martedì 22 giugno 2021

INSEMINOID – UN TEMPO NEL FUTURO

(Inseminoid, 1981) 

Regia: Norman J. Warren 

Cast: Judy Geeson, Robin Clarke, Jennifer Ashley 

Genere: Fantascienza, Horror 

Parla di “archeologa spaziale violentata da alieno diventa mammina serial killer” 

Questo è un perfetto esempio dell'imitazione che supera l'originale. Il film del regista culto inglese Norman J. Warren si presenta a tutti gli effetti come una scopiazzatura di Alien, senza ovviamente presentarne la stessa eleganza nè lo stesso budget e si vede, eccome! Tuttavia Inseminoid risulta più cattivo, sanguinolento e decisamente più inquietante della munifica opera di Ridley Scott. Del resto, se poi si parla di originalità anche Alien non è che brilli di luce propria (provate a vedervi It! The Terror from Beyond Space del 1958 e capirete!). Questo british fantahorror, invece, seppur nella sua misera confezione è più veloce, denso d'azione e sottilmente più convincente. 

La storia vede una spedizione archeologica spaziale su un pianeta ostile che ricorda incredibilmente quello di Terrore nello spazio di Mario Bava, dove una violenta esplosione di strani minerali ferisce un gruppo di esploratori. Rientrati alla base, uno dei due muore e l'altro impazzisce. Tornati sul luogo dell'esplosione altri due archeologi, un nero ed una donna incontrano una terribile figura aliena che fa a pezzi lui e violenta lei (il tutto all'interno di una serie di scene psichedeliche dove non si capisce se è sogno o realtà). Riportata in laboratorio Sandy (Judy Geeson) urla, strilla, geme e scopre di essere incinta. A questo punto la novella mammina si trasforma in uno psicopatico serial killer che fa a pezzi la spedizione prima di mettere alla luce due orrendi mostriciattoli cannibali. 


La trama si sviluppa magistralmente e non lascia tempo alla noia, ovviamente per apprezzare appieno il tutto si deve soprassedere sulle scenografie povere, sulle espressioni sopra le righe della protagonista e su certe rozzaggini di un film che dopotutto resta un caposaldo dell'artigianato Sci-Fi dei primi anni 80, privo di alcuna parvenza di moralità e terribilmente attuale con il suo personaggio di madre killer (vi ricorda qualcuno..o meglio qualcuna?). Norman J. Warren sceglie di non mostrare quasi mai i mostri alieni ma punta tutto su quello che è dentro la donna, una madre a tratti disperata ed inerte ma di colpo ferocissima e implacabile. Inseminoid è un film che scava dentro le viscere, letteralmente, ma non si dimentica, sicuro! 

giovedì 10 giugno 2021

IL CLUB DEI MOSTRI

 (The Monsters Club, 1981) 

Regia Roy Ward Baker 

Cast Vincent Price, John Carradine, Donald Pleasence 

Genere: Horror, Musicale, Commedia, A episodi 

Parla di “distinto vampiro morde scrittore horror e per scusarsi gli offre una birra in un Club veramente bizzarro” 

Ecco uno di quei film ai quali sono inspiegabilmente affezionato, non che sia un prodotto eccezionale, men che meno una pietra miliare del cinema horror. Una di quelle pellicole che non suscitano il benchè minimo brivido di terrore ma è allo stesso tempo, così impregnata di scene, attori e situazioni che nonostante gli anni e le prolungate visioni, non ha mai perso quella sua aura cult che fa di quest'opera di Roy Ward Baker uno dei miei personalissimi guilty pleasure. Il cast la fa da padrone con attori di primo piano nonchè autentiche pietre miliari del genere come Vincent Price, elegante ed amabile vampiro che si presenta per strada allo scrittore horror Chetwynd-Hayes interpretato dal vetusto John Carradine, attore e caratterista nel cinema del terrore solo per ragioni alimentari ma in realtà famoso per aver partecipato ad uno dei capolavori western del passato quale Stagecoach (conosciuto in Italia come Ombre Rosse). 

Dopo averlo morso, il vampiro Erasmo riconosce lo scrittore ed essendo suo fan, si scusa e lo invita in un pub quanto meno anomalo: Il Club dei Mostri dove rock band scatenate fanno ballare mummie, licantropi e altre strane creature (in realtà attori truccati con mascheroni di gomma veramente weirdo). Seduti ad un tavolo i due conversano ed Erasmo racconta tre storie horror che hanno protagonisti il Fischiamorte, un vampiro e i mangiacadaveri. Nel finale salgono sul Palco i Pretty Things , nientemeno che una band culto nell'Underground psichedelico, e tutti ballano e cantano "Monsters rule Ok"!  Un'opera indimenticabile, sia per la sua verve tardo vittoriana, sia per il british humor irresistibile che accompagna questi 104 folli minuti prodotti dalla Amicus Productions, degna erede della Hammer Film Productions. 

Come non amare l'interpretazione di Donald Pleasence nell'episodio del vampiro o il terrificante quanto patetico fischiamorte, o le inquietanti litografie che narrano la maledizione del villaggio nel terzo episodio interpretato da un grande Stuart Whitman? Assolutamente di culto poi, l'esibizione di B.A. Robertson che canta "Sucker for your love" muovendo la lingua ritmicamente o la spogliarellista che si toglie la pelle fino a restare uno scheletro. Insomma The Monster Club, oltre ad essere la festa dei caratteristi è anche un film che resta nel cuore perchè diverte con intelligenza e ironia oltre ad offrirci un grande lavoro da parte dei migliori attori del genere. 

giovedì 3 giugno 2021

QUALCOSA STRISCIA NEL BUIO

 (1971) 

Regia Mario Colucci 

Cast Gianni Medici, Farley Granger, Lucia Bosé 

Genere Horror, Paranormale 

Parla di “ gruppo di personaggi trova riparo in antica magione e vengono terrorizzati da foto in bianco e nero” 

Non fosse stato per questo film, opera seconda e ultima, nessuno ricorderebbe Mario Colucci se non per un pugno di sceneggiature neanche troppo interessanti nel genere thriller italiano. A dir la verità neanche "Qualcosa striscia..." è da considerare poi un prodotto significativo non fosse per l'uso sapiente delle atmosfere fantasmifiche che esala la pellicola, mantenendo un buon equilibrio di attenzione all'interno di un plot dove praticamente non accade nulla, non si vede niente e tutto si conclude con una serie di rumoracci, risate sataniche e tremolii di porte e mura. Del resto il tema della presenza invisibile è uno dei più economici nel cinema horror e infatti ha rappresentato, soprattutto nel periodo fine sessanta e inizi settanta, uno dei temi prediletti per un cinema povero di mezzi come quello italiano. Povero di mezzi si ma, intendiamoci, ricco di idee e soprattutto di espedienti. 

