martedì 12 ottobre 2021

MERMAID IN A MANHOLE

 (Ginî piggu: Manhôru no naka no ningyo, 1988)  

 Regia Hideshi Hino   

 Cast: Shigeru Saiki, Mari Somei, Masami Hisamoto

Parla di “pittore cerca nelle fogne e trova modella sirena in fase di putrefazione con cui realizzerà il suo capolavoro”

Quarto capitolo della infame serie Guinea Pig inventata da Hideshi Hino e concepita come una sorta di mostra degli orrori giapponese a partire dal primo capitolo, una vera e propria rielaborazione dello snuff movie con tutti i problemi giudiziari al seguito soprattutto dopo la denuncia di Martin Sheen, che lo scambiò per vero. A prescindere dalle questioni di falso e vero che la serie suscitò, questo Manhoru no naka no ningyo cambia direzione per quanto riguarda il plot espresso nei precedenti capitoli. Abbandonata la pura e semplice rappresentazione gratuita di torture e smembramenti, Hino vira verso una vera e propria storia dell'orrore inserendone però un'insolita connotazione romantica. Certo non mancano i dettagli forti, le inquadrature da vomito e il disgusto regna sovrano ma il tutto appare meno gratuito del solito ed il film, di breve durata, si lascia vedere piacevolmente (possibilmente non dopo aver mangiato). 

Un pittore vedovo si aggira nelle fogne tra rifiuti e cadaveri di bambini gettati nelle acque, il suo intento è trovare soggetti da dipingere, lo vediamo infatti intento sin da subito a ritrarre il neonato immerso nelle acque limacciose con gli occhi chiusi. Successivamente però accade un fatto straordinario, nei cunicoli l'artista (Shigeru Saiki) incontra una splendida sirena ferita (Mari Somei), la porta a casa per dipingerla (esortato anche da lei stessa) ma il corpo della creatura è destinato progressivamente a marcire. A questo punto assistiamo ad un tripudio di verruche e tumori marcescenti che prendono possesso gradualmente del corpo di lei, esplodendo in liquami di pus colorato, interiora viscide e vermi schifosi.

C'è veramente da stare male a guardare certe scene, pur se ben realizzate (anche troppo). Il pittore fa di tutto per fermare la decomposizione della sirena ma inutilmente, l'unica cosa da fare è finire il quadro, che partendo da un ritratto si trasforma nella rappresentazione surreale di un volto purulento e grottesco. Questa versione splatter della sirenetta è, a oggi, la cosa migliore partorita dalla serie Guinea Pig. Un perfetto connubio di poesia e stomaco che si insinua nei nostri occhi e strizza violentemente le nostre viscere regalandoci disgusto e disperazione in quella che potrebbe essere definita una fiaba d'amore virata al nero. Hino ci inonda di vermi giganti che escono dalle piaghe purulente e alle volte, il cervello dello spettatore, talmente aggredito da queste immagini orrende, sembra che riesca a ricevere anche gli odori marcescenti di un corpo che si lacera mutando la carne in una nuova, oscena, forma d'arte.  

mercoledì 29 settembre 2021

HORRORS OF MALFORMED MEN

 (Edogawa ranpo taizen: Kyofu kikei ningen, 1969) 

Regia Teruo Ishii 

Cast Teruo Yoshida, Tatsumi Hijikata, Yukie Kagawa 

Parla di “mostri palmati, donne incatenate che mangiano granchi, donne argentate, facce infarinate in un trip psichedelico che richiama L’isola del dr. Moreau di Wells” 

Tratto dai deliranti racconti dello scrittore Rampo Edogawa, questo film di Teruo Ishii è un vero trip allucinogeno che trasporta lo spettatore direttamente nel limbo colorato e trasgressivo della deviazione più marcata. Tutto inizia in una specie di manicomio dove una tizia urlante cerca di accoltellare Hitomi (Teruo Yoshida), un neolaureato in medicina affetto da amnesia. Ma il coltello è finto ed il giovane viene ricondotto nella sua cella dalle guardie. Una notte un altro ospite cerca di ucciderlo veramente ma Hitomi se ne libera e fugge dalla gabbia, incontra una ragazza di un circo che canticchia una nenia familiare ma subito dopo viene uccisa misteriosamente e Hitomi viene accusato dell'omicidio. Truccatosi, il giovane finisce sulla costa dove scopre che un tal Genzaburou, somigliante a lui come una goccia d'acqua, è appena deceduto. Ed infatti Hitomi, giunto al cimitero dove è sepolto il tipo per scoprire se ha il suo stesso tatuaggio sul piede, viene scambiato per il morto risorto e si inserisce nella sua famiglia, dove scopre che il padre, il dottor Jogoro Komodo (Tatsumi Hijikata) è un mostruoso freak dalle mani palmate isolato da tutti su un atollo che Hitomi ricorda nelle sue visioni. 

Dopo alcuni fatti strani e la morte della moglie, Hitomi decide di andare a far visita al padre che in realtà è anche suo genitore visto che il suo sosia è anche suo fratello gemello. Sull'isola Hitomi scopre che il mostro sta creando un esercito di esseri deformi manipolando delle persone rapite sulla terraferma e che lui è stato mandato a studiare medicina per aiutarlo in questo folle progetto. Il bello è che tutto nasce dal tradimento della di lui moglie, messa poi in catene in una grotta a cibarsi di granchi. Il finale vede l'esplosione in cielo di Hitomi e di una tizia che scopre essere sua cugina, con cui ha avuto rapporti incestuosi dopo averla separata dal gemello siamese a cui era incollata. Se non ci avete capito niente della trama non è importante, anche perchè credo sia un'impresa veramente ardua (ed inutile) cercare un senso in un film dove  bisogna invece abbandonarsi alle assurde coreografie di donne argentate che nuotano nell'acqua, mostri con la faccia piena di farina che si agitano, al mostruoso Komodo che danza davanti a schiume di onde infrante sugli scogli. 

