lunedì 17 febbraio 2020

SLIME CITY

(1988)

Regia: Gregory Lambertson

Cast: Craig Sabin, Mary Huner, T.J. Merrick

Genere: Slime Movie, Horror, Splatter, Commedia

Parla di “Giovane artista sorbisce yogurt verdastro e si trasforma in assassino gelatinoso”

Se Larry Cohen aveva trasformato un normale gelato alla crema in una creatura informe che divorava le proprie ignare vittime dall’interno in The Stuff, tre anni dopo tocca al filmmaker indipendente Greg Lambertson riprendere il concept trasformando il gelato in uno schifiltoso “yogurt himalayano” in grado di possedere il consumatore fino a trasformarlo in una specie di mostruoso drogato, capace di alimentarsi esclusivamente della verde paccottiglia gelatinosa salvo poi cominciare lui stesso a perdere umori disgustosi. Unico rimedio al progressivo disfacimento del corpo, per la vittima, è quello di compiere un omicidio ripristinando così le proprie normali fattezze. E’ quanto accade al giovane pittore Alex (Craig Sabin) quando prende in affitto da due strane vecchiette un fatiscente appartamento in uno stabile abitato da gente molto strana. Invitato a cena da un poeta dark-punk, l’artista viene iniziato a questo disgustoso alimento, irrorato da una sorta di liquore verdastro. 

Da questo momento in poi incomincia un lungo calvario che lo porterà a girare per i bassifondi, con il viso bendato stile The Invisible Man per nascondere il liquame che straborda da tutti i pori della faccia, in cerca di homeless o balordi vari da uccidere. Alex scoprirà addirittura che esiste un piano ben preciso per riportare in vita una specie di Guru del male e la sua setta suicida, attraverso il graduale inserimento dello slime verdastro nel proprio corpo. La tematica già espressa nel capolavoro di Larry Cohen si veste di occulto e magia nera con un occhio di riguardo al caso Manson e in generale alle sette sataniche. A livello di sceneggiatura il film appare ben strutturato, i personaggi risultano perfettamente delineati pur essendo soggetti a clichè narrativi piuttosto scontati, le ambientazioni degradate e casalinghe trovano una giusta collocazione all’interno di una suggestione metropolitana underground che richiama l’ottimo Street Trash di James Muro e alla fine l’idea alla base del plot narrativo ha comunque dalla sua una discreta dose di originalità. Gli effetti speciali sono comunque dignitosi e schifiltosi al punto giusto, soprattutto nel finale dove si assiste ad una vera e propria orgia slime a base di succhi gastrici giallastri, braccia che entrano nello stomaco per venirne poi inglobate, teste che si spetasciano a terra e ti guardano con occhi sornioni. 

Punto debolissimo invece è la recitazione, in modo particolare quella fisica, relegata per l’appunto nel massacro degli ultimi 20 minuti dove si evidenzia decisamente la poca dimestichezza del cast in campo action, per quanto a nessuno del cast venga chiesto di fare tripli salti mortali, gli attori hanno movimenti degni del miglior bradipo brasiliano, in special modo Mary Huner che interpreta il doppio ruolo di Lori, casta fidanzata di Alex e Nicole, bramosa dark lady in cerca di sesso (e morte). Nel finale la vediamo infatti squartare, smembrare e spiaccicare con la calma serafica di chi si appresta a sorbirsi un tè piuttosto che disgustosi liquami demoniaci. Se si passa sopra a questo (e chi guarda questi film passa sopra a cose ben peggiori) il film è discretamente godibile e sufficientemente divertente. Nel 2010, 22 anni dopo, il buon Lambertson tornerà ad dirigere un nuovo slime movie dal titolo Slime City Massacre.  

martedì 11 febbraio 2020

LA SFIDA EROTICA

(1986)

