venerdì 14 novembre 2025

DARK ANGEL – UN ANGELO DALL’INFERNO (Dark Angel - The Ascent, 994)

Regia Linda Hassani 

Cast Daniel Markel, Angela Featherstone, Costantin Draganescu 

Parla di “diavolessa sale sulla terra per redimere i peccatori ma riesce soltanto a farli a pezzi” 

Ennesimo titolo della copiosa produzione di Charles Band e della sua Full Moon che nel periodo d’oro del cinema home video, ne sfornava a quantità industriali, complice un basso costo di produzione e set realizzati soprattutto in Italia o nell’est europeo, come in questo specifico caso dove i cognomi della Crew dei titoli di testa non lasciano alcun dubbio riguardo alla provenienza. Oscillando tra horror e fantasy, Dark Angel ci porta nei dintorni di una favoletta dagli esili richiami sessuali mescolata ad una enfasi religioso apocalittica. 

Le prime scene ci portano direttamente all’inferno dove la saturazione rossastra ci addentra tra gironi demoniaci in cui i condannati girano con gabbie per topi sulla testa e dove ai truffatori viene tagliata la lingua. In questi meandri la giovane diavolessa Veronica (la notevole Angela Featherstone), in perenne contrasto con il padre, decide di visitare il mondo degli umani. Nel passaggio attraverso una caverna perde ali, coda e corna e si presenta in pieno centro città completamente nuda, in compagnia del suo inseparabile cane Diavoletto. Dopo essere stata investita da un’auto finisce in corsia d’emergenza dove incontra il bel dottorino Max (Daniel Markel) che giustamente decide di portarsela a casa. Veronica però è mossa da un’insana passione religiosa, si prostra davanti a due suore (anche se il crocifisso le brucia la mano) e se ne va in giro a punire i peccatori, e non certo coi sermoni! Ad uno stupratore sfila direttamente la colonna vertebrale e ne appende i brandelli al parco pubblico, non senza aver prima aver procurato la cena al suo cagnolino. Stessa sorte anche a due poliziotti violenti, anche se il vero obiettivo di Veronica e colpire direttamente il sindaco corrotto della città. 

Immerso nei colori ipersaturi di una fotografia tipicamente anni novanta, il film di Linda Hassani non ha mai goduto grande fama di cult movie, troppo patinato, adornato poi da un romanticismo decisamente fuori dalle righe. Avrebbe potuto esserlo con una dose di gore in più rispetto a quella proposta. Manca poi un chiaro intento, che sia quello di farci un pippotto moralistico o quello di prendersi in giro (il primo film che vede Veronica è un porno) oppure quello di realizzare un horror/fantasy. In realità c’è un po' di tutto, compresa la trashissima apparizione divina in una bolla di sapone che giunge a salvare la giovane diavolessa dalla sua missione sanguinaria. Poi c’è la catarsi amorosa che si traduce nella romantica notte d’amore tra Max e Veronica, momento in cui la ragazza rivela finalmente al dottore la sua vera natura con tanto di finte alucce di plastica e cornette sul cranio. Una favoletta decisamente ingenua anche se ben scorrevole, con tanti momenti imbarazzanti ma meno stucchevole di quella porcheria patinata di Meridian, almeno qui la protagonista merita decisamente la visione. 


venerdì 7 novembre 2025

CRASH! L’IDOLO DEL MALE (Crash, 1977)

Regia Charles Band 

Cast Sue Lyon, Josè Ferrer, John Carradine 

Parla di “marito paralitico omicida tenta di far fuori la moglie a colpi di doberman ma questa stringe un idoletto e scatena un’auto assassina…tutto chiaro, No?” 

La moglie avvenente di un antropologo paralitico (Il bravo Jose Ferrer) compra un idoletto ittita ad un mercatino (da quella faccia da pendaglio da forca di Reggie Nalder), il marito gelosissimo decide di farla fuori e manda il suo doberman ad assalirla mentre viaggia in auto. La donna, che si chiama Kim (Sue Lyon) sopravvive ma è gravemente ferita ed ha completamente perso la memoria, tuttavia la sua mano non vuole proprio staccarsi dalla statuina che ha aggiunto alle chiavi dell’auto. 

Nel frattempo sulla strada un’auto senza conducente scatena una serie di incidenti mortali, con inseguimenti fracassoni ed ampio utilizzo di scontri automobilistici più o meno spettacolari. Questo è il Charles Band degli anni settanta, decisamente ancora lontano dai pupazzoni gommosi che caratterizzeranno il suo cinema nel decennio successivo. Qui siamo nella pura exploitation con un curioso mix tra possessioni demoniache in stile Esorcista (con la Lyon posseduta che sfodera un bel paio di inquietanti occhioni color rosso fuoco) e auto assassine in stile La Macchina Nera. 

Un connubio che purtroppo la sceneggiatura non aiuta a valorizzare, con un montaggio che alterna le due vicende, apparentemente senza alcun legame tra loro. Solo nel finale si arriverà a comprendere che il viaggio della vettura satanica era quello della vendetta finale, ma non è ben chiaro il motivo per cui quest’auto se ne vada in giro a far sbandare altre vetture senza alcuna colpa. In realtà poi alcune di queste sequenze sono piuttosto malfatte, il secondo assalto della vettura ai danni di un poveretto è decisamente sgangherato, al punto che si vede chiaramente che è l’auto della vittima ad andare addosso a quella senza conducente e non il contrario. Va meglio nella parte dedicata alla Lyon, che cerca di riprendere la memoria mentre il marito, accortosi di non aver compiuto l’opera, tenta di farla fuori all’ospedale. A dare una mano a Kim c’è il suo amato idoletto che prende possesso degli oggetti, come la sedia a rotelle del marito che utilizza per far fuori il cagnaccio assassino in una serie di sequenze oltremodo ridicole (del resto anche uccidere un doberman a colpi di carrozzella suona ridicolo!). 

