martedì 29 dicembre 2020

BLOOD FREAK

(1972) 

Regia Steve Hawkes, Brad F. Grinter 

Cast: Steve Hawkes, Heather Hughes, Dana Cullivan 

Genere: Horror, Drugsploitation 

Parla di “robusto biker diventa esperimento umano e si trasforma in mostruoso tacchino assassino” 

Appartenente di diritto alla famiglia dei film bruttissimi ( tipo Manos: The hands of Fate, per intenderci) ma senza essere mai divenuto di culto, questo Blood Freak è la creatura pasticciata di uno dei tanti attori muscolosi che hanno dato il volto, in passato, al personaggio di Tarzan, tale Steve Hawkes, di origini croate ma naturalizzato americano, che con il suo fisico possente dirige (in collaborazione con Brad F. Grinter, altro espertone in exploitation) e interpreta il ruolo di Hershell (nome forse ispirato dal gorefather più famoso della settima arte, anche se non ci è dato di saperlo con certezza), un biker solitario vestito con un incantevole tutina azzurra, che incontra per strada Angel (Heather Hughes) una giovane e avvenente quanto improbabile timorata di Dio. 

Dopo averla aiutata con l’auto in panne, Hershell l’accompagna ad una specie di droga party frequentato per lo più da avventori non più giovanissimi che si trastullano con una non meglio precisata pompetta nasale (cocaina o rinazina?). Qui Hershell conosce Ann (Dana Cullivan) sorella sgarzellina di Angel che punta subito l’omone. Angel ce la mette tutta per convertire alla fede cristiana il giovane rider ma questi preferisce decisamente le grazie hippie della sorella. Dopo essersi fatti uno spinello, i due fanno sesso e il mattino dopo Ann comunica al rider che gli ha trovato un lavoro. Questi si reca in una specie di fattoria strapiena di enormi tacchini rumorosi. Incontra due giovani che dovrebbero essere scienziati (anche se uno sembra più il bidello di una scuola) ed infatti lo ingaggiano per fare da cavia ad un esperimento. Hershell si divora quindi mezzo tacchino arrosto arricchito con una sostanza che dovrebbe essere un composto chimico per la castrazione dei tacchini. 

Dopo il pasto l’omone ha crisi convulsive e viene sbattuto fuori dal recinto della fattoria dove, al suo risveglio, si ritrova ad essere un mostruoso uomo-tacchino. Già fermandoci qui con la narrazione, abbiamo sufficienti elementi per determinare il grado di follia demenziale di questo titolo, basti pensare che il trucco del mostro si basa unicamente su una orrenda maschera da piccione accartocciata e piena di verruche, arricchito dal classico verso chiocciante del tacchino. Non manca anche una sequenza splatter ad alto effetto con l’amputazione di un arto tramite sega circolare, il tutto condito da recitazioni monoespressive che fanno credere ad una distribuzione collettiva di Lsd, regia piatta e narrazione lenta e narcotica. Ma la ciliegina sulla torta è decisamente il narratore tabagista che irrompe a spot durante il film a farci la filippica sulle conseguenze nefaste della droga mentre tossisce catrame tra un tiro di bionda e l’altro. Il tutto nella più ruspante e vera tradizione del cinema drugsploitation dove chi ti fa la paternale è di solito più tossico di chi la subisce. 

martedì 22 dicembre 2020

MUTAZIONE MORTALE…LA PISTOLA MALEDETTA

(Gun’s Eye, 1989) 

Regia Jerry Koch e Paul I. Clear 

Cast Jerry Koch, Teresa M. Wingerter, Mike McElhaney 

Genere: Fantascienza, Thriller, Horror 

Parla di: “giovanotto ossessionato da una Luger nazista non riesce più a togliersela di dosso e ne diventa parte integrante, follia omicida compresa” 

Prendete Videodrome di David Cronenberg del 1983 e in particolare la scena in cui James Woods si estrae dallo stomaco una pistola e proseguite con Existenz (1999) in cui compare una pistola decisamente organica. Bene, nel mezzo di questo percorso di miscellanea tra la nuova carne e un’arma da fuoco, si insinua come anello di congiunzione un oscuro filmetto di serie B girato in assoluta povertà da Jerry Koch e Paul I. Clear in cui il concept della pistola organica perde tutti i significati postmoderni che il maestro canadese aveva sviluppato nella sua filmografia e diventa semplicemente un mero prolungamento dell’arto superiore attraverso una progressiva ossessione del protagonista (lo stesso Koch che firma anche la sceneggiatura) per una Luger appartenuta a qualche misterioso ufficiale delle SS e ripescata in un assurdo negozietto d’armi gestito da un bottegaio a cui andrebbero prescritte massiccie dosi di Xanax vista la nevrosi fuori dalle righe con cui si presenta sullo schermo. 

Il giovane Vick, dopo aver ottenuto l’arma grazie ad uno scambio piuttosto improbabile, comincia ad avere visioni in soggettiva dal buco della canna attraverso cui vede le sue vittime passate e future. La pistola comincia gradualmente ad assorbire la mano del protagonista fino a diventarne tutt’uno in un pasticcio di make-up che andrebbe bene in un film di Henenlotter ma senza il genio estroso del regista americano. Qui alla fine siamo dalle parti di un thriller dozzinale dallo script che di colpi di proiettile ne deve aver presi tanti visti i buchi esagerati. 

Il buon Vick si trasforma così in una specie di serial killer mutante che mena fendenti a destra e a manca e colpisce i bersagli anche a centinaia di metri di distanza.  L’immancabile poliziotto (interpretato da Mike McElhaney) sembra un mix tra George A. Romero e Stan Lee, il sangue che sgorga dalle ferite a volte sembra vernice e a volte assomiglia ad una pappina vermiglia annacquata. La lentezza di certe scene è decisamente sfiancante e la totale assenza di colpi di scena mette a dura prova la resistenza delle nostre palpebre, la musica però è carina e mai banale e mi ha ricordato spesso quella sentita nel bellissimo It Follows. Se poi si riesce a restare svegli fino agli ultimi 20 minuti il film acquista anche una certa dose di tensione soprattutto nella lotta per la sopravvivenza della fidanzata di Vick, Michelle (Teresa M. Wingerter) impegnata a nascondersi nei sottoscala della villetta in cui si svolge il massacro. La pellicola gira ancora in Dvd nei migliori cestoni degli ipermercati di provincia. 

giovedì 17 dicembre 2020

LA MALEDIZIONE DEL CANNIBALE

(The dark Power, 1985)

Regia: Phil Smoot

Cast: Lash LaRue, Anna Lane Tatum, Cynthia Bailey

Genere: Commedia, Horror

Parla di: “divinità cannibali assediano casa studentesca, questo negli ultimi 20 minuti di un film potentemente narcotico”

Vedendo questa pellicola di Phil Smoot viene da cantare in romanesco “Er frustarolo vaaa controcorente…” pensando, per l’appunto, al povero Lash LaRue lanciato nel cinema western degli anni cinquanta come il nuovo Bogart e divenuto una piccola celebrità anche grazie alla sua nota abilità a far schioccare la frusta al punto da ispirare anche Spielberg per il personaggio di Indiana Jones. Insomma una star con un background così importante non dovrebbe cedere alle lusinghe del cinema di serie Zeta se non per motivi meramente alimentari. Purtroppo il povero Larue ci ha dimostrato che questa regola non vale sempre, anzi, in certi casi, viene infranta di continuo da attori più o meno decaduti. Certo, se qualcuno si salva in sordina finendo in qualche filmetto di serie B pazienza, ma al povero Lash è capitato proprio di finire in una delle immondizie più estreme degli anni ottanta, talmente estrema, per sua sfortuna, da essere diventata anche un cult. 


