giovedì 21 dicembre 2023

MY LOVELY BURNT BROTHER AND HIS SQUASHED BRAIN

(1988) 

Regia Giovanni Arduino e Andrea Lioy 

Cast John J. Bridge, Nick Tortone, Bernie Burnt 

Parla di “igienista dentale pazza manovra fratello ustionato per vendicarsi dei pazienti bulli” 

Quando si dice che il tempo migliora la qualità delle cose ci si potrebbe riferire in modo preciso a questo film amatoriale datato 1988 e realizzato in 16 mm da due pazzi (almeno all’epoca) di nome Giovanni Arduino e Andrea Lioy. Il miglioramento ovviamente non riguarda certo la qualità dell’opera stessa quanto l’aura di cult che, negli anni ha smosso l’interesse verso questo assurdo pasticciaccio gore punk underground. Realizzato in maniera rozza e improvvisata, con attori che danno il peggio di loro stessi, effetti artigianali realizzati con quello che si trovava lì in giro, una trama scritta in due paginette che ha il solo scopo di dare un senso all’accozzaglia di immagini disturbate da una pessima copia in vhs che gira da anni sul tubo e che rimane purtroppo l’unica testimonianza di un’opera comunque unica nel suo genere. Già il trovare un Lewis Waters nel cast dei titoli di testa (ovviamente pregno di nomi finti e inventati alla cazzo) fa capire subito il genere di cinema a cui i due schizzati registi e produttori vogliono riferirsi, un cinema povero, poverissimo ed estremo, shockante e ultra gore. 

Purtroppo nemmeno in questo il film centra il bersaglio, il gore e lo shock infatti latitano se non in qualche scenetta dove vengono spruzzate generose dosi di sangue finto. Dove invece il film funziona è il reparto follia e cattivo gusto, sin dalle prime inquadrature vediamo quasi un fermo immagine del produttore (o chi per esso) che ad un certo punto muove le labbra solo per dire che “il film fa schifo” e da qui in poi non c’è possibilità di fraintendimento riguardo agli intenti dell’opera. La storia,  o perlomeno il collante che tenta di dare un senso al tutto, si incentra su Jenny, un’igienista dentale impiegata nello studio di un medico perennemente attaccato alla bottiglia. Capelli a caschetto, occhialoni scuri e risata satanica tirata via con le tenaglie, Jenny  viene bullizzata da un gruppo di deficienti e decide di vendicarsi con l’aiuto di Bernie, il fratello deforme, la cui faccia è celata dietro un cappuccio bianco del Ku- Klux – Klan, al quale la ragazza regala generose dosi di Novocaina per lenire il dolore delle ustioni. Vediamo quindi susseguirsi sullo schermo una serie di originali quanto rozzi omicidi. La prima vittima viene massacrata mentre amoreggia con una bambola gonfiabile, il secondo, che è un tossico, viene ucciso con una multipla overdose che gli fa schizzare sangue fuori dal corpo fino a ricoprirlo completamente. 

Il terzo, dedito a divorare popcorn e guardare un donnone che fa il bagno nuda in televisione, cerca di fuggire ma Bernie, prima gli versa il caffè bollente sulla mano, e poi gli piazza la faccia dentro un’affettatrice di salumi, il tutto con dovizia di particolari ma con una tale imperizia registica da rendere ogni sequenza goffa e assurda. Il momento clou è quando una tizia (una venditrice porta a porta di prodotti da bagno che periodicamente importuna Jenny) muore nella vasca da bagno divorata da anguille assassine con tanto di intervento dello scienziato di turno che interrompe la scena e cerca di spiegarci la natura di questi animali. A indagare sugli omicidi una punk detective alla quale hanno ucciso il padre (che si vede in vari flashback mentre qualcuno, fuori campo, tenta grossolanamente di farlo fuori). Nel finale vedremo le fattezze reali di Bernie, al quale hanno piazzato un’assurdo mascherone realizzato, probabilmente, con la cartapesta, che lo fa sembrare un’enorme cotoletta alla milanese. Ad allungare il brodo del metraggio ogni tanto spuntano esibizioni in sala prove del gruppo post punk The Sick Rose, forse il momento migliore del film. Inedita in Italia, la pellicola ha avuto una piccola distribuzione all’estero ma oggi, come confermatomi da Arduino stesso in una recente chiacchierata su Facebook, il master video è andato perduto per cui, non ci resta che goderci quest’assurda follia in un’unica pessima edizione che, se non altro, enfatizza l’aspetto vintage dell’opera. 