Regia Arduino Sacco

Cast Marina Hedman, Ivana Saul, Paola Senatore

Genere: Porno, Commedia

Parla di “tenzone a colpi di sesso fra due tizie in un film di montaggio dove si ricicla l’impossibile”

Arduino Sacco che, spesso e volentieri, si è fregiato dello pseudonimo anglofono Dudy Steel, è un mestierante votato al porno, attivo per lo più negli anni ’80, insomma uno di quelli a cui non verranno attribuiti capolavori rivalutati nel tempo, anche se poi, se si guarda la sua filmografia con lo sguardo del cacciatore di stranezze trash, vediamo che è nientemeno il regista di due turpi pellicole con la Marina Frajese i cui titoli “Marina e la sua bestia” e “Marina e la sua bestia 2” ci fanno ben immaginare l’edificante contenuto. 

Parlando di questa “Sfida erotica” ci sarebbe ben poco da dire, è sostanzialmente un film di montaggio dove l’unico collante narrativo è la voce fuori campo che racconta la rivalità sessuale di due tizie impegnate a dare fondo alle proprie energie erotiche per farsi più maschi possibili. Tentare in ogni caso di reperire un nesso logico alle sequenze di sesso montate alla cazzo di cane (o cavallo tanto per rimanere nel paniere del regista) è tempo sprecato come del resto è altrettanto sprecato il tempo dedicato alla visione di quest’oretta scarsa di pellicola da infimo cinema a luci rosse dove però spunta la faccina di Paola Senatore, attrice non propriamente abituata al genere. La brava Paola, protagonista di punta di molti titoli di serie B tra commediacce scollacciate, nunsploitation, poliziotteschi e thriller, si era fatta notare in Salon Kitty di Tinto Brass e sorprende quanto rattrista quindi vederla impegnata a fine carriera, ormai devastata dalla tossicodipendenza, in ruoli da basso cinema porno. 

Con Sacco aveva già lavorato in “Non Stop sempre buio in sala” l’anno precedente ed è proprio dai rimasugli di questa pellicola che derivano le scene girate per “La sfida erotica” con la Senatore, evidentemente ancora un nome di richiamo per certi spettatori arrapati che infestavano le sale a caccia di facili masturbazioni notturne. In ogni caso essendo un film di montaggio non sorprende che si sia riciclato l’impossibile per portarlo a compimento, sorprende di più che io sia riuscito ad arrivare alla fine vincendo la devastante sonnolenza che procurano queste arcaiche scene di sesso dove intere foreste di pelo pubico invadono lo schermo e dove interminabili coiti artefatti minano alla radice anche quel poco che il cinema porno, in passato, ci aveva regalato. 

martedì 4 febbraio 2020

VAMPIRE OVER LONDON

(Mother Riley meets the vampire, 1952)

Regia John Gilling

Cast: Bela Lugosi, Arthur Lucan, Dora Bryan

Genere: Commedia, Horror, Fantascienza

Parla di: “un malvagio scienziato vuole dominare il mondo con un robot ma innocua vecchietta irlandese gli mette i bastoni tra le ruote”

L’abbruttimento e la povertà che contrassegnarono il tramonto della carriera di Bela Lugosi furono costellati di apparizioni, partecipazioni e interpretazioni del suo personaggio iconografico, a metà tra vampirismo e Mad Doctor. Insomma il buon Bela rappresentava il cattivo per eccellenza all’interno di svariati filoni cinematografici che il povero ungherese mai avrebbe realizzato se non per sopperire all’indigenza cronica data soprattutto dalla sua tossicodipendenza e dal declino della sua figura attoriale. Ridotto alla parodia di sé stesso, Lugosi accettava qualsiasi ruolo purchè lo pagassero. Nello specifico di Vampire over London conosciuto anche come Mother Riley meets the vampire, stiamo parlando dell’ultimo, stanco, capitolo della lunga serie comica dedicata al personaggio comico di Mamma Riley, lavandaia e badante irlandese interpretata da un attore maschile di nome Arthur Lucan per un totale di diciassette film. 

