mercoledì 9 novembre 2022

SICK-O-PATHICS

(1995) 

Regia Brigida Costa e Massimo Lavagnini 

Cast Massimo Lavagnini, David Warbeck, Dardano Sacchetti 

Parla di “antologia omaggio del bis italiano con borse cannibali, bambole gonfiabili viventi e un terribile cannibale spara puzzette” 

Il detto popolare “nella botte piccola c’è il vino buono” è quanto di più adatto per descrivere questa opera cult del duo Brigida Costa e Massimo Lavagnini, due super fan del cinema low budget soprattutto italiano che realizzano un’antologia di piccoli frammenti horror contraddistinti da una feroce quanto spassosissima ironia surreale, la cui forma a zero budget, ai limiti dell’amatorialità si trasforma da difetto a poderosa marcia in più verso un cinema che non le manda a dire. Partendo da un incipit che si apre su una cacca di gomma a cui è applicato il cartellino “classico cinema italiano” (tanto per non lasciare dubbi in merito agli intenti dei registi) il film prosegue con una sorta di gigantesco bullo con i dreadlock (interpretato dallo stesso lavagnini) che si esibisce in una serie di cattiverie ai danni dei passanti, fino ad incontrare un regista incompreso che lo obbliga a visionare le VHS dei suoi lavori, legandolo ad una sedia. Già l’apparizione di Dardano Sacchetti, storico sceneggiatore di Fulci, Argento, Deodato, Castellari ecc.ecc., ci fa capire che l’intento non è solo di omaggiare il cinema Bis italico ma interagire con lo stesso attraverso i suoi protagonisti. 

Vediamo quindi apparire come per magia sullo schermo Lucio Fulci e Luigi Cozzi in due improbabili spot pubblicitari che inframezzano l’antologia, David Warbeck che interpreta un assurdo medico vestito con completi intimi femminili e sfodera un’oscena linguaccia nell’episodio più spassoso, l’omaggio ad Antrophophagus di Joe D’amato in versione comica intitolato Aerophagus. Qui il marinaio cannibale si è invece dovuto cibare di fagioli pertanto uccide a colpi di scuregge sciogliendo letteralmente i corpi con i suoi gas micidiali. Nello stesso episodio compare anche il compianto Marco Antonio Andolfi in una ilare sequenza a base di puzzette e vomito su un aereo di linea costruito con il cartone (ma efficacissimo direi!). Lo stesso D’amato compare in un breve cameo nell’episodio centrale “The Poor, The Flesh & The Bag” dove si narra di una borsa che viene dimenticata in strada, il protagonista tenta di rincorrere la donna che l’ha smarrita ma la perde di vista e decide quindi di tenersela per sé. Mal gliene colga perché la valigetta è in realtà un orrendo mostro cannibale che divora il malcapitato per poi tornare nelle mani della sua proprietaria, in attesa di smarrirla nuovamente. Geniale cortometraggio questo, arricchito da una mutazione mostruosa a passo uno grezza ma divertente.

Il primo episodio “Hello Dolly” parla invece di un buzzurro che compra una bambola gonfiabile da un losco Mr. Sinister (interpretato dal celebre Make-Up artist di Demoni, Sergio Stivaletti), nella notte la bambola si anima e comincia a inondare l’uomo con uno schifoso liquido biancastro che sembra sperma ma che in realtà trasforma l’incauta vittima, dapprima in una specie di gigantesco profilattico per poi concludere la mutazione rendendolo a sua volta un bambolo gonfiabile. Tra gli altri cameo c’è anche la scream queen Linnea Quigley e la figlia di Lucio Fulci, Antonella (nella parte di una donna gravida che espelle il feto a seguito dei mortali effluvi di Aerophagus). Altre apparizioni celebri sono quelle del regista Sergio Bergonzelli e Rick Gianasi celebre per la sua interpretazione di Sgt. Kabukiman N.Y.P.D., uno dei cult movie della Troma. Sick-O-pathics, opera grezza e poverissima, celebra il mondo del cinema sommerso con una genialità altrettanto spiazzante e mordace, nella sua scarsa durata (meno di un’ora) c’è un’intera storia che si tramanda da decine di anni, oggi più viva che mai. Del film esiste anche una versione con un quarto episodio, disponibile in una rara videocassetta stampata in Germania. 

mercoledì 2 novembre 2022

YOKAI MONSTERS: SPOOK WARFARE

 (Yōkai Daisensō, 1968) 