La storia sembra quasi un remake dell'ottimo "Contronatura" di Margheriti anche se qui le atmosfere morbose ed equivoche latitano, qualche nudo di ripiego lo si trova grazie a Giulia Rovai, la ragazza di Joe (Gianni Medici) il proprietario della villona dove un gruppo di viaggiatori notturni si rifugia a seguito della piena che ha interrotto la strada nel bel mezzo della notte. Fra i viandanti c'è anche il terribile serial Killer Spike (Farley Granger) e l'ispettore di polizia (Dino Fazio) che lo ha arrestato dopo un forsennato inseguimento automobilistico. Il gruppo si ritrova quindi sotto il tetto della malvagia Lady Marlowe, defunta nobile lasciva e perversa che anche dall'aldilà troverà il modo di uccidere e terrorizzare i suoi ospiti. 

Si deve dare atto a Loredana Nusciak di essere l' unica attrice al mondo ad interpretare il film solo in fotografia, Resta comunque una presenza inquietante che pervade tutto il film fino alla sua chiusura. Insomma Colucci riesce a fare un horror dove il mostro è costituito da una foto in bianco e nero e questo è un merito non da poco (chissà quanti registi nipponici ci hanno ricamato sopra nei loro film!), per il resto siamo di fronte a un prodotto medio dell'epoca, onesto nell'insieme ma non memorabile. Nel cast anche Lucia Bosé e il sempiterno Giacomo Rossi-Stuart, presenza imponente e immortale del nostro cinema ma soprattutto del cinema di genere. 

giovedì 27 maggio 2021

FRITZ THE CAT

(1972)

Regia: Ralph Bakshi

Genere: Animazione, Psichedelico, Erotico

Parla di “ avventure di un gattone che preferisce il sesso e la violenza alle crocchette di pollo”

Certo, oggi l'impatto di Fritz the Cat è minore e, a ben guardare, sembra anche molto più soft di un qualsiasi prodotto della Pixar (non fosse per le scene di sesso) ma immaginatevi, alla sua uscita nelle sale, come può essere stato accolto un cartone animato di questo tipo, per un pubblico abituato esclusivamente alle fiabe Disney? L'importanza del film di Ralph Bakshi sta tutta nel suo precedere i tempi portando al cinema le irriverenti tavole di Robert Crumb introducendole con un operaio che piscia su un passante e, a seguire un droga party che si trasforma in un’orgia multirazziale animale (nel senso che si accoppiano cani, gatti, ippopotami, mucche ecc.) interrotta da due poliziotti maiali, i quali inseguono il nostro intrepido gattone dentro una sinagoga.  

Successivamente il gatto Fritz, audace predicatore del sesso libero, incontrerà lungo il suo percorso una serie di bizzarri personaggi in una sequela di gag più o meno esilaranti che prendono in giro tutti e nessuno, dal quartiere nero pieno di corvi dove il micione istillerà una rivolta sedata nel sangue, all'incontro con un motorbiker strafatto che picchia la sua donna a catenate, fino al viaggio finale con la compagna di turno che abbandonerà al primo guasto. Il tutto passando in mezzo a trip psichedelici, orgie irrefrenabili, violenze, sangue e assoluta mancanza di buon gusto. Sicuramente il tempo ha scemato l'irriverenza di Fritz e oggi il film può essere visto tranquillamente anche dagli adolescenti (abituati a ben altro...decisamente!), anche i disegni, sicuramente non bellissimi anche allora, sono limitati, con ampio uso di fondali fissi, scene live action e una certa legnosità dei movimenti/espressioni.  
 
Cosa resta allora di Fritz The Cat per i posteri? Ovviamente un prezioso quanto originale punto di vista su una società dai forti contrasti come quella vissuta verso la fine degli anni sessanta, con le sue contestazioni, gli emarginati, la concezione utopistica di un sesso senza barriere, la mancanza di moralità e di politically correct. Insomma una serie di situazioni che vanno sempre più ridimensionandosi nella nostra vita reale ma quanto meno, al cinema, tendono ad essere un linguaggio sempre attuale. Diciamo quindi che Fritz ha avuto il pregio di rischiare tutto aprendo una strada diversa nel cinema d'animazione ma anche il difetto di non essere andato, a livello contenutistico, oltre alla mera irrisione dei costumi di un'epoca decisamente travagliata.

venerdì 21 maggio 2021

REPO MAN - IL RECUPERATORE

(1984) 

Regia Alex Cox 

Cast Emilio Estevez, Harry Dean Stanton, Olivia Barash 

Genere Fantascienza, Drammatico 

Parla di “Giovane punk impara l’arte di recuperare auto non pagate e si invischia in misteriosa caccia all’alieno” 

Con gli anni non è invecchiato, anzi, il film culto di Alex Cox sembra ringiovanire ogni volta che lo si guarda, accentuato maggiormente dall'affetto nei suoi confronti che porto nel cuore, a partire dalla metà degli anni '80 quando, su Raitre lo trasmisero per la prima volta. Ricordo che non sapevo nulla di questo titolo a parte il fatto che era un film di fantascienza, e, nel panorama artefatto della cinematografia preblockbuster, tanto patinata quanto insipida, questa pellicola, sporca, raffazzonata e nel contempo densa di magia filosofico punkeggiante mi colpì almeno quanto le prime rudi note di chitarra distorta provenienti dal pezzo di Iggy Pop e dall'animazione della cartina stradale verdastra che appariva sullo schermo. Che dire poi quando, nelle sequenze iniziali troviamo Emilio Estevez che balla il pogo insieme a un gruppo di punkabbestia ubriachi? 

Il personaggio di Otto è una delle più vere rappresentazioni della gioventù anarchica anni '80, lontana anni luce dal mito dello yuppismo, conflittuale con i genitori hippy cannaioli rincoglioniti dal pastore che predica in televisione. Erano gli anni di Dianetics mirabilmente sbeffeggiato dalle continue citazioni del libro Dioretics che circola nei fotogrammi (in pratica un dianetics diuretics!), dei marchi del consumismo che imperversavano nel cinema (qui invece nei supermercati non ci sono marchi ma le lattine portano semplicemente la scritta "beer" e le scatole di cartone "corn flakes"). Poi c'è Harry Dean Stanton, il recuperatore di auto, cinico e imbroglione, disfatto socialmente dalla solitudine e dalla cocaina, che insegna al giovane Otto i rudimenti del mestiere infame, quello di portar via le auto a chi non paga le rate, con tutte le conseguenze del caso. 