Completa l’intreccio un finale assolutamente narcolettico dove l’auto assassina se la prende molto comoda ad inseguire Ferrer che annaspa con calma tentando di fuggire, senza peraltro mostrare la benchè minima paura, mentre la Lyon, prigioniera in sauna ad altissime temperature (ma senza togliersi il maglioncino, mi raccomando!) sfodera gli occhioni satanici che sono decisamente la parte migliore del film. Da segnalare anche una piccola quanto inutile comparsata del grande John Carradine nella parte di un antropologo. Una pellicola senza mordente, moscia e priva di ritmo, dove anche le spettacolari acrobazie degli stuntman appaiono telefonate, buona soltanto per riempire i pomeriggi dei canali privati negli anni ottanta, dove per l’appunto, vidi Crash! Per la prima volta. Ed è solo un’inguaribile nostalgia di quei pomeriggi televisivi, che mi ha spinto a rivedere questo film.

venerdì 24 ottobre 2025

BAKTERION (1982)

Regia Tonino Ricci 

Cast David Warbeck, Janet Agren, Roberto Ricci 

Parla di “professorone colpito da virus si trasforma in mostro vampiro mentre la sua faccia diventa una maschera gommosa senza fori per far passare l’aria” 

Potremmo intitolarlo “Il mostro dell’enfisema” questo sgangherato fanta-horror del buon Tonino Ricci. Regista che, a partire dagli anni 80 si trova costretto a girare una serie di B-movie fantascientifici tra cui perle come “Bermude – la fossa maledetta” o “Incontro con gli Umanoidi” prima di cimentarsi con questo Bakterion, film bislacco, certo, ma non privo di fascino. Siamo in una cittadina immaginaria inglese, dove lo scienziato professor Adams (Roberto Ricci) sperimenta su di sé un virus che lo rende mostruoso, aggressivo, contagioso, cannibale e anche vampiro (tiè).

Mentre La bella assistente Janet Agren, con il suo granitico mascellone, cerca di trovare un antidoto, il poliziotto David Warbeck scatena una caccia grossa al mostro, anche perché il tempo stringe, dal momento che i cattivoni del governo, senza neanche cercare soluzioni alternative, minacciano di dirottare un aereo militare sulla cittadina, carico di gas nervino, tanto per disintegrare l’intera popolazione e non pensarci più. A soluzioni frettolose corrispondono risoluzioni altrettanto frettolose (come vedremo nel finale), nel mentre possiamo goderci qualche buon momento di efferatezza, in primis nei confronti delle solite coppiette che si appartano nei luoghi più squallidi, tra cui un cinemino dove si proietta un inseguimento automobilistico accompagnato da un motivetto assurdo che sembra più adatto alle sagre di paese. Qualche smembramento qua e là, tra cui quello di un prete che, eroicamente riesce però a salvate un gruppo di bambini e quello nei confronti del sindaco, effettuato davanti alla sua famiglia, della quale, per il resto del film non sapremo mai cosa gli è successo. 


Per il resto il mostruoso dottor Adams si ricorda soprattutto per il suo rantolo polmonare persistente per tutto il film, forse causato dalla mancanza di fori per la respirazione nella bulbosa (e gommosa) maschera pulsante che, nei primi piani finali, ci si rivela finalmente in tutto il suo splendore weirdo, arricchita da un paio di denti storti coi quali non si capisce come il mostro possa sbranare le sue vittime e succhiargli il sangue, e uno sguardo che dimostra, senza ombra di dubbio, quanto attori e regista debbano credere in questo progetto. La colonna sonora passa da commenti musicali di stampo classico fino a esplosioni progressive in stile Goblin. La coproduzione è italo spagnola come dimostra il cast ricco anche di attori iberici. 

venerdì 10 ottobre 2025

WOO-DOO WOMAN (1957)

Regia Edward L. Cahn 

Cast Marla English, Tom Conway, Mike Connors 

Parla di “scienziato folle nella giungla trasforma indigena in un mostro a scaglie ma per scatenarne la volontà omicida è costretto a cambiare donna”  

Ad un anno di distanza dal grande successo di The She-Creature, il produttore Alex Gordon, insieme all’inseparabile Samuel Z. Arkoff, decise di ritentare il colpaccio, e siccome squadra che vince non si cambia, ecco che Woodoo Woman rimette in sella il regista Edward L. Cahn (che firmò successivamente il B-movie ispiratore di Alien, Il Mostro dell’Astronave) e i due protagonisti del precedente lungometraggio, ovvero Marla English (che, casualmente, abbandonò la carriera di attrice proprio dopo questo film) e Tom Conway già protagonista di due classiconi come “Il Bacio della Pantera” e “Ho camminato con uno zombie”. 

Non solo, per risparmiare Gordon decide di riciclare il costume a scaglie della creatura, cambiando solo la maschera sulla testa. Insomma tutto fa credere ad un disastro annunciato, tuttavia la sceneggiatura di Russell Bender e V.I. Voss (anche autori del soggetto) riesce a rendere tutto sommato il film gradevole. La trama si dipana su due fronti, da una parte c’è Marylin Blanchard (Marla English), una donna spregiudicata che vive di espedienti in un bar ai margini della Giungla insieme al suo compare Rick (Lance Fuller) e non esita ad uccidere per i suoi scopi. Dall’altra c’è il mad doctor di turno, il dottor Gerard (Tom Conway) che fa esperimenti insieme al capo degli indigeni, mescolando scienza e magia del Woo Doo per creare una sorta di creatura invincibile e tiene segregata in casa la moglie Susan (Mary Ellen Kay). All’inizio ci prova con un’indigena, che si trasforma in questa cosa ributtante che ruggisce come un leone, veste questa specie di tutona a scaglie ed ha una specie di maschera da zombie scheletrico, una mise talmente ridicola che anche un regista scafato come Cahn cerca di tenere nascosta il più possibile tra le finte foglie di una finta foresta. 