The Dark Power narra le gesta di un gruppo di ragazzini deficienti che condividono una casa proprio laddove sono stati sepolti i corpi di un gruppo di guerrieri toltechi, che a differenza degli atzechi, divoravano i corpi delle loro vittime sacrificali. Con una premessa del genere, è implicito aspettarsi da un momento all’altro la resurrezione di questi mostruosi stregoni. Purtroppo tutto ciò avviene praticamente negli ultimi venti minuti di film, preceduti da un interminabile serie di scaramuccie studentesche con accenni espliciti al razzismo e al sessismo, tutto oscillante tra un drammone da quattro soldi ed una commediaccia scollacciata senza neanche una scena di sesso. Ad un certo punto, proprio quando Morfeo sta avendo la meglio sullo spettatore, ecco che spuntano i toltechi, ovvero quattro ridicoli mascheroni da carnevale che grugniscono come se non ci fosse un domani, agitano scuri e lance ma poi l’unico a far fuori qualcuno è quello con arco e frecce. 


Anche lo splatter sembra latitare se non in una scena, carina invero, di smembramento facciale. Nel finale spunta il povero Lash Larue, nei panni di un ranger barbuto che mena nerbate nell’aria fino all’inevitabile duello finale contro un tolteco armato anch’egli di frusta. Il tutto condito da una recitazione non particolarmente brillante, effetti speciali caserecci, make-up ridicoli e ambientazioni amatoriali. Il film ha dalla sua la breve durata ma considerando che gli ultimi 20 minuti sono i soli in qualche modo a intrattenere, vi suggeriamo l’uso ragionato del tasto forward del vostro telecomando.

venerdì 11 dicembre 2020

FRANKENSTEIN 80

(1972)

Regia: Mario Mancini

Cast: John Richardson, Gordon Mitchell, Dalida di Lazzaro

Genere: Horror, Fantascienza

Parla di “dottore pazzo crea mostro a botte di trapianti ma questi si rivela una specie di maniaco sessuale”

Il mito di Frankenstein e della sua leggendaria creatura è una di quelle storie che il cinema ripropone pedissequamente per ogni decade a partire dal capolavoro di James Whale del 1931 (anche se tutti sappiamo che la prima pellicola sul celebre mostro è il cortometraggio del 1910 diretto da J. Searle Dawley). Tra tutti gli adattamenti del romanzo di Mary Wollstonecraft  Shelley non potevano mancare anche le versioni all’italiana che, a differenza del cinema d’oltreoceano, sono costituite unicamente da B Movie di estrema povertà tra cui qualche episodio riuscito come il decoroso Lady Frankenstein, coproduzione italo americana che godeva della splendida presenza di Rosalba Neri, ed episodi decisamente disastrosi come questo Frankenstein 80 di Mario Mancini, operatore di ripresa in Operazione Paura e 6 donne per l’assassino di  Mario Bava e direttore della fotografia di alcuni titoli tra cui Terror! Il Castello delle donne maledette. 

Nonostante il titolo, il film è girato otto anni prima richiamando in qualche modo il Frankenstein ’70  girato a sua volta 12 anni prima della data apposta nel titolo. Insomma un gran miscuglio di date e una trama pasticciatissima che sfrutta, a livello fantascientifico, i progressi della medicina di quegli anni e in particolare i primi fruttuosi interventi di trapianto del cuore operati dal Dottor Barnard. In questo frangente si narra addirittura di un miracoloso siero che permette di eliminare i problemi di rigetto degli organi trapiantati. Il siero però viene rubato dal dottor Otto Frankenstein (interpretato da un sempre più allucinato Gordon Mitchell dotato di baffoni dorati) per il suo esperimento, ovvero la costruzione di un essere umano composto di organi riciclati in giro un po' qua e un po' là. Il risultato è una specie di omone chiamato appropriatamente Mosaico (interpretato dall’ex pugile Ciro Papa con lo pseudonimo grecheggiante Xiro Papas) dalle sopracciglia congiunte, completamente ricoperto di rivoltanti cicatrici e dotato di una spiccata tendenza all’omicidio, soprattutto ai danni di giovani donne che passeggiano solitarie. Ad indagare ci pensa l’aitante giornalista Karl (John Richardson) che vuole vendicare la morte della sorella che non ha potuto effettuare il trapianto a causa del furto del siero. 


Il giornalista passa le serate a cercare il dottor Otto che non è mai in casa e intanto ne approfitta per circuire l’avvenente figlia (interpretata da un’esordiente Dalida di Lazzaro). Mosaico zoppica, fa versacci strani e riesce persino ad andare con una prostituta che evidentemente non si era accorta delle sue cicatrici (per quanto la faccia era comunque un buon avvertimento) salvo poi scoprire l’orrore del suo corpo nudo solo quando è troppo tardi. La sceneggiatura abbozza troppe situazioni che vengono puntualmente disattese, la presenza del siero diventa così un pretesto iniziale che scompare quasi subito così come scompare velocemente dalle scene anche la sorella di Karl. I personaggi poi sono i classici stilemi del cinema popolare italiano come il detective impegnato nella sua lotta contro il sigaro che non deve accendere fino alla conclusione delle indagini.  Considerata poi la sorprendente presenza di Carlo Rambaldi agli effetti speciali ci si aspettava qualche mostruosità almeno nel finale e invece anche il make-up si riduce a qualche brutta cicatrice incollata sulla pancia del mostro e a qualche fegato spappolato tra le mani  del chirurgo. Insomma considerato che quello italiano del 1920 a opera di Eugenio Testa (Il mostro di Frankenstein) è stato il terzo adattamento cinematografico del romanzo della Shelley, ci aspettavamo maggior considerazione da parte di Mancini riguardo alla storia del moderno Prometeo.

mercoledì 2 dicembre 2020

O DESPERTAR DA BESTA

(1970) 

Regia: José Mojica Marins 

Cast: José Mojica Marins, Andréa Bryan, Annik Malvil 

Genere: PseudoDocumentario, Exploitation, Horror 

Parla di “Psichiatra sperimenta LSD su alcuni volontari mentre Zè Do Caixao ne ispira i deliranti viaggio in un inferno psichedelico” 

E fu così che José Mojica Marins conobbe finalmente il cinema exploitation nel suo essere più viscido e sensazionalista. Dopo i due capolavori assoluti come “A meianoite levarei sua alma” e”Esta Noite encarnarei no teu cadaver” il suo mondo cinematografico si è completamente identificato nel personaggio di Zè Do Caixao, il becchino maledetto al punto che nel successivo “O Estranho mundo do Zè do Caixao” e in questo “O Despertar da Besta” la sua presenza è marginale ma necessaria ed entrambe le figure (regista e personaggio) vivono in  completa simbiosi all’interno di questo bizzarro e personalissimo universo cinematografico. O despertar da Besta (conosciuto anche come O Ritual dos Sádicos), in particolare, si rifà ai finti documentari tanto cari all’epoca maccartista americana, quelli, per intenderci, dove si fa una dura quanto ridicola ramanzina al mondo del sesso e della droga. 

