lunedì 17 settembre 2018

REEFER MADNESS

(Id. 1936)
Regia  Louis J. Gasnier
Cast  Dorothy ShortKenneth CraigLillian Miles 


Forse uno dei primi e più famosi esempi di  exploitation cinema (ovvero quelle pellicole che trattano un determinato argomento spesso violento o scabroso) questo film nacque attraverso il finanziamento di una piccola comunità cattolica al fine di illustrare i pericoli e i devastanti effetti dell'uso della Marihuana sopratutto nei riguardi dei giovani. Nota anche con il titolo "The Burning question" o "Tell your children" la pellicola di Louis J. Gasnier è paradossalmente diventata, nel tempo, una sorta di guida per novizi sull'impiego di sostanze stupefacenti grazie ad una certa precisione nello descrivere i trucchi ed i segreti per nascondere la droga nelle scarpe, all'interno di un libro oltre a tutte le informazioni necessarie su come rollarsi una canna. In ogni caso siamo di fronte ad un cult di incredibile originalità, un manifesto di propaganda che si trasforma in una testimonianza dell'ingenuità dei tempi passati nel trattare problemi delicati e spinosi come quello della droga. 

La storia del film illustra in maniera piuttosto esplicita cosa può accadere a chi cade nelle devastanti trame della Marihuana attraverso le vicende di due bravi ragazzi quali  Bill Harper (Kenneth Craig) e la sua fidanzatina Mary (Dorothy Short). Introdotto da un monito ai genitori degli studenti da parte di un sedicente Dr. Carrol (Dorothy Short) il film prosegue con Bill che finisce nelle grinfie di Jack (Carleton Young) e Mae (Thelma White), due malviventi che forniscono droga a Ralph (Dave O'Brien) e Blanche (Lillian Miles) nel loro stesso appartamento dove organizzano festini illegali a base di sigarette dopate. Bill finirà nelle grinfie di Blanche che lo inizierà alla Marihuana mentre Ralph tenterà di farsi Mary, stordito dalla droga Bill litiga con Jack al quale partirà un colpo di pistola che ucciderà Mary. Arrestato per Omicidio, Bill verrà processato e condannato all'impiccagione ma grazie all'intervento della polizia che arresterà i malviventi e Blanche scagionerà completamente Bill prima di suicidarsi. 

Colpiscono molto certi stereotipi sull'uso della Marihuana ma sopratutto le facce assatanate dei fumatori, tutti intenti a ridacchiare con gli occhi sbarrati. Il tutto condito da una velata accusa alla musica del diavolo (Così era considerato a quei tempi il Jazz) che sottolinea in sottofondo le drammatiche gesta a cui assistiamo. Non a caso il primo drogato che viene individuato nel film è il pianista del bar dove i giovani si ritrovano a ballare. Nel 2005 questo film ha anche ispirato un musical che, ovviamente, rende omaggio all'involontaria comicità di questo piccolo capolavoro nascosto. Non so voi, ma dopo averlo visto, mi è venuta voglia di farmi una canna!

martedì 11 settembre 2018

HORROR OF THE BLOOD MONSTERS

(Id. 1970)
Regia Al Adamson
Cast John CarradineRobert DixVicki Volante


Al Adamson ha realizzato almeno una decina di film in cui la parola "Blood" era di rigore, questo anche grazie alla propensione del nostro per il riciclaggio cinematografico, questa volta parliamo di un film filippino in bianco e nero che viene completamente destrutturato e montato con scene aggiuntive ad opera del regista, il quale ci delizia con uomini dai finti canini zannuti giganti che sporgono beffardi dalle bocche dei mostri che hanno ormai conquistato il mondo occidentale. Per ovviare al Bianco e nero del prototipo originale Adamson ha inventato il rivoluzionario sistema "Spectrum X" con il quale troneggiavano i manifesti e le locandine all'epoca. 

In realtà Al Adamson ha semplicemente virato le scene sui colori basilari cambiandone colore a seconda della scena. Per il resto il film si divide tra scene selvagge in cui primitivi dentuti cercano di distruggere gli esseri umani. Gli eroi della situazione sono i soliti astronauti capitanati da John Carradine che devono indagare sulla natura delle misteriose mutazioni avvenute sulla terra. Sul pianeta maledetto troveranno di tutto, uomini pipistrello, uomini aragosta, uomini vampiro (incredibili e divertentissimi i rozzi costumi di questi mostri) ma alla fine risolveranno il problema. 