Le due storie si incrociano quando Rick e Marylin si addentrano nella giungla insieme alla guida Ted (Mike Connors) per cercare l’oro degli indigeni e il dottor Gerard si rende conto che l’indigena mostro non ha la giusta volontà di uccidere, volontà che invece riscontra in Marylin, candidata ideale per diventare il mostro assassino a cui il folle professore ambiva.  A parte certi momenti imbarazzanti (vedi la misera fine del personaggio interpretato dalla English) il film è discretamente godibile, per di più non si accontenta del solito Happy End ma, inaspettatamente (siamo negli anni cinquanta ricordiamocelo!) ci regala un finale aperto quanto beffardo che ci rimette in pace con la qualità davvero effimera di quest’ennesimo, adorabile, B-movie. 


venerdì 3 ottobre 2025

VAMPIRELLA (1996)

Regia Jim Wynorski 

Cast Talisa Soto, Roger Daltrey, Brian Bloom 

Parla di “aliena vampira in costume troppo largo cerca vendetta contro vampiro canterino” 

Trasposizione direct to video del celebre fumetto sexy horror creato da Forest J. Ackerman, il film diretto dal mestierante Jim Wynorski (autore però del cult Supermarket horror e successivamente relegato alle produzioni di serie zeta) è la riprova di quanto male abbiano fatto gli anni novanta ai cinecomics. Non bastava l’orrendo Capitan America del 1990 di Albert Pyun o il ridicolo The Fantastic Four (1994) di Oley Sassone, le produzioni a basso budget ci riprovano con la sexy vampira proveniente dal Pianeta Drakulon ingaggiando Talisa Soto, che nel 1989 aveva partecipato a 007 Vendetta Privata e successivamente nei primi due film della saga di Mortal Kombat. 

Ma l’errore più grande della produzione fu il perverso tentativo di lanciare come nuovo Villain in pellicola, nientemeno che il cantante dei The Who, Roger Daltrey qui nei panni del feroce Vlad, vampiro alieno trasferitosi sulla Terra dopo aver ucciso il padre di Vampirella. Il cantante, infatti, si presenta sin dalle prime immagini con delle smorfie grottesche, al limite della parodia di un vampiro, digrignando in continuazione i dentacci e alzando le mani nel tentativo di scimiottare Bela Lugosi. Persino la Soto non è che ci faccia una gran figura, colpa del ridicolo costume rosso in latex, probabilmente troppo largo per il suo esile corpicino, che ne rende ridicoli i movimenti. Non dimentichiamoci poi degli effetti speciali veramente terrificanti anche per l’epoca, come la trasformazione animata in pipistrello che sembra una macchia nera svolazzante.Pensare che il film sia stato sceneggiato dallo stesso Ackerman in collaborazione nientemeno con il celebre illustratore Frank Frazetta, rende quanto meno sconvolgente che il risultato finale sia così povero e piatto. 

Anche l’elemento sessuale, così prorompente nel fumetto originale, viene qui relegato a un paio di tette dalla bionda playmate Corinna Harney qui nella parte di Sallah, compagna del terribile (soprattutto quando indossa un finto codino colorato!!!) Vlad. Se si soprassiede comunque su quanto abbiamo detto, sulla recitazione marmorea del cast, sui dialoghi aberranti e sulle scene d’azione goffe e penose, per il resto il film può anche essere visto in una serata in cui non avete altre alternative che il suicidio. Si segnala il (micro) cameo di Angus Schrimm (il tall-man della saga Phantasm) e soprattutto John Landis nella parte di un astronauta idiota ma spassoso.   

venerdì 5 settembre 2025

THE CREEPS (1997)

Regia Charles Band 

Cast Bill Moynihan, Rhonda Griffin, Phil Fondacaro 

Parla di “scienziato pazzo riporta in vita i mostri dell’Universal ma l’esperimento si interrompe a metà e questi vengono fuori trasformati in nanetti” 

Non tutti i brutti film vengono per nuocere, e non tutti i brutti film sono veramente brutti. Ce lo insegna Charles Band che con questo The Creeps, nella sua povertà di confezione (come del resto tutte le produzioni della Full Moon e in particolare quelle dagli anni novanta in poi) ci regala una commediola horror tanto modesta quanto deliziosa con almeno una trovata geniale, ovvero quella di trasformare i classici mostri della Universal (Dracula, Frankenstein, la mummia e l’uomo lupo) in nanetti! Non ci è dato di capire se nelle intenzioni di Band ci fosse una velata critica nei confronti della Major Cinematografica ma il risultato è assolutamente originale. 

Tutto inizia con un certo Dottor Berber (Bill Moynihan) che trafuga il manoscritto originale di Frankenstein di Mary Shelley da una biblioteca di rarità. La commessa Anna (Rhonda Griffin), per non perdere il lavoro, assolda il detective privato David (Justin Lauer) che divide la sua professione investigativa con quella di noleggiatore di VHS (che tra i film citati, omaggia ovviamente anche qualche titolaccio della Full Moon tipo “Hideous”). Intanto Berber torna nella biblioteca, stavolta per il Dracula di Bram Stoker, e già che c’è rapisce anche Anna per usarla come sacrificio umano. Lo scopo è dare vita agli archetipi leggendari attraverso un portale del multiverso o roba simile. Purtroppo l’esperimento si interrompe a metà con la fuga della ragazza e i mostri, riportati in vita, sono alti la metà del normale. Delle quattro creature nane (come ovviamente lo sono anche gli attori che le interpretano) segnaliamo il bravo Phil Fondacaro, colonna portante dei film di Charles Band, che ci regala l’interpretazione di un Dracula nano veramente efficace, con uno sguardo iniettato di sangue ed un portamento nobile d’eccezione.

Delle quattro creature nane (come ovviamente lo sono anche gli attori che le interpretano) segnaliamo il bravo Phil Fondacaro, colonna portante dei film di Charles Band, che ci regala l’interpretazione di un Dracula nano veramente efficace, con uno sguardo iniettato di sangue ed un portamento nobile d’eccezione. Purtroppo, a parte l’idea di fondo che merita, in ogni caso, tutta la nostra attenzione, il resto del film è ben poca cosa, contraddistinto da uno humor di bassa lega che non fa ridere neanche per sbaglio e una grande profusione di effetti visivi poverissimi sui quali campeggia incontrastato (per bruttezza) il portale del multiverso, più simile alla Ruota della Fortuna di qualche gioco a premi televisivo. In ogni caso, complice anche una durata decisamente esigua, il film intrattiene il giusto e merita una visione, non fosse altro che per vedere una mummia nana che cammina tra i corridoi scuri della biblioteca con il suo caratteristico passo strisciato. 