Il tutto in un'opera controversa, bannata per anni in Giappone e maledetta dai più per l'estro e la voglia di osare un linguaggio diverso. Non aspettatevi fiumi di sangue, combattimenti marziali o erotismo zen, in realtà qua c'è tutto e niente. Rimandi a "L'isola del dr. Moreau" di H.G.Wells, scene grottesche e a tratti anche ilari ma soprattutto un gran guazzabuglio di situazioni e intrighi di cui si perde il filo logico quasi subito. Uscito in dvd in versione inglese sottotitolata, Horrors of malformed men è un film curioso e bizzarro che vale la pena vedere almeno una volta nella vita ma è anche un film su cui è quasi impossibile dare un giudizio che non sia quello puramente estetico. Molte cose sono di maniera ed il kitsch abbonda ma se siete amanti del cinema nippo allora è un titolo imperdibile, evitate, però, di assumere acidi prima della visione. 

mercoledì 22 settembre 2021

GUINEA PIG 2: FLOWER OF FLESH AND BLOOD

(Za ginipiggu 2: Chiniku no hana, 1985)

Regia Hideshi Hino
Cast Hiroshi Tamura, Kirara Yūgao
Genere: Horror, Splatter

Parla di "Samurai rincoglionito droga e affetta ragazza per realizzare una sua personalissima opera d'arte"
 

Dopo il successo del suo primo esperimento di fake snuff movie, il fumettista Hideshi Hino ci riprova con questo secondo capitolo, tratto da un suo Manga, che inaugurerà a tutti gli effetti la serie di mediometraggi più disgustosa e emoglobinica che la storia del cinema ricordi. A differenza del primo Guinea Pig, questa volta il regista non ci prova neppure a mascherare da snuff le immagini, tant'è che le didascalie iniziali parlano di una ricostruzione di un video ricevuto da un artista, da parte di un suo fan. Le sequenze iniziali seguono una giovane donna fino alla sua cattura ad opera di uno sconosciuto che la narcotizza. La poveretta, quindi si risveglia legata mani e piedi, in balia di un vecchietto pallidissimo con il cappello da samurai. 

E' l'inizio della lavorazione di una sorta di opera artistica al sangue, l'opera al nero di un serial killer che prima droga la vittima di modo che, al dolore sopraggiunga il piacere. Espediente questo per evitare che l'attrice non sia abbastanza convincente nel manifestare urla e lamenti, difatti più che far ciondolare la testa in uno stato di apparente dormiveglia, la giapponesina altro non fa. Ed intanto il nostro uomo comincia lentamente a tagliargli tutti gli arti, a sventrarla e per finire, decapitarla, avendo cura di scavarle fuori gli occhi con un cucchiaino e ciucciarseli avidamente come un bambino che poppa il latte materno.

A prescindere dal ridicolo che emana quasi tutta la vicenda (unica nota d'effetto è la sequenza del pedinamento in auto) questo secondo capitolo è poco più di un pretesto per mostrare la bravura del make-up artist Nobuaki Koga che supera sé stesso nella lunga scena dello smembramento, a livelli di insostenibilità visiva molto elevata. Per il resto, se si supera il disgusto rimane la noia, poiché, eccettuato lo splatter, non accade praticamente nulla. L'attore che fa il samurai è di un gigionesco ai limiti del ridicolo, l’attrice (beh! L'ho già detto) ciondola come rincoglionita e il regista che fa? Ostenta primi piani sulla carne tentando di dare un'aura artistica all'insieme anche se il cinema, in quanto settima arte, si trovava da tutt'altra parte durante la realizzazione di questo film.

venerdì 10 settembre 2021

I, ZOMBIE - THE CHRONICLES OF PAIN

(1998) 

Regia Andrew Parkinson 

Cast  Dean Sipling, Ellen Softley, Gile Aspen 

Genere: Horror intimista 

Parla di “Studente morso da una zombie si strugge nel dolore del pascer di carne umana” 

Questo horror di Andrew Parkinson è un prodotto low budget, quasi amatoriale, ma notevole nel suo sviluppo e originale all'interno di un genere come lo zombie movie, che, a partire dagli anni '70 ha ormai esaurito tutte le idee. In questo frangente, invece, assistiamo ad un' innovativo concetto del morto vivente, che viene visto come una sorta di malato, perfettamente cosciente della sua condizione di zombie e del bisogno di nutrirsi di carne umana. Viene persino data una spiegazione logica al suo cannibalismo, lo zombie infatti, dopo 4 giorni senza carne viene assalito da dolorissimi spasmi che rischiano di portarlo alla follia. Vediamo quindi il protagonista David (Dean Sipling) scosso in più occasioni come in preda a un attacco epilettico. Studente Universitario, il nostro eroe, viene morso da una zombessa durante una passeggiata studio nei boschi, da allora la sua vita (o morte?) cambia radicalmente. 

Scompare dalla vita della sua fidanzata Sarah (Ellen Softley), prende un appartamento in periferia e inizia a dedicarsi ai suoi appetiti carnivori come un vero e proprio predatore. La differenza sta nel fatto che per David questa condizione rasenta quasi la tossicodipendenza, accentuata da una progressiva decomposizione del corpo che raggiunge il suo apice quando, in un tentativo di masturbazione, gli rimane in mano l'uccello. Intanto nel film si susseguono delle interviste agli altri personaggi, in particolare Sarah che continua a domandarsi che fine abbia fatto il suo fidanzato, finché, stufa di attendere il suo ritorno decide di dimenticare e nelle ultime scene, abbandona il sacco coi suoi vestiti in strada mentre, da un'altra parte, il povero protagonista, ormai ridotto ad un ammasso putrido, incapace ormai di camminare, si abbandona sul letto in un sonno forse senza ritorno. 