Regia Yoshiyuki Kuroda 

Cast Chikara Hashimoto, Akane Kawasaki, Yoshihiko Aoyama 

Genere: Fantasy, Horror 

Parla di “ridda di scombinate mostruosità giapponesi devono vedersela con vampiresca divinità babilonese” 


Quando in tutto il mondo esplodeva la contestazione studentesca, nelle sale giapponesi usciva una curiosa quanto assurda trilogia fantasy dedicata agli Yokai, spiriti e mostriciattoli tradizionali del Sol Levante. Una buona alternativa al genere Kaiju Eiga per mandare in sollucchero gli spettatori più piccoli, pur venandola con tinte horror. Dei tre titoli componenti la saga (iniziata con Yokai Monsters: 100 monsters nel 1968 e conclusasi con Yokai Monsters: along with ghosts uscito l’anno successivo) il secondo Yokai Monsters: spook warfare è stato il maggior successo cinematografico dell’intera trilogia. 

La battaglia del titolo vede contrapporsi ai nostri mostriciattoli una tenebrosa divinità babilonese fuoriuscita da una montagna a inizio film mentre due archeologi arabi assistono esterrefatti al prodigio. Totalmente priva di movimenti, la maschera del dio vampiro (chiamato Daimon) richiama in effetti le statuette votive precristiane con un faccione oblungo coronato da un nasone piegato verso il basso e quattro denti storti che sporgono da una bocca simile a quella di un clown. Armato di una strana alabarda, Daimon vola sul mar del Giappone accompagnato da una furiosa tempesta, fino a giungere nella casa di un magistrato, al quale Daimon morde il collo impossessandosi del suo corpo. 

lI cambiamento in negativo del magistrato non sfugge agli occhi della figlia e del fido Shinhachiro, soprattutto quando iniziano a sparire geishe e bambini. Per fortuna a dare manforte ai buoni emerge dallo stagno l’assurdo yokai Kappa, dalle fattezze di uomo rana con un ridicolo costume da sub, un mascherone che ricorda più paperino che un anfibio e una parrucca spelacchiata in testa. Ma non è l’unico yokai del film ad essere ridicolo, praticamente tutta la banda è un pout pourri di assurdi mascheroni in cartapesta, come la Futakuchi-onna che sembra Sadako ma se si gira ha una seconda faccia da strega con tanto di manina gommosa che gli penzola dal naso. Poi c’è la Rokurokubi dal collo lunghissimo (e che Daimon neutralizza annodandolo), il nano col testone Abura Sumashi, uno strano incrocio tra una tartaruga e una roccia (Nuppeppō) e per concludere una riproduzione del celebre Karakasa ovvero l’ombrellino con una gamba e un occhio solo con la lingua a penzoloni che si esprime con versi che ricordano lo “slurp” dei fumetti. 

La banda Yokai appare e scompare in sovraimpressione, vengono catturati da un foglietto magico che li obbliga a restare prigionieri di un otre fino a che non interviene Shinhachiro a liberarli e nel finale richiamano tutto l’apparato yokai esistente in Giappone per avviare la grande battaglia finale, ovvero un mistico casino di comparse addobbate con i costumi più assurdi che saltano da tutte le parti e, in un finale epico quanto narcotico, li vediamo allontanarsi e scomparire tra le montagne mentre uno struggente motivetto classico ci avvisa che è ora di svegliarsi. Ma per i giapponesi gli Yokai sono una cosa seria e nel 2005 ci penserà niente meno che Takashi Miike a rinverdire il mito con The Great Yokai War. 

mercoledì 26 ottobre 2022

GOING NUTS – GRITOS EN EL PASILLO

(2007) 

Regia Juan José Ramírez Mascaró 

Genere : Animazione, Horror, Commedia 

Cast: Luis Jiménez, Gonzalo Navas, Jaime Vaca 

Parla di “noccioline che interpretano un horror ambientato in un ospedale per malati mentali” 


Gli strumenti per girare film d’animazione sono veramente infiniti (ed io ne so qualcosa), ci sono animazioni coi calzini (Dolcezza Extrema, autocit.), con le marionette (Gutboy), con i ritagli di carta (Acid Space) ma solo la follia del regista indie spagnolo Juan José Ramírez Mascaró poteva dare vita ad un film interpretato da noccioline. Lanciato come il primo film di “animazione con frutta secca al mondo” , Gritos en el pasillo è un horror dai toni cupi che richiama , per ambientazioni e fotografia, il gotico spagnolo degli anni settanta, anche se la trama sembra più derivare da un horror americano che in Italia uscì con il titolo “Non guardare in cantina”. Le scenografie sono realizzate con modellini che sembrano uscitì da un incubo di Salvador Dalì utilizzando però la melma secca per costruire le pareti e le stanze dell’ospedale per malati mentali dove viene assunto un giovane illustratore di libri per bambini. 