giovedì 14 dicembre 2023

LA GUERRA DEI MUTANTI

(Mutant Hunt, 1987) 

Regia Tim Kincaid 

Cast Rick Gianasi, Bill Peterson, Mary Fahey 

Parla di “cattivone del futuro prossimo impoverito dalla mancanza di budget, tenta di trasformare androidi in assassini ma questi invece iniziano a sorridere come deficienti” 

Se pensavate che con “Robot Holocaust” il regista Tim Kincaid avesse detto l’ultima parola in fatto di trash movie, vi siete sbagliati di brutto. Si perché mentre il regista americano, oggi divenuto un nome di punta nel genere porno gay, spennellava mostriciattoli di gomma e improbabili robot di cartapesta, in contemporanea preparava un altro capolavoro del brutto,  se possibile anche peggiore. Parliamo di Mutant Hunt, altra perla imperdibile per chi pensa che gli anni ottanta siano stati il canto del cigno del peggior cinema trash di genere, uscito da noi in sordina con il titolo “La Guerra dei Mutanti”, “Mutant Hunt” tenta di sfruttare la corrente filmica sulla scia del successo di “Terminator” ma senza il becco di un quattrino, e purtroppo per lui, non tenta neanche di mascherare questa pochezza di intenti. Nelle prime scene c’è Z (Bill Peterson) una sorta di imprenditore del futuro con un vestito assurdo che estremizza la moda delle spalline gonfiate degli eighties. 

Il viscido manager scopre che una certa sostanza inserita nei pacifici androidi operai (chiamati, almeno nel doppiaggio italiano, inspiegabilmente mutanti), li trasforma in assassini e confeziona così un’arma da vendere in giro per il mondo. A contrastarlo ci sono un gruppo di cacciatori di androidi (Blade Runner docet) vestiti con orrende tutine verdi e muscolazzi in bella mostra. Dal canto loro gli androidi hanno tutti un taglio di capelli a zazzera e occhiali da sole mentre sfoderano assurdi sorrisi da deficienti. La cosa divertente è che per tutto il film i robot ammazzano solo le donne mentre i maschi riescono sempre a fargli il culo con improbabili mosse di kung fu. Poi quando gli androidi afferrano una vittima sembra che effettuino una mossa di balletto sollevando in alto per i fianchi le persone per poi buttarle contro il muro o lanciarle fuori dalla finestra. Siccome poi al peggio non c’è mai fine, ai robot viene dato anche il potere di allungare gli arti con sequenze oltre ogni comicità ragionevole. 

C’è anche un cyborg tutto sgarruppato che riesce a parlare e pensare meglio degli altri colleghi più in forma, lo vediamo con la bocca staccata e un lampeggiante in gola che ricorda uno stronzo penzolante. Il tutto si svolge all’interno di una specie di capannone pieno di finestre e balconi in cemento grezzo, un set probabilmente riciclato in qualche ex carcere o roba del genere. Le scene di action, se fossero girate da tartarughe (non ninja ovviamente) sarebbero poi più adrenaliniche, ma Kincaid da comunque il meglio nei dialoghi assurdi del tipo “Ti ho messo una bomba nel collo, se non parli ti faccio esplodere” – “Parlo ma solo se mi togli la bomba dal collo” – “D’accordo ti tolgo la bomba ma poi parli eh!” (Vi lascio immaginare la conclusione della scena più cretina al mondo). Nel finale arriva anche l’apoteosi del ridicolo con un mostruoso androide bendato come una mummia e spacciato inizialmente come la quintessenza dell’erotismo che si rivela di una bruttezza assurda con un faccione da mangiatore di hamburger. Diciamocela tutta, pochi registi hanno osato regalare al cinema tanta pochezza e povertà, fra questi Kincaid è un vero e proprio diamante grezzo. Del resto dai diamanti non nasce niente mentre dalla merda… 

giovedì 30 novembre 2023

STING OF DEATH

(1966) 

Regia William Grefè 

Cast Joe Morrison, Valerie Hawkins, John Vella 

Parla di “inserviente sfregiato tenta il riscatto sociale trasformandosi in un uomo medusa” 

La prima parola che ti viene da pensare guardando questo film è “poraccitudine”, termine coniato nell’antico impero romano per definire la condizione di schiavitù o comunque di indigenza delle persone meno abbienti. La sensazione di povertà nell’opera di William Grefè (regista di Mako, lo squalo della morte e Tartù lo stregone maledetto) è evidente soprattutto nella realizzazione del mostro protagonista, l’uomo medusa, un poraccio col volto deturpato che si trasforma in un sommozzatore zozzone con tanto di pinne da snorkeling, una serie di cordini colorati che penzolano dalle spalle e un’assurdo sacco della monnezza trasparente, gonfiato come un palloncino, da cui si intravedono le forme del volto della povera comparsa che probabilmente ha rischiato di morire soffocata durante le riprese. 