Nonostante una fotografia grossolana e alcune sequenze eccessivamente lente, il film sviluppa bene la progressione del morbo, con una trasformazione che ricorda molto Tetsuo e soprattutto si tasta da vicino la dolorosa empatia con il personaggio e la sua umanità disfatta. Per la prima volta vediamo uno zombie con un'anima, percepiamo la sofferenza ed alla fine l'affresco complessivo ti si inserisce dentro lasciando quel piacevole sapore amaro che solo i bei film riescono ancora a regalarci.  

mercoledì 28 luglio 2021

COMUNIONE CON DELITTI

 (Alice Sweet Alice Aka Communion, 1976)  

Regia Alfred Sole

Cast: Brooke Shields, Paula E. Sheppard, Alphonso DeNoble

Genere: Thriller, Horror

Parla di “ giovinetta schizoide è sospettata dell’omicidio della sorella e di altri cadaveri all’ombra di una bigotta comunità clericale”

Il solo difetto di certi film è quello di essere arrivati sulla falsariga di un film di successo come Psycho e quindi venire relegati ingiustamente come sottoprodotto, quindi B movie. Eppure Communion meriterebbe di essere più considerato nella storia del cinema. Sia per la trama decisamente shakespeariana con grande tragico finale (eccellente e crudele ma non lo rivelo perchè qualcuno potrebbe ancora non averlo visto), sia per i contenuti decisamente anticlericali e filo satanici, ma soprattutto per una serie di sequenze decisamente forti per l'epoca (ma anche adesso dopotutto). 

Abbiamo una giovanissima Brooke Shields che viene strangolata, gettata in una cassa e bruciata il giorno della sua comunione, mentre la sorella Paula E. Sheppard (l'Alice del titolo), sospettata dell'omicidio (si è presentata davanti al prete al posto della sorella) è un personcino schizoide mica da ridere, capace quasi di strozzare un gattino all'obeso e viscido vicino di casa Alphonso DeNoble, il personaggio più disgustoso e satanico del film (del resto ha lavorato in un film malato e ultragore come Blood Sucking Freaks ). Il film dello sconosciuto regista Alfred Sole  gioca poi sulla presenza di un misterioso omicida in impermeabile giallo, armato di coltellaccio e di una inquietante maschera da bambola al volto. 

L'ambientazione ecclesiastica  contribuisce ad accentuare l'atmosfera gotica, mescolata alla brutalità violenta tipica degli anni '70 offrendoci un inquietante affresco dell'America conservatrice che non esita a prendere a scarpate nei denti un poveraccio per riprendersi il rosario. C'è comunque un pò di tutto, da Rosemary's Baby a Psycho (opportunatamente citato in un manifesto nel film) fino Don't Look now (A Venezia...un Dicembre rosso shocking, di Nicholas Roeg) il tutto senza la minima ironia ma con uno sviluppo graduale della trama che si segue con il fiato in gola, merito di ottimi attori e di una storia in ambienti inconsueti e una figura di serial killer da ricordare negli annali assieme al prete omicida di La Casa del peccato mortale, capolavoro di Pete Walker.

mercoledì 21 luglio 2021

NON VIOLENTATE JENNIFER

(I Spit on your grave Aka Day of the woman, 1978)  

Regia: Meir Zarchi

Cast: Camille Keaton, Eron Tabor, Richard Pace

Genere: Thriller, Rape & Revenge

Parla di “gruppo di bulletti campagnoli violentano e seviziano giovane scrittrice ma la preda diventa predatore e il castigo sarà tremendo!” 

Non c'è musica in questo film di Meir Zarchi, c'è solo l'armonica a bocca di uno dei quattro stupratori di Jennifer (Camille Keaton), scrittrice newyorkese in cerca di calma e tranquillità, che decide di trasferirsi in una isolata casetta di campagna per terminare il suo libro e verrà invece adocchiata dai bulli del paese che per quasi un'ora di film giocheranno con lei al gatto e il topo, violentandola, sodomizzandola, picchiandola a sangue per lasciarla mezza morta, sporca e insanguinata nel salotto di casa sua.

Esiste solo il rumore del motore del motoscafo che inesorabilmente darà inizio al gioco di morte che si concluderà con la feroce vendetta della nostra eroina, la quale, nell'ultima mezz'ora truciderà uno ad uno tutti i quattro ragazzotti di campagna, impiccandoli, evirandoli, squartandoli con l'elica del motoscafo e colpendoli con l'accetta in un crescendo di sangue e disperazione, intervallati dal silenzio del bosco circostante, muto testimone di una storia trucida che ha scatenato migliaia di polemiche, scioccato migliaia di spettatori e creandosi, in quasi trent'anni, un culto invidiabile. 

Non so di preciso dove abbia voluto parare il regista, realizzando questa specie di Giustiziere della notte agreste, certo conscio di una serie di film che lo hanno preceduto, non ha sicuramente inventato niente, calcando la mano sulla violenza nuda e cruda, certo è che ha comunque colpito nel segno, soprattutto grazie al volto di Jennifer, dolce e crudele, sensuale e spietata vendicatrice a riempire gli oltre novanta minuti di questa tragedia che non ha niente da insegnarci ma lo fa talmente bene che non si riesce a restarne indifferenti anche a distanza di anni dalla sua uscita nelle sale.

martedì 13 luglio 2021

INCUBUS, IL POTERE DEL MALE

(The Incubus 1981)  

Regia: John Hough

Cast: John Cassavetes, Erin Flannery, Duncan McIntosh

Genere: Horror

Parla di “ maledizione stregonesca risveglia demone stupratore e sono cazzi amari”

Certe locandine esercitano un fascino soprannaturale nei miei confronti, così quando nel 1981 uscì nelle sale questo low budget horror diretto da John Hough, me ne innamorai perdutamente anche senza averlo mai visto. Il film, difatti, era vietatissimo ai 18 anni e, a quei tempi, le sale erano veramente off limits per noi ragazzi della pubertà. Così qualche anno dopo lessi il libro di Ray Russell, una sorta di romanzo porno horror su un demone stupratore che terrorizzava, con il suo gigantesco pene laceratore, le donzelle di una piccola cittadina della provincia americana. Oggi, grazie al mio pusher di fiducia (di video eh!), ho recuperato una vecchia vhs di questo memorabile film e, devo dire che, per tre quarti della storia ne sono rimasto un pò deluso. Abbiamo un grande attore come John Cassavetes, nei panni di un medico con un passato oscuro per una relazione con una diciottenne (che non si capisce se l'aveva uccisa lui o che cosa) ed un presente ancora meno chiaro nella sua relazione con la figlia Jenny (Erin Flannery), invischiato in una serie di delitti a sfondo erotico in cui le vittime, tutte donne, vengono brutalmente stuprate e lacerate da un misterioso essere dalla forza e dalla potenza (sessuale) impressionante. In mezzo c'è Tim (Duncan McIntosh) figlio di un'anziana del paese che fa strani sogni su una camera di torture dove vede una donna legata al tavolo da dei monaci incappucciati. 