In questo frangente la partecipazione di Lugosi fu il motivo determinante che convinse il produttore Richard Gordon a realizzare questo film. In pratica Lugosi si trovava in Inghilterra per partecipare ad una rappresentazione teatrale di Dracula, purtroppo l’opera non venne messa in scena e il povero Bela si trovava prigioniero in Albione senza i soldi per tornare in America. Gordon lo pagò 5000 dollari e Lugosi venne scritturato per interpretare il diabolico dottor Von Housen, soprannominato il Vampiro, autore di rapimenti di giovani fanciulle e intenzionato a dominare il mondo grazie a robot alimentati ad Uranio. Il prototipo gli viene spedito per posta ma per uno scambio di etichette finisce nel negozio di Mrs. Riley. Comandato a distanza l’automa si risveglia e rapisce la donna portandola al cospetto del Malvagio scienziato dando vita ad una serie di situazioni comiche alle quali Lugosi deve sottostare con malcelato imbarazzo. 

Pur rimanendo un prodotto divertente grazie anche alla comicità fracassona e anarchica di Lucan (in parte debitrice della rumorosa follia dei Fratelli Marx) e alla suggestione ipnotica del volto di Lugosi in primo piano, inquadrato in penombra a snocciolare sardonici sorrisi da vampiro appassito, siamo di fronte ad una produzione di poco superiore a quelle di certi titoli messicani anche se per fortuna qui il robottone non è la solita scatola di sardine con antenne girevoli. Alla regia abbiamo comunque un John Gilling pre-Hammer che in futuro realizzerà piccoli classici horror come Plague of the zombies e The Reptile (rispettivamente La lunga notte dell’orrore e La morte arriva strisciando). 

lunedì 27 gennaio 2020

POVERO CRISTO

(1975)

Regia Pier Carpi

Cast Mino Reitano, Rosemary Dexter, Raoul Grassilli

Genere: Fantasy, Commedia, Grottesco

Parla di: “Poveraccio alla ricerca di Gesù Cristo scoprirà di poter compiere miracoli a suo modo”

Il 27 Gennaio del 2009 ci ha lasciati il grande Mino Reitano con grande amarezza da parte dei suoi moltissimi fans che lo hanno amato quale raffinato musicista e cantautore. Probabilmente molti dei suoi fans non sanno, però, che il buon Mino ha un passato come attore, il che è una fortuna perchè dubito che lo avrebbero amato ancora dopo aver visto questo "Povero Cristo", incursione Fantasy scritta e diretta da Pier Carpi, regista occasionale, fumettista occasionale e Piduista abituale. 

Circondato da scenografie composte da stracci bucherellati appesi un pò ovunque, il buon Mino alterna sguardi dissociati e oppiacei a momenti di ira isterica in cui passa avanti nelle code e scaccia tutti quelli che sono dietro di lui, si improvvisa detective e viene assunto da uno strano faccendiere impellicciato che gli promette cento milioni se entro due mesi gli darà la prova dell'esistenza di Gesù Cristo. Il nostro eroe (che nel film si chiama Giorgio Cavero) si ritrova poi alla festa di una cugina dove il vino è cattivo e lui cerca disperatamente di avere un dialogo con una certa Mara che non se lo caga di striscio (ma la scena fa schiantare dal ridere, eh si!). Qui parte il primo miracolo, da sotto il tavolo Giorgio/Mino estrae tre belle bottiglie di "vino buono delle nostre terre". Ma questo non è solo che il primo dei tanti miracoli che il buon Giorgio, novello Cristo, sarà in grado di fare prima della rivelazione finale.  Scopre infatti che Mara è una prostituta e la redime, lei sceglie di cercare Cristo con lui e insieme vanno a rompere i coglioni alle auto in tangenziale per chiedere agli automobilisti se credono in Gesù. I due novelli testimoni di Geova si incontrano poi con un gruppo di barboni tra cui spicca un'insolita interpretazione di Enrico Beruschi prima di conoscere la commedia televisiva (fortunatamente l'hanno doppiato). 