Il suo compito è ridipingere gli oscuri corridoi del sanatorio al fine di migliorare l’umore dei pazienti, anche in considerazione di un alto numero di suicidi che si sono verificati negli ultimi tempi. Il giovane si mette subito al lavoro ma durante le sessioni notturne sente delle grida misteriose all’interno delle pareti. La strana atmosfera del luogo lo convincerà che il sanatorio nasconde un orribile segreto. Mascaró non cerca di fingere che le nocciole zompettanti per tutto il film siano personaggi umani, e infatti i protagonisti si chiamano fra di loro cacahuetes (arachidi in spagnolo). Con molta pazienza il team di lavoro del film si mette a dipingere centinaia di spagnolette con espressioni diverse, vestiti e uniformi disegnate sulla buccia dell’arachide, frutto principale di tutta l’opera anche se nelle scene di inseguimento finali, verranno impiegati dei gusci di noci per rappresentare i terribili cani da guardia dell’ospedale. Non mancano scene efferate con centinaia di spagnolette sgusciate in modo orribile e al culmine del film interviene anche un vero e proprio esercito con berretti sul guscio e mitragliatrici in miniatura appiccicate alle noccioline. 

Le difficoltà nel rendere credibile l’intera operazione sono piuttosto evidenti, soprattutto per la mancanza di gambe e braccia che rendono difficile alle povere cacahuettes il compiere semplici azioni, la produzione ci prova a compensare, attaccando oggetti come pennelli, sigari, armi e altri attrezzi necessari alla scena, un montaggio nei punti giusti riesce poi a mitigare i limiti ma sono soprattutto i dialoghi l’unico perno dato allo spettatore per seguire le vicende. La mancanza di azione si stempera alla fine con un rocambolesco inseguimento nei boschi, scontri fra noccioline che si prendono a testate e saltano come grilli da tutte le parti ma non si riesce a evitare l’effetto noia che questo tipo di sperimentazione contiene nel suo DNA. Un film che sulla carta stuzzicherà molto la vostra curiosità ma che alla fine, come tutta la frutta salata, lascia solo una gran sete irrisolta. 

mercoledì 19 ottobre 2022

CEMETERY HIGH

(1988) 

Regia Gorman Bechard 

Cast Debi Thibeault, Karen Nielsen, Lisa Schmid 

Genere: Commedia, Horror 

Parla di “gruppo di studentesse diventano vendicatrici contro molestatori maschili e trasformano la città in un incubo per i maschietti” 

Autore di un autentico cult quale è la commedia caciarona in salsa horror “Psychos in Love”, il regista Gorman Bechard ha più volte tentato di disconoscere questa sua prova successiva, distribuita da Charles Band. Assistendo a questo vero e proprio misfatto cinematografico non si stenta a credere a Bechard. Qualunque regista che voglia fregiarsi di tale appellativo si vergognerebbe di questo lavoro, che parte pur bene con un tentativo di rievocare i gimmick di William Castle attraverso didascalie minacciose che invitano il pubblico più sensibile a coprirsi gli occhi, la bocca e le orecchie al suono del gore-gong nelle sequenze più splatter del film. Peccato che di tali scene il film non abbia traccia e che quando appare il temibile gong, la scena successiva risulti visibilmente tagliata se non mancante. Va meglio con la trombetta, che segnala le scene più osè anche se nello specifico suona una volta sola prima di mostrarci le candide nudità di una studentessa intenta a farsi una bella doccia sexy. 