Scopriremo che trent'anni prima gli orribili delitti erano già accaduti e che la maledizione di una strega pende sulla famiglia dei Galen. Il film si riscatta in molte scene, abbastanza feroci che non risparmiano neppure una ragazza in carrozzella. Molto bella la scena al cinema mentre si assiste ad una sorta di video rock ispirato a Sansone e Dalila ma tutta la pellicola si arricchisce improvvisamente nell'incredibile finale (che ovviamente non vi svelerò) capace veramente di lasciare il segno per l'improvviso ribaltone di tutta la storia. In sostanza un prodotto medio dell'epoca, non girato particolarmente bene, con molti errori di ripresa (il microfono...il microfono!!!) ma dotato di una forza visionaria molto avanti per i tempi in cui è stato girato.


Da notare inoltre che il tema del sogno che si materializza anticipa di tre anni le tematiche kruegheriane di A Nightmare on Elm Street (tra l'altro c'è una somiglianza mostruosa tra la figlia del medico e Heather Langenkamp). Sono questi piccoli film che alimentano il cinema, la fantasia e le tematiche del new horror anni '80. Forse avrebbe dovuto spingersi più oltre, vista anche la particolarità della trama, ma in definitiva "Incubus" lascia il segno e non mi ha fatto rimpiangere questi venticinque anni di attesa.

giovedì 1 luglio 2021

L'OCCHIO NEL TRIANGOLO

 (Shock Waves, 1977)

Regia: Ken Wiederhorn

Cast: Peter Cushing, John Carradine, Brooke Adams

Genere: Horror

Parla di “ Gruppo di studiosi approda su isolotto dove è stato parcheggiato un commando di zombi nazisti dai tempi della seconda guerra mondiale” 

All'epoca della sua uscita nelle sale cinematografiche italiane, Shock Waves dovette pagare pegno al contemporaneo successo del film di René Cardona Jr., The Bermuda Triangle, assumendosi un titolo che poco c'entrava con la storia raccontata. Diciamo che, forse, trattandosi di un film ambientato su un'isola, i distributori italiani ci hanno aggiunto un improbabile collegamento all'infausto luogo dove spariscono navi e aerei, per attirare un pubblico ancora affascinato dai misteri dell'ignoto. 

Peccato, perchè alla pellicola di Ken Wiederhorn manca tutto tranne un'idea originale alla base, quella di super guerrieri delle SS trasformati in morti viventi da utilizzare in guerra.
Il plot narrativo si ispira ad una serie di leggende nate sul nazismo e porta un gruppo di Studiosi su un'isola apparentemente deserta dove risiede un vecchio ufficiale tedesco (il grande Peter Cushing) che li esorterà a scappare. Uno ad uno i visitatori verranno decimati dai mostruosi killer in uniforme grigia e occhialoni protettivi, silenziosi ed inesorabili come appunto la tradizione zombistica risiede (con l'aggiunta di nuotare silenziosi sott'acqua). Ovviamente solo uno sopravviverà al massacro finale portandosi dietro un incubo non certo facile da dimenticare. 

Partendo da un soggetto originale, il regista segue un pò il filone alla Agatha Christie con la progressiva eliminazione degli attori, il primo a farne le spese nel naufragio è il vecchio capitano interpretato da un colosso (in quel periodo purtroppo in declino) del calibro di John Carradine. Assistiamo quindi ad una comparsata di personaggi non proprio simpatici che faranno una brutta fine nelle paludi dell'atollo. L'entrata in scena dei soldati zombi che emergono dalle acque si protrae per tutto il film diventando un elemento ossessivo ma anche (e purtroppo) di noia. Al film infatti manca una sceneggiatura calibrata che mantenga costante la tensione (anzi di tensione qua manco se ne parla) ed un montaggio che renda il tutto più scorrevole. La pesantezza che si ricava nell'assistere a questo lento massacro non viene lenita nè da un titolo fuorviante nè da una buona idea di base, purtroppo.

martedì 22 giugno 2021

INSEMINOID – UN TEMPO NEL FUTURO

(Inseminoid, 1981) 

Regia: Norman J. Warren 

Cast: Judy Geeson, Robin Clarke, Jennifer Ashley 

Genere: Fantascienza, Horror 

Parla di “archeologa spaziale violentata da alieno diventa mammina serial killer” 

Questo è un perfetto esempio dell'imitazione che supera l'originale. Il film del regista culto inglese Norman J. Warren si presenta a tutti gli effetti come una scopiazzatura di Alien, senza ovviamente presentarne la stessa eleganza nè lo stesso budget e si vede, eccome! Tuttavia Inseminoid risulta più cattivo, sanguinolento e decisamente più inquietante della munifica opera di Ridley Scott. Del resto, se poi si parla di originalità anche Alien non è che brilli di luce propria (provate a vedervi It! The Terror from Beyond Space del 1958 e capirete!). Questo british fantahorror, invece, seppur nella sua misera confezione è più veloce, denso d'azione e sottilmente più convincente. 