Non a caso il film inizia con una serie di dialoghi in penombra dove il protagonista è un certo dottor Sergio che conversa amabilmente con un giornalista e con uno stranamente silenzioso Zè do Caixao in qualità di ospite e modello ispiratore di un certo esperimento di cui andremo a parlare. Tra un dialogo e l’altro il film ci illustra scene di droga e sottomissione sessista dove giovani donne si iniettano eroina nelle gambe ed altre sono costrette a subire le peggio umiliazioni per ottenere un lavoro da un laido ciccione con la bocca strabordante di spaghetti. Ogni tanto le scene cambiano per mostrarci quanto il buon Zè ormai sia famoso (o famigerato?) con tanto di folla che si accapiglia per acquistare la sua graphic novel in edicola. Ma è proprio un poster de “O Estranho mundo do Zè do Caixao” a fare da apripista al famoso esperimento in corso d’opera. Un gruppo di selezionati personaggi viene infatti coinvolto in una seduta psichiatrica dove verranno drogati con LSD davanti al poster del famoso becchino demoniaco. L’ultima mezz’ora passa da bianco e nero a colori sgargianti e psichedelici, trovata questa ormai consueta nel cinema di Marins, dove il terrificante viaggio nelle viscere dell’inferno ci viene illustrato all’interno di una specie di sotterraneo (sempre lo stesso in tutti i film) in cui l’asticella del weirdo esplode come il mercurio nel termometro ad elevate temperature. 

Le apparizioni di Zè e le sue magie irrompono tra vapori e tagli di scena frenetici e frastornanti. L’universo misogino già sperimentato dal film-maker brasiliano trova qui la più ampia consacrazione con demoni neri che frustano giovani schiave sdraiate davanti ad una delle cavie, un’altra viene molestata continuamente dal depravato becchino e così via per un tempo che sembra infinito. L’esperimento finisce con il consueto colpo di scena giusto in tempo per snocciolarci il solito pippotto filosofico riguardante la malvagità nascosta nell’essere umano. Rispetto alle prime due avventure del buon Zè qua siamo di fronte all’autoreferenzialità pura di un cineasta ossessionato e ossessionante che, nel suo piccolo, ha fatto la storia del cinema horror brasiliano.  

giovedì 26 novembre 2020

CLOWNADO

 (2019)

Regia: Todd Sheets

Cast: John O'Hara, Rachel Lagen, Bobby Westrick

Genere: Horror

Parla di: “Pagliacci sgangherati vengono colpiti da maledizione e fluttuano inutilmente tra gli uragani della bruttezza assoluta”

Come ormai risaputo, il mercato delle Pay-Tv sta inevitabilmente condizionando la fruizione dell’intrattenimento cinematografico presentando al pubblico enormi mestoloni carichi di film e serie Tv un tanto al chilo dove, forse, in mezzo a tanta robaccia fuoriesce ogni tanto qualche perla. Questa situazione ha condizionato anche il modo di porsi del cinema stesso, specialmente quello di serie B e serie Zeta dove più che la qualità del prodotto, conta l’idea attrattiva che intrighi il pubblico invogliandolo a scegliere quel dato titolo a prescindere dal film che andrà poi a sorbirsi. Con queste premesse si è probabilmente dato vita al progetto Clownado, partito con un crowdfunding su Indiegogo che ha permesso di raccogliere la misera cifra di 17.000 dollari, quasi insufficiente per un normale prodotto indipendente ma anche troppi visto il risultato finale. 

Appare ovvio già dal titolo che il film di Todd Sheets ha giocato molto semplicemente su due opere di assoluto richiamo degli ultimi anni, ovvero la saga trash di Sharknado mescolato con i pagliacci assassini in puro stile IT, una miscellanea quindi tra serie zeta e mainstream che purtroppo non ha portato la qualità dell’opera verso il secondo ma neanche si è avvicinata minimamente alla dignità produttiva del primo. In buona sostanza, Clownado è uno di quei film che visivamente non si discosta molto da puro amatoriale, con un cast che sembra estrapolato dalla bettola sottocasa, effetti digitali presi in saldo ad una svendita di Commodore 64 ed effetti di makeup che ravanano verosimilmente nel bidone dell’organico lasciato macerare sei mesi. La storia parte con un triangolo amoroso improbabile tra un belloccio barbuto, una giovane dark che sembra aver esagerato con il McDonald e un delirante proprietario circense interpretato da un “attore” (John O’Hara) che crede di essere il nuovo Jim Carrey ma non si avvicina neanche a Jerry Lewis con quelle risatine alla Joker in debito d’ossigeno ed espressioni facciali degne di un cammello con l’alzheimer. 

Per farla breve il circense uccide il belloccio e umilia la ragazza in pubblico spogliandola a colpi di freccette. Quest’ultima, si rivolge ad una specie di maga uscita senza successo dalla clinica del dottor Nowzaradan per lanciare una maledizione contro il circense e la sua gang di pagliacci. Il maleficio li colpisce mentre smembrano il cadavere del belloccio (con dettagli di pura macelleria ma anche tanta strana poltiglia marrone che non voglio sapere cosa sia) e li trasforma in pagliacci assassini e cannibali che si spostano in cerca di vendetta grazie ad un tornado. Sorvolando sull’estetica da ipermercato alle tre del pomeriggio, sulla prestanza fisica da abitudinari del fast food degli attori e sul continuo abuso di primi piani per mascherare il campo di cicoria sul set, il film si dilunga in ridondanti dialoghi da operetta, dettagli splatter con viscerame prelevato in macelleria (comprese le fettuccine al posto dell’intestino che piacciono tanti all’indie americano moderno) e ostentato fino al parossismo mentre l’idea di base, che poteva essere carina se sviluppata meglio, ondeggia inutilmente fra le correnti impetuose di un uragano di nullità assoluta.

martedì 17 novembre 2020

THE VELOCIPASTOR

 (2017) 

Regia: Brendan Steere 

Cast: Gregory James Cohan, Alyssa Kempinski, Daniel Steere 

Genere: Horror, Commedia,Trash 

Parla di: “Giovane pastore si ferisce con dente di dinosauro e si trasforma in un giustiziere giurassico” 

Rispetto al passato le nuove leve del trash internazionale hanno piena coscienza dei propri limiti economici e una tutt’altro che disprezzabile competenza cinematografica, il che porta opere come questo The Velocipastor a far vezzo dei propri deficit trasformandoli in una serie di trovate geniali che mitigano in parte gli evidenti limiti tecnici. Non a caso il film di Brendan Steere comincia con un’esplosione di auto che non esiste, il protagonista, il giovane pastore Doug (interpretato ottimamente da Gregory James Cohan) termina la sua funzione quotidiana, esce dal sagrato e saluta i genitori appoggiati alla propria autovettura, si sente un’esplosione e la cinepresa inquadra il parcheggio vuoto con la didascalia VFX: Car on fire, stacco e inquadratura di Doug che si dispera per la morte dei genitori. Ecco in questo incipit a dir poco spiazzante, c’è tutta la filosofia del trash moderno, ovvero quella di trasformare la mancanza di effetti in una gag comica. 

