giovedì 26 maggio 2022

INTERFACE

(1985) 

Regia Andy Anderson 

Cast John S. Davies, Lauren Lane, Matthew Sacks 

Parla di “congrega di proto-hackers organizzano omicidi in un campus per ripulire la città dalla feccia umana” 

Fa tanta tenerezza e nostalgia l’approccio anni ottanta all’avvento della tecnologia digitale, soprattutto all’interno di un cinema marcatamente di serie zeta come quello contenuto in questo raffazzonatissimo lungometraggio diretto da Andy Anderson, regista praticamente di due soli film nel corso della sua esistenza conclusasi nel 2017. Vediamo computer preistorici, grafiche minimali e primi rudimenti di collegamenti in rete a narrare la delirante trama dove un gruppo di Hacker primordiali, mascherati con assurdi costumi e maschere realizzate con il domopack si ritrova in una stanza piena di giganteschi monitor a ordinare con voci filtrate da effetti audio anteguerra, una sorta di società segreta che organizza la morte di persone di dubbia moralità. 

A rimanerci invischiato è un professorino informatico che cerca di scoprire la causa di queste morti misteriose che infestano il campus dove lavora. Anderson mescola fantascienza e horror con toni da commedia di bassa lega dove si ostenta una lunghissima scenetta in cui il protagonista fugge per le strade vestito unicamente da una salvietta arrotolata ai fianchi, il tutto sulle spalle del povero protagonista John Davies che come attore fa quello che può ma sembra decisamente impacciato nel suo ruolo dove non si capisce cosa prendere sul serio e cosa buttare sul ridere. L’effetto generale di Interface risulta pertanto surreale come anche certi personaggi come il bulletto della scuola che ostenta una calvizie incipiente e completamente fuori posto rispetto all’età che l’attore dimostra. 

Sicuramente, del film, non si potrà dimenticare l’assurda congrega complottista e i suoi assurdi costumi dove Anderson ci attacca un po' di tutto, dai calzini appesi alle orecchie alle maschere veneziane, dai fili argentati e arricciati alle torce elettriche, dalle maschere da Hockey alle cotte di maglia in puro stile Excalibur. Il resto del film è un thriller dozzinale dove tutto è già telefonato dal principio e sinceramente, risulta difficile rimanere svegli durante la visione. Da segnalare nel film l’esordio dell’attore Lou Diamond Phillips (quello de La Bamba per intenderci) in una fugace parte iniziale come teppistello che viene fatto fuori subito.  Poi siccome anche nella peggior monnezza si può trovare qualcosa di buono, segnaliamo che nel film è presente una delle prime interazioni fra grafica computerizzata e personaggi umani con un incontro effusione tra un’attrice e un robot realizzato in CGI.

giovedì 19 maggio 2022

DEMOLITION COP

(TC 2000, 1993) 

Regia T.J. Scott 

Cast: Billy Blanks, Bolo Yeung, Bobbie Phillips 

Parla di “Vigilantes post atomici menano di brutto bande di razziatori ma un complotto interno renderà le cose difficili” 

Se il titolo originale strizzava l’occhio al Terminator di Cameron, non si può dire che i distributori nostrani non abbiano avuto mano pesante nell’ideare il titolo di importazione, puntando al quasi contemporaneo successo di Stallone (Demolition Man). In entrambi i casi il titolo ben rappresenta l’accozzaglia di situazioni viste e straviste, buone solo come scusa per riempire lo schermo di muscolosi tamarri pronti a darsele di santa ragione. Siamo in un’atmosfera post apocalittica dove il mondo non ha più molte risorse da offrire all’umanità, se non quelle ben protette all’interno di fortezze organizzate. Chi resta fuori è lasciato in balia di sé stesso ma soprattutto di criminali e assassini di vario tipo, gli stessi che, periodicamente tentano di forzare i campi magnetici a protezione della fortezza per razziare e distruggere ciò che a loro è negato. 