venerdì 29 agosto 2025

SOMETHING WEIRD (1967)

Regia Hershell Gordon Lewis 

Cast Tony McCabe, Elizabeth Lee, Mudite Arums 

Parla di “veggente sfregiato incontra Strega che gli ridà la bellezza in cambio di amore per poi indagare, sotto effetto dell’acido, sulle gesta di un misterioso serial killer” 

Buffo come il film meno “weird” di Hershell Gordon Lewis abbia proprio questa parola nel titolo, titolo che ha poi ispirato la nota casa distributrice di filmacci di serie Zeta et similia in America (La Something Weird Video). Uscito successivamente a The Gruesome Twosome ma nello stesso anno, Something Weird vede il padrino del gore abbandonare budella di manzo e lingue di pecora a favore di una trama più articolata, che mescola paranormale, stregoneria, psichedelia e thriller, il tutto contraddistinto dalla solita povertà di mezzi che ogni film del buon Lewis deve sopportare. Dopo titoli di testa inquietanti dove vediamo un omicidio attraverso l’inquadratura delle gambe del serial killer che strozza una tizia in minigonna, il film si accentra sul protagonista Mitchell (Tony McCabe) il quale, mezzo folgorato e sfregiato da un cavo dell’alta tensione, si sveglia in ospedale con il dono della preveggenza con cui, successivamente, cerca di sbarcare il lunario, coperto da un fazzoletto sul viso per nascondere il volto deturpato. 

Un brutto giorno viene a trovarlo una vecchia pustolosa (o almeno l’attrice Mudite Arums che si presenta con il solo volto truccato dando l’effetto di una vecchia con il corpo di una quarantenne) che gli propone un patto: Mitch riavrà la sua bella faccia ma in cambio amerà solo lei, ovviamente trasformata nell’avvenente Ellen Parker (Elizabeth Lee). Con questi presupposti Mitch viene incaricato dalla polizia di scoprire l’identità di un serial killer che ha già ucciso sette ragazze (di cui una con un lanciafiamme o qualcosa di molto simile). Nel frattempo la popolarità del veggente cresce al punto da presiedere una seduta spiritica dove Lewis si scatena in una sorta di effetto di levitazione creato in sovrimpressione con risultati piuttosto discutibili (l’immagine di Mitch viene praticamente proiettata sul muro e viene sollevato alzando probabilmente il proiettore stesso). Il punto migliore del film resta comunque l’incontro con uno spettro di donna che imperversa in una chiesa chiedendo solo un contatto umano (siamo di fronte ad un H.G. Lewis estremamente poetico!). 

Per aumentare la sua percezione extrasensoriale Mitch assume dell’LSD e in un tripudio di immagini virate al rosso e caleidoscopizzate, scopre l’identità dell’assassino. Trucchi ed effetti a parte (già questi raffazzonatissimi), anche le ambientazioni risultano poverissime (l’ufficio della Polizia sembra un box tirato a rustico) per non parlare poi di momenti di altissimo trash come lo sfiancante inseguimento finale e i colpi di pistola realizzato con l’effetto sonoro di un tappo che salta. Il finale comunque rimane beffardo e cattivello al punto giusto e, cosa non meno importante, qui Lewis dimostra anche una certa vena anarcoide e anticomformista in quella che, a tutti gli effetti, è una critica alla società dell’immagine ormai radicata sul suolo americano e oltre. 

venerdì 1 agosto 2025

UNA SECONDINA IN UN CARCERE FEMMINILE

(Frauengefang, 1975) 

Regia Jess Franco 

Cast Lina Romay, Martine Stedil, Roger Darton 

Parla di “giovanotta ammazza fidanzato rapinatore e finisce in carcere duro dove tutti cercano di strapparle il segreto del nascondiglio di preziosi diamanti trafugati” 

L’accoppiata Jesus Franco/Lina Romay colpisce ancora, tanto per cambiare con l’ennesimo Woman in Prison (per gli amici dell’acronimo: WIP) che tanto piacevano al maestro spagnolo e che, ovviamente, tanto piacevano anche ad un certo tipo di pubblico, decisamente di bocca buona. Tutto inizia con una rapina, tre loschi individui con anonime maschere bianche, fuggono con una valigetta, due vengono uccisi dal complice ma questi quando scopre che la valigetta è vuota, viene colpito a sua volta dalla fidanzata Shirley (Lina Romay), a bruciapelo. Subito dopo Shirley chiama la polizia e si costituisce, asserendo di averlo ammazzato per gelosia. 

Viene quindi relegata in un carcere femminile (e dove se no?) che, agli occhi del mondo, dovrebbe essere un modello virtuoso di penitenziario (a sentire la voce narrante quasi un centro vacanze) ma che sotto sotto nasconde turpi segreti. Il direttore, che sembra un giovialone, in realtà è un sadico che frusta a sangue le prigioniere ed arriva a mettere dei cavi elettrici nella vagina di Shirley per aver nascosto un biglietto segreto. Una cosa è certa, tutti vogliono sapere che fine hanno fatto i diamanti, ritenendo che Shirley ne sappia qualcosa. Accompagnato da una musichetta talmente stucchevole da rasentare l’incubo (opera di David White) rosa di qualsiasi porno, il film procede piuttosto svogliatamente, soprattutto nel segno dell’eros, elemento che di solito è molto preponderante nel genere. 

