cinema dopo questa zozzeria. L’unica nota originale è che quando si spara agli zombi, la testa esplode, tanto per farci assistere ad una serie di manichini che saltano per aria. Dulcis in fundo il finale sembra tranciato con l’accetta, neanche il regista avesse finito il metraggio della pellicola prima dei titoli di coda. Su tutto e tutti capeggia una fastidiosa e continua musichetta composta con tastierine e basso, senza interruzioni e senza alcuna attinenza con quello che, disgraziatamente, i nostri occhi sanguinanti stanno vedendo. 

giovedì 17 febbraio 2022

THE BEAST OF THE YELLOW NIGHT

 (1971) 

Regia Eddie Romero 

Cast  John Ashley, Ken Metcalfe, Mary Charlotte Wilcox  

Genere: Horror 

Parla di “Soldato assassino riceve maledizione e si reincarna in ricco imprenditore che, dopo una colica, diventa un mostro parruccone” 

Frutto della collaborazione produttiva tra il regista filippino Eddie Romero e Roger Corman, questo Beast of the Yellow Night può essere considerato a tutti gli effetti un “film intuitivo” nel senso che lo spettatore giocoforza deve intuire il percorso narrativo delle vicende del povero Joseph Langdon (interpretato dal belloccio John Ashley che aveva già percorso il corridoio dell’horror ne La figlia di Frankenstein nel 1958 e aveva già lavorato con Romero ne Il Terrore nell’Isola dell’Amore del 1968), soldato in fuga tra le foreste filippine dopo aver compiuto un massacro insieme ad una non meglio specificata complice indigena che viene freddata immediatamente. Disperso nella giungla, senza cibo da diversi giorni e ormai ridotto al collasso, Langdon incontra una specie di stregone che gli offre budella umane da mangiare in cambio della sua anima. 

Lo scenario si sposta in tempi più recenti dove l’imprenditore Philip Rogers ritorna improvvisamente in vita in ospedale, i medici si sorprendono, ma soprattutto restano scioccati dal fatto che l’uomo ha il volto bendato non si sa da chi. Comunque appena tolte le bende scopriamo che Philip e Langdon sono la stessa persona (con un po’ di barbaccia in meno). Per i primi quaranta minuti circa, il protagonista si strugge di dolore perché non vuole vivere salvo poi struggersi di dolorosissime fitte alla pancia che lo trasformano in un ridicolo uomo bestia (quando si dice la cattiva digestione!) con la faccia butterata e colorata di verde ma soprattutto con un’assurda pettinatura tutta cotonata. Munito di artigli, il mostro affetta e squarta a più non posso, finchè non trova rifugio in una schifosissima cantina dove un vecchio cieco lo accoglie benevolmente. Il mostro poi, per ritornare umano, si getta a faccia in avanti contro un treno in corsa e, miracolosamente, torna ad essere Philip. Le successive trasformazioni, stranamente, avvengono mentre il nostro sfortunato eroe si accinge a copulare con la bionda moglie Julia, la quale, nonostante lo abbia tradito con il fratello Earl (Ken Metcalfe), non riesce proprio a fare a meno del maritino. 

Alla fine sarà il vecchio cieco, suo malgrado, a salvarlo dalla maledizione, invitandolo a pregare per lui in punto di morte. Langdon, reso immortale dal diavolo in persona (identificato nel film da un serpente ma soprattutto da una cavernosa voce fuori campo che ripete frasi senza senso), tornerà ad essere vulnerabile alle pallottole e finalmente potrà incontrare la tanto agognata fine. Se si cerca un motivo valido per vedere questo film, si può anche rimanere affascinati dalla continua lotta interiore del protagonista che riesce, tutto sommato, a trasmettere una malinconica determinazione alla propria autodistruzione. Peccato che tanta profondità d’animo venga poi rigettata all’apparizione di uno dei più ridicoli mostri di sempre. Nel cast troviamo la splendida Mary Charlotte Wilcox nel ruolo di Julia, attrice che trasuda sensualità da tutti i pori ma che preferiamo ricordare nella sua miglior interpretazione come protagonista in La Necrofila (Love me deadly, 1972). 