Infine, entrano in scena una misteriosa chevrolet guidata da un professore orbo il cui portabagagli contiene un segreto altamente disintegrante, e un gruppo di imbellettati biondi e vestiti di nero che non possono non far pensare a Kill Bill e al cinema di Quentin Tarantino con la scienziata dotata di una ridicola mano di ferro. Ironico, dissacratorio e mordace, Repo Man è uscito dai canoni del cinema per regalarci un universo alternativo al reaganismo imperante, un'America lontana dai vari Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, finti miti di un decennio finto, un paese non confezionato ma vero, claudicante, rattoppato e disilluso.  Se non l'avete ancora fatto, recuperatelo!  

martedì 18 maggio 2021

NUDE...SI MUORE

 (1968) 

Regia Antonio Margheriti 

Cast Michael Rennie, Sally Smith, Mark Damon 

Genere: Poliziesco, Giallo 

Parla di “un collegio femminile, un baule con dentro un cadavere e un misterioso assassino ma di donne nude neanche l’ombra” 


Nonostante il titolo fuorviante (e accattivante) questa particolare incursione nel giallo da parte di Antonio Margheriti non presenta elementi particolarmente scandalosi, fatte salve le scene iniziali che vedono una donna spogliarsi ed entrare nella vasca da bagno per poi venire strangolata da un misterioso figuro. Anche le scene dei delitti non sono particolarmente efferate, anzi sfiorano volentieri il ridicolo dal momento che afferrando al collo le vittime queste cadono subito morte senza che l'assassino faccia la fatica di stringere. A parte questo però siamo di fronte ad un buon giallo con tutte le carte in regola per non sfigurare nel panorama nazionale e dare il via alla grande stagione del thriller all'italiana di cui "Nude...si muore" può a ragione essere considerato uno dei migliori precursori. Il motivo ispiratore del film è, a tutti gli effetti, il cinema Hitchcockiano con continui riferimenti tra cui, il più celebre, quello dell'omicidio nella doccia ispirato a Psycho. 

L'azione si svolge in un collegio femminile di lusso situato in una zona della Costa Azzurra dove arrivano quattro nuovi insegnanti e un grosso baule che contiene il cadavere della donna vista morire dopo i titoli di testa. La storia procede a ritmo sostenuto con continue variazioni giallo rosa e una serie di personaggi ben definiti anche se non proprio originali. C'è il giardiniere guardone La Foret (Luciano Pigozzi), la ragazzina appassionata di gialli (Sally Smith), la stangona amazzone e la giovane ereditiera che mantiene una tresca con un affascinante professore (Mark Damon) con il quale ha un delirante scambio di battute su Cappuccetto Rosso e Riccardo Cuor di Leone. Verso la metà del film entra piacevolmente in scena una vera e propria icona del cinema Sci-Fi come  Michael Rennie (Klaatu Barada Nikto vi dice niente?), invecchiato ma sempre maestoso nei suoi due metri di altezza.  

Nel finale tutti i nodi vengono al pettine e la matrice ispirativa psychiana diviene ancora più marcata con un assassino che per tutto il tempo era vestito da donna. Le ultime scene strizzano l'occhi ai film di 007 e lasciano lo spettatore con un mezzo sorriso divertito. La canzone dei titoli è un volgare plagio del tema di Batman, nudità appena accennate ma protagoniste decisamente deliziose. Insomma se ci si adatta ai costumi e ai luoghi comuni dell'epoca il film non è neanche malaccio, la fotografia è ottima e Margheriti sviluppa l'intreccio con sapienza e un pizzico d'estro. Stando ben lontani dalle promesse sensuali di un titolo sbagliato, questo film può anche divertire.   

mercoledì 5 maggio 2021

LA TARANTOLA DAL VENTRE NERO

(1971)

Regia: Paolo Cavara

Cast: Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli, Barbara Bouchet

Genere: Giallo, Horror

Parla di “Commissario sensibile indaga su assassino che paralizza e squarta le vittime”

L'esplosione del giallo all'italiana all'inizio degli anni '70 portò una serie di titoli dal richiamo animalesco/minaccioso, fra questi il film di Paolo Cavara è uno dei pochi che dal titolo prende realmente spunto per sviluppare la trama di questo bellissimo thriller. Analogalmente all'aracnide del titolo, l'assassino paralizza le sue vittime rendendole immobili di fronte al loro terrificante martirio, così da farle assistere impotenti alla loro uccisione. 

Si inizia con una Barbara Bouchet nuda, che si fa massaggiare sensualmente, salvo poi litigare col marito Silvano Tranquilli ed infine venire paralizzata con uno spillone da agopuntura e successivamente squartata con un coltellaccio. Come inizio niente da dire, anche se poi il film prende una piega meno horror e più legata ad una serie di ricatti e omicidi che girano attorno ad un centro benessere. Inseguimenti ad alta quota, sesso più o meno velato, droga e morte sono gli ingredienti base di questo succoso plot dove Cavara rinuncia intelligentemente a copiare le classiche sequenze in soggettiva in stile argentiano e si sofferma invece sui dettagli, sui mobili antichi e quelli pop dei seventies, sui guanti in lattice dell'omicida che ricorrono costantemente lungo i fotogrammi. 
 
Impagabile il personaggio del commissario, interpretato da un giovanissimo Giancarlo Giannini, un antieroe sensibile e impressionabile che non nasconde le sue debolezze ed alla fine risulta una delle figure più malinconiche e vere dell'intera trama. Lo affianca una giovane ed ancora innocente Stefania Sandrelli che da una parte trema per le sorti del fidanzato e dall'altra lo incita ad andare avanti (L'assassino ti teme, ha paura di te!). Il finale cade un pò nell'affrettato ma le ultime sequenze con il Giannini che si allontana sconsolato in mezzo alla folla sono un punto di chiusura oltremodo suggestivo per un prodotto tutto sommato dignitoso che ha contribuito a dare forza al nostro bel cinema del passato.

giovedì 29 aprile 2021

L' ULTIMO TRENO DELLA NOTTE

 (1975)

Regia: Aldo Lado

Cast: Flavio Bucci, Gianfranco De Grassi, Enrico Maria Salerno

Genere: Rape and Revenge, Thriller, Drammatico

Parla di: “coppia di sbandati insidia giovinette dell’alta borghesia su un treno notturno”

Il film di Aldo Lado ha raccolto negli anni parecchi estimatori soprattutto all'estero (tant'è che è stato citato anche da Eli Roth in Hostel: Part II) soprattutto per l'affresco piuttosto fedele di una società dove la differenza fra il mondo degli emarginati sociali e quello della ricca borghesia perbene era molto marcata. Stiamo ovviamente parlando della metà degli anni '70 dove i giovani cominciavano a conoscere l'era punk del "no future" e dove il reazionarismo post fascista cercava di arginare un fiume in piena fatto di ribellione al sistema e anarchia pura. Pur essendo a tutti gli effetti un "rape and revenge" ispirato anche al classico The Last House on the Left di Wes Craven, il film affronta in modo semplice ed anche ingenuo questo scontro generazionale diventando così una preziosa testimonianza del passato, seppur alterata dalla fiction rispetto magari a tanti altri prodotti dell'epoca.  