Detto questo il film è veramente terribile, dal punto di vista estetico ma allo stesso tempo spassoso. Vediamo Doug che gira per un boschetto che la didascalia ci avvisa essere la Cina, una donna viene infilzata da una freccia e nell’atto di morire consegna a Doug un dente di dinosauro con cui si ferisce la mano. Per il giovane prete inizia una mostruosa mutazione in una specie di tirannosauro gommoso, esageratamente finto, che si produce nell’uccidere uno stupratore e salvare la bella prostituta Carol (Alyssa Kempinski). Durante una confessione, Doug scopre che il peccatore (una specie di truzzissimo spacciatore con il riportino untuoso) è colpevole della morte dei suoi genitori, accecato dalla rabbia, il pastore si trasforma e sfodera due ridicoli guanti gommosi da dinosauro con cui uccide il criminale. Il suo collega prete Padre Stewart (Daniel Steere, sicuramente un parente del regista!) decide di portarlo da un esorcista che sembra la versione glitterata di Zé do Caixao ma il risultato sarà devastante. Nel frattempo Doug scopre l’amore con Carol e insieme devono combattere contro un gruppo di pastori Ninja che vogliono convertire la gente al cristianesimo a botte di cocaina. 

Se di mezzi The Velocipastor appare veramente scarso, di trovate deliranti invece è decisamente ricco. Membra e teste decapitate vengono rimpiazzati con manichini da boutique di moda con qualche baffo appiccicato alla meno peggio, ogni tanto Steere tenta di allungare il brodo (già esiguo visto che il film dura appena 70 minuti) con qualche collage di inquadrature e un riassunto in super fast motion di tutto il film, la scelta delle canzoni alternative rock risulta però azzeccata e i due protagonisti sono decisamente spassosi. Di memorabile qui però c’è solo l’idea principale del prete e soprattutto del titolo geniale che pare sia nato da un errore del correttore del cellulare che ha inteso Velociraptor come Velocipastor. Se si possa credere o meno a questa dichiarazione del regista non è ben chiaro ma se non altro il film non induce all’estinzione giurassica dello spettatore. 

martedì 10 novembre 2020

ROBOT NINJA

(1989) 

Regia: J.R. Bookwalter 

Cast: Michael Todd, Bogdan Pecic, Maria Markovic 

Genere: Horror, Action, Fantascienza 

Parla di “disegnatore di fumetti si immedesima troppo nel suo personaggio e prende un sacco di mazzate” 

Certi sodalizi sono fatti per creare opere da cui sai già cosa aspettarti, una volta compreso il grado di qualità prodotta in precedenza dai singoli personaggi. Ed infatti dall’unione di intenti profusa da David DeCoteau, produttore e regista di stampo cormaniano nonché autore di temibili “cult” (uno su tutti l’imbarazzante sci-fi Creepozoids) e il regista J.R. Bookwalter, fresco della produzione di uno zombie movie amatorialissimo come The Dead next door, non ci aspettavamo propriamente un’opera di raffinata impronta autoriale. Eppure Robot Ninja, se si supera l’imbruttimento iniziale e si raggiunge la fine, non è poi così male. La confezione è sicuramente terribile, a cominciare dai bruttissimi fumetti maldisegnati, veri leit motiv di questa storia, che per l’appunto vede protagonista Leonard Miller (Michael Todd) un disegnatore di comics, arrabbiato e deluso dall’ennesimo stupro artistico perpetratogli dal mondo televisivo colpevole di aver snaturato la sua creatura (per l’appunto l’eroico Robot Ninja del titolo), improvvisatosi giustiziere notturno dopo essersi fatto costruire dall’amico scienziato Hubert Goodknight, interpretato da Bogdan Pecic (da qui un pout pourri di battutine da asilo mariuccia del tipo “goodnight Goodknight”), un completo che riecheggia completamente il personaggio dei suoi fumetti. 

Divisa all black con tanto di spalline anni ottanta decorate con shuriken staccabili, fascia rossa in vita, guanto con lame stile Freddy Krueger e mascherone da saldatore dotato di correttore vocale robotico  (tanto per giustificare l’appellativo Robot prima di Ninja), il nostro eroe comincia a vagare nelle ore notturne strafatto di psicofarmaci e deve vedersela con una banda di disperati capitanata da una certa Gody Sanchez (Maria Markovic) che si diverte a stuprare e uccidere giovani coppiette dall’aspetto imbarazzante. Peccato che il nostro eroe sia tutto fuorchè un killer ed infatti, nonostante riesca a fare fuori un paio di sgherri, si prende un sacco di botte. Alterato dalle droghe comincia ad autoripararsi inserendo tubicini di gomma nelle vene e placche di metallo nelle ferite nel tentativo di diventare un vero super robot. La caparbietà e la sofferenza del buon Miller vengono esposte mirabilmente e difatti questa è la parte migliore del film. Per il resto siamo di fronte ad un prodotto che gronda dosi abbondanti di emoglobina con deorbitazioni, sbudellamenti e fracassamenti vari di cranio. 

Purtroppo gli addetti al make-up dimostrano qualche carenza conoscitiva nell’anatomia umana e scambiano le tagliatelle all’amatriciana per degli intestini per cui vediamo grotteschi zombie maltruccati intenti a rimescolarsi pasta fresca nelle viscere. A questo poi si aggiunge la dimensione casalinga delle ambientazioni, il surrealismo di certe situazioni (si veda la reazione delle due guardie quando Miller gli prende il televisore e lo sfascia a terra) e l’evidente incapacità degli attori. Non aiuta il ritmo narcolettico delle scene più action e l’incapacità del regista nell’orchestrare situazioni cinematografiche che vadano al di là del semplice dialogo. Da un certo punto di vista però non si può negare lo spessore caratteriale del protagonista, una maschera di sofferenza continua che riesce comunque a coinvolgere, aggiungiamo poi anche la voluta demenzialità dell’impianto narrativo che tende a buttare tutto in caciara strappando ogni tanto, oltre a qualche faccia, anche qualche sana risata. 

giovedì 29 ottobre 2020

THE INCREDIBLY STRANGE CREATURES WHO STOPPED LIVING AND BECAME MIXED-UP ZOMBIES

 (1964)

Regia Ray Dennis Steckler

Cast Cash Flagg, Brett O'Hara, Erina Enyo

Genere: Horror, Musical

Parla di “ Ipnotizzatrice circense controlla a distanza giovane per indurlo ad uccidere al posto suo”

Riscoperto nel 1997, come molti film dell’epoca, grazie al programma Mystery Science Theater 3000, questo film del genio del low cost movie Ray Dennis Steckler si è imposto nell’immaginario collettivo del cinema weirdo a partire dall’assurdo titolo che gli fece conquistare il secondo posto nel podio dei titoli più lunghi del cinema horror (il primo posto era già occupato da un filmaccio di Roger Corman intitolato The Saga of the Viking Women and Their Voyage to the Waters of the Great Sea Serpent) e fu lanciato come il primo horror musical della storia più che altro grazie ad una serie di scialbi numeri circensi dove un gruppo di ragazze con vistosi costumi ballava e cantava all’interno di uno spettacolo sotto il tendone. 