Tallonato dalla Polizia, il buon Giorgio salverà la vita al figlio di un poliziotto (semplicemente dicendogli di avere fede...però!), farà risorgere una ragazza che si chiama Lazzaro (una delle prime transgender?) e si becca le 39 frustate sotto forma di catenazze ad opera di un gruppo di motociclisti violenti. Folgorato sulla via di Damasco (e non purtroppo da un fulmine prima di iniziare a girare) Pier Carpi  mette in scena una parabola misticheggiante sull'uomo che cerca Cristo e se lo ritrova dentro, un hellzapoppin' dal sapore kitsch estremo dove la recitazione non sussiste, i dialoghi sono deliranti (sembrano scritti da un bambino in prima elementare) e il ritmo assale narcotico lo spettatore fino ad un finale che sembra un Jesus Christ Superstar senza musica e senza senso ed assomiglia progressivamente ad un circo equestre senza cavalli. Sorvolando sulle performance attoriali del buon Mino, quello che sconvolge in "Povero Cristo" è la pretesa di autorialità di quest'opera, dove le stesse ambientazioni psichedeliche risultano assolutamente fuori luogo, dove addirittura si cerca goffamente di rievocare l'ultima cena e le stimmate vengono provocate dai colpi di pistola. Di certo siamo di fronte ad un'opera che osa territori azzardati ma lo fa con l'incoscienza di chi cerca di lanciare un messaggio appiccicando post-it dietro la schiena dello spettatore, quest'ultimo si che, a ragion veduta, possiamo tacciare di "Povero Cristo", soprattutto per aver pagato il biglietto del cinema. 

lunedì 20 gennaio 2020

LE NOTTI DI SATANA

(La Marca del Hombre Lobo,1968)

Regia: Enrique L. Eguiluz

Cast: Paul Naschy, Dianik Zurakowska, Manuel Manzaneque

Genere: Gotico, Horror

Parla di “giovane polacco morso da uomo lupo, cerca di combattere contro la sua maledizione”

La lunga e proficua carriera dell’attore Jacinto Molina è inevitabilmente legata al personaggio del Hombre Lobo e non solo per una questione puramente commerciale. Aldilà della qualità più o meno raffazzonata de La Marca del Hombre Lobo, titolo che lanciò definitivamente la carriera dell’attore con lo pseudonimo di Paul Naschy, va sottolineato il contesto storico in cui uscì questa pellicola. Siamo infatti in pieno periodo franchista spagnolo, una dittatura conclusasi nel 1975 con la morte di Francisco Franco ma che, all’epoca di produzione del film, era permeata da un’opprimente vitalità, al punto da far diventare la Spagna il terreno ideale per gestire atmosfere cupe e minacciose. Per realizzare questo film furono trovati capitali tedeschi a condizione necessaria di mascherarne la provenienza, spacciandolo come film americano, complice lo pseudonimo affibbiato a Molina ed il nome del protagonista, Waldemar Daninsky, di evidenti origini polacche. 

Tanti espedienti, grandi sforzi ma ripagati da uno straordinario successo che diede vita ad una vera e propria saga dell’uomo lupo spagnolo. Fatte queste importanti premesse storiche non si può certo dire che il film sia riuscito un capolavoro. Siamo di fronte ad una trama che lega maledizioni ataviche simil vampiresche (il licantropo untore si risveglia da una bara quando gli estraggono un pugnale dal petto) ad una ridondante storia d’amore tra il povero e coraggioso Waldemar, morsicato dal lupo durante una battuta di caccia, e la Contessina Janice che non esita a disobbedire ai divieti paterni per inseguire il suo amato all’interno di un castello dove viene incatenato per impedirgli di uccidere. Il tutto mescolato a casaccio in un minestrone gotico dove, ad un certo punto, spuntano anche una coppia di vampiri di cui il maschio fa grande sfoggio del suo mantellone rosso che agita manco avesse le ali da pipistrello. 