I due sbandati e ribelli interpretati da Flavio Bucci e Gianfranco De Grassi vengono dipinti in negativo in quanto tossici, rapinatori e violenti in contrasto con le loro due giovani vittime, le sorelline virginee e perbene Marina Berti e Laura D'Angelo. A far da punto d'incontro tra i due mondi ci pensa però Macha Méril nella parte della ricca signora lussuriosa che si allea coi due teppisti perpetrando un vortice di degrado e malvagità elegante che ovviamente la farà franca alla fine. Come dire che le apparenze ti salvano nonostante tutto! La storia scritta da Roberto Infascelli vede Blackie e Curly, due ragazzacci che dopo aver picchiato uno vestito da babbo natale ed aver cercato di rapinare una signora con la pelliccia fuggono su un treno in partenza dove le due sorelline viaggiano per raggiungere il facoltoso papà chirurgo Enrico Maria Salerno. Durante il viaggio i due vagabondi incontrano la signora con cui Blackie ha un rapporto nel cesso. Subito dopo fanno conoscenza con le ragazze che dapprincipio sembrano divertite per la presenza dei bad boys ma subito dopo la loro coscienza di brave fanciulle rifiuta quel mondo sporco e rozzo in cui vivono i balordi, troppo tardi. I due, coadiuvati dalla ricca ninfomane, fanno violentare una delle due da un passeggero guardone (che farà di seguito la soffiata alla polizia) e trafiggeranno con un coltello la vagina all'altra.  
 
Le due giovani finiranno gettate fuori dal finestrino. I tre scendono poi alla fermata delle due ragazze e faranno conoscenza con il loro papà, il quale dopo aver scoperto la loro colpevolezza deciderà di farsi giustizia da solo. Emblematico in tal senso il finale con la Meril che si copre col velo del cappellino il volto quasi a voler significare l'ipocrisia di una classe borghese che nasconde le sue efferatezze dietro una maschera socialmente accettabile. Altro momento metaforico è la scena in cui un gruppo di nostalgici nazisti si mette a cantare nel vagone, entra Flavio Bucci urlando "Heil Hitler" e facendo di seguito il gesto dell'ombrello. La ribellione non paga, l'ipocrisia si. Musica di Ennio Morricone con un brano struggente cantato da Demis Roussos che fa da contraltare romantico alla disperazione di una società al collasso.

mercoledì 21 aprile 2021

IL RISVEGLIO DEL DINOSAURO

(The Beast From 20,000 Fathoms, 1953)

Regia: Eugène Lourié

Cast Paul Hubschmid, Cecil Kellaway, Lee Van Cleef

Parla di “Dinosauro scongelato da esplosioni atomiche si incazza di brutto e nuota verso NY”

Modello ispiratore di tutto il genere Monster Movie, compresi Kaiju Eiga giapponesi, il Redhosauro che distrugge la metropoli americana è forse una delle creature più belle realizzate dal mago a passo uno Ray Harryhausen, l'unico in grado da dare una personalità ad un mostro preistorico risvegliato dagli esperimenti nucleari compiuti nel Polo Nord. In particolare le scene finali, ambientate in un Luna Park in fiamme con Lee Van Cleef che gli spara un proiettile radioattivo dalla pedana delle montagne russe, danno quell'atmosfera retrò che ancor oggi, nostalgia a parte, non manca di fascino e bellezza. 

A tutti gli effetti questo B-Movie del 1953 diretto da Eugène Lourié è da considerarsi un punto di riferimento per tutta la monster-fi del dopoguerra, la prima mezz'ora si consuma in mezzo ai ghiacci con lo scienziato di turno Paul Hubschmid che assiste alla scongelazione del dinosauro, ovviamente nessuno gli crede ma in New Scotia una nave affonda e i due sopravvissuti dicono di aver visto un serpente marino. Poi un faro del Massachussets viene distrutto in un’inquietante scena notturna, assistiamo poi all'esplorazione sottomarina del paleontologo Cecil Kellaway, inframezzata da un divertente duello fra uno squalo e una piovra (filmati probabilmente in un acquario), per arrivare al clou dello spettacolo con la prima apparizione del dinosauro nel porto di NY. 
 
Le poche scene di panico con gente che scappa da tutte le parti si alternano al mostro che cammina in mezzo a modellini di cartapesta. Eppure nonostante la pochezza dei mezzi e l'ovvia arcaicità degli effetti speciali, le scene di distruzione sono mirabili e certe inquadrature (lo scontro del mostro con la guardia nazionale) sono altamente spettacolari. Insomma è vero che oggi questi film possono ispirare tenerezza ma se la vostra capacità di tornare bambini è ancora forte, film come questo offrono un biglietto per un favoloso viaggio nel tempo in cui l'atomo svegliava i mostri e l'esercito americano era una forza difensiva e non un dispensatore di guerre nel resto del mondo. La storia è un libero adattamento da "The Fog Horn" di Ray Bradbury. 

giovedì 15 aprile 2021

LE RAGAZZE DI SATANA

(Satan's Cheerleaders, 1977)

Regia Greydon Clark

Cast John Carradine , John Ireland , Yvonne De Carlo

Genere: Horror, Commedia

Parla di "Setta satanica di vecchi idioti a caccia di cheerleaders vergini da offrire a Satana" 

Appare quantomeno ironico che l'autore di un film su cheerleaders sataniche abbia iniziato la sua carriera come satanico bikers nel cult di Al Adamson Satan's Sadists, ma da buon artigiano del cinema exploitation, Greydon Clark si è arrangiato a fare un pò tutti i mestieri, dall'attore allo sceneggiatore, dal produttore al regista passando in rassegna tutti i generi possibili, dalla Blacksploitation di Black Shampoo allo Sci-Fi horror di Horror - Caccia ai terrestri (Without Warning, 1980) fino alle commedie scollacciate tipo Porci con le ragazze (Joysticks, 1983) e Wacko (1982). Dal canto suo anche questo Satan's Cheerleaders è un miscuglio dal momento che mixa la teen comedy all'horror saltando di palo in frasca tra i due generi durante tutto lo svolgimento della pellicola, senza peraltro riuscire a generare nè risate e nè momenti di terrore. 