A impedire che questo avvenga ci sono questi vigilantes in motocicletta che spuntano fuori a sparare e menar le mani, tra questi i migliori sono il nero Jason Storm (Billy Blanks) e la sua inseparabile collega Zoey (Bobbie Phillips). Quest’ultima viene ferita gravemente durante un agguato e i membri corrotti del settore scientifico della fortezza la trasformano in una specie di androide invincibile, assoggettato al cattivo di turno. Il rimescolamento del cinema action con arti marziali e fantascienza pop trova in questa pellicola, un esemplare perfetto, con tanto di rassegna di vecchie glorie del genere come Billy Blanks, Bolo Yeung e Mathias Hues la cui filmografia sembra la lista della spesa di un cenone natalizio. Botte da orbi, sparatorie con finti laser che scoppiettano, grande rigonfiamento di bicipiti e quadricipiti ma soprattutto un ridicolo taglio di capelli sfoggiato da Blanks per tutto il film, probabilmente copiato da Wesley Snipes per il ruolo di Blade. 

Yeung fa impressione fisicamente anche perché l’enorme stazza muscolare fa letteralmente a pugni con la sua altezza da orientale, in pratica sembra un armadietto gommoso che fa le mossette con delle braccia che assumono circonferenze impossibili. Chi ama l’eccesso tout-court non potrà che apprezzare la sempliciotta messa in scena con tecnologie d’avanguardia (se il top del vostro pacchetto informatico era il Vic 20), le scenografie cartonate da giorno dopo la fine del mondo ricordano tanto il raffazzonato mondo del postatomico italiano stile I predatori dell’anno Omega e i combattimenti si prolungano fino allo sfinimento del povero spettatore che rivede sempre la stessa scena di lotta in uno squallido deja-vu. Insomma una parata di gonfiori così difficilmente lascerà indifferenti, si potrebbe quasi pensare che riescano a coinvolgere il pubblico al punto che anche allo spettatore, prima o poi, gli si debba gonfiare qualcosa, leggermente più in basso degli addominali. 

giovedì 12 maggio 2022

ZOMBI 2

(1979)

Regia Lucio Fulci 

Cast Tisa Farrow, Olga Karlatos, Ian McCulloch 

Parla di “ staff di medici indaga su isola caraibica in preda a invasione zombie” 


Una scena emblematica del blockbusterone americano "Warm Bodies" ci mostra il protagonista confrontato con la copertina del blu-ray di Zombie Flesh Eaters, versione americana del film di Lucio Fulci uscito con il titolo "Zombi 2". Una conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dello straordinario affetto che questo titolo si è conquistato tra gli appassionati d'oltreoceano in poco più di 30 anni. Già negli anni passati, sfogliando autorevoli libri di cinema horror stranieri capitava di adocchiare alcune foto di scena del film, oltremodo raccapriccianti e proprio per questo motivo entrate nel mito grazie allo straordinario lavoro del bravo Giannetto de Rossi, capace di trasformare gli zombi ciondoloni in maschere quasi espressionistiche ma di potente suggestione. 

La storia poi riporta il tema degli zombi alla loro origine, ambientandola su un'isola caraibica considerata maledetta dagli indigeni, dove un medico alcolizzato cerca disperatamente di curare il virus che trasforma i morti in cannibali ambulanti, accentuandone la radice religioso-tribale mutuata dal costante suono dei tamburi vudù. Il modello ispiratore di Fulci non diventa quindi Romero, ma i classici in bianco e nero come "White Zombie" o "I walked with a zombie", ovviamente non disdegnando di rendere i morti viventi affamati di carne umana nella migliore tradizione horror anni ottanta, anche e soprattutto per alzare l'asticella dello splatter a quei livelli insostenibili a cui il maestro ci ha abituato. C’è da dire che, a parte la deorbitazione di Olga Karlatos (ancor oggi disturbante) non è che il film faccia così impressione. Lo spettatore moderno, abituato a pasti cannibalistici di ben altro spessore troverà poco più di qualche esplosione di cranio e morsi alla giugulare per saziare le proprie pulsioni gore. 