La storia vede una spedizione archeologica spaziale su un pianeta ostile che ricorda incredibilmente quello di Terrore nello spazio di Mario Bava, dove una violenta esplosione di strani minerali ferisce un gruppo di esploratori. Rientrati alla base, uno dei due muore e l'altro impazzisce. Tornati sul luogo dell'esplosione altri due archeologi, un nero ed una donna incontrano una terribile figura aliena che fa a pezzi lui e violenta lei (il tutto all'interno di una serie di scene psichedeliche dove non si capisce se è sogno o realtà). Riportata in laboratorio Sandy (Judy Geeson) urla, strilla, geme e scopre di essere incinta. A questo punto la novella mammina si trasforma in uno psicopatico serial killer che fa a pezzi la spedizione prima di mettere alla luce due orrendi mostriciattoli cannibali. 


La trama si sviluppa magistralmente e non lascia tempo alla noia, ovviamente per apprezzare appieno il tutto si deve soprassedere sulle scenografie povere, sulle espressioni sopra le righe della protagonista e su certe rozzaggini di un film che dopotutto resta un caposaldo dell'artigianato Sci-Fi dei primi anni 80, privo di alcuna parvenza di moralità e terribilmente attuale con il suo personaggio di madre killer (vi ricorda qualcuno..o meglio qualcuna?). Norman J. Warren sceglie di non mostrare quasi mai i mostri alieni ma punta tutto su quello che è dentro la donna, una madre a tratti disperata ed inerte ma di colpo ferocissima e implacabile. Inseminoid è un film che scava dentro le viscere, letteralmente, ma non si dimentica, sicuro! 

giovedì 10 giugno 2021

IL CLUB DEI MOSTRI

 (The Monsters Club, 1981) 

Regia Roy Ward Baker 

Cast Vincent Price, John Carradine, Donald Pleasence 

Genere: Horror, Musicale, Commedia, A episodi 

Parla di “distinto vampiro morde scrittore horror e per scusarsi gli offre una birra in un Club veramente bizzarro” 

Ecco uno di quei film ai quali sono inspiegabilmente affezionato, non che sia un prodotto eccezionale, men che meno una pietra miliare del cinema horror. Una di quelle pellicole che non suscitano il benchè minimo brivido di terrore ma è allo stesso tempo, così impregnata di scene, attori e situazioni che nonostante gli anni e le prolungate visioni, non ha mai perso quella sua aura cult che fa di quest'opera di Roy Ward Baker uno dei miei personalissimi guilty pleasure. Il cast la fa da padrone con attori di primo piano nonchè autentiche pietre miliari del genere come Vincent Price, elegante ed amabile vampiro che si presenta per strada allo scrittore horror Chetwynd-Hayes interpretato dal vetusto John Carradine, attore e caratterista nel cinema del terrore solo per ragioni alimentari ma in realtà famoso per aver partecipato ad uno dei capolavori western del passato quale Stagecoach (conosciuto in Italia come Ombre Rosse). 

Dopo averlo morso, il vampiro Erasmo riconosce lo scrittore ed essendo suo fan, si scusa e lo invita in un pub quanto meno anomalo: Il Club dei Mostri dove rock band scatenate fanno ballare mummie, licantropi e altre strane creature (in realtà attori truccati con mascheroni di gomma veramente weirdo). Seduti ad un tavolo i due conversano ed Erasmo racconta tre storie horror che hanno protagonisti il Fischiamorte, un vampiro e i mangiacadaveri. Nel finale salgono sul Palco i Pretty Things , nientemeno che una band culto nell'Underground psichedelico, e tutti ballano e cantano "Monsters rule Ok"!  Un'opera indimenticabile, sia per la sua verve tardo vittoriana, sia per il british humor irresistibile che accompagna questi 104 folli minuti prodotti dalla Amicus Productions, degna erede della Hammer Film Productions. 

Come non amare l'interpretazione di Donald Pleasence nell'episodio del vampiro o il terrificante quanto patetico fischiamorte, o le inquietanti litografie che narrano la maledizione del villaggio nel terzo episodio interpretato da un grande Stuart Whitman? Assolutamente di culto poi, l'esibizione di B.A. Robertson che canta "Sucker for your love" muovendo la lingua ritmicamente o la spogliarellista che si toglie la pelle fino a restare uno scheletro. Insomma The Monster Club, oltre ad essere la festa dei caratteristi è anche un film che resta nel cuore perchè diverte con intelligenza e ironia oltre ad offrirci un grande lavoro da parte dei migliori attori del genere. 

giovedì 3 giugno 2021

QUALCOSA STRISCIA NEL BUIO

 (1971) 

Regia Mario Colucci 

Cast Gianni Medici, Farley Granger, Lucia Bosé 

Genere Horror, Paranormale 

Parla di “ gruppo di personaggi trova riparo in antica magione e vengono terrorizzati da foto in bianco e nero” 

Non fosse stato per questo film, opera seconda e ultima, nessuno ricorderebbe Mario Colucci se non per un pugno di sceneggiature neanche troppo interessanti nel genere thriller italiano. A dir la verità neanche "Qualcosa striscia..." è da considerare poi un prodotto significativo non fosse per l'uso sapiente delle atmosfere fantasmifiche che esala la pellicola, mantenendo un buon equilibrio di attenzione all'interno di un plot dove praticamente non accade nulla, non si vede niente e tutto si conclude con una serie di rumoracci, risate sataniche e tremolii di porte e mura. Del resto il tema della presenza invisibile è uno dei più economici nel cinema horror e infatti ha rappresentato, soprattutto nel periodo fine sessanta e inizi settanta, uno dei temi prediletti per un cinema povero di mezzi come quello italiano. Povero di mezzi si ma, intendiamoci, ricco di idee e soprattutto di espedienti. 

La storia sembra quasi un remake dell'ottimo "Contronatura" di Margheriti anche se qui le atmosfere morbose ed equivoche latitano, qualche nudo di ripiego lo si trova grazie a Giulia Rovai, la ragazza di Joe (Gianni Medici) il proprietario della villona dove un gruppo di viaggiatori notturni si rifugia a seguito della piena che ha interrotto la strada nel bel mezzo della notte. Fra i viandanti c'è anche il terribile serial Killer Spike (Farley Granger) e l'ispettore di polizia (Dino Fazio) che lo ha arrestato dopo un forsennato inseguimento automobilistico. Il gruppo si ritrova quindi sotto il tetto della malvagia Lady Marlowe, defunta nobile lasciva e perversa che anche dall'aldilà troverà il modo di uccidere e terrorizzare i suoi ospiti. 