E' sintomatico che, in un film titolato al sangue, non se ne veda manco una goccia, tuttavia il prodotto è alquanto intrigante per le ambientazioni molto anni '60, per la rozzezza degli effetti che rendono il tutto altamente divertente. In Italia questo film ebbe una fugace apparizione nei cinema con l'improbabile titolo " 7 per l'infinito contro i mostri spaziali" (eh?).

lunedì 3 settembre 2018

L'INVASIONE DELLE API REGINE

(Invasion of the bee girls, 1973)
Regia Denis Sanders
Cast William SmithAnitra FordVictoria Vetri


Nei sotterranei archivi di una cinematografia nascosta, Bee Girls rappresenta una piccola perla, prototipo del vero cinema di exploitation anni '70, quei films, per intenderci, in cui tutti gli attori vestivano completamente in jeans con i capelli a caschetto. Nella pellicola diretta da Denis Sanders troviamo tutti quegli elementi che hanno condizionato la science fiction dell'epoca, ovvero i richiami alla rivoluzione sessuale e i pericoli nascosti dal governo e dagli esperimenti scientifici. In questo caso il male è nascosto nella donna, mutata ad ape regina che cerca di fecondarsi attraverso la ricerca spasmodica del sesso e uccide le sue malcapitate vittime maschili nell'estremo sforzo dell'accoppiamento. 

Il tutto all'interno di un centro di ricerche di uno sperduto paesino della provincia americana dove l'agente della sicurezza Neil Hagar (William Smith) deve vedersela con una serie di morti per trombosi mentre in tutta la zona comincia a spandersi il terrore di un cordone sanitario che imponga l'astinenza come forma di prevenzione al terribile male che affligge la cittadina. All'interno di una storia che si sviluppa come un'indagine diretta magistralmente scopriamo a poco a poco come questa mutazione spande i suoi semi a tutte le donne fino a crare una sorta di psicosi dove un gruppo di bulli cerca di stuprare Victoria Vetri per vendetta e dove un distinto medico tradisce la moglie per Anitra Ford che interpreta la dottoressa Susan Harris in realtà untrice principale di una mutazione che trasforma gli occhi delle appestate in vitrei globi oscuri da insetto. 

Pulsazioni Cormaniane che si rimandano a The Wasp Woman, sesso accennato con generose visuali di prosperose nudità (che belli quei nudi ancora umani e non più stravolti dal silicone!) ed una psicosi ben espressa attraverso un plot narrativo efficace e divertente. Un film che scorre via liscio ma che carica i propri contenuti sessuofobi all'interno di una generazione ormai divorata dalla pornografia e dal libertinismo più espansivo...tutto questo prima che arrivasse l'AIDS!

lunedì 27 agosto 2018

LIQUID SKY

(Id. 1982)
Regia  Slava Tsukerman
Cast Anne CarlislePaula E. SheppardSusan Doukas 


Ha già compiuto trentasei anni questo proto manifesto new wave che è il capolavoro del musicista  e regista fallito, profugo russo, Slava Tsukerman. Alla sua uscita in Italia, il film fu pesantemente stroncato dalla critica, in particolare da Tullio Kezich che non approvò il plot confusionario che contraddistingueva la pellicola. In realtà Liquid Sky è uno splendido resoconto di un'epoca oscura, fatta di discoteche buie e di musica ossessiva (composta ed eseguita dallo stesso regista) , un mondo in cui Anne Carlisle canta "me and my music box" fra gemiti confusi e provocazioni sessuali mentre un ospite alieno la segue nelle sue vicissitudini erotiche. 