Sarà invece lo spettatore weirdo ad abbeverarsi alla fonte più estrema del cinema trash italiano di quegli anni, considerati non a torto, il punto di non ritorno del bizzarro tricolore. Basta infatti una scena, una sola per elevare quest'opera fra i cult assoluti di un cinema povero e coraggioso che ben conosciamo, l'incredibile e improbabile scontro tra un pescecane (più simile a uno squalo nutrice però...) e uno zombie che arriva addirittura a mordere l'animale nel sottopancia prima di essere privato di un braccio in quello che è un evidente manichino. La musica dell'immancabile Frizzi passa da atmosfere festose e ritmi latinoamericani a picchi di psichedelia proto elettronica che spaventano più di quello che si vede sullo schermo. Finale apocalittico da manuale mentre sullo sfondo le torri gemelle vengono avvolte da una nuvola che ci profetizza a suo modo quello che accadrà anni dopo in quel triste 11 settembre di cui tutti abbiamo memoria. 

giovedì 5 maggio 2022

GUNAN IL GUERRIERO

(1982)

Regia: Mark Shannon 

Cast: Pietro Torrisi, Sabrina Siani, Emilio Messina 

Parla di “ copycat del barbaro cimmeriano che si sdoppia in una truce rivalità tra fratelli, spadone che uccidono al tocco e gnoccone bionde” 

In Italia abbiamo fatto anche questo, sulla cresta dell'onda del successo di Conan il Barbaro, anche Cinecittà doveva dire la sua storpiando leggermente il nome in Gunan e sostituendo Schwarzenegger con il mister muscolo de noiartri Pietro Torrisi anglofonizzato in Peter McCoy. Autore di questo "miracolo" è il sempiterno Franco Prosperi che si firma Mark Shannon e lavora a cottimo cercando di allungare a ottanta minuti scarsi una trama che si sarebbe ampiamente svolta in mezz'ora. Impresa non facile ma Prosperi ci dà dentro con introduzioni e voci fuori campo mentre sullo schermo scorrazzano allegre scene spaziali e addirittura in prima istanza ci sbatte dentro anche una lotta fra dinosauri a passo uno rubata addirittura al film "Un milione d'anni fa". 

Non contento sviluppa le scene di battaglia tra il nerboruto barbaro e i cattivi di turno (in questo caso una banda di predoni che gli ha sterminato la famiglia) con ralenty al limite della sopportazione e a metà ci sbatte dentro anche la storiella d'amore tra Gunan e una gnoccona bionda che gira quasi sempre ignuda e risponde al nome di Sabrina Siani, modella protagonista di una lunga carrellata di commedie sexy e fantasy all'italiana. La storia vede protagonisti due barbaroni gemelli sopravvissuti in culla al massacro del loro popolo che si contendono l'eredità e il nome di Gunan, dopo un paio di prove atletiche abbastanza ridicole, il nostro eroe diviene a tutti gli effetti l'erede del suo popolo ma il fratellone non ci sta, ruba il medaglione di appartenenza e affronta i nemici restandoci secco. 

Tocca al vero Gunan vendicare la famiglia e lo fa a colpi di spadone che basta tocchi i guerrieri per ucciderli, non solo dopo venti o trenta uomini infilzati non è manco sporca di sangue. Il trash regna sovrano e trova il suo degno apice nello stopposo parrucchino frangettato che indossa il gemello interpretato dallo stuntman Giovanni Cianfriglia, volto noto nel cinema B nostrano soprattutto nelle pellicole di Bud Spencer e Terence Hill. Poi ci sono le amazzoni, occasione per regalarci un pò di chiappe e tette ma soprattutto la Siani che, per quanto risulti espressiva come una lonza marinata, ci regala uno dei culi più belli di tutto il cinema italiano.