La pellicola appartiene al genere beachsploitation, ovvero quella serie di spettacoli da double bill dei drive in estivi dove coppiette sfigate che non potevano andare in spiaggia si consolavano guardando film pieni di ragazzi che invece in spiaggia ci andavano. La variante beach o surfsploitation, si arricchiva di tanto in tanto di connotazioni horror a basso costo con mostri dalla bocca di salsiccia (The horror at party beach) o umanoidi pesciolati ripieni di alghe di stoffa (The beach girls and the monster). Quello che non mancava mai in questi spettacoli (realizzati tutti dal 1965 fino al 1968) sono la musica surf o twist, come in questo caso, le ragazze che ballano seminude in spiaggia e i fustacchioni con improbabili costumini colorati. Tutti elementi che in “Sting of death” vengono messi abbondantemente in evidenza generando un’estetica kitsch colorata al limite del psichedelico. 

La trama è molto semplice, c’è un gruppo di ragazzi che vengono decimati in modo orrendo, riportando ustioni sul volto e sul corpo, una famigliola, capitanata da un biologo (Joe Morrison) con un orrendo porro sulla fronte, indaga e scopre che il colpevole è un uomo medusa che spunta dall’acqua all’improvviso, più per l’imperizia del montatore che per l’abilità della creatura di cui, per quasi tutto il film, vedremo inquadrate solo le mani (che indossano dei guanti da giardiniere anneriti), le gambe (una tuta da sommozzatore) e ovviamente i piedi (delle pinne da sub). Quello che più sconvolge lo spettatore, è che tutto questo ci viene mostrato nella sua bruttezza senza alcuna vergogna, con un’innocenza quasi commovente, come a dire: “Siamo poveretti e non ci vergogniamo di farvelo notare, anche se il costo del biglietto non cambia!”. 

Ma se superate l’imbarazzo del costume del mostro allora potete anche tentare di restare svegli durante infiniti dialoghi fra improbabili protagonisti e lunghe quanto noiose corse sull’hovercraft in mezzo alle mangrovie per poi godervi finalmente alcune mostruose medusette di gomma rilasciate in mare a danno dei bagnanti che, quando riescono a non ridere davanti alla telecamera, si mostrano 

giovedì 23 novembre 2023

THE SLAYER

(1982)

Regia J.S. Cardone

Cast Alan McRae, Sarah Kendall, Frederick Flynn

Parla di “Artista affetta da incubi va in vacanza su un’isola di merda che è pure abitata da un mostro assassino”

La partenza al fulmicotone delle prime sequenze di questo horror/slasher a basso costo non deve trarre in inganno lo spettatore, dopo pochi minuti da quando la protagonista Sarah Kendall viene abbrancata da un paio di zampe demoniache, ci accorgeremo infatti che non succede più un cazzo. L’esordio al cinema del mestierante J.S. Cardone (che realizzerà una manciata di titoli di serie B fino all’apoteosi nel 2006 con il bruttissimo Zombies – La vendetta degli innocenti) è un horror a basso costo incentrato sulla figura di Kay, (La Kendall in modalità scream queen) una giovane artista con evidenti turbe psichiche derivanti da una serie di incubi da cui è afflitta. 

Il baffuto fidanzato David (Alan McRae) non trova niente di meglio, per tirarla su, che organizzare una vacanza a quattro in una squallidissima isola deserta, dove l’unico sport ammesso è la pesca e l’unico luogo abitato è una casa in legno piuttosto malmessa affiancata da una specie di magazzino per pescatori che, oltretutto Kay ha già visto nei suoi incubi. Siccome al peggio non c’è mai fine, è previsto pure l’arrivo di un uragano che amplificherà il loro isolamento. Dulcis in fundo la presenza di un mostro assassino che è la cosa migliore del film ma che, ovviamente, vedremo solo per dieci secondi dieci nel finale. 