Truccata da eterno cadavere metropolitano la protagonista diventa schiava di un occhio extraterreste che estrae l'adrenalina provocata dall'orgasmo dei suoi concubini che, inevitabilmente, muoiono spogliati di ogni succo vitale. Una catarsi di autodistruzione tra amori saffici, new wave, droga (la sostanza che estrae l'alieno dal cervello umano è ovviamente oppiacea) e tutta la cupa enfasi degli anni 80, quelli dei Joy Division, dei Bauhaus, Dead can Dance e tutti gli altri cupi poeti di un decennio oscuro. Devo comunque notare con disapprovazione che questa pellicola continua ad essere non cagata dalla critica rivalutatrice di questi ultimi anni. Cosa aspettiamo ad eleggere a livello di culto questo spettacolare affresco degli anni 80?

lunedì 20 agosto 2018

JUSTINE UNA MINORENNE DELIZIOSA


(Justine and the Whip, 1979)

Se siete alla ricerca disperata del mitico "Justine ovvero le disavventure della virtù", excursus desadiano di Jess Franco dove compare Romina Power completamente ignuda e seviziata, attenti a non fare confusione con quest'altro titolo del regista spagnolo che qui si firma come David Though. Altri non è all'infuori di un mero rimontaggio di vari spezzoni presi qua e là dall'estesa filmografia di Franco, rimaneggiato e rimontato da Joe D'amato, il quale ha aggiunto elementi pornografici diretti da lui stesso. 

Uscito in Italia con il titolo "Justine, una minorenne deliziosa" (ma ha anche un altro titolo: “Le porno libidini di Justine”), il film in realtà narra le vicende di una spogliarellista tutt'altro che minorenne, infatuata di un aitante hippie ossessionato dalla religione che indugia spesso e volentieri nelle punizioni corporali a suon di frusta. La pellicola, quasi tutta girata in interno con primi piani e dettagli misti di parti anatomiche, volti, occhi, tette, culi e anche un pisellino che fatica a sollevarsi nonostante il generoso blow-job della protagonista, ha dialoghi ridotti all'osso mentre la narrazione è affidata a Lina Romay in fuoricampo. Di notevole suggestione sono le atmosfere psycho beat che legano la sofisticata fotografia ipersatura con le musiche di Nico Fidenco, prelevate da altri film musicati dal maestro (Emanuelle Docet!) e buttati nell'audio uno dopo l'altro senza soluzione di continuità. 

Se le scene erotiche risultano allo spettatore alquanto datate e di dubbio gusto, vanno un pò meglio le sequenze lesbiche tra Justine e una vecchia amica del cuore da cui fugge per consolarsi delle delusioni amorose. Certo i fan del maestro madrileno avranno sicuramente visto di meglio e devo dire che la sensazione di deja-vu in questo rimescolamento di corpi femminili, è molto forte. Non basta la rapata pubale della Romay, le autoreggenti e le scarpe con lo zoccolone ad eccitare, complice anche una confusione visiva che rischia più che altro di far venire il mal di testa. Franco compare in un breve cameo nella parte di un cliente di Justine che, alla vista del suo corpo nudo, esplode in un pianto infantile coadiuvato da sensi di colpa di tipo cattolico. Verso la fine troviamo anche una scena di necrofilia con la Romay che fa un pompino al suo compagno appena suicidatosi. questo prima di infilarsi una pistola nella vagina e porre fine anch'essa alla propria esistenza in un tripudio shakespeariano di dubbio gusto ma decisamente in pieno Franco style.

martedì 14 agosto 2018

THE DEVIL IN MISS JONES

(Id. 1973)

Regia  
Cast  , ,  


Dopo il polverone tirato su da Gola Profonda, il regista Gerard Damiano ci riprova con una sorta di porno favola dai contenuti catto-moraleggianti in cui Georgina Spelvin è Justine, una donna che ha sempre condotto una vita irreprensibile e morigerata, sconosciuta ai piaceri della carne. La disperazione porta la donna al suicidio e quindi davanti alle porte dell'inferno, qui John Clemens (che interpreta il diavolo Abaca) s'intenerisce della sua condizione e le offre qualche giorno per sfogare tutta la libido repressa nella sua esistenza. 