mercoledì 20 aprile 2022

DEADBEAT AT DAWN

(1988) 

Regia Jim Van Bebber 

Cast: Jim Van Bebber, Megan Murphy, Marc Pitman 

Genere: Azione, Thriller, Gore 

Parla di “capo di banda teppisti decide di cambiare vita ma gli ammazzano la fidanzata e quindi poi, non cambia un cazzo…” 

Violento, malsano e deliziosamente gore, l’esordio al lungometraggio di Jim Van Bebber è il gang-movie che la Troma avrebbe voluto realizzare ma non lo ha mai fatto. Ambientato in una cornice degradata e perfettamente reale, tra appartamenti senza finestre che si chiudono con il lucchetto all’esterno, palazzi diroccati e cimiteri come teatro di scontro fra bande, questo film si fa vanto dell’inesistenza di un budget e lo sfrutta a suo vantaggio, garantendo però un’invidiabile perizia tecnica sia nel montaggio che nelle scene d’azione, straordinarie e dinamiche al punto che lo spettatore non riuscirà a staccare gli occhi dallo schermo per tutti gli ottanta minuti. Ma oltre all’elemento degrado, la confezione grezza, quasi amatoriale, il film vanta una ferocia sanguinolenta fuori dall’ordinario che trova la sua massima espressione nell’adrenalinico e brutale scontro finale. Il protagonista è un marcantonio capellone esperto di arti marziali che si fa chiamare ironicamente Goose, (interpretato dallo stesso regista) capo della banda dei Ravens con cui le suona di santa ragione alla banda rivale degli Spiders. 

Ma la fidanzata Christie (Megan Murphy), appassionata di esoterismo, tenta di far cambiare vita a Goose e quando vi riesce ecco che due ceffi della band rivale la uccidono a colpi di mazza da golf (del resto Christie aveva consultato una tavoletta Ouja che gli aveva predetto la morte pochi minuti prima). Tornato a casa dopo aver venduto una partita di droga, Goose scopre il cadavere della fidanzata e disperato, non trova nulla di meglio che seppellirne i resti in un tritarifiuti. Solo a raccontare questa prima parte si capisce che Van Bebber alza l’asticella del weirdo ai massimi livelli, puntando su una cattiveria gratuita quasi parodistica. Il proseguo del film vede il giovane finire in casa del padre, uno schizzatissimo veterano del Viet-nam tossicodipendente che cerca di prenderlo a mannaiate per rubargli i soldi. Dopo essersi ubriacato e aver sfasciato mezzo Pub, Goose torna nella sua banda primordiale e partecipa ad una rapina ai danni di un furgone portavalori organizzata insieme con la banda antagonista degli Spiders ma al momento della spartizione del bottino le cose degenerano. 

Duelli a coltellate, combattimenti con nunchaku e shuriken nella miglior tradizione orientale, sangue e ferite aperte, corse e sparatorie, non manca proprio nulla nell’immaginario suburbano del film di Van Bebber, per certi versi affine al celebre Combat Shock di Buddy Giovinazzo, almeno per quanto riguarda le ambientazioni disastrate. Stupisce inoltre la recitazione, spesso sopra le righe, ma efficace, in particolare per il folle padre di Goose ma soprattutto per Bonecrusher (Marc Pitman) lo psicopatico teppista degli Spiders che uccide a colpi di mazza la fidanzata del protagonista. Sfortunato a livello distributivo, Deadbeat at dawn è “I guerrieri della notte” mescolato a “Bad Taste”, un film estremo e sporco, imperfetto e squisitamente trash a cui non si può non voler bene.  


giovedì 14 aprile 2022

BLACKENSTEIN

 (1972) 