Siamo in uno dei tanti college americani dove le star della scuola sono ovviamente i muscolosi atleti che il coach di turno, nevrastenico e un tantino checca, cerca di spronare affinchè evitino le tentazioni, rappresentate, manco a dirlo, dalle prorompenti cheerleaders. Assistiamo alle solite goliardate che ritroveremo anche in roba stile Porky's ma senza idee brillanti. Tipo scambio di targhette tra bagno dei maschi e quello delle femmine o poco altro. Sul fronte horror invece siamo su altri livelli, ancora più infimi, se possibile. C'è infatti, un gruppo di vecchiacci capitanati da vecchie glorie cinematografiche come John Ireland e Yvonne de Carlo che cercano disperatamente una vergine sacrificale da donare al loro potente signore Satana, e qui scatta il giochino imbarazzante della difficoltà a reperire un'illibata tra le cheerleaders che, nel frattempo hanno rapito. Una delle ragazze viene poi posseduta dal demonio, rappresentato da una statuetta luciferina e da un pentacolo rosso con un enorme occhio al suo interno. 

Il tutto condito con preghiere ossessive e ridicole, scene di inseguimento narcotiche e due dobermann che fanno avanti e indietro per il bosco sollecitati dalla sacerdotessa (la De Carlo) che teme la biondina posseduta mentre il marito, lo sceriffo satanista (interpretato da un imbolsito Ireland) li ricaccia indietro per preservare le ragazze da offrire in dono al diavolo. Il tutto si conclude con la battutaccia finale di un giovane che esclama "Porco diavolo" e la biondina che lo redarguisce dicendogli "Piano con le parole!". Ecco il livello è questo, non ci sono scene sanguinolente e il nudo sotto le docce è limitato alla fantasia dello incauto spettatore più concentrato a trovare un sistema per fuggire dalla sala che a immaginarsi le tette delle teenagers. Nel cast si segnala anche la presenza di John Carradine  nel più inutile cameo di tutta la sua carriera.

martedì 6 aprile 2021

I PORNOZOMBI

(La fille à la fourrure, 1977)

Regia: Claude Pierson

Genere: Fantascienza, Porno

 Cast: Ursula White, Alban Ceray, Didier Aubriot

 Parla di “Alieni prendono il posto dei morti d’infarto terrestri e insidiano una coppia di solitari sposini

Questo fanta-porno del maestro dell’eros d’oltralpe Claude Pierson, è uscito nelle sale a luci rosse italiane con almeno tre anni di ritardo, nel tentativo da parte dei distributori, di sfruttare il successo del film “Zombi” anche nel circuito porno. In realtà, sia il titolo sfacciatamente menzognero, sia la locandina (seppur bellissima) c’entrano ben poco con i morti viventi. Se proprio vogliamo fare un accostamento horror, La fille à la fourrure è più dalle parti di Jean Rollin che da quelle di George A. Romero ma più probabilmente il film è affine con “Plan 9 from Outer space” di Ed Wood e non solo per la trama che vede gli alieni invadere la terra direttamente dal pianeta Eros, occupando abusivamente cadaveri di persone morte di attacco cardiaco, ma anche per la messa in scena decisamente amatoriale e casalinga. Protagonisti della vicenda sono una coppia di freschi sposini che vanno a vivere in una villetta immersa nel verde nelle vicinanze di un cimitero. 

Dopo le iniziali trombate di rito, Lui incontra una strana donna con gli occhi truccati d’argento, che cazzeggia allegramente dentro una cripta. I due copulano e lui se ne innamora al punto da rischiare la crisi coniugale. Fortunatamente, a soddisfare la mogliettina entra in scena un altro alieno, interpretato dall’icona porno francese Alban Ceray, ma la vicenda è destinata ad una tragica catarsi finale, non prima però di averci regalato una delirante orgia di coppie nude che si mettono a trombare in circolo mettendo in piedi (letteralmente) uno spettacolino pornografico campestre (del resto tutte le copule si svolgono all’aperto, in mezzo all’erba). Gli attori che interpretano gli alieni recitano come se leggessero il copione proprio nell’istante in cui li stanno riprendendo con la macchina da presa, con una dizione meccanica probabilmente dettata dall’esigenza di esprimere la loro extraterrestrialità con dialoghi robotici, il risultato è straniante, contornato oltretutto da una colonna sonora ripetitiva fino alla nausea, in particolare per una struggente piece al pianoforte che si ripete all’infinito nei momenti meno opportuni.

Per quanto riguarda poi gli accoppiamenti sessuali, molteplici ma alquanto monotoni, si segnala l’incoerenza nel montaggio visto che le inquadrature dei dettagli anatomici durante la penetrazione, non coincidono con la posizione degli attori durante il coito. In pratica se riprendi la coppia mentre lo fa alla missionaria non puoi metterci il dettaglio del pene che penetra dal retro! La cosa grave è che quest’incongruenza non è isolata ad un solo episodio ma persiste ossessivamente per tutto lo spettacolo. Se da un lato il porno francese richiama a volte delle suggestioni romantiche, dall’altro l’impegno profuso dagli attori nel cimentarsi in faticose performance sessuali viene miseramente vanificato dagli assordanti strilli di piacere che aleggiano durante il rapporto, che richiamano il dolore di una serie di mannaiate sulla schiena piuttosto che l’appagante orgasmo mostrato sullo schermo.


sabato 27 marzo 2021

LA CAVALCATA DEI RESUSCITATI CIECHI

 (El ataque de los muertos sin ojos, 1973)

Regia  Amando de Ossorio

Cast Tony Kendall, Fernando Sancho, Esperanza Roy

Parla di “Templari resuscitati in occasione della festa dei 500 anni dalla loro morte massacrano tutti quelli che fanno festa”

Se è vero che la saga dei templari votati al demonio e arsi vivi dopo essere stati accecati, realizzata dal regista Amando de Ossorio negli anni settanta, è andata scemando a livello qualitativo con il progredire dei capitoli, è anche vero che a quei tempi non erano molte le serie cinematografiche monotematiche che venivano realizzate. In particolare questo secondo capitolo, seguito dell’ottimo “Le Tombe dei Resuscitati ciechi” dimostra sin da subito di avere qualcosa da dire all’interno dei quattro titoli realizzati dal regista spagnolo. Innanzitutto l’incipit ci mostra finalmente i veri volti dei cavalieri crociati proprio durante la cattura e l’atroce castigo a cui vengono sottoposti, poi c’è tutta la maledizione del villaggio che viene perpetrata con una festa tradizionale lunga 500 anni. Ed è proprio nell’anniversario dell’uccisione dei cavalieri del male che questi risorgono per vendicarsi del villaggio colpevole della loro morte. 