Qui ci si limita a qualche zoomata sul pelo pubico delle carcerate, che ovviamente dormono tutte nude per il caldo, non manca qualche accenno saffico (arricchito da integrazioni più spinte dove compare un misterioso sedere dotato di immondo brufolone nerastro!) con la bellissima Martine Stedil che verrà strangolata subito dopo dalla stessa Romay. Successivamente compare anche Tio Jess in completo azzurro e pistola in mano nei panni di un cattivissimo sicario che ammazza il direttore, non senza prima avergli fatto un pippone idealista contro il finto perbenismo di facciata. Finale da cartolina illustrata con lunghe inquadrature paesaggistiche che non servono a null’altro se non a riempire il vuoto di un minutaggio già esile. La Romay mostra tette e culo come se non ci fosse un domani ma se non altro Franco aggiunge all’estetica del film un tocco di raffinatezza, rispetto, infatti alle solite divise dei classici W.I.P. qui le prigioniere portano delle zeppolone giganti, improbabile vestiario in qualsiasi carcere femminile. 

venerdì 18 luglio 2025

THE PANTHER SQUAD (1984)

Regia Peter Knight (Pierre Chevalier) 

Cast Sybil Danning, Jack Taylor, Karin Shubert 

Parla di “terroristi eco spaziali rapiscono astronauta ma interviene squadra di cavallone per salvare capra e cavoli” 

Va bene che Sybil Danning non è mai stata attrice in film di spessore (anche se ha lavorato con Klaus Kinski ne “La notte dei Falchi” ed ha spesso intrecciato la sua strada con il cinema di genere italiano degli anni settanta) ma giungere addirittura a produrre questa action/schifezza di matrice belga, rasenta il pedice di una carriera tutto sommato dignitosa, almeno fino a qui (due anni dopo parteciperà a quell’altra schifezza simil-horror di Fred Olen Ray intitolata La Tomba). 

Prodotto realizzato esclusivamente per il mercato Home Video, da posizionare ad un passo dal reparto pornografico nonostante non vi siano scene di nudo, il film parte con una sorta di distopia sociale dove una “Jeep” spaziale viene intercettata da un gruppo terroristico chiamato Clean Space che ha lo scopo di combattere l’inquinamento spaziale. Questo primo, delirante, scenario viene narrato con un alternarsi incomprensibile di sequenze dove vediamo uno speaker televisivo che racconta tutto. Poi c’è un goffo rapimento di un’astronauta che viene prima intercettata da due falsi membri del NO.ON (che è una specie di successore dell’ONU) e poi rapita da due finti barellieri di una ancor più finta ambulanza. A questo punto entra in scena la Danning tutta vestita con borchie e pantaloncini di pelle nera a menare finti calci e finte mosse di Karate in un bar dove le comparse sono quattro scappati di casa messi lì a casaccio a fingere di fare le comparse. Coadiuvata dal mascellone Jack Taylor che passa il tempo ad alcolizzarsi, la Danning (che nel film si chiama Ilona, vabbè!) introduce un gruppo di stangone in minigonna pronte a sparare e combattere anche se la prima cosa che fanno è buttarsi in piscina non appena arrivate, tanto per mostrare un po' di carnazza in costume. 

Il resto del film sono scontri a fuoco dove muoiono solo i cattivi e dove si scopre che non c’è manco un cane di attore che sappia tenere in mano una pistola, un elicottero abbattuto con un unico proiettile, inseguimenti in moto e un assurdo cattivo che sembra un dittatore sudamericano dalla recitazione che, dire fuori dalle righe, è ancora un complimento. Per fortuna la Danning ha una pistola laser con cui fa fuori tutti all’ultimo e dato che, nella jeep disintegrata c’era anche l’astronauta rapita, mi chiedo come, nella successiva sequenza, questa possa essere partita per lo spazio al salvataggio dell’astronave bloccata tra le stelle. Boh! Comunque il film rasenta l’amatorialità più gretta e fa tristezza veder coinvolta in questo circo dell’imbarazzo, anche una Karin Shubert decisamente ormai sul viale del tramonto. Dirige un sordido Pierre Chevalier, giustamente sotto lo pseudonimo di Peter Knight. 

giovedì 10 luglio 2025

IL CASTELLO DELLE MUMMIE

(El castillo de las momias de Guanajuato, 1973) 

Regia Tito Novaro 

Cast Blue Angel, Superzan, Tito Novaro 

Parla di “tre eroici lottatori devono impedire al dottore pazzo di ringiovanire a spese di giovani vittime torturate da nanetti demoniaci e cadaveri mummificati che si attivano con il fischietto dei cani” 

Quello delle mummie urlanti di Guanajuato è uno dei misteri più affascinati ed inquietanti del messico (andatevele a scoprire sul web se non le conoscete https://www.beniculturalionline.it/location-4040_Museo-delle-Mummie-di-Guanajuato.php) che ha inevitabilmente ispirato molta della cinematografia horror locale ma anche al di fuori (non a caso Herzog apre il suo Nosferatu con una terrificante quanto suggestiva panoramica proprio dei cadaveri mummificati della nota città messicana). Ecco quindi che, nella vasta e variegata cinematografia latina, las mumias de Guanajuato  trovano posto in una serie di film dove i cadaveri essiccati si trovano a combattere contro un gruppo di luchadores all’epoca considerati delle vere e proprie star. 

Nel 1972 El Santo, Blue Demon e Mil Mascaras si trovano insieme ne “Las momias de Guanajuato” a combattere con un lottatore mummificato chiamato Satan mentre nell’ anno successivo tocca al trio Blue Angel (quello con la maschera di Capitan America con tanto di A stampata in fronte), Superzan e Tieneblas (che sembra quasi un Power Ranger) affrontare le mummie risorte da un cimitero grazie al fischietto a ultrasuoni (leggasi fischietto per cani) utilizzato da un nanetto assistente del tremendo dottor Tanner (interpretato da Tito Novaro che è anche regista del film) ne “El castillo de las momias de Guanajuato”.  In realtà della celebre attrazione di Guanajuato qua non c’è proprio traccia e il titolo resta solo un pretesto alquanto plateale di attirare spettatori con false promesse. Le mummie in questione infatti sono più che altro dei morti viventi ovvero comparse vestite di vecchi e logori abiti con ridicoli mascheroni di gomma comprati nel negozio di scherzi carnevaleschi. I mostri quindi si aggirano per piccole cittadine con lo scopo di rapire giovinette (ma anche uomini e bambini) da torturare allo scopo di estrarre un particolare ormone che renderà la giovinezza perduta al malefico Tanner, ormai ridotto a un catorcio umano al punto che deve rapire il figlio di un noto chirurgo per ricattarlo e farsi impiantare un cuore artificiale. Cuore che (contrariamente alle aspettative del cardiologo che gli dava pochi giorni di vita) funziona benissimo, anche grazie all’apporto di una messa nera che lo scienziato pazzo opera la sera successiva dopo l’intervento insieme ai suoi fedeli nanetti vestiti con il classico saio da monaco.