Regia William A. Lewey 

Cast Ivory Stone, John Hart, Joe De Sue 

Genere: Blacksploitation, Horror 

Parla di “Veterano del Vietnam si fa riattaccare braccia e gambe da celebre chirurgo ma l’operazione lo trasforma in mostro” 

Il successo di Blacula (1972) ebbe come naturale conseguenza, in ambito blacksploitation, quello di andare a recuperare il celebre personaggio del romanzo di Mary Shelley per realizzarne una versione all black. L’idea venne al produttore/sceneggiatore Frank R. Saletri, il quale disgraziatamente, non aveva mai avuto prima di allora, alcun contatto con la settima arte. Saletri era infatti un avvocato penalista che nel 1982 fu ucciso con un colpo di pistola, l’autore del delitto non fu mai scoperto. Alla regia fu messo l’esordiente William A. Lewey che, anche in seguito, non brillò mai per la qualità del suo lavoro, al punto che viene ricordato soprattutto per un fantaporno intitolato Wham Bam Thank you! Spaceman (che in Italia giunse con il titolo “Incontri Erotici del quarto tipo”). Protagonista nella parte della creatura è invece il gigantesco Joe De Sue che leggenda vuole fosse un cliente di Saletri il quale lo scelse espressamente per la parte. 

Che De Sue non fosse un attore lo si capisce subito guardandone l’interpretazione di Eddie, sfortunato veterano del Viet-nam al quale la sporca guerra ha privato di tutti e quattro gli arti. Per rimediare al danno subito, la sua fidanzata, la dottoressa Winifred Walker (Ivory Stone) si rivolge al celebre chirurgo Dott. Stein (John Hart), nella sala d’aspetto ci scontriamo subito con un’inquietante statua della Madonna ad altezza d’uomo che rende oltremodo straniante l’incipit del film. Tutto si svolge all’interno della villa castello del chirurgo, dove sono ricoverati anche due strani pazienti, un vecchio al quale il medico aveva riattaccato le gambe ed una novantenne ringiovanita di almeno quarant’anni. La tecnica del dottor Stein applica infatti, alla chirurgia tradizionale, anche l’uso di pozioni a base di DNA per rigenerare i tessuti. Ed infatti, in prima istanza, l’operazione a Eddie è un completo successo, se nonchè l’assistente Malcomb (Roosevelt Jackson), invaghito di Winifred, pasticcia con le pozioni generando nel gigantesco nero una mutazione che lo porterà a trasformarsi in un gigantesco mostro assassino. Le apparizioni del Frankenstein nero sono immerse in una fotografia confusa e oscura, che tenta di giocare con le ombre e si dimentica del ritmo trasformando le passeggiate della creatura in un incubo di noia per lo spettatore. Le aggressioni del mostro sono ridicole, le vittime infatti, invece di scappare, cercano tutte di assalirlo con conseguenze mortali. 

Immancabile poi la presenza di due detective (uno bianco anziano, uno giovane, nero e aitante) che seguono la vicenda in coda garantendo l’inutilità delle forze dell’ordine. Il mostro passa il tempo a camminare in puro zombie style, truccato con un ridicolo mascherone facciale che, almeno, nasconde l’incapacità recitativa di De Sue, mentre l’audio ci propina il suo ringhio ossessivo e un battito cardiaco incessante al posto della colonna sonora. Non è ben chiaro come la creatura riesca a sbudellare le sue vittime e soprattutto perché, successivamente, si metta a giocare con gli intestini (forse un rimando alla propria infanzia?), fatto sta che gli attori corrono da una parte e si ritrovano, nella scena dopo, sempre allo stesso punto di fronte al mostro, lo attaccano e si ritrovano morti nella sequenza dopo. Misteri del montaggio? In Blackenstein manca poi la variante comica che permeava invece “Blacula”. Qui tutto si prende troppo sul serio anche se poi lo spettatore troverà comunque elementi per farsi una risata, pur involontaria. Nel cast anche il caratterista John Dennis (Frankenstein Junior, Soylent Green) nella parte di un odioso infermiere. 