Non parliamo poi dei momenti clou del film, ovvero le apparizioni del licantropo, una specie di Mon Cicci a grandezza d’uomo che sventola le braccia a casaccio tentando di afferrare l’aria anziché le sue vittime. A tutto questo si aggiungono visibili errori nello sviluppo della sceneggiatura, nel taglio del montaggio e persino nei movimenti delle luci (che invece di illuminare gli attori illuminano il muro di fianco). Detto questo non si può che ammirare il coraggio di Naschy e del regista Enrique L. Eguiluz, i quali, assieme a Jess Franco, riuscirono a portare il cinema horror in una Spagna che ancora si leccava le ferite della Guerra Civile e si preparava a riceverne ben altre sulla schiena a causa dell’oppressione dittatoriale di Franco. 

lunedì 13 gennaio 2020

PERVERSE OLTRE LE SBARRE

(1984)

Regia: Gianni Siragusa

Cast: Ajita Wilson, Rita Silva, Linda Jones

Genere: Women in Prison, Drammatico, Erotico

Parla di: “Stangona meticcia incarcerata dopo furto diamanti deve fare i conti con perversa direttrice

Tra tutti i titoli classificati come "Women in Prison" che mi è capitato di vedere,  questa pellicola di Gianni Siragusa, specialista del genere, è veramente la più grottesca, sia a livello di sceneggiatura, caratterizzata da buchi grossi come crateri e soprattutto per la sciatteria nella realizzazione che, a prescindere dal low budget, risulta veramente comica. I titoli di testa ci accompagnano su un porto dove un gruppo di faccendieri traffica con partite di pesce, uno di questi con una cassa di totani arriva a casa di una stangona chiamata Conception (interpretata dal transessuale Ajita Wilson, specialista in film a luci rosse) che lo attende nuda e vogliosa sul letto mentre lui si dedica alla pulizia dei totani. 

Mentre rabbrividiamo al pensiero del sesso al sapore di polipo avariato che si prospetta nei prossimi minuti, scopriamo che dentro ai molluschi sono stati nascosti dei sacchettini contenenti diamanti. Subito dopo il giovinotto si lascia convincere da Conception a fare un pò di sesso pesciolato seguito da una doccia (finalmente!) dove Conchita lo fa fuori per impossessarsi dei diamanti. Dopo una puntata da un vecchio ricettatore la donna viene arrestata. Nel frattempo scopriamo che i diamanti appartengono ad un organizzazione mafiosa. A questo punto si parte con il W.I.P. vero e proprio, peccato che per raffigurare il carcere utilizzino un vecchio castello fatiscente sulla scogliera, le carcerate vanno in giro con gonne, jeans e fanno la doccia con i tacchi perchè nessuno ha pensato bene di acquistare le divise da galeotte per tutto il cast. Ma la povertà si vede anche e soprattutto nelle divise delle guardie carcerarie, le donne sono vestite come le bidelle della scuola munite di manganello mentre gli uomini non hanno manco l'elmetto e girano per gli spalti del castello con delle chiome ricciolute degne di Ninetto Davoli. 