Con un piglio metacinematografico (che dovrebbe far sorridere ma nella realtà è imbarazzante) assistiamo alle avventure di un gruppo di liceali armate e pericolose che decidono di farsi giustizia da sè nei confronti dei maschi, in particolare quelli violenti e stupratori come, ad esempio, un trio di bulletti della scuola intenti a molestare tutte le sottane che incontrano. Dopo aver seccato a colpi di pistola i teppistelli, il gruppo di ragazze inizia la scalata verso una fama sempre più crescente, diventano le Scum Busters ovvero le acchiappa monnezza e partoriscono proseliti tra tutte le appartenenti al genere femminile della città. Vediamo quindi che tristi avances maschiliste nel locale cittadino vengono calmierate con pistole puntate alla testa, molestatori importuni vengono appiccicati al muro a colpi di cofano d’auto e poi evirati a pistolettate. 

Non manca persino una sequenza con la sega a motore e la punizione per il gestore di videoclub che non esita a proporre videocassette pedopornografiche. Bechard non si fa scrupolo di autocitare il suo precedente successo definendolo un mix tra Woody Allen e Non Aprite quella porta ma il pubblico non può che concordare con lui sulla pessima riuscita di questa sua seconda prova, fallimentare come commedia, improponibile come horror, lento, ripetitivo e mal recitato. Si salva giusto il finale che riesce a strappare una pur timida risata ma per il resto siamo dalle parti del peggior catalogo della Troma con situazioni surreali e ridicole dove allo spettatore non rimane neanche la consolazione di vedere cosa succede dopo il suono del gong.  

mercoledì 12 ottobre 2022

ANTHROPOPHAGUS 2000

(1999) 

Regia Andreas Schnaas 

Cast Achim Kohlhase, Andre Sobottka, Joe Neumann 

Parla di “Incapace regista tedesco tenta di rifare senza soldi e senza capacità tecniche, uno dei capisaldi del cinema horror italiano” 

E’ bello sapere che da qualche parte in Germania c’è un tipo come Andreas Schnaas innamorato pazzo del cinema di genere italiano e in particolare di Joe D’amato. Un po' meno bello quando Schnaas, che non è certamente un regista con la erre maiuscola (di maiuscolo ha la P di poveraccio!), cerca di mettere mano allo script originale di Luigi Montefiori e Aristide Massacesi per tirare fuori un remake alla buona, con un budget la cui spesa massima è rappresentata dalla benzina del furgoncino dei protagonisti. Certo chi si avvicina al cinema del filmmaker teutonico sa cosa aspettarsi, considerando che, ancora oggi, è conosciuto per quella fetecchia amatoriale di Violent Shit. Giunto al sesto film della sua corposa filmografia (fortunatamente interrottasi dieci anni fa) Schnaas si fa prendere dall’ambizione e gira quello che, nelle sue pur migliori intenzioni, dovrebbe essere una versione aggiornata di un titolo cult nel nostro cinema, tant’è che gli piazza nel titolo la parola 2000. 

Ma quello che sulla carta sembra un progetto tutt’altro che disprezzabile, nella realtà e soprattutto nelle mani del regista tedesco, si trasforma in una schifezza amatoriale senza possibilità di appello. Il film parte dal ritrovamento, da parte di un gruppo di agenti in borghese (ma con il distintivo sul petto sennò non si capisce), di alcuni cadaveri scarnificati all’interno di una grotta. Uno degli sbirri tira fuori dalle viscere di un corpo un quaderno straordinariamente nuovo e intonso, da cui si può avviare il flashback della storia. Si parte da quello che Massacesi lasciò come colpo di scena finale, ovvero la genesi del mostro, su una barca a vela naufragata nel mare. Successivamente siamo su una spiaggia dove un grosso capellone e una ragazza di colore tutta tatuata si infrattano in tenda (senza neanche togliersi le scarpe, sic!). Dopo una scena di sesso alquanto malrecitata in cui la tipa fa l’amore senza togliersi il costume da bagno, arriva ovviamente il massacro e alla tizia viene letteralmente strappata la pelle di dosso. Poi l’azione si sposta su un gruppo di turisti tedeschi in viaggio sul pulmino presso una località toscana chiamata Borgo San Lorenzo dove scopriranno, da ritagli di un giornale, che tutta la popolazione è stata sterminata. 