Per il resto il film è un exploitation senza grossi momenti degni di nota, a partire da un inizio pasticciato dove la protagonista malvagia, l’indovina Madame Estrella, che di terrificante aveva soprattutto il gigantesco neo sulla guancia, uccide un uomo nella sua tenda con l’apporto di un ridicolo figuro dalla faccia marcatamente truccata da finto diavolaccio con tanto di cappello e sigaretta appiccicata sulla bocca. La diabolica Estrella (interpretata da Brett O'Hara nell’unico ruolo di vera attrice della sua carriera per lo più incentrata come controfigura di Susan Hayward) è dotata di poteri ipnotici con cui irretisce il giovane Jerry (interpretato da Cash Flagg ovvero il regista Steckler con un improbabile pseudonimo) e lo costringe a diventare un serial killer. 

Nel finale, assurdamente, esplode una rassegna di allucinanti mostri subumani ovvero le precedenti vittime di Madame Estrella trasformati in subumanoidi ma soprattutto truccati con fintissimi faccioni deformi realizzati in cartapesta. Il povero Jerry viene inseguito dalla polizia per venti minuti buoni di film lungo le spiagge della California prima di capitolare definitivamente a pochi secondi dalla parola fine. Costato solo 38.000 dollari, il film non è particolarmente brutto, se si eccettua il finale. Colpisce positivamente la splendida fotografia tra toni scuri e coloratissimi momenti che sfociano nella psichedelia, oscillando da un contesto allegro (quello del Luna Park) ad un contesto più drammatico (i bui vicoli della città). I numeri musicali invece, oltre ad essere decisamente manieristici, hanno più il sapore di riempitivo messo lì a cazzo, piuttosto che un vero senso all’interno della storia. Steckler, comunque, rimane sempre un genio nel suo barcamenarsi all’interno di un cinema fatto con due spiccioli e, non fosse altro che per l’assurdo titolo, questo resta sempre il suo capolavoro.

venerdì 9 ottobre 2020

DOCTOR GORE

 (The Body Shop, 1972) 

Regia J.G.Patterson Jr. 

Cast: J.G.Patterson Jr., Jenny Driggers, Roy Mehaffey 

Genere: Horror, Splatter, Commedia 

Parla di “Chirurgo inconsolabile cerca di rimettere insieme i pezzi, non della sua vita, ma quelli della sua ex moglie” 

Morto prematuramente all’età di 45 anni, J.G.Patterson Jr. non ha lasciato dietro di sé una grande eredità cinematografica.  Pur avendo fatto molti mestieri, dal montatore agli effetti speciali, il suo apporto non è mai emerso dall’oscuro mondo degli Z-Movie pur relegandolo sotto l’egida di un monolito del genere come Hershell Gordon Lewis con il quale collaborò alla produzione di The Gruesome Twosome e She Devils on Wheels. Ed è proprio al maestro del gore statunitense che si ispira l’opera maledetta di Patterson Jr., un horror uscito inizialmente con il titolo The Body Shop (che in effetti ricorda piuttosto un emporio di creme e intrugli dermatologici) e successivamente rieditato con il più esplicito “Doctor Gore”. 

Il film è una miscellanea tra Blood Feast e La sposa di Frankenstein dove il protagonista è un chirurgo di nome Don Brandon (interpretato dallo stesso regista) rimasto improvvisamente vedovo e inconsolabile, ma invece di portare il lutto sul braccio il medico si attrezza di laboratorio pieno di carabattole che sparano scintille e di apposito servitore gobbo che grugnisce roba incomprensibile con la bocca chiusa ma a quanto pare il dottore riesce a capirlo benissimo. Il primo esperimento avviene su un cadavere intero che ricoprono letteralmente di Domopack trasformandolo di fatto in una trota al cartoccio. Purtroppo la fulminazione non ottiene i risultati sperati così Brandon decide di adescare giovinette (tra l’altro è anche ipnotizzatore!) e smembrarle per recuperare pezzi di gambe, braccia e completare così il suo personale mostro di Frankenstein al femminile. Purtroppo il risultato, seppure eccelso in termini estetici, avrà delle conseguenze impreviste. Supportato da robuste dosi di manichini smembrati e litri di vernice rossa, il buon Pat si perde in lunghissime sequenze di taglia e cuci e certosini tagli con il bisturi, sequenze che per staticità e lentezza divorano internamente lo spettatore. 
Il ripetersi costante delle stesse azioni nel tempo non aiuta, a tutto questo poi si aggiungono alcuni momenti di puro trash come la scena in cui Brandon va alla porta e vediamo la sequenza montata da una parte con il dottore dall’interno che guarda fuori da uno spiraglio e dall’altra con un poliziotto che sembra parlare alla cinepresa con uno spaventoso cambio temporale (interno notte – esterno giorno). Ma il top lo si raggiunge nel finale quando il medico, non si sa come né perché, finisce in una squallida cella in compagnia di una donna delle pulizie, ad un certo punto lo stacco della macchina da presa ci mostra senza alcuna vergogna due mani che sporgono dalle sbarre tenendo in mano il ciak, si riesce anche a leggere sopra il titolo provvisorio del film ovvero “Anitra” (che poi sarebbe il nome della moglie defunta di Brandon). In questo clima tra il morboso e il ridicolo si snodano una serie di canzoncine smielate che condiscono sanguinolenti flashbacks creando un contrasto assolutamente straniante. L’idea poi, a metà tra l’Hippie e il reazionario, di una creatura femminile che appena vede un uomo ci si avventa sopra risulta la ciliegina perfetta per un’opera che nessuno ricorderà ma per quei pochi che hanno visto Doctor Gore, ci sarà sempre un pezzettino di affetto nel cuore, con la speranza, però,  che arrivi presto un chirurgo a strapparglielo di dosso. 

lunedì 14 settembre 2020

SNUFF

 (1976)


Regia Michael Findlay


Cast Mirtha Massa, Enrique Larratelli, Aldo Mayo

Genere: Drammatico, Thriller, Horror, Metacinema

Parla di “Sorta di rievocazione del massacro di Bel Air che alla fine diventa qualcos’altro”

Cosa succede quando il metacinema incontra l’exploitation? La risposta più esemplificativa è questo Snuff del 1976 diretto da un oscuro film maker di nome Michael Findlay che nel 1977 perse letteralmente la testa falciato dalle pale di un elicottero (vi ricorda un film in particolare? Ma certo Holocaust 2000!) che altri non è che un rimaneggiamento voluto per dare una seconda possibilità ad un’altra opera di Findlay girata anni prima ma senza successo. In pratica Snuff nel 1971 si chiamava Slaughter ma dopo l’aggiunta finale metacinematografica prese il nome che conosciamo attualmente e una serie di sequenze finali che trasformano la storia, invero piuttosto pallosa, in qualcosa di diverso e sorprendente. 