Come già introdotto dal titolo italiano, i resuscitati attaccano il paese con daghe e cavalli, caratterizzati da un intercedere lento ed ipnotico enfatizzato da ralenty eterni e un filtro riverberato che accompagna il suono degli zoccoli dei cavalli demoniaci. Insomma c’è tutto un refrain psichedelico che dà al film la giusta atmosfera da incubo. Purtroppo nel massacro ai villeggianti Ossorio pecca un po di superficialità facendo sventolare nel vuoto le spade dei morti viventi e ogni tanto, giusto per dare l’idea che i colpi di spada non vengano sferrati a cazzo, inquadra qualche vittima con un sommario taglio sulla fronte. Va meglio con l’assedio nella chiesa per i superstiti, dove il buon Amando ci piazza la giusta nota cattiva con un sindaco bastardo che non esita a buttare in pasto ai cavalieri scheletrici una bimba pur di sopravvivere all’attacco. 

Le scene in cui il sindaco tenta di convincere il ministro a far intervenire l’esercito al telefono sembrano voler inserire all’interno del film anche un siparietto comico ma senza grande successo. Il sangue rosso acceso usato per il film assomiglia alla vernice per pareti che non vorreste mai tinteggiata in casa vostra e le sequenze, specialmente quelle dell’avanzata dei morti, sono sempre le stesse e fanno venire il sospetto che il regista non si sia sbattuto più di tanto in fase di montaggio. Ad alimentare questo sospetto c’è anche il fatto che la colonna sonora di Antón García Abril è la stessa usata per il primo film e riciclata senza alcuna vergogna in questo secondo titolo. Evidentemente il buon riscontro delle “Tombe” ha costretto il povero De Ossorio a girare in tutta fretta questo sequel che, in ogni caso rimane comunque più che valido all’interno di una quadrilogia in cui i film successivi non sono sicuramente all’altezza. Da notare che il protagonista del film è Tony Kendall, il cui nome anglofono è in realtà lo pseudonimo del romanissimo Luciano Stella, caratterista di tonnellate di B movie italiani (ma anche robetta come “La Frusta e il corpo” di Mario Bava) che con Ossorio realizzerà successivamente anche l’ottimo “L’Abbraccio mortale di Lorelei”.




mercoledì 17 marzo 2021

GAPPA, IL MOSTRO CHE MINACCIA IL MONDO

(Daikyojû Gappa, 1967) 

Regia Hiroshi Noguchi 

Cast  Tamio Kawaji, Yôko Yamamoto, Yuji Kodaka 

Genere Kaiju Eiga, Fantascienza, Monster Movie 

Parla di “pappagalloni dinosauro distruggono il Giappone per recuperare il figlioletto rapito dal proprietario di una rivista sexy” 

Tra gli innumerevoli titoli importati in Italia in piena era Kaiju, ovvero nel periodo tra fine anni sessanta e primi anni ottanta, uno dei più imbarazzanti ed assurdi è sicuramente questa sordida pellicola giapponese la cui trama mescola insieme elementi tratti da King Kong, Godzilla e Gorgo per mettere in scena le gesta di strani grifoni giganti con la faccia da pappagallo e il corpo da dinosauro che piombano da un'isoletta dimenticata verso le metropoli nipponiche alla ricerca del figlioletto rapito da imprenditori senza scrupoli. L'incipit è quello classico della spedizione esplorativa alla ricerca di animali di specie sconosciute su un atollo selvaggio che dovrebbe diventare una specie di attrazione turistica organizzata da una rivista scandalistica di nome Playmate. 

Gli esploratori, un connubio improbabile tra giornalisti, fotografi e scienziati scopre che l'isola è soggetta a terremoti continui inviati da una divinità misteriosa chiamata Gappa che gli indigeni temono come la peste. Addentratisi nelle grotte, un giornalista e una giovane fotografa scoprono un gigantesco uovo da cui spunta un brutto dinosauro che, sulle prime non ci è dato di vedere. Quando la nave salpa con il prezioso animale, eccoci apparire in tutta la loro bruttezza i due mostruosi genitori Gappa dotati di tre corna, ali da pipistrello, zampe da pollo, becco da passero e coda di lucertola e mamma. Insomma un minestrone trash che si lancia alla ricerca del piccolo nel frattempo giunto in Giappone dove gli vengono innestati dei sensori sulla testa per studiarlo suo malgrado. All'arrivo dei mostri ecco le consuete scene di distruzione con modellini di cartapesta alternati a scene di panico, carriarmatini che sparano petardi e missili giocattolo che sfrigolano nell'aria. Da parte loro i due Gapponi rispondono al fuoco con fiammate bluastre disegnate alla cazzo sulla pellicola che vanno dove gli pare senza alcun senso logico. 

Troviamo poi nel cast l'immancabile presenza di bambinetti puri e duri che sono sempre i buoni del film, la figlia del proprietario della rivista che tenta di far tornare sui suoi passi l'arcigno genitore e il piccolo indigeno che viene recuperato, non si sa da dove, su un sommergibile e man mano che avanza lo spettacolo, diventa sempre più grigio (una malattia che gli scienziati cinefili chiameranno "cattivo makeup"). Il finale poi tenta di essere strappalacrime con la ricongiunzione dell'allegra famigliola di Gappa sulla pista di un aeroporto e tutti i protagonisti che improvvisamente scoprono quali sono i veri valori della vita. A questo punto anche agli spettatori è dato scoprire dei valori, uno è quello del biglietto del cinema irrimediabilmente sprecato e l'altro è il valore di un buon sonno di cui hanno sicuramente usufruito durante la proiezione.  

martedì 9 marzo 2021

ARTIGLI

(The Uncanny, 1977)

Regia Denis Héroux

Cast Donald Pleasence, Peter Cushing, Samantha Eggar, Ray Milland

Genere Horror, Film a episodi

Parla di “Scienziato in para racconta episodi sui gatti che congiurano per conquistare il mondo”  

Con un considerevole ritardo rispetto alle produzioni Hammer e Amicus, la canadese Cinèvidèo tenta, dopo la metà degli anni settanta, di far tornare in auge l'horror a episodi utilizzando come elemento di narrazione comune la presunta diabolicità dei gatti, capaci di comunicare e congiurare tra di loro ai danni della razza umana, fino a uccidere in branco o addirittura a ipnotizzare gli esseri umani. Ne è convinto il protagonista narratore, un paranoico scienziato perennemente deriso per le sue teorie, che tenta di convincere il suo editore raccontandogli tre agghiaccianti fatti che hanno per protagonisti i felini. 