mercoledì 9 febbraio 2022

L’ ABBRACCIO DEL RAGNO




(Ein Toter hing im Netz, 1962) 

Regia Fritz Böttger 

Cast Harald Maresch, Helga Franck , Alexander D'Arcy  

Genere: Fantascienza, Horror, Exploitation 

Parla di “ballerine naufragate su isola deserta devono vedersela con il loro impresario trasformato in uomo ragno” 

Un vero peccato che questo fantahorror teutonico di serie ultra zeta non sia conosciuto e venerato come dovrebbe, perché vi garantisco che è pura dinamite exploitation, talmente ridicolo e grottesco da rasentare il capolavoro, arricchito dal fascino vintage di uno splendido bianco e nero ma soprattutto dalla presenza sempre più discinta, man mano che il film scorre, di uno stuolo di ballerine che da sole varrebbero il prezzo del biglietto. Distribuito nel mondo con una ventina di nomi diversi tra cui Horrors of Spider Island, It's Hot in Paradise, Girls of Spider Island e The Spider's Web, il film scritto e diretto da Fritz Böttger incomincia con un provino. L’impresario Gary (Harald Maresch ) deve selezionate dodici ballerine per uno spettacolo a Singapore e fin qui lo sketch risulta anche divertente, poi l’aereo su cui si dirigono in Oriente precipita e vediamo le ballerine e l’impresario naufraghi che giungono su un isola che sembrerebbe deserta. 

Scoprono invece una vecchia baita dove c’è un vecchio scienziato appeso comicamente ad una ragnatela gigante visibilmente fatta con le corde del bucato. A questo punto quello che sembrava un tranquillo film d’avventura si trasforma in un festival del Weirdo senza limiti dove ragnacci troppo cresciuti con ridicole zampette che sembrano fare il classico gesto all’italiana del “cazzo vuoi?” spuntano sopra gli alberi. Gary viene assalito e morso e, come in un film di licantropi, si sveglia tramutato in un mostruoso uomo ragno, con artiglioni al posto delle mani e una faccia pelosa con la bocca completamente sdentata eccettuate tre oscene protuberanze biancastre. Il mostro comincia quindi a gironzolare tra i boschi con le mani alzate (forse per evitare che i guanti da mostro scivolassero a terra) mentre il regista ci regala ragazze che nuotano nude nel mare e ragazze che litigano tra loro strappandosi le vesti tanto per mostrare invidiabili tettone senza alcun pudore. 

Per fortuna, a consolare le ballerine rimaste sole ci pensano due marinai, assistenti del defunto scienziato (impegnato tra l’altro alla ricerca, nientemeno, che di un giacimento di uranio) che giungono sull’isola e iniziano a bere whisky e a pomiciare con tutte le donnine che, a quanto pare non aspettavano altro. L’ultima mezz’ora è quindi arricchita da balletti a seno nudo, grandi scazzottate e intrecci amorosi mentre il mostro, dimenticato da tutti e soprattutto dal regista, fugge verso il suo destino affondando malamente nelle sabbie mobili. Come si può notare, la pellicola sembra costruita ad hoc per spettatori amanti del sesso e delle sensazioni forti, e per quanto riguarda le tettone e i corpi formosi delle protagoniste. Böttger non ci fa di certo sentire la nostalgia per Russ Meyer, per quanto riguarda invece l’abilità registica siamo dalle parti di Wood o Beaudine con un “buona la prima” costante per tutto il metraggio. L’unica cosa veramente apprezzabile in questa bruttura è la colonna sonora che tra beat anni sessanta e jazz accompagna i generosi corpi delle nostre eroine nelle loro frenetiche danze sessuali. 

mercoledì 2 febbraio 2022

IL SOFFIO DEL DIAVOLO

(Demon Wind, 1990) 