Si deve dare atto a Loredana Nusciak di essere l' unica attrice al mondo ad interpretare il film solo in fotografia, Resta comunque una presenza inquietante che pervade tutto il film fino alla sua chiusura. Insomma Colucci riesce a fare un horror dove il mostro è costituito da una foto in bianco e nero e questo è un merito non da poco (chissà quanti registi nipponici ci hanno ricamato sopra nei loro film!), per il resto siamo di fronte a un prodotto medio dell'epoca, onesto nell'insieme ma non memorabile. Nel cast anche Lucia Bosé e il sempiterno Giacomo Rossi-Stuart, presenza imponente e immortale del nostro cinema ma soprattutto del cinema di genere. 

giovedì 27 maggio 2021

FRITZ THE CAT

(1972)

Regia: Ralph Bakshi

Genere: Animazione, Psichedelico, Erotico

Parla di “ avventure di un gattone che preferisce il sesso e la violenza alle crocchette di pollo”

Certo, oggi l'impatto di Fritz the Cat è minore e, a ben guardare, sembra anche molto più soft di un qualsiasi prodotto della Pixar (non fosse per le scene di sesso) ma immaginatevi, alla sua uscita nelle sale, come può essere stato accolto un cartone animato di questo tipo, per un pubblico abituato esclusivamente alle fiabe Disney? L'importanza del film di Ralph Bakshi sta tutta nel suo precedere i tempi portando al cinema le irriverenti tavole di Robert Crumb introducendole con un operaio che piscia su un passante e, a seguire un droga party che si trasforma in un’orgia multirazziale animale (nel senso che si accoppiano cani, gatti, ippopotami, mucche ecc.) interrotta da due poliziotti maiali, i quali inseguono il nostro intrepido gattone dentro una sinagoga.  

Successivamente il gatto Fritz, audace predicatore del sesso libero, incontrerà lungo il suo percorso una serie di bizzarri personaggi in una sequela di gag più o meno esilaranti che prendono in giro tutti e nessuno, dal quartiere nero pieno di corvi dove il micione istillerà una rivolta sedata nel sangue, all'incontro con un motorbiker strafatto che picchia la sua donna a catenate, fino al viaggio finale con la compagna di turno che abbandonerà al primo guasto. Il tutto passando in mezzo a trip psichedelici, orgie irrefrenabili, violenze, sangue e assoluta mancanza di buon gusto. Sicuramente il tempo ha scemato l'irriverenza di Fritz e oggi il film può essere visto tranquillamente anche dagli adolescenti (abituati a ben altro...decisamente!), anche i disegni, sicuramente non bellissimi anche allora, sono limitati, con ampio uso di fondali fissi, scene live action e una certa legnosità dei movimenti/espressioni.  
 
Cosa resta allora di Fritz The Cat per i posteri? Ovviamente un prezioso quanto originale punto di vista su una società dai forti contrasti come quella vissuta verso la fine degli anni sessanta, con le sue contestazioni, gli emarginati, la concezione utopistica di un sesso senza barriere, la mancanza di moralità e di politically correct. Insomma una serie di situazioni che vanno sempre più ridimensionandosi nella nostra vita reale ma quanto meno, al cinema, tendono ad essere un linguaggio sempre attuale. Diciamo quindi che Fritz ha avuto il pregio di rischiare tutto aprendo una strada diversa nel cinema d'animazione ma anche il difetto di non essere andato, a livello contenutistico, oltre alla mera irrisione dei costumi di un'epoca decisamente travagliata.

venerdì 21 maggio 2021

REPO MAN - IL RECUPERATORE

(1984) 

Regia Alex Cox 

Cast Emilio Estevez, Harry Dean Stanton, Olivia Barash 

Genere Fantascienza, Drammatico 

Parla di “Giovane punk impara l’arte di recuperare auto non pagate e si invischia in misteriosa caccia all’alieno” 

Con gli anni non è invecchiato, anzi, il film culto di Alex Cox sembra ringiovanire ogni volta che lo si guarda, accentuato maggiormente dall'affetto nei suoi confronti che porto nel cuore, a partire dalla metà degli anni '80 quando, su Raitre lo trasmisero per la prima volta. Ricordo che non sapevo nulla di questo titolo a parte il fatto che era un film di fantascienza, e, nel panorama artefatto della cinematografia preblockbuster, tanto patinata quanto insipida, questa pellicola, sporca, raffazzonata e nel contempo densa di magia filosofico punkeggiante mi colpì almeno quanto le prime rudi note di chitarra distorta provenienti dal pezzo di Iggy Pop e dall'animazione della cartina stradale verdastra che appariva sullo schermo. Che dire poi quando, nelle sequenze iniziali troviamo Emilio Estevez che balla il pogo insieme a un gruppo di punkabbestia ubriachi? 

Il personaggio di Otto è una delle più vere rappresentazioni della gioventù anarchica anni '80, lontana anni luce dal mito dello yuppismo, conflittuale con i genitori hippy cannaioli rincoglioniti dal pastore che predica in televisione. Erano gli anni di Dianetics mirabilmente sbeffeggiato dalle continue citazioni del libro Dioretics che circola nei fotogrammi (in pratica un dianetics diuretics!), dei marchi del consumismo che imperversavano nel cinema (qui invece nei supermercati non ci sono marchi ma le lattine portano semplicemente la scritta "beer" e le scatole di cartone "corn flakes"). Poi c'è Harry Dean Stanton, il recuperatore di auto, cinico e imbroglione, disfatto socialmente dalla solitudine e dalla cocaina, che insegna al giovane Otto i rudimenti del mestiere infame, quello di portar via le auto a chi non paga le rate, con tutte le conseguenze del caso. 

