martedì 22 giugno 2021

INSEMINOID – UN TEMPO NEL FUTURO

(Inseminoid, 1981) 

Regia: Norman J. Warren 

Cast: Judy Geeson, Robin Clarke, Jennifer Ashley 

Genere: Fantascienza, Horror 

Parla di “archeologa spaziale violentata da alieno diventa mammina serial killer” 

Questo è un perfetto esempio dell'imitazione che supera l'originale. Il film del regista culto inglese Norman J. Warren si presenta a tutti gli effetti come una scopiazzatura di Alien, senza ovviamente presentarne la stessa eleganza nè lo stesso budget e si vede, eccome! Tuttavia Inseminoid risulta più cattivo, sanguinolento e decisamente più inquietante della munifica opera di Ridley Scott. Del resto, se poi si parla di originalità anche Alien non è che brilli di luce propria (provate a vedervi It! The Terror from Beyond Space del 1958 e capirete!). Questo british fantahorror, invece, seppur nella sua misera confezione è più veloce, denso d'azione e sottilmente più convincente. 

La storia vede una spedizione archeologica spaziale su un pianeta ostile che ricorda incredibilmente quello di Terrore nello spazio di Mario Bava, dove una violenta esplosione di strani minerali ferisce un gruppo di esploratori. Rientrati alla base, uno dei due muore e l'altro impazzisce. Tornati sul luogo dell'esplosione altri due archeologi, un nero ed una donna incontrano una terribile figura aliena che fa a pezzi lui e violenta lei (il tutto all'interno di una serie di scene psichedeliche dove non si capisce se è sogno o realtà). Riportata in laboratorio Sandy (Judy Geeson) urla, strilla, geme e scopre di essere incinta. A questo punto la novella mammina si trasforma in uno psicopatico serial killer che fa a pezzi la spedizione prima di mettere alla luce due orrendi mostriciattoli cannibali. 


La trama si sviluppa magistralmente e non lascia tempo alla noia, ovviamente per apprezzare appieno il tutto si deve soprassedere sulle scenografie povere, sulle espressioni sopra le righe della protagonista e su certe rozzaggini di un film che dopotutto resta un caposaldo dell'artigianato Sci-Fi dei primi anni 80, privo di alcuna parvenza di moralità e terribilmente attuale con il suo personaggio di madre killer (vi ricorda qualcuno..o meglio qualcuna?). Norman J. Warren sceglie di non mostrare quasi mai i mostri alieni ma punta tutto su quello che è dentro la donna, una madre a tratti disperata ed inerte ma di colpo ferocissima e implacabile. Inseminoid è un film che scava dentro le viscere, letteralmente, ma non si dimentica, sicuro! 

giovedì 10 giugno 2021

IL CLUB DEI MOSTRI

 (The Monsters Club, 1981) 

Regia Roy Ward Baker 

Cast Vincent Price, John Carradine, Donald Pleasence 

Genere: Horror, Musicale, Commedia, A episodi 

Parla di “distinto vampiro morde scrittore horror e per scusarsi gli offre una birra in un Club veramente bizzarro” 

Ecco uno di quei film ai quali sono inspiegabilmente affezionato, non che sia un prodotto eccezionale, men che meno una pietra miliare del cinema horror. Una di quelle pellicole che non suscitano il benchè minimo brivido di terrore ma è allo stesso tempo, così impregnata di scene, attori e situazioni che nonostante gli anni e le prolungate visioni, non ha mai perso quella sua aura cult che fa di quest'opera di Roy Ward Baker uno dei miei personalissimi guilty pleasure. Il cast la fa da padrone con attori di primo piano nonchè autentiche pietre miliari del genere come Vincent Price, elegante ed amabile vampiro che si presenta per strada allo scrittore horror Chetwynd-Hayes interpretato dal vetusto John Carradine, attore e caratterista nel cinema del terrore solo per ragioni alimentari ma in realtà famoso per aver partecipato ad uno dei capolavori western del passato quale Stagecoach (conosciuto in Italia come Ombre Rosse). 