Le prime sequenze vedono un paio di ragazze che dovrebbero essere hippie ma risultano troppo eleganti per essere credibili, le vediamo sfrecciare con una motocicletta da gita in campagna sulle note di un pezzo che plagia ignobilmente il riff di  Born to be wild degli Steppenwolf e lo ripete in un loop incasinato per oltre cinque minuti. Le tizie vanno a beccare una loro compagna che si sta sniffando coca con una cannuccia di 30 centimetri, gli sparano al petto ma, come per miracolo, la ragazza non muore, interviene allora una specie di Charles Manson sottopeso che si fa chiamare con l’altisonante nome di Satan e pratica alla ragazza ferita una dolorosa pulizia in mezzo alle dita dei piedi con un coltellaccio. Il resto del film si dipana tra le malefatte di questa sorta di Manson Family e un’attricetta di film sexy, tale Terry London,  giunta in Sud America con uno sfigatissimo produttore. La ragazza si infratta immediatamente con un ricco ragazzino viziato, figlio di un produttore di armi, con cui se la spassa su motoscafi e feste in piscina. Intanto le bikers rapinano un pit stop e massacrano clienti e avventore, Satan infiltra la giovane Angelica nella villa del produttore di armi e assistiamo ad un imbarazzante flashback in cui questa giovane schiava volontaria viene rappresentata da ragazzina con le vesti di un’altra attrice che non le somiglia assolutamente (quest’ultima ha i capelli rossi mentre Angelica è castana) mentre viene violentata dal fazendero ricattatore che minaccia di licenziarne il padre se non farà quello che dice lui (ovvero sesso). Dopo interminabili sequenze in cui ci viene propinato tutto il carnevale di Rio, finalmente si arriva al massacro finale in cui scopriamo che Terry London era incinta, gli hippie piombano nella villona e massacrano tutti, lei compresa. 

 Ecco a questo punto finisce Slaughter e comincia Snuff ovvero gli ultimi cinque minuti di metacinema dove scopriamo la troupe che dirige il film ed il regista che si getta su una delle attricette sotto l’occhio indiscreto della telecamera e inizia a farla a pezzi simulando uno snuff movie. Peccato che la finzione ceda disastrosamente sulle conoscenze anatomiche del truccatore, il regista infatti estrae il cuore della vittima direttamente dallo stomaco e comincia ad ululare con un bel pezzo di intestino in mano. La ripresa si oscura e come ultima cosa del film sentiamo le voci della troupe che se la da letteralmente a gambe levate. Bastarono questi pochi minuti finali a risollevare le sorti di tutta l’operazione portando l’opera in cima alla lista dei cosidetti Nasty Movies ed un discreto successo nelle sale. Il povero Findlay è altresi conosciuto per la sua trilogia della carne (The Touch of the flesh, the curse of the flesh e the kiss of the flesh), un trittico cinematografico di pura exploitation che si ispira alla celebre saga della dominatrice Olga.

mercoledì 2 settembre 2020

EVIL TOONS

(1992)

Regia: Fred Olen Ray


Cast: Robert Carradine, Dick Miller, Monique Gabrielle

Genere: Horror, Commedia, Fantastico

Parla di” quattro ragazze impegnate a pulire una vecchia villa devono fare i conti un demone a cartoni animati che si impossessa di una di loro”


Fra i precursori del mockbuster, sorta di cinema opportunistico che, come una remora, si attacca alla pancia dello squalo per cibarsi degli avanzi caduti dalle fauci, si può annoverare anche il prolifico Fred Olen Ray, classe 1954 e qualcosa come 160 film nel suo ruolino di marcia. Non a caso uno dei pochi titoli di questa titanica filmografia ad esser giunto nelle nostre lande cinematografiche, è proprio questo Evil Toons che gioca ignobilmente le sue carte di tecnica mista tra cartone animato e live movie sulla scia del successo di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Annunciato da un piccolo battage pubblicitario che lo vendeva come la versione cattiva ed erotica del film di Robert Zemeckis, Evil Toons in realtà ha un numero di frame disegnati che si potrebbe contare sulle dita. Il diavoletto animato che sorge da una specie di libro parlante troppo simile al Necronomicon della saga di Evil Dead, dura un paio di minuti, giusto il tempo di incarnarsi molto economicamente nel corpo di una delle quattro ragazzone impegnate nella pulizia di una vecchia villa abbandonata. 

C’è da dire che il cast impiegato non è malaccio, troviamo infatti il buon Robert Carradine nel ruolo di una specie di mago fantasma anche se viene spacciato come protagonista e si vedrà, se va bene , per non più di 5 minuti. Poi c’è Arte Johnson (l’irresistibile Renfield di Amore al primo morso) nel ruolo di un vicino di casa troppo curioso e infine, l’immortale Dick Miller, gloria di tutti i caratteristi del cinema di serie B che si autocelebra giustamente guardando un suo vecchio film in televisione e commentando “ Per me questo qua dovrebbe vincere un Oscar”. Con queste premesse e quattro attrici prosperose (di cui almeno un paio sono delle pornostar) il buon Fred mette in scena una sorta di sit-com dell’orrore con un po’ di zanne finte e fulminacci realizzati con arcaiche versioni di After Effect. 

Il risultato non è sicuramente memorabile ma non annoia, anzi intrattiene discretamente ed elargisce anche una notevole dose di cattiveria, peccato che il film non si spinga neanche lontanamente nei meandri del gore ed ovviamente limita al minimo sindacale le interazioni con elementi cartooneschi. Resta comunque una preziosa testimonianza di un sottobosco americano che ha sempre sventolato orgoglioso la bandiera del trash a stelle a strisce e comunque, quando la protagonista Megan (Monique Gabrielle) si slaccia la camicetta allo specchio e ci regala uno dei seni più sexy mai visti sullo schermo scopriamo finalmente il senso vero di tutta questa operazione cinematografica.

sabato 25 luglio 2020

TERMINATOR 2 - SHOCKING DARK



(1989)

Regia Bruno Mattei

Cast: Geretta Geretta, Haven Tyler, Christopher Ahrens

Genere: Fantascienza, Horror, Apocalittico

Parla di "spedizione militare si scontra con mostruose creature geneticamente modificate in laboratori nascosti sotto una Venezia postatomica"

Quello che mi è sempre piaciuto del cinema è che mescolando i generi se ne creano di nuovi, stessa cosa vale anche per i soggetti, mescolando alla rinfusa le trame di film diversi, ne esce sempre uno nuovo anche se in difetto di originalità come spesso e volentieri è accaduto all'interno del cinema italiano del secolo scorso. Caso quanto mai esemplificativo di questa mia astrusa teoria è lo splendido Terminator 2 di Bruno Mattei (accreditato con il suo nome anglofono Vincent Dawn) che all'estero è conosciuto anche come "Shocking Dark". Dal titolo si potrebbe supporre che il principale riferimento è il film di John Cameron, e invece no, anche perchè il cyber-killer del titolo appare solo a fine film mentre il resto dello spettacolo è obbiettivamente una scopiazzatura di Aliens-scontro finale con tanto di sergente di colore donna cazzuto (interpretata dall'attrice americana Geretta Geretta) e bambina (vabbè adolescente direi) terrorizzata che si nasconde in mezzo ai cunicoli di metallo. 