Il resto è di una lentezza ammorbante, con una serie di omicidi ai danni dei quattro attori del cast. David verrà decapitato e qui siamo in presenza di una scena di necrofilia involontaria con Kay che limona nel letto con il fidanzato ma si accorge troppo tardi che sta baciando solo la sua testa avvolta nelle coperte. L’amico Eric (Frederick Flynn) viene letteralmente catturato con una canna da pesca e trascinato in mare mentre la sua ragazza Brooke (Carol Kottenbrook) è presa a forconate nel magazzino. In tutto questo la Kendall trasforma quello che poteva essere un discreto horror in una farsa ridicola con una recitazione che definire fuori dalle righe è quasi un complimento. 

L’attrice, infatti, (la cui interpretazione assurda stroncherà sul nascere la carriera e, diciamolo…grazie al cielo!) strabuzza gli occhioni a livello esagerato, sputa l’anima dai polmoni strillando come una gallina impazzita. Va detto che la trama, per certi versi, anticipa di un paio d’anni le tematiche del sonno e dell’incubo che faranno la fortuna di A Nightmare on Elm Street. La Kendall, infatti, assediata dal mostro, tenta di mantenersi sveglia in tutti i modi, arrivando a bruciarsi le mani con una sigaretta, ma non c’è nulla da fare, perché l’incubo finale, quello che chiude in bellezza tutta l’opera, si rivelerà nelle terrificanti spoglie di un tenero gattino con il fiocchetto lasciando basiti e sconvolti gli spettatori, ai quali non è stata data nemmeno la possibilità di rimanere svegli fino alla fine.

giovedì 16 novembre 2023

MR. VAMPIRE

(Geung see sin sang, 1985) 

Regia Ricky Lau 

Cast Ricky Hui, Ching-Ying Lam, Siu-Fung Wong 

Parla di “Santone col vizietto dell’esorcismo sgomina vampiri e demoni aiutato (male) dai suoi stupidi discepoli” 

Molto conosciuto tra gli appassionati di cinema orientale, un po meno tra gli aficionados del brutto tout court cinematografico,  il film di Ricky Lau è un vero e proprio contenitore exploitation dove la commedia di genere slapstick si mescola con il cinema di arti marziali e l’horror di tradizione cinese. Non a caso la produzione viene affidata all’attore e regista Sammo Hung che aveva già miscelato i tre generi nel suo Encounters of the Spooky Kind (1980) dando vita al genere jiangshi, ovvero portando sullo schermo i vampiri della tradizione flokloristica cinese, quelli, per intenderci, che zampettano in file ordinate e li risvegli solo togliendo dalla fronte una pergamena che reca un sortilegio esorcistico. Ovviamente anche “Geung See Sin Sang” utilizza gli jiangshi a piene mani esponendoli a scene umoristiche decisamente weird dove i protagonisti, per non farsi vedere dai vampiri, sono costretti a trattenere il respiro (che sarebbe poi il cibo essenziale dei morti viventi) esponendosi a smorfie assurde.

Il protagonista assoluto del film è il maestro Kau (Ching-Ying Lam) che contrasta lo stile sbarazzino del film con un aspetto serioso e perennemente incazzato, ma dotato di conoscenze infinite nel trattamento dei vampiri, al punto da essere interpellato dal riccone di un villaggio per risolvere il caso della morte sospetta di un parente. Manco a farlo apposta si troverà ad affrontare un vampiro, anzi una serie di vampiri saltellanti in doppia fila indiana. Ad aiutarlo nelle sue avventure troviamo il tonto Man-Choi (Ricky Hui) succcessivamente vampirizzato dando vita ad una scenetta surreale dove sfoggia lunghi artigli azzurri come fosse un’indossatrice di alta moda. Accanto a Man-Choi troviamo il giovane Chau (Chin Siu-ho) che nell’ultima mezz’ora verrà ammaliato da uno splendido fantasma di nome Jade (interpretata da una Siu-Fung Wong che da sola merita la visione). 

Come impatto visivo Mr. Vampire sta nel mezzo tra Storie di Fantasmi Cinesi e La Leggenda dei 7 vampiri d’oro della Hammer, con un’impronta alla Buster Keaton soprattutto grazie alle performance dei due aiutanti che ne combinano una dietro l’altra. Scopriamo che il vampirismo può essere curato con una miscela di riso lungo, sul quale il vampiro  subisce lo stesso trattamento della luce del sole, apprendiamo che i vampiri possono essere sepolti con la bara in verticale (è anche un bel risparmio di terreno!) e che strofinandosi due foglie sugli occhi si può vedere il reale volto di un ammaliante spettro deturpato con tanto di occhio pendulo.