Nel primo una vecchia riccona decide di lasciare tutti i suoi beni ai suoi mici ma lo sciagurato nipote non è d'accordo, irretisce la governante affinchè rubi il testamento ma questa, scoperta dalla vecchia, la uccide. Nel tentativo di recuperare il documento viene assalita dai gatti. La seconda storia invece ha per protagonista una giovane orfanella che viene angariata dalla zia ma sopratutto dalla cattiva cuginetta. Solo il suo inseparabile gatto Wellington saprà consigliarle, attraverso la magia nera, come risolvere l'ancestrale scontro di famiglia. Nel terzo episodio invece un attore cinematografico uccide la prima moglie ma il gatto della donna organizzerà una crudele vendetta nei suoi confronti. 

L'inizio del film crea la giusta atmosfera e riesce anche a inquietare un poco, il primo episodio addirittura ci mostra come possano essere feroci e micidiali dei felini in branco, il secondo episodio invece risente di effetti ottici (il rimpicciolimento della bambina) piuttosto datati anche se è comunque godibile mentre il terzo è tutto sulle spalle del bravo Donald Pleasence anche se la storia è proprio stupidina. Rimangono comunque godibili gli scambi di battute tra le due vecchie glorie horror come Ray Milland e Peter Cushing anche se la pellicola, diretta in modo anonimo dal produttore Denis Héroux, risulta oltremodo datata persino all'epoca della sua uscita. Spicca in ogni caso un buon cast che comprende oltre alle tre star del cinema già citate anche due ottimi caratteristi come John Vernon e Samantha Eggar e c'è persino un divertente omaggio al film "Il Pozzo e il pendolo" di Roger Corman. 


venerdì 26 febbraio 2021

DISCO SEX

(1978) 

Regia Jean Rollin 

Cast Jean-Pierre Bouyxou, Cathy Stewart, Agnès Lemercier 

Genere: Musicale, Porno, Commedia 

Parla di “registrazione di un disco sexy trasforma la session in una gigantesca orgia collettiva” 


Mosso da evidenti esigenze alimentari, il regista francese Jean Rollin non disdegnò, nella sua lunghissima carriera cinematografica, di girare qualche porno utilizzando pseudonimi come Robert Xavier o Michel Gentil. Xavier fu utilizzato per la prima volta con questo titolo che si inserisce nel periodo d'oro del cinema a luci rosse, quando l'emancipazione sessuale era al suo culmine. Nonostante l'uso dello pseudonimo, il regista, curiosamente, appare anche con il suo vero nome nella parte di un tecnico del suono nel finale del film ma la cui ombra persiste dominante per tutta la durata. La trama è alquanto pretestuosa, ci troviamo in uno studio di registrazione discografica dove un hippy capellone con gli occhialini alla John Lennon raduna un gruppo di attori amici, chiedendogli di partecipare alle registrazioni di un disco sexy. 

Per aumentare maggiormente l'enfasi del sonoro, il gruppo dovrà avere realmente rapporti sessuali, questo in sostanza il pretesto con cui viene messa in scena per un'ora abbondante una specie di orgia in cui gli attori scatenano la loro energia sessuale, tutto questo mentre il tecnico del suono (che non viene mai inquadrato se non, per l'appunto, nel finale) gira per le coppie impegnate a fare sesso, per registrarne ansimi e godimenti vari. La macchina da presa vola velocemente da un amplesso all'altro mostrandoci una biondona platinata che si dedica dapprima agli amori saffici per proseguire masturbandosi con l'asta di un microfono, proseguire con un pò di anal e chiudere in bellezza con un threesome frettoloso. 

Il resto del cast non è da meno e si dedica con impegno a trombare e sbocchinare senza sosta alternando cunnilings e blowjobs con bella mostra di vagine baffute per gli amanti del porno vintage. Il tutto inframezzato da un'unica pausa dove vediamo uno dei protagonisti dedicarsi a un assolo di pianoforte mentre un'attrice si dimena a quattro zampe sopra lo strumento. Passata la prima mezz'ora però l'assenza di trama e la ripetitività delle situazioni comincia a procurare i primi segni di noia nello spettatore, la colonna sonora passa da un brano all'altro senza soluzione di continuità mentre l'hippy organizzatore della sarabanda, rimasto l'unico vestito, passa da una coppia all'altra per incitarli a dare di più, ad ansimare più forte, ad allargare chiappe e incitare all'accoppiamento. Alla fine il povero tecnico del suono non ce la fa più e si butta anch'esso nell'orgia festante. Ormai ogni pudore sembra essere stato abbandonato al punto che anche la cena finale diventa un baccanale festoso. Il giorno dopo tecnico del suono e organizzatore ascoltano finalmente il risultato di questa sessione e gongolano soddisfatti del buon risultato ottenuto. Carini i titoli di coda dove vengono disegnati degli allegri peni che accompagnano la presentazione di un cast seriamente impegnato a realizzare questo faticoso capolavoro pornografico. 

mercoledì 17 febbraio 2021

HANNA D. LA RAGAZZA DEL VONDEL PARK

(1984) 

Regia Rino Di Silvestro 

Cast Ann-Giselle Glass, Karin Shubert, Sebastiano Somma 

Genere: Drammatico, drugsploitation 

Parla di “discesa negli inferi della droga da parte di una giovane e discesa nei meandri dell’incoerenza narrativa per quanto riguarda lo spettatore” 

Se Christiane F. ambientava a Berlino una turpe storia di tossicodipendenza, la risposta italiana viene ambientata, tre anni dopo, nella libertina Olanda, da sempre meta agognata di chi cerca sesso, droga e turpitudini di facile accesso. Il risultato però, non è decisamente allo stesso livello, complice un Rino Di Silvestro a basso rendimento, un cast che era meglio rimanesse nei fotoromanzi e un montaggio che mette a dura prova tutta la nostra intuitività per cercare di collegare le varie fasi del film una dopo l'altra. Si parte da un vagone di un treno in corsa dove la giovane Hanna, interpretata dalla francese Ann-Giselle Glass (che troviamo nello stesso anno anche in Rats - Notte di terrore del buon Mattei), si sfila le mutandine trasparenti davanti a un grosso ed elegante viaggiatore. Dopo di lui arriva una coppia e nel mentre tutto viene gestito da un vecchietto incravattato che batte le mani come se fosse un direttore d'opera. Scesa dal treno, Hanna va a trovare la madre (Una Karin Shubert inchiattita dal tempo) che amoreggia con un ragazzino efebico passando il tempo ad accusare la figlia di averle rovinato la carriera come attrice. 