Il lampo di genio però è da addebitarsi tutto al buon Claudio Fragasso autore di soggetto e sceneggiatura, il quale ha la bellissima pensata di ambientare il tutto in una Venezia Post-atomica, distrutta e abbandonata da esalazioni tossiche che pervadono le acque dei canali. Ma la pensata avrebbe dei costi eccessivi se si decidesse di ambientare tutta la storia nella Serenissima, per cui genialata nella genialata, tutta la storia si svolge nell'acquedotto sotterraneo dove una task force (che si fa chiamare Megaforce forse in omaggio al film di Hal Needham del 1982) di marines viene mandata a scoprire cosa cazzo sta succedendo negli uffici della Tubular Corporation, multinazionale miliardaria che si occupa di bonificare le acque della città. Capitanati dalla biologa Sara (Haven Tyler) i soldati si troveranno a combattere contro mostruosità filamentose dalla faccia da pesce e da polipo meccanico, capaci di imbozzolare le loro vittime per covarci dentro i loro cuccioli. 

Siccome però stiamo parlando di un film di fantascienza ambientato a Venezia, è bene che la città si veda almeno un poco, così ecco la terza genialata, il viaggio temporale attraverso cui Sara e la ragazzina (recuperata in mezzo agli enormi tubi della stazione idrica) fuggono da un'esplosione generale con tanto di voce femminile che annuncia festosa il tragico countdown. Le due finiscono quindi nella Venezia dei giorni nostri, inseguite da un pazzo terminator assassino che cerca di nascondere le tracce delle malefatte operate dalla Tubular. Reso credibilissimo da una fotografia in stato di grazia che predilige colorazioni blu metalliche proprie degli anni ottanta, da effetti speciali dei Fratelli Paolocci che, dove inquadrate, rendono alla perfezione le mostruose creature ittiche, il film alterna momenti di buona tensione a situazioni al limite del plagio, eppure se si dovesse rapportare l'efficacia di un titolo in funzione al budget impiegato, queste produzioni nostrane, benedette dall'angelo dei B-Movie, vincerebbero a mani basse per quanto siano convincenti nella loro ridicolaggine.


martedì 7 luglio 2020

FREAKED - SGORBI

(Freaked, 1993)

Regia Alex Winter, Tom Stern

Cast: Alex Winter, Brooke Shields, Randy Quaid

Genere: Horror, Fantascienza, Demenziale

Parla di “attore ingaggiato da multinazionale per promuovere diserbante tossico si ritrova mutato in mostro da gestore di orrendo parco di divertimenti abitato da freaks”

Alex Winter e Tom Stern, duo comico celebrato nel programma The Idiot Box, hanno trovato la loro strada professionale nel mondo delle produzioni televisive e nei documentari, ma il loro nome sarà per sempre associato nella settima arte per aver dato vita ad un cult anni novanta dal titolo Freaked, piccola produzione caratterizzata da un umorismo demenziale e di grana grossa mescolato all’uso ed abuso di pupazzerie mostruose. Analogalmente ad altri titoli cult usciti nel periodo fine anni ottanta il suo passaggio nelle sale è stato più o meno associato a quello di una meteora ma nel tempo, anche grazie a sporadici passaggi televisivi e la distribuzione nelle videoteche, si è ritagliato un piccolo stuolo di fans appassionati. Nel nostro caso siamo di fronte ad un mix tra le produzioni Troma del periodo e le orrende mutazioni gommose anni ottanta partorite dalla fucina di Charles Band e soci, il tutto mescolato con una comicità grottesca e di facile presa tipica del cinema di Zucker-Abrahams-Zucker, per non parlare poi dell’infinita e sfiancante saga di Scuola di Polizia dalla quale la pellicola eredita il cameo di Bobcat Goldthwait (il criminale Zed del secondo episodio poi divenuto a tutti gli effetti membro della squadra). 

Il protagonista della vicenda è l’attore Ricky Coogan (Alex Winter) che viene assoldato dalla Compagnia EES (che in Italiano diventa “esportiamo tutto tranne le scarpe”) per reclamizzare un diserbante altamente tossico, lo Zygrot-24. Insieme all’amico Ernie (Michael Stoyanov) Ricky giunge nella cittadina di Santa Orgasm, non prima di essere stalkerizzato da un allucinante bambinetto di nome Stuey Gluck che si reputa suo super fan. Per sbarazzarsi del ragazzino con i denti da castoro, Ricky ed Ernie lo gettano fuori dall’aereo. Una volta atterrati, i due incontrato l’avvenente ambientalista Julie (Megan Ward) con cui intraprendono un viaggio. Sulla strada scoprono un assurdo parco di divertimenti chiamato Freek Land il cui proprietario Elija (Randy Quaid) sperimenta lo Zygrot-24 per creare assurde mostruosità che, per inciso, sono il piatto forte del film. Senza dover scomodare il capolavoro di Tod Browning (dove i mostri erano reali e non di gommapiuma), c’è da sbizzarirsi nel campionario di mascheroni presente nel film, come ad esempio: Nosey, l’uomo naso, Sockhead con la testa da sockmonster, worm, l’uomo lombrico e anche l’uomo cane (interpretato da Keanu Reeves anche se mai accreditato). Tra questi spunta anche Mr.T (quello di A-Team) nell’irresistibile personaggio della donna barbuta. Altre macchiette ci riservano un immaginario trash difficilmente dimenticabile tra cui spicca il cowboy (una specie di mucca parlante con il cappellone a falde che sembra uscita da un filmaccio della saga di Toxic Avenger) e the eternal flame ovvero uno scureggione senza fine i cui peti costituiscono una fiammata continua.