giovedì 7 aprile 2022

HELLGATE

 (1989) 

Regia William A. Levey 

Cast Abigail Wolcott, Ron Palillo, Carel Trichardt 

Genere: Horror 

Parla di “giovanotto investe una ragazza che si scopre essere il fantasma di una finta teen ager uccisa anni prima” 

William A. Levey non è nuovo alle nostre pagine, non tanto per la disgressione blacksploitation horror di Blackenstein (1973) quanto per l’assurdo porno sci-fi Wham Bham Thank you! Spaceman (1975) che nei nostri cinemini a luci rosse esordì con il titolo “Incontri erotici del quarto tipo”. Spostatosi a girare in Sudafrica nel 1989 con un budget decisamente più sapido, il nostro ci estrae dal cilindro questo ancor più allucinato horror che sarà anche il penultimo lavoro della sua carriera registica. Un trio di amici davanti al focherello di una casetta isolata attende l’arrivo di Matt (interpretato da Ron Palillo conosciuto per la sua partecipazione nel telefilm I ragazzi del Sabato Sera in cui bazzicava anche John Travolta) e per passare il tempo si raccontano la storia della cittadina di Hellgate dove la giovane e avvenente Josie (Abigail Wolcott) viene rapita e uccisa da una gang di motociclisti. 

In questa specie di flashback si intravede tutta l’essenza Camp dell’opera con un’ambientazione finto anni cinquanta talmente spoglia e disadorna da essere adorabile. La ragazza è vestita da studentessa ma con gli anni di Noè, anche se l’unica cosa che si nota di lei per tutto il film sono le lunghissime gambe. Il padre di Lei, nel tentativo di salvarla, perde una mano e quindi lo vediamo con una sorta di moncherino rinforzato che lo fa assomigliare ad un guantone da box. Non contento di questa carnevalata, l’autore del film ci regala il ritrovamento di una specie di cristallo che emette raggi laser dipinti su pellicola nella miglior tradizione del fanta trash anni ottanta, ma lo zenith si raggiunge quando uno dei raggi colpisce la vasca di un pesce rosso ingigantendolo fino a diventare una specie di mostruoso piranha dalla vita brevissima, visto che poi esplode in mille pezzi. La produzione, qui, realizza veri e propri animatroni che agitano coda e bocca ma sono talmente fatti male che nello spettatore non può che salire un moto di tenerezza. Finisce il racconto e arriva Matt che incontra, ad un distributore, un assurdo colosso biondo e sbrindellato e una cameriera truccata da Cindy Lauper che ci prova con un savoir faire a dir poco imbarazzante, salvo poi quasi investire il fantasma di Josie che se lo porta in casa per sedurlo. Ma la pomiciata si complica con l’arrivo di Lucas, il padre di Josie (Carel Trichardt che sembra un sosia di John Astin), a cui l’uso incontrollato del cristallo ha sfregiato il viso obbligandolo a piazzare sulle ferite delle lastre di metallo (Mah!). 

Da qui in poi Hellgate si trasforma in un casino incredibile, pieno di mostri, ballerine di can can fantasma, zombie assurdi, donne con occhi blu elettrico e finte case scenografiche che esplodono. Gli attori recitano tra il serio e il faceto, rendendo impossibile capire se stiamo guardando un horror o una commedia stupidotta (verosimilmente stiamo assistendo ad un film stupidotto punto e basta). Il direttore della fotografia non lesina sulla saturazione dei colori di scena e l’uso dei ralenty raggiunge l’apoteosi della lentezza narrativa a cui l’imperizia del montatore da il colpo di grazia definitivo. Alla fine tutto si risolve per il meglio anche se il dubbio circa l’autenticità delle tette della Wolcott rimarrà comunque uno dei misteri insondati di questo aberrante filmaccio.