A contrastare il folle piano di Tanner ci pensano i tre lottatori mascherati che, tra un incontro riempitivo e l’altro contro dei rozzi contendenti (tra cui uno che si chiama troglodita e ho detto tutto!), trovano il tempo di girare tutte le chiese della zona per scoprire quale di queste ha officiato una messa di mezzanotte (il cardiologo infatti, durante la prigionia, sentiva le campane di una chiesa in piena notte). Scoperto il covo segreto di Tanner, il trio si trova all’interno di una vera e propria stanza delle torture dove menano calci e pugni alle mummiacce (e anche ai nanetti) e finalmente riescono a sgominare il folle piano del mad doctor di turno. Nel più puro stile messicano, il film è una baracconata trash pazzesca ma una di quelle, se non altro, divertenti, con gran sfoggio di pettorali misti e scene assurde (vedi i rapimenti vari che le mummie operano sulle ragazze locali, le quali svengono comicamente appena vedono i mostri). Se non altro risulta molto godibile la colonna sonora psichobeat realizzata da Bernardo Serrano che, soprattutto nelle scene finali, riesce quasi a mandare in acido lo spettatore. 

lunedì 9 giugno 2025

LE BAMBOLE DEL FUHRER (1996)

Regia Joe D’amato 

Cast Erica Bella, Shalimar, Jean-Yves Le Castel

Parla di “nazisti che creano bordello con prigioniere ovviamente testate molto attentamente da ufficiali SS ben dotati ma dall’insulto facile” 

Curiosamente reintitolato “Saloon Kiss” per il mercato estero (forse il film di Tinto Brass aveva un nugolo di estimatori oltreoceano?) questo Nazisploitation fuori tempo massimo è una delle opere straight to video che il maestro Joe D’amato sfornava a ritmi decisamente industriali per il mercato home video a luci rosse degli anni novanta. Detto questo, non c’è molto altro da dire, la trama è solo un pretesto che viene svogliatamente raccontata nei primi minuti del film mentre la videocamera inquadra uno sparuto squadrone di soldati nazisti che cammina nelle campagne. L’idea è quella di creare una specie di bordello con prigioniere piuttosto portate al piacere sessuale, allo scopo di spiare i clienti e raccogliere informazioni preziose per la vittoria finale del terzo reich. Poca roba, praticamente la versione porno di Saloon Kitty che era già comunque spinto da parte sua. Vari ufficiali SS si alternano per testare le prigioniere e verificare che siano adatte allo scopo, gli amplessi sono più o meno tutti uguali, con grandi dosi di anal e voraci fellatio. Mentre lo guardavo mi chiedevo perché rispetto ai porno anni settanta, l’orgasmo maschile si riduce qui alla masturbazione finale, eseguita in tutta fretta dall’attrice di turno, a conclusione di un amplesso che sembra durare un’eternità. Voglio dire, una volta gli attori venivano estraendo il pene dalla vagina ed eiaculando sulla pancia delle attrici dopo un coito normale. A partire dagli anni novanta, invece, non si riesce più a far eiaculare naturalmente, questi porno attori! Anche l’orgasmo deve essere provocato articialmente, anzi manualmente! Perdonate questa disgtressione, atta solo ad allungare il brodo di una recensione in cui non si ha molto da dire. Le attrici sono molto belle, anche se la continua ostentazione dell’ano allargato (in cui si vede molto disgustosamente l’inizio del colon) non è che sia molto arrapante. 

D’Amato, anche sul fronte del porno, ha sicuramente fatto lavori migliori e con più convinzione, qui persino la musichetta ossessiva che ci perseguita per questi sessanta minuti, riesce ad essere castrante. Fanno comunque ridere (non apriamo parentesi sul sessismo in questo frangente perché stiamo comunque discutendo di un porno) le carriole di insulti che queste povere attrici si beccano durante il coito da parte dell’ufficiale di turno che non ho capito se è sempre lo stesso (il porno attore d’oltralpe Jean-Yves Le Castel) o cambia di volta in volta. Fatto sta che, durante il rapporto, sentiamo ossessivamente questa voce fuori campo (stranamente somigliante a quella di Oreste Lionello) che ripete a mantra epiteti irripetibili che aggiungono una colpevole ilarità a tutta la scena. 

lunedì 26 maggio 2025

AS TARAS DO MINIVAMPIRO (1987)

Regia José Adalto Cardoso 

Cast Chumbinho, Renato Alves, Eliane Gabarron 

Parla di “vampiro nanetto semina il terrore tra le vittime mestruate ma un sindaco arrivista lo vuole trasformare in un’attrazione turistica” 

Girato l’anno successivo a Alucinações Sexuais de um Macaco (1986), il film di José Adalto Cardoso ci conferma che, almeno per quanto riguarda il cinema a luci rosse, il Brasile si rivela inaspettatamente una fonte inesauribile ed estrema di cinema ai più bassi livelli, per quanto riguarda la qualità, ma ai massimi per quanto riguarda il tasso di Weirdo, qui veramente alto. L’attore principale è un certo Chumbinho, che manco a dirlo, è un nano dai denti storti raccattato in non si sa quale favelas ma di certo non proveniente da un’Accademia di cinema, considerata la non recitazione costante e imbarazzata. 

La sua presenza in un piccolo paesino chiamato Batatao vicino a San Paolo, scatena il panico, soprattutto nelle coppiette infrattate a fare sesso contro un muretto (sempre lo stesso, per tutto il film) ma scatena anche le mire lucrative del sindaco, un vecchio baffone che gesticola come un matto ripetendo monologhi deliranti. Il suo intento è catturare il minivampiro e trasformarlo in una specie di attrazione turistica. Nel frattempo le voci della presenza del piccolo Dracula (che saltella in giro agitando un piccolo mantellino nero e sfoderando una serie di dentacci storti che sono propri dell’attore e non una protesi), richiamano una piccola troupe a girare un documentario e (perché no) a fare un po’ di sesso ripreso dal regista con grande abbondanza di culi e schiene pelose, brufoli e pieghe di cellulite messe bene in evidenza nell’inquadratura. Il sindaco assume anche una specie di cacciatore di vampiri (Renato Alves) che assomiglia stranamente all’esorciccio con tanto di corone d’aglio e crocefissi di legno in mano. 