Dopo averlo morso, il vampiro Erasmo riconosce lo scrittore ed essendo suo fan, si scusa e lo invita in un pub quanto meno anomalo: Il Club dei Mostri dove rock band scatenate fanno ballare mummie, licantropi e altre strane creature (in realtà attori truccati con mascheroni di gomma veramente weirdo). Seduti ad un tavolo i due conversano ed Erasmo racconta tre storie horror che hanno protagonisti il Fischiamorte, un vampiro e i mangiacadaveri. Nel finale salgono sul Palco i Pretty Things , nientemeno che una band culto nell'Underground psichedelico, e tutti ballano e cantano "Monsters rule Ok"!  Un'opera indimenticabile, sia per la sua verve tardo vittoriana, sia per il british humor irresistibile che accompagna questi 104 folli minuti prodotti dalla Amicus Productions, degna erede della Hammer Film Productions. 

Come non amare l'interpretazione di Donald Pleasence nell'episodio del vampiro o il terrificante quanto patetico fischiamorte, o le inquietanti litografie che narrano la maledizione del villaggio nel terzo episodio interpretato da un grande Stuart Whitman? Assolutamente di culto poi, l'esibizione di B.A. Robertson che canta "Sucker for your love" muovendo la lingua ritmicamente o la spogliarellista che si toglie la pelle fino a restare uno scheletro. Insomma The Monster Club, oltre ad essere la festa dei caratteristi è anche un film che resta nel cuore perchè diverte con intelligenza e ironia oltre ad offrirci un grande lavoro da parte dei migliori attori del genere. 

giovedì 3 giugno 2021

QUALCOSA STRISCIA NEL BUIO

 (1971) 

Regia Mario Colucci 

Cast Gianni Medici, Farley Granger, Lucia Bosé 

Genere Horror, Paranormale 

Parla di “ gruppo di personaggi trova riparo in antica magione e vengono terrorizzati da foto in bianco e nero” 

Non fosse stato per questo film, opera seconda e ultima, nessuno ricorderebbe Mario Colucci se non per un pugno di sceneggiature neanche troppo interessanti nel genere thriller italiano. A dir la verità neanche "Qualcosa striscia..." è da considerare poi un prodotto significativo non fosse per l'uso sapiente delle atmosfere fantasmifiche che esala la pellicola, mantenendo un buon equilibrio di attenzione all'interno di un plot dove praticamente non accade nulla, non si vede niente e tutto si conclude con una serie di rumoracci, risate sataniche e tremolii di porte e mura. Del resto il tema della presenza invisibile è uno dei più economici nel cinema horror e infatti ha rappresentato, soprattutto nel periodo fine sessanta e inizi settanta, uno dei temi prediletti per un cinema povero di mezzi come quello italiano. Povero di mezzi si ma, intendiamoci, ricco di idee e soprattutto di espedienti. 

La storia sembra quasi un remake dell'ottimo "Contronatura" di Margheriti anche se qui le atmosfere morbose ed equivoche latitano, qualche nudo di ripiego lo si trova grazie a Giulia Rovai, la ragazza di Joe (Gianni Medici) il proprietario della villona dove un gruppo di viaggiatori notturni si rifugia a seguito della piena che ha interrotto la strada nel bel mezzo della notte. Fra i viandanti c'è anche il terribile serial Killer Spike (Farley Granger) e l'ispettore di polizia (Dino Fazio) che lo ha arrestato dopo un forsennato inseguimento automobilistico. Il gruppo si ritrova quindi sotto il tetto della malvagia Lady Marlowe, defunta nobile lasciva e perversa che anche dall'aldilà troverà il modo di uccidere e terrorizzare i suoi ospiti. 