Infine, entrano in scena una misteriosa chevrolet guidata da un professore orbo il cui portabagagli contiene un segreto altamente disintegrante, e un gruppo di imbellettati biondi e vestiti di nero che non possono non far pensare a Kill Bill e al cinema di Quentin Tarantino con la scienziata dotata di una ridicola mano di ferro. Ironico, dissacratorio e mordace, Repo Man è uscito dai canoni del cinema per regalarci un universo alternativo al reaganismo imperante, un'America lontana dai vari Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, finti miti di un decennio finto, un paese non confezionato ma vero, claudicante, rattoppato e disilluso.  Se non l'avete ancora fatto, recuperatelo!  

martedì 18 maggio 2021

NUDE...SI MUORE

 (1968) 

Regia Antonio Margheriti 

Cast Michael Rennie, Sally Smith, Mark Damon 

Genere: Poliziesco, Giallo 

Parla di “un collegio femminile, un baule con dentro un cadavere e un misterioso assassino ma di donne nude neanche l’ombra” 


Nonostante il titolo fuorviante (e accattivante) questa particolare incursione nel giallo da parte di Antonio Margheriti non presenta elementi particolarmente scandalosi, fatte salve le scene iniziali che vedono una donna spogliarsi ed entrare nella vasca da bagno per poi venire strangolata da un misterioso figuro. Anche le scene dei delitti non sono particolarmente efferate, anzi sfiorano volentieri il ridicolo dal momento che afferrando al collo le vittime queste cadono subito morte senza che l'assassino faccia la fatica di stringere. A parte questo però siamo di fronte ad un buon giallo con tutte le carte in regola per non sfigurare nel panorama nazionale e dare il via alla grande stagione del thriller all'italiana di cui "Nude...si muore" può a ragione essere considerato uno dei migliori precursori. Il motivo ispiratore del film è, a tutti gli effetti, il cinema Hitchcockiano con continui riferimenti tra cui, il più celebre, quello dell'omicidio nella doccia ispirato a Psycho. 

L'azione si svolge in un collegio femminile di lusso situato in una zona della Costa Azzurra dove arrivano quattro nuovi insegnanti e un grosso baule che contiene il cadavere della donna vista morire dopo i titoli di testa. La storia procede a ritmo sostenuto con continue variazioni giallo rosa e una serie di personaggi ben definiti anche se non proprio originali. C'è il giardiniere guardone La Foret (Luciano Pigozzi), la ragazzina appassionata di gialli (Sally Smith), la stangona amazzone e la giovane ereditiera che mantiene una tresca con un affascinante professore (Mark Damon) con il quale ha un delirante scambio di battute su Cappuccetto Rosso e Riccardo Cuor di Leone. Verso la metà del film entra piacevolmente in scena una vera e propria icona del cinema Sci-Fi come  Michael Rennie (Klaatu Barada Nikto vi dice niente?), invecchiato ma sempre maestoso nei suoi due metri di altezza.  

Nel finale tutti i nodi vengono al pettine e la matrice ispirativa psychiana diviene ancora più marcata con un assassino che per tutto il tempo era vestito da donna. Le ultime scene strizzano l'occhi ai film di 007 e lasciano lo spettatore con un mezzo sorriso divertito. La canzone dei titoli è un volgare plagio del tema di Batman, nudità appena accennate ma protagoniste decisamente deliziose. Insomma se ci si adatta ai costumi e ai luoghi comuni dell'epoca il film non è neanche malaccio, la fotografia è ottima e Margheriti sviluppa l'intreccio con sapienza e un pizzico d'estro. Stando ben lontani dalle promesse sensuali di un titolo sbagliato, questo film può anche divertire.   

mercoledì 5 maggio 2021

LA TARANTOLA DAL VENTRE NERO

(1971)

Regia: Paolo Cavara

Cast: Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli, Barbara Bouchet

Genere: Giallo, Horror

Parla di “Commissario sensibile indaga su assassino che paralizza e squarta le vittime”

L'esplosione del giallo all'italiana all'inizio degli anni '70 portò una serie di titoli dal richiamo animalesco/minaccioso, fra questi il film di Paolo Cavara è uno dei pochi che dal titolo prende realmente spunto per sviluppare la trama di questo bellissimo thriller. Analogalmente all'aracnide del titolo, l'assassino paralizza le sue vittime rendendole immobili di fronte al loro terrificante martirio, così da farle assistere impotenti alla loro uccisione. 

Si inizia con una Barbara Bouchet nuda, che si fa massaggiare sensualmente, salvo poi litigare col marito Silvano Tranquilli ed infine venire paralizzata con uno spillone da agopuntura e successivamente squartata con un coltellaccio. Come inizio niente da dire, anche se poi il film prende una piega meno horror e più legata ad una serie di ricatti e omicidi che girano attorno ad un centro benessere. Inseguimenti ad alta quota, sesso più o meno velato, droga e morte sono gli ingredienti base di questo succoso plot dove Cavara rinuncia intelligentemente a copiare le classiche sequenze in soggettiva in stile argentiano e si sofferma invece sui dettagli, sui mobili antichi e quelli pop dei seventies, sui guanti in lattice dell'omicida che ricorrono costantemente lungo i fotogrammi. 
 
Impagabile il personaggio del commissario, interpretato da un giovanissimo Giancarlo Giannini, un antieroe sensibile e impressionabile che non nasconde le sue debolezze ed alla fine risulta una delle figure più malinconiche e vere dell'intera trama. Lo affianca una giovane ed ancora innocente Stefania Sandrelli che da una parte trema per le sorti del fidanzato e dall'altra lo incita ad andare avanti (L'assassino ti teme, ha paura di te!). Il finale cade un pò nell'affrettato ma le ultime sequenze con il Giannini che si allontana sconsolato in mezzo alla folla sono un punto di chiusura oltremodo suggestivo per un prodotto tutto sommato dignitoso che ha contribuito a dare forza al nostro bel cinema del passato.

giovedì 29 aprile 2021

L' ULTIMO TRENO DELLA NOTTE

 (1975)