Regia: Charles Philip Moore 

Cast: Eric Larson, Francine Lapensée, Rufus Norris 

Genere: Horror 

Parla di “allegra scampagnata di giovinastri alla scoperta di una fattoria maledetta” 

Sceneggiatore, attore e regista, Charles Philip Moore è stato attivo per tutta la decade dei novanta, salvo poi sparire nel nulla più assoluto. Di lui si ricordano una manciata di titoli di cui tre giunti anche da noi a rimpolpare il circuito dei videonoleggi, uno di questi è sicuramente Demon Wind, horror giunto in ritardo sul treno degli anni ottanta e debitore soprattutto del primo Evil Dead di Sam Raimi ma anche della Notte dei Demoni di Kevin Tenney (Night of the Demons, 1988) e (perché no?) anche del nostro Demoni di Lamberto Bava. Per quanto riguarda il budget, poi, si avvicina pericolosamente all’opera di Raimi ma senza averne le capacità, la creatività e il virtuosismo con cui quest’ultimo compensava la carenza di fondi. Insomma prendete quanto c’è di più povero e imbarazzante del cinema horror anni ottanta, associatelo ad una sceneggiatura priva di qualsiasi logica e ad una regia che sembra in ritardo su tutto ed eccovi qua questo Soffio del diavolo dove un gruppetto di ragazzoni simil-yuppie decide, senza alcuna ragione valida, di seguire l’amico Cory (Eric Larson) in un’allegra scampagnata in mezzo a distese collinari per raggiungere la fattoria dei nonni, misteriosamente scomparsi nel nulla dopo un incendio. 

Nelle prime sequenze vediamo uno scheletro crocifisso immerso nel fuoco, una donna che cerca di fermare il marito mentre si accinge a trasformarsi in un demone ma questa è solo la premessa, per i successivi 40 minuti non succede più nulla e lo spettatore è costretto a sorbirsi le scemenze di questo gruppetto di giovinastri, tre coppiette a cui si aggiungono anche due deficienti vestiti come il mago Silvan che fanno piroette per calciare lattine in faccia alla gente o far apparire le solite colombe e conigli da spettacoli di magia di terz’ordine. Ad un certo punto una delle ragazze del gruppo scompare in un flambè di luci animate in sovraimpressione che manco negli anni cinquanta facevano così schifo. Al suo posto troviamo una bambola, espediente che dovrebbe terrorizzare immagino, ma che, a conti fatti, comincia a innalzare l’asticella del Trash. Asticella che sale quando il gruppo raggiunge la fattoria, o almeno quel che ne resta, dove trova il solito scheletro finto ed un teschio mezzo seppellito nel terreno da cui si sprigionano altri raggi disegnati su pellicola. L’espediente dell’ingresso monodimensionale nella casa potrebbe anche risultare carino se non venisse ripetuto cinque o sei volte senza motivo ma poi tutto degenera quando arrivano i demoni, o gli zombie o quel che volete. Il make up dei mostri, realizzato probabilmente da un cuoco, assomiglia ad una polenta pasticciata con il ragù applicata sulle facce delle comparse il cui bradipismo si esprime al meglio quando, dopo aver ricevuto una fucilata, si prendono quei cinque dieci secondi di tempo, prima di lanciarsi all’indietro e cadere. 


Ma lo zenith del Trash assoluto si profila nel duello finale tra un immenso diavolaccio dai piedi caprini e il corpo ricoperto di polenta pasticciata (o pizza come ho letto da qualche parte) ma senza corna e Cory che, nel frattempo si è trasformato anche lui in qualcosa di indefinibile, praticamente un mascherone montato dietro la nuca a deformargli la testa mentre il volto viene truccato con enormi spatolate di lattice. Quel che non si capisce è il perché e cosa dovrebbe sembrare il protagonista in quel momento (un angelo, un demone, un pirla? Boh!). Fatto sta che questo scontro ad alto tasso Weirdo fa a gara con la morte di uno degli amici, trasformatosi in demone e ucciso a pugnalate dalla fidanzata di Cory (Francine Lapensée) che invece di ripercorre all’indietro il film della vita, lo vediamo regredire alle fasi di adolescente, bambino e neonato per poi scomparire nel solito lampo disegnato ad una qualche maniera sulla pellicola. In tutto questo il doppiaggio italiano non aiuta di certo, infarcito com’è da voci di demone talmente effettate da far risultare alcuni dialoghi incomprensibili. 