In tutto questo diverte anche la presenza di Brooke Shields che acquista punti di simpatia nel proporsi in un film del genere ma soprattutto senza prendersi sul serio (e come potrebbe?). Finale epico a colpi di mostruosità giganti in cartapesta che sembrano uscite da un incubo della rivista MAD, dosi di punk rock nella colonna sonora, la produzione di Stephen Chiodo (Killer Clowns from outer space) e le creature di  Screaming Mad George completano un’opera troppo a lungo sottovalutata ma talmente iconica da farci rimpiangere l’irresistibile anarchia trash degli anni novanta. Da notare che la collaborazione tra Alex Winter e Keanu Reeves aveva già prodotto la saga di Bill & Ted's Excellent Adventure nel 1989 e Bill & Ted's Bogus Journey del 1991 (questo giunto a noi con il titolo Un Mitico Viaggio) oltre all’omonima serie televisiva.

lunedì 15 giugno 2020

ROBO VAMPIRE

(1988)
 
Regia Godfrey Ho

Cast Robin Mackay, Nian Watts, Harry Myles

Genere Horror, Fantascienza, Action, Thriller, Fantastico

Parla di “vampiri cinesi saltellanti, robottoni di gommapiuma, narcotrafficanti e santoni sparascintille”

La leggenda del vampiro, nell’estremo oriente, trova la sua più classica espressione nel mito dei jiangshi, una specie di succhiasangue vestito con un lungo vestito blu intonato al colore cianotico della pelle ed al ridicolo cappellone squadrato. Ma ancora più ridicola appare la loro camminata saltellante con le braccia distese in avanti quasi fossero degli zombie. Il mito del vampiro cinese è in effetti un misto di leggende occidentali tra cui anche quella del Golem, restano infatti immobili quando gli si mette una specie di pergamena sulla faccia (modello scontrino fiscale). Con queste premesse il prolificissimo regista orientale Godfrey Ho non poteva che dirigere un film di culto nella cinematografia trash aggiungendo a questo una assurda scopiazzatura di Robocop senza peraltro avere la stessa tecnologica e gli stessi Vfx a disposizione rispetto agli americani. Insomma Robovampire aveva a disposizione tutti gli elementi necessari per entrare di diritto tra i film più ridicoli di sempre e difatti le aspettative non sono state disattese. 

La trama, tra le più confuse e pasticciate di sempre, vede un manipolo di narcotrafficanti coadiuvati da una specie di santone ninja che risveglia un esercito di jiangshi saltellanti tra cui una specie di scimmione capellone con una maschera comprata dal rigattiere sotto casa. Tra zompi, saltelli, piroette e abuso di petardi spara scintille in sostituzione dei classici raggi laser, i narcotrafficanti rapiscono un’agente occidentale, una discreta sventola bionda a cui viene applicata la tortura della goccia e, dal quel momento in poi, la ragazza comincia a fare delle smorfie assurde agitando la testa come in preda ad una possessione demoniaca degna di Riposseduta (Repossessed, 1990). 

Il santone poi deve vedersela con una specie di maga svolazzante che indossa un vestitino trasparente tanto per far vedere anche qualche tetta bianchiccia e buttarci dentro quel pizzico di fantasy che in un minestrone fantahorror non deve mai mancare. A questo punto entra finalmente in scena il Robowarrior ovvero un estratto di un povero agente di Polizia ferito in uno scontro, eccetera eccetera (alla trama ci aveva già pensato Veroheven), peccato che il design dell’automa si riduca ad una assurda tutona argentata e imbottita con gommapiuma ed al povero attore inserito al suo interno viene affidata totalmente la meccanica dei movimenti. Il novello Michael Jackson cinese deve quindi muoversi un pò come David Zed (chi non lo conosce vada subito a recuperare qualche puntata di “Pronto Raffaella?) e parlare con un filtro robotico, armato di un gigantesco mitragliatore. Gli scontri con i vampiri saltellanti che si mettono in cerchio a saltellare contro il robottone sono tra le cose più assurde mai viste nel mondo della settima arte ma è l’anarchia generale che conquista decisamente in quest’opera, si ha la sensazione, infatti, che al ciak d’inizio il regista (che ci regalerà anche un seguito ancora più disastrato di questo titolato “Devil’s Dynamite”) si sia alzato e abbia detto “fate un pò come cazzo vi pare, io vado a bermi un bel sake”! 

lunedì 8 giugno 2020

QUELLA VILLA IN FONDO AL PARCO

(1988)
Regia: Giuliano Carmineo
Cast: Eva Grimaldi, Janet Agren, David Warbeck
Genere: Horror
Parla di: “Omuncolo ratto figlio di topo e di scimmia, semina il terrore nelle strade di Santo Domingo”
 
Per gli amanti del cinema trash, questo film si potrebbe tradurre con il titolo “Weng Weng meet Horror” dal momento che il vero protagonista della pellicola di Giuliano Carmineo è l’attore dominicano Nelson de La Rosa, deceduto nel 2006, il quale, analogamente alla celebre star filippina, era anch’egli affetto da nanismo, con un’altezza ancora più estrema rispetto al protagonista di “For your eight only”, se Weng Weng misurava infatti 83 cm, De La Rosa arriva a misurare non più di 71 cm. Truccato di nero, con enormi denti posticci, l’attore dominicano interpreta una mostruosità da laboratorio genetico (anche se nel film ci si limita ad una cantinaccia lurida piena di vecchie gabbie piene di sorci) frutto dell’assurdo incrocio tra lo sperma di topo e l’utero di scimmia, con tanto di zampette acuminate da cui secerne un mortale veleno che provoca l’istantanea paralisi delle vittime. Fuggito dall’angusta gabbietta in cui era relegato, il nostro rat-man gironzola per le spiagge di Santo Domingo, ammazzando tutti quelli che incontra, fino a colpire una giovane modella che indossava gli abiti della collega Marlis (Eva Grimaldi) che a sua volta si reca nella giungla per un servizio fotografico. 

Il ritrovamento del cadavere della modella induce la polizia a contattare la sorella di Marlis, Terry (Janet Agren), la quale incontra al suo arrivo lo scrittore di gialli Fred (David Warbeck) che la supporta nell’indagine. Appurato, infatti, che il cadavere rinvenuto non è quello di Marlis, Terry decide di rintracciare autonomamente la sorella che nel frattempo ha trovato alloggio proprio dallo scienziato creatore dell’uomo topo. Senza citare necessariamente Tod Browning e il suo capolavoro Freaks, l’effetto mostro interpretato da un attore nano, fa il suo porco effetto, se poi vogliamo cimentarci in una disquisizione etica sullo sfruttamento cinematografico degli infelici, vorrei comunque ricordare che è una prassi conclamata nel mondo della settima arte, ad oggi ancora in voga soprattutto nel genere Fantasy/Horror. 

In generale comunque il film di Carmineo, regista poliedrico capace di passare dal western alla commedia sexy, al trash di Pierino fino al thriller, oltre ad essere considerato un cult, merita comunque il pieno apprezzamento. Sia per l’originalità della trama, sia per il saper dosare correttamente il pathos senza scadere nel ridicolo, ma soprattutto perché riesce a rendere incredibilmente credibile anche Eva Grimaldi nella sua parte oltre, ovviamente, al pregio di regalarci un’indimenticabile nudo di doccia della nostra splendida attrice. Merito anche della sceneggiatura del bravo Dardano Sacchetti e di un cast di fulciana esperienza, non a caso produce la Fulvia Film, artefice dei migliori capolavori di Lucio Fulci.