Il cacciatore però non intende uccidere il vampiro anzi sembrano divenire amici al punto che il piccolo demonietto gli confessa che la sua sfiga è quella di essere nato in Brasile, se fosse stato un vampiro americano, oggi sarebbe famoso. Girato con piglio amatoriale, in ambientazioni fatiscenti ma ricco di personaggi bizzarri (tra cui un assurdo barbone che ama masturbarsi guardando i cavalli), As Taras do Minivampiro (Lett. Le turbe di un minivampiro) è comunque ricco di sequenze che meriterebbero di entrare nella storia del cinema dalla porta del bagno di servizio. L’erezione penica del vampiro che emerge dal terreno, il mostro che lecca goloso la vagina di una ragazza con le mestruazioni e dopo si succhia godurioso il pannolino sporco di sangue e l’assalto dall’alto su una coppia intenta in una fellatio (con tranciamento del pene) sono tutte sequenze che nella loro bruttezza colpiscono lo spettatore, narcotizzato da noiosissime scene di sesso, e lo svegliano all’improvviso come una doccia fredda, dandogli modo di arrivare sveglio alla parola “Fim” dopo appena un’oretta di (dubbio) spettacolo. 

lunedì 19 maggio 2025

I SETTE NANI ALLA RISCOSSA (1951)

Regia Paolo William Tamburella 

Cast Ave Ninchi, Georges Louis Marchal, Rossana Podestà 

Parla di “ nani pelosi che cercano di salvare la principessa Biancaneve ma non riescono a salvare il film dalla sua bruttezza” 

Forse è un concetto che ho già ribadito in altre recensioni o forse no (la memoria, invecchiando …dannazione!), in ogni caso se cercate dei film veramente weirdo, spesso potete trovarli nel settore del cinema per ragazzi. 

Assieme a perle come “Santa Claus conquers the martians” si può inserire anche questo fantasy favolistico del dopoguerra diretto da Paolo William Tamburella, con una giovane e virginea Rossana Podestà che interpreta Biancaneve in una trama alternativa a quella classica post Disneyana. In questo frangente, la principessina vive in uno splendido castello insieme alla governante Ave Ninchi (che i più anziani di voi ricorderanno soprattutto per la sua pubblicità del Pollo AIA) e al principe azzurro, qui rinominato Biondello (Roberto Risso). Purtroppo l’idillio domestico viene interrotto da tamburi di guerra e richieste di aiuto al Principe Biondello, che deve  recarsi con il suo esercito a difendere i villaggi circostanti dalle invasioni del crudele Principe Nero. Dopo giorni di silenzio, Biancaneve apprende che Biondello è stato rapito e per riscattarlo deve consegnare al cattivo la corona del tesoro.

 Ma, ahimè, è una trappola del principe nero interpretato dall’attore francese Georges Louis Marchal, agghindato con una tutina aderente e un’assurda pettinatura che richiama due orecchie giganti fatte con lana di pecora. Da qui in poi il film si trasforma in un festival del trash senza vergogna, appaiono infatti i nanetti, che sono dei veri nani spelacchiati con nomi tutti diversi da quelli che conosciamo. Se già l’uso di persone diversamente alte richiama le più becere operazioni cinematografiche di serie zeta, il tentativo dei nani di creare delle gag divertenti rende la situazione più penosa, con classiche scenette da commediaccia di bassa lega (il nano che pesca sé stesso e finisce in acqua). I nanetti vengono quindi avvisati, tramite un falco messaggero, che Biancaneve è in pericolo e si recano quindi nei dintorni del castello del Principe Nero, che, nel frattempo, cerca di obbligare Biancaneve a sposarlo. 

I sette vengono inglobati in un praticello/trappola rotante, modello sciacquone del water e finiscono in mezzo alle sirene, da qui riescono a fuggire grazie alla presenza del fido topo di uno dei nani che spaventa le donne pesce e permette loro di risalire in superfice dove incontrano la governante. Insieme giungono al castello ma vengono catturati, qui scoprono addirittura un laboratorio fantascientifico da cui il principe trae il suo potere. Lieto fine istituzionale con abbracci, baci e il principe nero trasformato nell’ottavo nano. I nanetti sono di una bruttezza che mette quasi a disagio, soprattutto pensando a quei poveretti costretti a mostrare le loro deformità ad un pubblico che, probabilmente non ha neanche riso una volta. 

venerdì 9 maggio 2025

PIRATA! CULT MOVIE (1984)

Regia Paolo Ricagno 

Cast Paolo Ricagno, Ugo Gregoretti, Jo Squillo 

Parla di “rivoluzionario coi baffetti e le rotelle cerca di sovvertire il sistema repressivo mentre la madre lo prende a fucilate” 

Nell’anno della profezia orwelliana cosa ci poteva essere di meglio che realizzare un film di fantascienza in cui una società annichilita dalla televisione viene dominata da un grande fratello chiamato per l’occasione “il sognatore supremo” (interpretato da Ugo Gregoretti)? Ci pensa quindi l’esordiente Paolo Ricagno a mettere in piedi una sarabanda new wave con pretese artistiche ma con evidenti carenze di budget, ambientata in una Torino oscura, ripresa solo di notte, tra tunnel della metropolitana, strade deserte e i pochi cittadini presenti sono immobili come manichini. 

In questa sorta di distopia sociale, accompagnata da canzoni snocciolate dai gruppi underground di allora come Gaznevada, Arty Fleury e una scatenata Jo Squillo, si muove il rivoluzionario Pirata (interpretato dallo stesso regista) che sfreccia su pattini a rotelle come i Roller Skaters de “I guerrieri della notte” con il volto truccato con insopportabili baffetti disegnati, mentre dietro di lui orde di poliziotti con manganelli palesemente finti, si divertono a malmenare giovani, vecchi e famigliole ipnotizzate davanti al tubo catodico. Ma non bastano gli sbirri (interpretati dai Gaznevada), a perseguitare il giovane c’è anche la madre (Luisella Ciaffi) che sfodera una poco rassicurante doppietta con cui spara a casaccio. Attorno a Pirata ruotano poi alcuni personaggi bizzarri cone due giovani performer e un barista chiaccherone che si vernicia d’oro la faccia nel finale. 