mercoledì 26 gennaio 2022

THE NOSTRIL PICKER

 (1993) 

Regia: Mark Nowicki 

Cast: Carl Zschering, Edward Tanner, Laura Cummings 

Genere: Commedia, Thriller, Horror 

Parla di “Maniaco cannibale dalla caccola facile, scopre il potere di tramutarsi in una teenager per massacrare agevolmente le sue compagne di scuola” 

Quando uno scopre un film che porta questo titolo (Lo scaccolatore) si aspetta di trovarsi di fronte un Cult non ancora rivalutato dalla massa, in realtà assistendo alla visione, ci si rende conto ben presto di quanto sia pretestuoso, visto e considerato che il protagonista, un maniaco disadattato con tendenze omicide e cannibali che reca il nome di Joe Bukowski (un tiepido omaggio allo scrittore e poeta alcolista Charles Bukowski), si mette le dita nel naso non più di due volte durante tutto il film. In realtà è molto più appropriato l’altro titolo con cui la pellicola di Mark Nowicki (noto più che altro per la sua attività di Colorist, infatti The Nostril Picker è l’unico film da lui diretto) è conosciuta, ovvero The Changer. Infatti la trama narra le vicende di questo Joe (interpretato da uno sconosciuto non attore di nome Carl Zschering) vestito perennemente con un’assurda camicia color escremento, il quale, mentre passeggia per i sobborghi di una cittadina del Michigan, incontra un senzatetto che adocchia il Gin appena acquistato. 

In cambio della bottiglia, il vecchietto offre a Joe il potere di cambiare aspetto. Da qui in poi il film prende una piega quasi da commedia studentesca, Joe, infatti, si tramuta in una bionda liceale e comincia a frequentare la scuola e soprattutto un gruppetto di ragazzine chiacchierone. Nelle sequenze successive troviamo comunque l’espediente narrativo più originale del film, Joe trasformato in teenager, infatti, lo vedono solo nel film, lo spettatore vede quindi il disadattato maniaco, perennemente con le mani in tasca e la voce gutturale, frequentare i banchi di scuola, tentare di copiare durante i compiti in classe e seguire le altre ragazze nel bagno delle femmine e negli spogliatoi. L’effetto è sicuramente divertente ma l’oscillazione tra commedia e thriller cambia dopo il primo omicidio. Tramutato in ragazzina, il nostro Joe dà appuntamenti solitari alle sue amiche per poi massacrarle con uno stiletto e divorarne brani di carne. Ma le atmosfere più Weird sono sicuramente quelle ambientate nello squallido stanzino in cui vive il maniaco, stanzino che viene ampiamente inquadrato da una telecamera che ruota a 180° per mostrarci ripetutamente il vecchio televisore scassato, il giradischi sulle casse del mercato e soprattutto la bambola gonfiabile con cui Joe si dedica a romantici valzer. 

Ispirandosi da una parte alle suggestioni urbane del Maniac di William Lustig, con tanto di fantasmi delle vittime insanguinate e vestite di bianco che tornano a redarguire l’assassino, e dall’altra a Psycho con l’immancabile madre castratrice dell’assassino che spunta nelle sue visioni, il film di Nowicki mescola senza ritegno elementi diversissimi tra loro ma rimane sempre indeciso se esplodere nel marasma irruento del trash o se cercare di assomigliare ad un film d’autore restando decisamente troppo timido per lasciare traccia al suo passaggio. Forse qualche caccola in più avrebbe permesso al regista, come Pollicino, di ritrovare la strada maestra, quella che avrebbe trasformato The Nostril Picker in un film culto.