Non tutte le gag centrano il bersaglio (l’equivoco del negoziante che scambia la nipote del possidente per una prostituta è penoso) e ci sono purtroppo un paio di uccisioni di animali (un gallo ed un serpente) oltre a qualche situazione veramente troppo surreale (i poliziotti che entrano in una grotta e vengono assaliti da una controfigura con indosso un fintissimo costume da gorilla), ma nel complesso la realizzazione è gradevole, con un occhio sorprendente alla fotografia che richiama il gotico occidentale pur con tempistiche decisamente superate. Rimane comunque uno straordinario successo per il cinema di genere orientale, successo che diede il via ad una vera e propria saga conclusasi nel 1992. 

giovedì 9 novembre 2023

EVVIVA LA LIBERTA’

(Mr. Freedom, 1968) 

Regia William Klein 

Cast John Abbey, Philippe Noiret, Donald Pleasence 

Parla di “Supereroe a stelle e strisce giunge in Francia per sgominare eversivi rossi ma non gli andrà tanto bene” 

Perfettamente allineato con i movimenti del cosiddetto Maggio francese del 1968, il film di William Klein è una farsa grottesca che mira a ridicolizzare l’imperialismo americano dell’epoca (visto che poi tale imperialismo è decisamente peggiorato). L’incipit vede una famiglia di neri che nasconde in casa una lavastoviglie appena rubata ma viene subito intercettata dal supereroe Mr. Freedom (John Abbey) che irrompe nell’abitazione sparando da tutte le parti. Dotato del tipico mascellone a stelle e strisce nonché vestito come un giocatore di Superbowl con un ridicolo para-addominali di gomma sulla pancia somigliante ad un intestino in libera uscita, il nostro eroe viene incaricato dal suo capo, il Dr. Freedom (Donald Pleasence) di recarsi in Francia e indagare sulla misteriosa morte del super Capt. Formidable (interpretato dal cantante Yves Montand) e su certi gruppi comunisti sospetti. 

Affiancato dall’affascinante eroina Marie-Magdalene (Delphine Seyrig) e da 25 scalcagnati supereroi (tra cui si intravede ogni tanto anche l’immenso Serge Gainsbourg, peraltro coautore della colonna sonora) all’interno di una caotica palestra piena di orpelli kitsch, Mr. Freedom deve affontare l’assurdo Mugik Man (lett. Il contadino) e il mostruoso Super Mao Mao che è una specie di pupazzo gigante che somiglia a quei gonfiabili installati nei parchi gioco a pagamento. Se all’inizio, la trama assume una confortevole direzione da spy story farsesca, andando avanti nella narrazione il delirio si fa sempre più evidente. Klein utilizza immagini di repertorio nelle scene di massa mentre per gli interni spara a mille i colori tipici della bandiera americana trasformandoli in un vessillo tanto sfarzoso quanto esuberante, con hostess a stelle e strisce che danzano attorno all’eroe in visita al centro commerciale, elmetti in plastica, costumi da wrestler, stivaloni e costumi colorati, il tutto con un’ottica satirica che sembra incrociare l’anarchia esuberante del cinema della Troma con l’umorismo dissacrante dei Monty Python. 

Non sempre si ride (anzi si ride pochissimo in realtà) ma alcune trovate risultano geniali come la distruzione delle città francesi semplicemente mettendo dei segnali sulla mappa della nazione, o il sondaggio che fa scoprire a Mr. Freedom di non essere poi tanto amato (anzi). Philippe Noiret interpreta Mugik Man e si diverte a indossare calzamaglie rosse strapiene di imbottiture mentre il buon Pleasence si limita a comparire nel video orologio del supereroe. Diciamo che, se siete stufi del solito cinema propagandistico americano e volete riderci un po’ sopra, questo è il film giusto, ovviamente con le dovute contestualizzazioni. 

martedì 31 ottobre 2023

THE HUMAN CENTIPEDE (THE COMPLETE SEQUENCE)

 (2009-2015) 

Regia Tom Six 

Cast Laurence R. Harvey, Dieter Laser, Bree Olson 

Parla di “saga completa del millepiedi umano, dal primo prototipo a tre fino ad un intero carcere, tutto in sequenza per quattro ore e mezza da cui nessuno potrà più riprendersi….dopo!” 