Si deve dare atto a Loredana Nusciak di essere l' unica attrice al mondo ad interpretare il film solo in fotografia, Resta comunque una presenza inquietante che pervade tutto il film fino alla sua chiusura. Insomma Colucci riesce a fare un horror dove il mostro è costituito da una foto in bianco e nero e questo è un merito non da poco (chissà quanti registi nipponici ci hanno ricamato sopra nei loro film!), per il resto siamo di fronte a un prodotto medio dell'epoca, onesto nell'insieme ma non memorabile. Nel cast anche Lucia Bosé e il sempiterno Giacomo Rossi-Stuart, presenza imponente e immortale del nostro cinema ma soprattutto del cinema di genere. 

giovedì 27 maggio 2021

FRITZ THE CAT

(1972)

Regia: Ralph Bakshi

Genere: Animazione, Psichedelico, Erotico

Parla di “ avventure di un gattone che preferisce il sesso e la violenza alle crocchette di pollo”

Certo, oggi l'impatto di Fritz the Cat è minore e, a ben guardare, sembra anche molto più soft di un qualsiasi prodotto della Pixar (non fosse per le scene di sesso) ma immaginatevi, alla sua uscita nelle sale, come può essere stato accolto un cartone animato di questo tipo, per un pubblico abituato esclusivamente alle fiabe Disney? L'importanza del film di Ralph Bakshi sta tutta nel suo precedere i tempi portando al cinema le irriverenti tavole di Robert Crumb introducendole con un operaio che piscia su un passante e, a seguire un droga party che si trasforma in un’orgia multirazziale animale (nel senso che si accoppiano cani, gatti, ippopotami, mucche ecc.) interrotta da due poliziotti maiali, i quali inseguono il nostro intrepido gattone dentro una sinagoga.  

Successivamente il gatto Fritz, audace predicatore del sesso libero, incontrerà lungo il suo percorso una serie di bizzarri personaggi in una sequela di gag più o meno esilaranti che prendono in giro tutti e nessuno, dal quartiere nero pieno di corvi dove il micione istillerà una rivolta sedata nel sangue, all'incontro con un motorbiker strafatto che picchia la sua donna a catenate, fino al viaggio finale con la compagna di turno che abbandonerà al primo guasto. Il tutto passando in mezzo a trip psichedelici, orgie irrefrenabili, violenze, sangue e assoluta mancanza di buon gusto. Sicuramente il tempo ha scemato l'irriverenza di Fritz e oggi il film può essere visto tranquillamente anche dagli adolescenti (abituati a ben altro...decisamente!), anche i disegni, sicuramente non bellissimi anche allora, sono limitati, con ampio uso di fondali fissi, scene live action e una certa legnosità dei movimenti/espressioni.  
 
Cosa resta allora di Fritz The Cat per i posteri? Ovviamente un prezioso quanto originale punto di vista su una società dai forti contrasti come quella vissuta verso la fine degli anni sessanta, con le sue contestazioni, gli emarginati, la concezione utopistica di un sesso senza barriere, la mancanza di moralità e di politically correct. Insomma una serie di situazioni che vanno sempre più ridimensionandosi nella nostra vita reale ma quanto meno, al cinema, tendono ad essere un linguaggio sempre attuale. Diciamo quindi che Fritz ha avuto il pregio di rischiare tutto aprendo una strada diversa nel cinema d'animazione ma anche il difetto di non essere andato, a livello contenutistico, oltre alla mera irrisione dei costumi di un'epoca decisamente travagliata.

venerdì 21 maggio 2021

REPO MAN - IL RECUPERATORE

(1984) 

Regia Alex Cox 

Cast Emilio Estevez, Harry Dean Stanton, Olivia Barash 

Genere Fantascienza, Drammatico 

Parla di “Giovane punk impara l’arte di recuperare auto non pagate e si invischia in misteriosa caccia all’alieno” 