Dopo questo bel siparietto familiare, Anna si dirige in un vecchio magazzino abbandonato dove un pelatissimo e inquietante spacciatore che si fa soprannominare "Madre" la induce ai piaceri dell'eroina. A questo punto un brusco cambio di scena la vede elegantemente vestita in un ristorante italiano con un bellimbusto di nome Miguel, dopo cena fanno l'amore e lei gli rivela la sua verginità (ma non si prostituiva sul treno?), dapprima Miguel la introduce nel mondo del cinema a luci rosse, poi la droga bucandola sulla fronte e la manda a fare la mignotta, anche se non si capisce bene perchè, fermata da un cliente, invece di salire in macchina, Hanna va a chiamare una collega e manda lei, senza nessun motivo apparente, dal grassone pagante. Altro brusco cambio di scena e vediamo Hanna su un autobus che viene tacchinata da un altro bellone di nome Axel (il divo dei fotoromanzi d'amore Sebastiano Somma), i due si innamorano ma la doppia vita di Hanna la porterà ancora nei vecchi magazzini, stavolta per farsi arrestare. In prigione dà di matto per la scimmia, inizia a spaccare tutto e si attacca ad un lercio rubinetto cercando di suggere disperatamente acqua per poi ferirsi e giungere al punto di bere il suo stesso sangue. 

Durante l'interrogatorio assistiamo a una scena allucinante, le altre carcerate sfilano dall'ano di una ragazza una supposta di metallo contenente eroina che iniettano in bocca ad Hanna. Miguel intanto minaccia la madre affinchè faccia scarcerare la figlia e dopo averla malmenata la irretisce nuovamente per andare a battere. Axel però la trova e se la porta a casa dove Hanna sbocca dappertutto e in una crisi di astinenza si sniffa la benzina di un motore nautico. Il finale ci porta all'imbarazzante duello tra Axel e Miguel dove il primo inizia a tirare assi di legno contro il secondo, il quale armato di pistola, spara due colpi alla cazzo, cade in mare e muore annegato. Finale con fidanzatini mano nella mano a travolgere piccioni e pippotto memoriale nei confronti di tutte le ragazze meno fortunate di Hanna che non ce l'hanno fatta, aggiungerei a queste anche le migliaia di spettatori che si sono sorbiti questo polpettone ridicolo inferiore solo a roba come "Alex l'Ariete" in fatto di recitazione e delirio narrativo dove i personaggi vivono situazioni fini a sè stesse e la storia abbandona ogni coerenza dopo appena 10 minuti dall'inizio. 

martedì 9 febbraio 2021

HELL HOLE - LA GABBIA INFERNALE

(Hell hole, 1985) 

Regia Pierre De Moro 

Cast Ray Sharkey, Judy Landers, Marjoe Gortner 

Parla “biondona platinata finisce in manicomio dove si sperimenta non si sa bene cosa né perché ma l’importante è soddisfare la fame di sesso del solito scienziato pazzo” 

I film horror ambientati nei manicomi hanno generalmente la stessa identica struttura, c'è il protagonista internato per sbaglio, un direttore ospedaliero sadico e assassino, un eroe pronto a tirare fuori il protagonista dai guai ma soprattutto c'è un luogo segreto all'interno delle cantine dove si svolgono esperimenti atroci e illegali. Nella fattispecie di quest'opera del poco prolifico (Solo tre film in tutta la carriera, ahi ahi ahi!!!) Pierre De Moro il luogo segreto è il buco infernale del titolo dove piomba la malcapitata Susan dopo aver perso la memoria a seguito di una brutta caduta nel tentativo di sfuggire al killer di sua madre. La biondona dalla messa in piega eterna si trova ad affrontare un ambiente ostile pieno di matte che se le danno di santa ragione e infermiere lesbiche che si prendono a cazzotti nelle docce e fanno festini nel fango. 

Come se non bastasse poi la direttrice Fletcher (interpretata da quel donnone inquietante di Mary Woronov) si dedica ad esperimenti di lobotomia chimica insieme al solito professorino di turno ammaliato da prospettive di scoperta scientifica, peccato che il suo obiettivo (come espressamente esplicitato dalla stessa in una scena) è quello di soddisfare la sua fame di sesso (sic!). Non è ben chiaro come questi esperimenti che consistono in una siringona infilata nel collo di giovani malate irrequiete, possano giovare ai suoi appetiti sessuali, in ogni caso la trama si sviluppa come un thriller a tinte forti in cui il regista, gratuitamente, ogni tanto ci sbatte un pò di nudo qua e là arricchendolo di qualche abbozzo lesbico, tanto per richiamare quel pubblico in sala che altrimenti diserterebbe volentieri questa grottesca farsa exploitation. Lentezza assoluta, recitazione ghiacciata e miserrime ambientazioni da sit com low budget anni ottanta condiscono il tutto introducendo la noia più estrema. 

C'è da dire che la sceneggiatura tiene botta mantenendo il film su una struttura solida, ma quello che dà all'insieme una patina trash da prodotto dozzinale che persino i vecchi lettori vhs avrebbero rifiutato, è l'imbarazzante messa in scena con matte che saltellano qua e là come scimpanzè arrapati, guardie ipertrofiche che menano all'inverosimile capeggiate dal faccione inespressivo di Robert D'zar (per capirci quello che interpretava il poliziotto maniaco nella trilogia di Maniac Cop), gabbie di vetro (quelle che tengono prigioniere le pazze all'interno del buco infernale) solidissime per giorni interi ma che alla vista del malcapitato di turno, vengono giù come cristalli. Da guardare solo se avete anche voi un blog di cinema spazzatura da tenere aggiornato tutte le settimane.