Il resto del film è un pout pourri di scene splatter alquanto risibili in cui Schnaas si diverte a omaggiare Fulci (l’estrazione degli intestini dalla bocca come in Paura nella città dei morti viventi) e Deodato (l’impalamento come in Cannibal Holocaust) il tutto con effetti di make up anche discreti se si considerato il tipo di produzione. In realtà chi sceglie Schnaas lo fa perché sa di trovare intestini sviscerati, spellamenti sanguinosi, decapitazioni e mutilazioni senza limiti. Del resto, per il regista, doversi approcciare alla mitica scena di cannibalismo fetale del film originale (ai danni della povera Serena Grandi), è un vero e proprio invito a nozze. Nella sua Versione Schnaas opta per il cesareo a mani nude, estrae il bambino insanguinato che lo guarda piuttosto perplesso prima di essere divorato a morsi. L’effetto, che nel prototipo di D’amato raggiungeva vette estreme alquanto insostenibili, in questa versione raggiunge invece l’esatto contrario, ovvero cade in una apoteosi del ridicolo che suscita nello spettatore colpevoli risate che non dovrebbero esserci alla vista di un infante maciullato. Ma la scena è talmente comica che non si può resistere. Tolto però l’elemento splatter, si può stendere un velo pietoso su fotografia (questa sconosciuta), montaggio e recitazione per i quali Schaas, sebbene godesse all’epoca, di una certa esperienza dietro la macchina da presa, sembrano essere un inutile orpello attorno alla sua personalissima orgia di budella masticate e corpi martoriati. 

giovedì 6 ottobre 2022

DREAMANIAC – SOGNO MANIACALE

(Dreamaniac, 1986) 

Regia David DeCoteau 

Cast Thomas Bern, Sylvia Summers, Ashlyn Gere 

Parla di “ragazzino metallaro per sbaglio, invoca nei sogni demonessa azzannauccelli con cui fa strage a festa scolastica” 

Nonostante qualche effimero letterato imbolsito possa dire il contrario, questo blog ha principalmente lo scopo di fare informazione, e l’informazione che vorremmo darvi oggi è che quando vedete nei titoli di testa il nome di David DeCoteau potete stare certi di assistere ad un filmaccio. Non fa eccezione questo Dreamaniac che in Italia uscì in VHS tradotto letteralmente in “Sogno Maniacale” che già fa ridere così. In questa sorta di Teen Horror in linea con gli stilemi dell’epoca ma tradotto in una confezione poverissima, DeCoteau, che nella sua lunghissima carriera ci ha regalato perle come “Tragica notte al Bowling” e soprattutto il capolavoro (nel senso inverso del trash) “Creepozoids”, ci propone la solita accoppiata Heavy Metal + Satanismo narrandoci le gesta del giovane Adam, musicista da cameretta intento a fare metal ma, come vedremo nel film, si limita a fare giusto un paio di accordi strimpellati con la chitarra acustica. 

Adam (Thomas Bern) è preda di incubi terrificanti dove viene evirato a morsi da una tizia di nome Lily (Sylvia Summers) che starebbe poi per Lilith ovvero la prima donna dell’Eden che rifiutò, per l’appunto, di assoggettarsi ai comandi di Adamo e viene punita da Dio trasformandola in un demone. Caso vuole che Pat, la ragazza di Adam (Ashlyn Gere) decide di fare una festa a casa sua e tra gli invitati spunta, non invitata, questa Lily dallo sguardo psicopatico e un’orrendo vestito blu elettrico. In breve la festa si trasforma in un massacro, la donna lega ad un palo un tizio in mutande e lo frigge con la corrente elettrica, poi infilza un altro con una racchetta da sci e, dulcis in fundo, pratica una fellatio con distacco sanguinolento di uccello. Il tutto mescolato con rapporti sessuali più o meno espliciti, scene di nudo mai troppo integrale che ci ricordano comunque che DeCoteau veniva dal porno e questo era il suo primo film “serio” sotto l’egida di Charles Band, il quale rimase particolarmente colpito da quest’opera inserendo successivamente DeCoteau nella sua scuderia. Il film, nella maggior parte del tempo, non è neanche malaccio, ci sono alcune scene decisamente splatter tra cui il fracassamento di un cranio ben realizzato, il tutto fotografato in un tripudio di colori ipersaturi in pieno stile eighties. 