A questo il punto il film è una sequenza di apprendistato erotico dove Justine impara a fare blow Job, gode dei piaceri saffici (in una sequenza veramente ai vertici dell'arte pornografa) e passa da un'orgia all'altra fino al termine del suo patto satanico. E qui, purtroppo per lei, scopre di essere stata ingannata; in una sorta di contrapasso dantesco si ritroverà a condividere l'eternità con un pazzo (interpretato dallo stesso regista) frigido che parla solo di farfalle e ragni. Evocativa la scena finale in cui Justine maledice l'inferno masturbandosi di fronte all'inerme personaggio. Un film culto degli anni '70, epoca in cui porno non voleva dire solo una mera rappresentazione dell'atto sessuale ma una continua ricerca dell'eccitazione e dell'erotismo attraverso straordinarie perversioni cinematografiche che hanno decretato in quel periodo uno dei momenti d'oro di questo cinema sommerso ma decisamente irrinunciabile.

giovedì 9 agosto 2018

EROTICOFOLLIA


(Id. 1975)

In Italia quando si realizza un film weird si sta attenti ad ogni particolare, a cominciare dal titolo che, come da copione, non c'entra nulla con la trama della pellicola. Se di follia, infatti, il regista Mario Siciliano, ce ne ha messa tanta, di erotico invece c'è poco o nulla, a parte qualche nudo gratuito qua e là, in grado di provocare ilarità più che eccitamento sessuale. Il protagonista è una sorta di ricco playboy che si sveglia in una casa stile moderno anni settanta in cui il pavimento è disseminato di belle figone addormentate e seminude dopo quello che appare come un super party selvaggio. Ma il nostro, che si chiama Peter Crane ed è interpretato dal muscolosissimo e abbronzatissimo messicano Jorge Rivero, ha un piccolo problema, fa sogni stranissimi, tipo gente nuda con il pisello al vento che fa delle facce assurde. Poi incontra una francese che dice di averlo sognato a sua volta. A questo punto al protagonista gli prende una specie di raptus, comincia ad aprire e stringere il pugno in una sequenza che vorrebbe essere d'effetto ma risulta solo effetto ripetizione a catena, e poi la strozza.

L'incubo di Peter va avanti così, incontrando gente che non ha mai visto prima e facendola fuori. La spiegazione viene a galla a metà film quando esplode l'elemento soprannaturale, accompagnato dai soliti oggetti appesi a fili invisibili che affollano le stanze, vetri che esplodono, dischi che partono come lame rotanti alla Jeegrobodacciaio et similia. Sono le anime de li mortacci loro! Ovvero gli spettri di gente uccisa per invidia o cupidigia, che possiedono Crane come un involucro assassino, per scatenare la loro vendetta nei confronti di chi li ha subdolamente eliminati. A complicare le cose ci si mette anche il maggiordomo Walter che, dopo averlo a lungo spiato, cerca di ricattarlo, con l'unico risultato di finire appeso al muro a sputare sangue e schifosissime rane (ma che si calavano 'sti sceneggiatori una volta?!). Fortuna che entra in scena una amorevole psichiatra che prende il nostro eroe sotto la sua caritatevole ala protettrice e se lo porta in montagna ma anche qui si scatenano le forze occulte...e anche la confusione del regista che da qui in poi sembra essersi veramente calato un acido. 

Arriva anche il poliziotto che da tempo indaga sui delitti, nonostante abbia qualche problema di udito (ogni tanto, come fenomeno extrasensoriale, perde completamente l'audio di quello che gli accade intorno, mah!) e all'improvviso con un taglio di montaggio degno di un salumiere, ecco che Crane con la psichiatra sono in macchina, sparati a folle velocità verso un dirupo, abbagliati da misteriose luci oscure. Il finale rimane quindi aperto a possibili interpretazioni che vadano oltre la tossicodipendenza di chi ha scritto questo pasticciaccio in cui riesce ad avvilirsi anche il cameo di Richard Conte, fresco fresco direttamente da " Il Padrino" e pronto a farsi cannibalizzare dal cinema bis-tris-italiano. Rimangono in positivo le atmosfere che rendono il prodotto appetibile ai nostalgici puri e duri oltre alle ottime musiche beat realizzate dal bravo Stelvio Cipriani. Il film è conosciuto anche con il titolo "Malocchio" a cui aggiungerei, per coerenza, un bel "Occhio e prezzemolo finocchio"!