Ma il top dei top è la direttrice del carcere Rita Silva (attrice partita bene a lavorare con Luciano Salce e Lucio Fulci e poi caduta sempre più verso il cinema erotico più gretto) che si presenta in doppiopetto e subito la vediamo slinguazzare con una delle carcerate. La sua interpretazione come crudele aguzzina fa veramente piangere, non so sinceramente se l'hanno doppiata ma in certi momenti, quando la si vede parlare, sembra che la bocca sia più grande delle parole che dice. Per il resto il film non si fa mancare nulla: sesso a tutte le ore tra una guardia ricciolona, la direttrice e Conception, amore saffico, torture anali, sparatorie fintissime con armi della prima Guerra Mondiale, accoltellamenti, annegamenti nella fogna e sepolture da viva. Nel cast anche Leda Simonetti già vista in Blue Movie di Alberto Cavallone. La regia in passato è stata attribuita erroneamente a Sergio Garrone, anche lui specialista nel W.I.P. movie ed apprezzato sceneggiatore nel cinema di genere. 

giovedì 9 gennaio 2020

DEAD SUSHI

(Deddo Sushi, 2012) 

Regia Noburu Iguchi 

Cast Rina Takeda, Asami, Kentarô Shimazu 
Genere: Horror, Fantascienza, Weido, Arti Marziali, Commedia, Demenziale 

Parla di “Cuoca in erba deve combattere contro esercito di Sushi assassini” 

Nonostante da noi abbia raggiunto livelli di saturazione gastronomica a dir poco delirante, il Sushi, in Giappone, non è un cibo per tutti, anzi potremmo quasi dire che si tratta di un alimento elitario, considerato che ci vogliono anni di scienza culinaria sia per prepararlo, sia per assaporarlo. Da questo concetto primario, si sviluppa questo super Trash nipponico ad opera dell’infaticabile Ed Wood del Sol Levante, l’immarcescibile Noburu Iguchi. Protagonista è la giovane Keiko, figlia di un maestro cerimoniere del pesce crudo, dal quale viene addestrata a manipolare il riso a calci e pugni. La ragazza, esasperata, abbandona il tetto paterno e si dedica all’attività alberghiera facendosi assumere come cameriera in un assurdo albergo. 

Nelle vicinanze dell’edificio però si aggira un misterioso clochard che, umiliato dai rumorosi ospiti dell’hotel, scatena la sua magia per dare vita a orrendi bocconcini di pesce e in generale ad abbondanti porzioni di Sushi e Sashimi. Il cibo, dotato di ridicoli dentelli di gomma storti, attacca crew e ospiti dell’albergo generando un delirio supremo. Fortunatamente Keiko potrà contare su un ex cuoco e su una porzione di Sushi con frittata parlante, grazie ai quali potrà combattere la terribile piaga.Ispirandosi principalmente alla saga dei morti viventi di George A. Romero, ma anche a classiconi del trash mondiale come Attack of the Killers Tomatoes (con cui sviluppa il concetto in comune del cibo come minaccia dotata di vita propria), il buon Iguchi ci regala uno spassosissimo spettacolo nonsense, dove riso e pesce crudo sono in grado di volare e affettare le persone con micidiali squame taglienti e quando non uccidono, trasformano le vittime in zombi scatenati e sputazzanti. Ritmo indiavolato, situazioni all’eccesso, grande dispendio di sangue finto e contorsioni facciali dadaiste costituiscono gli elementi con cui il regista di Zombie Ass, The Machine Girl e il mitico RoboGeisha, confeziona la sua personale visione del cinema dell’eccesso. 

Meritevoli le coreografie di combattimenti, grazie anche all’apporto fisico della bella protagonista Rina Takeda, meno bene invece gli effetti visivi, in particolare la CGI al solito sgangherata modello Asylum e compagnia bella. Per il resto non mancano le idee estreme con seppie e polipetti che volano da tutte le parti, tonno e salmone che perforano le carni, branzini e gamberetti che si trasformano in una assurda corazzata Potemkin e un delirante uomo con la testa da merluzzo Findus che tiene le redini dell’invasione ittica. Ci si diverte parecchio ma l’ombra della noia è dietro l’angolo, soprattutto per chi conosce il cinema di Iguchi ed è abituato ad altre ben più assurde trovate di cui è ricca la sua filmografia. Nel cast spicca sensuale la pornostar giapponese Asami nel ruolo della moglie fedifraga dell’albergatore.