Ci sono due modalità per vedere la saga del millepiedi umano realizzata da quel matto egocentrico di Tom Six, la prima è recuperare ogni singolo film è guardarselo come se fosse un’opera a sé stante, la seconda invece è accaparrarsi lo splendido steel box in vendita sul sito personale del regista, che peraltro contiene la full sequence, ovvero una versione di quattro ore e trenta in cui tutti e tre i film della trilogia sono collegati tra loro come se fosse un unico, lunghissimo centipede cinematografico che tra l’altro si conclude in loop, ovvero con una scena sequenziale che si collega all’inizio del primo capitolo. In questo modo uno potrebbe guardarsi la saga all’infinito andando probabilmente fuori di testa dopo un po' di visioni. 

The Human centipede è puro cinema weirdo all’ennesima potenza, roba come non se ne faceva dai primissimi film di John Waters ma con un budget tutt’altro che disprezzabile e quella voglia di sperimentare divertendosi che ormai il cinema ha perso da molto tempo. Tom Six passa il tempo a autocitarsi costantemente in un delirio metacinematografico dove i protagonisti di ogni titolo (tranne ovviamente il primo) rimangono folgorati dalla geniale intuizione di poter unire più esseri umani insieme collegandoli attraverso il sistema digerente con una procedura 100% medically correct! Ecco dunque che, se nel primo film, il delirante dottor Heiter (interpretato da un ancor più delirante Dieter Laser) rispolverava il prototipo del classico mad doctor con un piglio recitativo decisamente sopra le righe, nel secondo capitolo (unanimamente considerato il più disturbante e quindi anche il migliore della trilogia) l’assurdo parcheggiatore Martin (il bravissimo Laurence R. Harvey…ma dove lo sono andati a pescare?) rimane folgorato dalla visione e inizia a prendere a mazzate gli avventori del parcheggio a colpi di piede di porco, legandoli e imbavagliandoli per trasportarli in un lercissimo magazzino dove, con coltelli e seghe, si divertirà a costruire il suo millepiedi umano. 

Rispetto alla sterile e asettica sala operatoria del dottor Heiter, qui il marcio esplode senza mezzi termini, culminando in scene da cui distogliere lo sguardo appare quasi doveroso se non si vuole rischiare una super gastrite nervosa. La sequenza del lassativo collettivo e lo stupro finale con il filo spinato rappresentano il culmine del cinema estremo come lo concepisce Tom Six, probabilmente aiutato da un’atmosfera silente e malata, quasi da cinema “Warholiano” (si pensi al film Bad di Jed Johnson) fino all’esagerazione splatter in cui una donna incinta partorisce in auto schiacchiando il neonato nel tentativo di premere l’accelleratore per fuggire da questo incubo. Il terzo capitolo, considerato il minore ma solo perché a certi livelli non ci si può mai superare, è invece ambientato in una prigione di massima sicurezza dove troviamo i due protagonisti dei precedenti capitoli, ovvero Dieter Laser nei panni di William Boss, il perverso e psicopatico direttore William Boss e Harvey nei panni del timido contabile che cerca, per tre quarti di film, di convincere Boss che costruire un millepiedi umano con tutti i detenuti è la soluzione definitiva a tutti i problemi dell’Istituto. 

Se il primo titolo aveva dalla sua l’idea innovativa alla base della trilogia e poco altro, se non riprendere in chiave moderna gli stilemi del mad doctor, qui Laser si scatena in una recitazione che considerare fuori dalle righe risulta poco adeguata, il protagonista infatti, nonostante le sue origini germaniche, indossa perennemente un cappello da cowboy, non fuma sigari cubani (troppo comunisti!), mangia clitoridi essiccati provenienti dall’Africa e molesta sessualmente la segretaria. L’apice qui si raggiunge nell’asportazione dei testicoli ad un detenuto per poi farseli cucinare su un piatto d’argento. Alla fine l’idea del millepiedi viene accettata con il beneplacito di Tom Six che qui appare nel ruolo di sé stesso e il governatore stesso (interpretato da un compiaciuto Eric Roberts), dopo le prime reticenze, dovrà giocoforza constatare che l’idea del millepiedi umani rappresenta il vero sogno americano. Ironia dissacratoria e antiamericanismo sono gli elementi principali di questo terzo capitolo, contraddistinto da una fotografia ipersatura e la ricerca spasmodica dell’esagerazione cinematografica, una degna conclusione di un trittico unico nel suo genere e sebbene consigliato a stomaci forti, rappresenta la perfetta metafora della scala sociale umana: il primo della fila è sempre il più fortunato!