Con gli anni non è invecchiato, anzi, il film culto di Alex Cox sembra ringiovanire ogni volta che lo si guarda, accentuato maggiormente dall'affetto nei suoi confronti che porto nel cuore, a partire dalla metà degli anni '80 quando, su Raitre lo trasmisero per la prima volta. Ricordo che non sapevo nulla di questo titolo a parte il fatto che era un film di fantascienza, e, nel panorama artefatto della cinematografia preblockbuster, tanto patinata quanto insipida, questa pellicola, sporca, raffazzonata e nel contempo densa di magia filosofico punkeggiante mi colpì almeno quanto le prime rudi note di chitarra distorta provenienti dal pezzo di Iggy Pop e dall'animazione della cartina stradale verdastra che appariva sullo schermo. Che dire poi quando, nelle sequenze iniziali troviamo Emilio Estevez che balla il pogo insieme a un gruppo di punkabbestia ubriachi? 

Il personaggio di Otto è una delle più vere rappresentazioni della gioventù anarchica anni '80, lontana anni luce dal mito dello yuppismo, conflittuale con i genitori hippy cannaioli rincoglioniti dal pastore che predica in televisione. Erano gli anni di Dianetics mirabilmente sbeffeggiato dalle continue citazioni del libro Dioretics che circola nei fotogrammi (in pratica un dianetics diuretics!), dei marchi del consumismo che imperversavano nel cinema (qui invece nei supermercati non ci sono marchi ma le lattine portano semplicemente la scritta "beer" e le scatole di cartone "corn flakes"). Poi c'è Harry Dean Stanton, il recuperatore di auto, cinico e imbroglione, disfatto socialmente dalla solitudine e dalla cocaina, che insegna al giovane Otto i rudimenti del mestiere infame, quello di portar via le auto a chi non paga le rate, con tutte le conseguenze del caso. 

Infine, entrano in scena una misteriosa chevrolet guidata da un professore orbo il cui portabagagli contiene un segreto altamente disintegrante, e un gruppo di imbellettati biondi e vestiti di nero che non possono non far pensare a Kill Bill e al cinema di Quentin Tarantino con la scienziata dotata di una ridicola mano di ferro. Ironico, dissacratorio e mordace, Repo Man è uscito dai canoni del cinema per regalarci un universo alternativo al reaganismo imperante, un'America lontana dai vari Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, finti miti di un decennio finto, un paese non confezionato ma vero, claudicante, rattoppato e disilluso.  Se non l'avete ancora fatto, recuperatelo!  

martedì 18 maggio 2021

NUDE...SI MUORE

 (1968) 

Regia Antonio Margheriti 

Cast Michael Rennie, Sally Smith, Mark Damon 

Genere: Poliziesco, Giallo 

Parla di “un collegio femminile, un baule con dentro un cadavere e un misterioso assassino ma di donne nude neanche l’ombra” 


Nonostante il titolo fuorviante (e accattivante) questa particolare incursione nel giallo da parte di Antonio Margheriti non presenta elementi particolarmente scandalosi, fatte salve le scene iniziali che vedono una donna spogliarsi ed entrare nella vasca da bagno per poi venire strangolata da un misterioso figuro. Anche le scene dei delitti non sono particolarmente efferate, anzi sfiorano volentieri il ridicolo dal momento che afferrando al collo le vittime queste cadono subito morte senza che l'assassino faccia la fatica di stringere. A parte questo però siamo di fronte ad un buon giallo con tutte le carte in regola per non sfigurare nel panorama nazionale e dare il via alla grande stagione del thriller all'italiana di cui "Nude...si muore" può a ragione essere considerato uno dei migliori precursori. Il motivo ispiratore del film è, a tutti gli effetti, il cinema Hitchcockiano con continui riferimenti tra cui, il più celebre, quello dell'omicidio nella doccia ispirato a Psycho. 