Tutto questo però non migliora il giudizio sull’opera, che oltre ad avere un finale tra i più idioti mai visti sullo schermo, ci rivela situazioni imbarazzanti dove l’inverosimile prende il sopravvento, come nella scena dove una ragazza sta leccando panna montata dai capezzoli del suo boyfriend e nel pieno dell’amplesso, lui si alza per andare a bere. Non parliamo poi di una delle prime vittime che si rialza come morto vivente in mutande e comincia a camminare in una maniera talmente surreale da trascendere la comicità. Dulcis in fundo la cosiddetta final girl, in compagnia della sorella ubriacona, negli ultimi minuti ci insegna che in qualsiasi casa americana si può trovare un trapano dalla punta gigante con cui perforare le mani ai posseduti, arrivando persino a decapitarli. E rimanendo in tema di Final Girl, l’esordiente Ashlyn Gere lavorò ancora per DeCoteau e negli anni novanta riuscì persino a entrare nel cast di Basic Instinct ma verrà ricordata principalmente per la miriade di film porno con cui ha costellato la sua miseranda carriera. 

martedì 27 settembre 2022

TURKISH JAWS - ÇÖL

(1983)

Regia Çetin Inanç
 

Cast Cüneyt Arkin, Emel Tümer, Salih Kirmizi

Parla di “Bellimbusto combatte la mala organizzata e finisce addentato da squalo di polistirolo”

Qualche buontempone sul web lo ha rinominato Turkish Jaws nella speranza di destare un seppur minimo interesse, in realtà il film del regista turco Çetin Inanç è un thriller d’azione che non ha nulla a che spartire con il film di Steven Spielberg se non per un paio di deliranti minuti alla fine, dove il protagonista Kemal (interpretato dal noto attore ottomano Cüneyt Arkin che invece interpretò le vere Turkish Star Wars) legato su una trave di legno e abbandonato nelle acque del mediterraneo come un novello Gesù Cristo acquatico, viene assalito da un assurdo pescecane di gomma piuma lucida con triangoloni di polistirolo a guisa di denti. Lo squalo gli azzanna un braccio ma invece di staccarglielo lo libera dalle corde e gli permette di afferrare da chissà dove, una punta di legno con cui infilza il mostro marino. 

In effetti se si guarda al trash la scena in questione vale tutto il film ma se ci si spinge a seguirne la trama scopriremo che sono ben altri i plagi di cui è colpevole questo Col (che in turco significa Deserto come gli occhi del protagonista). Inizialmente sembra una brutta copia di Cobra che già non è menzionato tra i migliori film di Stallone, figuriamoci un film (turco) che lo scimmiotta mettendo su pellicola un bellimbusto con capelloni semi grigi e occhi verdi, mascella irreprensibile ed espressione da mattone perculato. Già i titoli di testa sono sfiancanti, il protagonista corre in moto con sottofondo di un plagio di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin arricchita con il flauto che si interrompe ogni volta che compare una didascalia (praticamente ogni 5 secondi). Sembra poi che a Kemal tutti vogliano far la festa, prima un autoarticolato cerca di buttarlo fuori strada, poi una tizia che guida un auto da rally che cambia misteriosamente fisionomia quando si rovescia in un fossato. Entrato in un bar, Kemal viene aggredito dai clienti e qui assistiamo ad un eccesso di fast motion nelle scene di scazzottamento che vengono accellerate al punto da trasformare la rissa in un film di Ridolini. 

C’è poi la tecnica tutta turca di gestire la lotta cinematografica in soggettiva, in pratica il protagonista picchia l’obbiettivo, poi c’è lo stacco e vediamo il malmenato che vola da una finestra, rotola dalle scale o si infrange su un tavolo. Ad accompagnare molte sequenze c’è poi un secondo plagio musicale che riproduce Eye of the Tiger, rubata paro paro da Rocky III (ma anche Rocky IV). Segnaliamo poi una scena di tentato stupro ai danni della protagonista femminile Emel Tümer veramente allucinata, partendo dal fatto che la donna, tre quarti di film  li passa su un’orrenda spiaggia rocciosa a guardare l’orizzonte, la vediamo percorrere un declivio erboso ed essere aggredita da due tipacci che iniziano a leccarla tutta. Fortunatamente Kemal interviene a fermare questa oscenità facendo fuggire i due violentatori semplicemente col suo sguardo magnetico.  Alla fine il protagonista rivelerà il suo passato difficile (viene cresciuto in orfanotrofio perché la madre non poteva occuparsi di lui, poi la donna muore e gli portano via pure il cane) e scopre che tutti quelli che ha attorno lo tradiscono, il suo amicone comandante di una nave, la donna (che si becca una coltellata alla schiena ma non si sa da chi) e il suo figlioccio a cui ha salvato la vita per ben tre volte salvo poi morire per sua mano. Finale con annesso pippone su quanto è bella e potente la legge e inquadratura dell’allora presidente della repubblica turca.