Regia: Aldo Lado

Cast: Flavio Bucci, Gianfranco De Grassi, Enrico Maria Salerno

Genere: Rape and Revenge, Thriller, Drammatico

Parla di: “coppia di sbandati insidia giovinette dell’alta borghesia su un treno notturno”

Il film di Aldo Lado ha raccolto negli anni parecchi estimatori soprattutto all'estero (tant'è che è stato citato anche da Eli Roth in Hostel: Part II) soprattutto per l'affresco piuttosto fedele di una società dove la differenza fra il mondo degli emarginati sociali e quello della ricca borghesia perbene era molto marcata. Stiamo ovviamente parlando della metà degli anni '70 dove i giovani cominciavano a conoscere l'era punk del "no future" e dove il reazionarismo post fascista cercava di arginare un fiume in piena fatto di ribellione al sistema e anarchia pura. Pur essendo a tutti gli effetti un "rape and revenge" ispirato anche al classico The Last House on the Left di Wes Craven, il film affronta in modo semplice ed anche ingenuo questo scontro generazionale diventando così una preziosa testimonianza del passato, seppur alterata dalla fiction rispetto magari a tanti altri prodotti dell'epoca.  

I due sbandati e ribelli interpretati da Flavio Bucci e Gianfranco De Grassi vengono dipinti in negativo in quanto tossici, rapinatori e violenti in contrasto con le loro due giovani vittime, le sorelline virginee e perbene Marina Berti e Laura D'Angelo. A far da punto d'incontro tra i due mondi ci pensa però Macha Méril nella parte della ricca signora lussuriosa che si allea coi due teppisti perpetrando un vortice di degrado e malvagità elegante che ovviamente la farà franca alla fine. Come dire che le apparenze ti salvano nonostante tutto! La storia scritta da Roberto Infascelli vede Blackie e Curly, due ragazzacci che dopo aver picchiato uno vestito da babbo natale ed aver cercato di rapinare una signora con la pelliccia fuggono su un treno in partenza dove le due sorelline viaggiano per raggiungere il facoltoso papà chirurgo Enrico Maria Salerno. Durante il viaggio i due vagabondi incontrano la signora con cui Blackie ha un rapporto nel cesso. Subito dopo fanno conoscenza con le ragazze che dapprincipio sembrano divertite per la presenza dei bad boys ma subito dopo la loro coscienza di brave fanciulle rifiuta quel mondo sporco e rozzo in cui vivono i balordi, troppo tardi. I due, coadiuvati dalla ricca ninfomane, fanno violentare una delle due da un passeggero guardone (che farà di seguito la soffiata alla polizia) e trafiggeranno con un coltello la vagina all'altra.  
 
Le due giovani finiranno gettate fuori dal finestrino. I tre scendono poi alla fermata delle due ragazze e faranno conoscenza con il loro papà, il quale dopo aver scoperto la loro colpevolezza deciderà di farsi giustizia da solo. Emblematico in tal senso il finale con la Meril che si copre col velo del cappellino il volto quasi a voler significare l'ipocrisia di una classe borghese che nasconde le sue efferatezze dietro una maschera socialmente accettabile. Altro momento metaforico è la scena in cui un gruppo di nostalgici nazisti si mette a cantare nel vagone, entra Flavio Bucci urlando "Heil Hitler" e facendo di seguito il gesto dell'ombrello. La ribellione non paga, l'ipocrisia si. Musica di Ennio Morricone con un brano struggente cantato da Demis Roussos che fa da contraltare romantico alla disperazione di una società al collasso.

mercoledì 21 aprile 2021

IL RISVEGLIO DEL DINOSAURO

(The Beast From 20,000 Fathoms, 1953)

Regia: Eugène Lourié

Cast Paul Hubschmid, Cecil Kellaway, Lee Van Cleef

Parla di “Dinosauro scongelato da esplosioni atomiche si incazza di brutto e nuota verso NY”

Modello ispiratore di tutto il genere Monster Movie, compresi Kaiju Eiga giapponesi, il Redhosauro che distrugge la metropoli americana è forse una delle creature più belle realizzate dal mago a passo uno Ray Harryhausen, l'unico in grado da dare una personalità ad un mostro preistorico risvegliato dagli esperimenti nucleari compiuti nel Polo Nord. In particolare le scene finali, ambientate in un Luna Park in fiamme con Lee Van Cleef che gli spara un proiettile radioattivo dalla pedana delle montagne russe, danno quell'atmosfera retrò che ancor oggi, nostalgia a parte, non manca di fascino e bellezza. 

A tutti gli effetti questo B-Movie del 1953 diretto da Eugène Lourié è da considerarsi un punto di riferimento per tutta la monster-fi del dopoguerra, la prima mezz'ora si consuma in mezzo ai ghiacci con lo scienziato di turno Paul Hubschmid che assiste alla scongelazione del dinosauro, ovviamente nessuno gli crede ma in New Scotia una nave affonda e i due sopravvissuti dicono di aver visto un serpente marino. Poi un faro del Massachussets viene distrutto in un’inquietante scena notturna, assistiamo poi all'esplorazione sottomarina del paleontologo Cecil Kellaway, inframezzata da un divertente duello fra uno squalo e una piovra (filmati probabilmente in un acquario), per arrivare al clou dello spettacolo con la prima apparizione del dinosauro nel porto di NY. 
 
Le poche scene di panico con gente che scappa da tutte le parti si alternano al mostro che cammina in mezzo a modellini di cartapesta. Eppure nonostante la pochezza dei mezzi e l'ovvia arcaicità degli effetti speciali, le scene di distruzione sono mirabili e certe inquadrature (lo scontro del mostro con la guardia nazionale) sono altamente spettacolari. Insomma è vero che oggi questi film possono ispirare tenerezza ma se la vostra capacità di tornare bambini è ancora forte, film come questo offrono un biglietto per un favoloso viaggio nel tempo in cui l'atomo svegliava i mostri e l'esercito americano era una forza difensiva e non un dispensatore di guerre nel resto del mondo. La storia è un libero adattamento da "The Fog Horn" di Ray Bradbury.