L'azione si svolge in un collegio femminile di lusso situato in una zona della Costa Azzurra dove arrivano quattro nuovi insegnanti e un grosso baule che contiene il cadavere della donna vista morire dopo i titoli di testa. La storia procede a ritmo sostenuto con continue variazioni giallo rosa e una serie di personaggi ben definiti anche se non proprio originali. C'è il giardiniere guardone La Foret (Luciano Pigozzi), la ragazzina appassionata di gialli (Sally Smith), la stangona amazzone e la giovane ereditiera che mantiene una tresca con un affascinante professore (Mark Damon) con il quale ha un delirante scambio di battute su Cappuccetto Rosso e Riccardo Cuor di Leone. Verso la metà del film entra piacevolmente in scena una vera e propria icona del cinema Sci-Fi come  Michael Rennie (Klaatu Barada Nikto vi dice niente?), invecchiato ma sempre maestoso nei suoi due metri di altezza.  

Nel finale tutti i nodi vengono al pettine e la matrice ispirativa psychiana diviene ancora più marcata con un assassino che per tutto il tempo era vestito da donna. Le ultime scene strizzano l'occhi ai film di 007 e lasciano lo spettatore con un mezzo sorriso divertito. La canzone dei titoli è un volgare plagio del tema di Batman, nudità appena accennate ma protagoniste decisamente deliziose. Insomma se ci si adatta ai costumi e ai luoghi comuni dell'epoca il film non è neanche malaccio, la fotografia è ottima e Margheriti sviluppa l'intreccio con sapienza e un pizzico d'estro. Stando ben lontani dalle promesse sensuali di un titolo sbagliato, questo film può anche divertire.   

mercoledì 5 maggio 2021

LA TARANTOLA DAL VENTRE NERO

(1971)

Regia: Paolo Cavara

Cast: Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli, Barbara Bouchet

Genere: Giallo, Horror

Parla di “Commissario sensibile indaga su assassino che paralizza e squarta le vittime”

L'esplosione del giallo all'italiana all'inizio degli anni '70 portò una serie di titoli dal richiamo animalesco/minaccioso, fra questi il film di Paolo Cavara è uno dei pochi che dal titolo prende realmente spunto per sviluppare la trama di questo bellissimo thriller. Analogalmente all'aracnide del titolo, l'assassino paralizza le sue vittime rendendole immobili di fronte al loro terrificante martirio, così da farle assistere impotenti alla loro uccisione. 

Si inizia con una Barbara Bouchet nuda, che si fa massaggiare sensualmente, salvo poi litigare col marito Silvano Tranquilli ed infine venire paralizzata con uno spillone da agopuntura e successivamente squartata con un coltellaccio. Come inizio niente da dire, anche se poi il film prende una piega meno horror e più legata ad una serie di ricatti e omicidi che girano attorno ad un centro benessere. Inseguimenti ad alta quota, sesso più o meno velato, droga e morte sono gli ingredienti base di questo succoso plot dove Cavara rinuncia intelligentemente a copiare le classiche sequenze in soggettiva in stile argentiano e si sofferma invece sui dettagli, sui mobili antichi e quelli pop dei seventies, sui guanti in lattice dell'omicida che ricorrono costantemente lungo i fotogrammi. 
 
Impagabile il personaggio del commissario, interpretato da un giovanissimo Giancarlo Giannini, un antieroe sensibile e impressionabile che non nasconde le sue debolezze ed alla fine risulta una delle figure più malinconiche e vere dell'intera trama. Lo affianca una giovane ed ancora innocente Stefania Sandrelli che da una parte trema per le sorti del fidanzato e dall'altra lo incita ad andare avanti (L'assassino ti teme, ha paura di te!). Il finale cade un pò nell'affrettato ma le ultime sequenze con il Giannini che si allontana sconsolato in mezzo alla folla sono un punto di chiusura oltremodo suggestivo per un prodotto tutto sommato dignitoso che ha contribuito a dare forza al nostro bel cinema del passato.