Di sicuro, il film di Ricagno che, ambiziosamente, definisce Cult Movie direttamente nel titolo, è un’opera che non ha bisogno di grosse interpretazioni, per quanto riguarda il messaggio, soprattutto nel finale (che trovo molto poetico) dove Pirata spegne finalmente tutti gli elementi repressori con il telecomando e ci regala delle scene finali particolarmente riuscite in cui le due performer ripetono all’ossessione “ti amo” davanti ad una lastra di metallo ondulato dove un gioco di luci sembra trasformarsi in scariche laser dipinte sul metallo, sopra al riflesso di Pirata seduto su una sdraio. Ricagno risulta ammirevole quando fa di necessità virtù e regala allo spettatore una serie di trovate originali e artistiche con il nulla, partendo dalla sparatoria sul tram frequentato da passeggeri zombie, fino al centro di emanazione costellato di decine di schermi uno sopra l’altro. Sebbene la presunta originalità del progetto che, all’epoca doveva essere nei propositi di Ricagno, non risalti più di tanto, il film è comunque un curioso documento dell’epoca che, per noi inguaribili nostalgici, merita sicuramente attenzione. 

venerdì 18 aprile 2025

NUDE BOWLING PARTY (1995)

Regia Jason Williams 

Cast Jaqueline Lovell, Tammy Parks, Scott Spiegel 

Parla di “parodia di un programma televisivo dove le giocatrici tirano le palle completamente nude ma i birilli non cadono mai” 

Realizzato con l’intento di parodiare il celebre programma televisivo americano “Bowling for dollars”, questa sorta di straight to video che non raggiunge neanche l’oretta canonica, è un’ode al sessismo più becero, dove l’intento principale, se non si fosse già capito dal titolo, è quello di mostrare quattro fotomodelle americane in formissima, che si spogliano completamente e giocano a coppie ad una partita di bowling. Il programma viene poi intervallato da imbarazzanti televendite di spray contro la puzza di piedi e altre amenità edificanti. 

Un presentatore in giacca e farfallino da l’avvio al gioco mentre due cronisti fanno quello che possono per commentare il noiosissimo sviluppo della partita. Si, perché l’avvenenza delle quattro concorrenti è inversamente proporzionale alla loro capacità di gioco. Nei primi lanci le quattro ragazze, che sono Barbie (Jaqueline Lovell), Tina (Cory Lane), Bambi (Tammy Parks) e Francine (Taryn Carter), iniziano a togliersi reggiseno e mutandine ma dopo neanche due tiri, sono già completamente nude, a metà gioco la videocamera non si preoccupa neanche più di inquadrare birilli e palla ma si sofferma unicamente su tette e culi delle ragazze che, prima di ogni lancio, fanno mossette tipiche di fotomodelle alle prime armi. In generale, si denota una certa incapacità nel gioco soprattutto da parte della seconda concorrente, Bambi, una rossa con una collana a girocollo e le tette rifatte che non ne becca una neanche per sbaglio e manda in continuazione la palla fuori.  La migliore è sicuramente Barbie che riesce persino, verso la fine, a mettere a segno un paio di Strike. Le oche però non sembrano prendersi molto a cuore gli sviluppi della partita e vanno avanti con un sorriso ebete stampato in faccia, a parte Barbie (la mia preferita, se non si era già capito!) che verso la fine sostiene un’espressione tra il corrucciato e il concentrato andante.

Dalla disperazione persino uno dei due cronisti si offre di insegnare alle quattro come si lancia la palla e, in effetti, dopo la lezione le cose vanno un pochino meglio. A lato della partita ci sono un paio di fotografi sudaticci e arrapati identificati come Joe Pornofsky e il suo assistente e qui c’è la sorpresa! Si tratta infatti della comparsata nientemeno di Scott Spiegel, collaboratore assiduo di Sam Raimi e regista di un cult assoluto come Intruder – Terrore senza volto, e Ivan Raimi, fratello di Sam e sceneggiatore dei suoi capolavori come L’armata delle Tenebre, Darkman e ovviamente The Evil Dead. Dulcis in fundo, un’altra curiosità di questo incommentabile video è proprio la regia, ad opera di Jason Williams, protagonista del celebre softcore fantascientifico “Flesh Gordon – Andata e ritorno dal Pianeta Porno” (Titolo poi trasformato, per esigenze di censura in “andata e ritorno dal Pianeta Korno”). 

venerdì 11 aprile 2025

MR. NO LEGS (1978)

Regia Ricou Browning 

Cast Ted Vollrath, Ron Slinker, Lloyd Bochner 

Parla di “sicario senza gambe ma dotato di carrozzina sparatutto, tenta la scalata nel giro della droga” 

Non si può parlare di questo filmaccio exploitation dei tardi anni settanta, senza prima spendere due parole sul suo protagonista Ted Vollrath, considerato poi che questo è l’unico film a cui partecipò, scritto peraltro a sua immagine e somiglianza. Vollrath, ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti, perse entrambe le gambe durante la guerra in Corea, questo però non gli impedì, dopo grandi sforzi e tanta forza di volontà di diventare cintura nera di Karate e successivamente grande maestro di arti marziali. Appare, poi, quasi paradossale che in Mr. No Legs, Vollrath accetti la parte del cattivo, peraltro un cattivo veramente sadico e crudele, nonostante la sedia a rotelle. 

Curiosamente il film risulta essere l’ultima regia di Ricou Browning, un nome che ai più non dirà nulla se non il fatto di essere stato il mostruoso Gill man de Il Mostro della Laguna Nera e i successivi sequel realizzati sull’iconico uomo pesce. Detto questo, siamo di fronte a un tipico poliziesco anni settanta realizzato in economia assoluta, con grandi scazzottate, storie di droga e malavita e sul finale un assurdo inseguimento automobilistico dove le auto si vanno a sfasciare nei modi più impensati, al solo scopo di spettacolarizzare un film poverissimo. La storia verte inizialmente su uno studentello che partecipa allo smercio di un carico di droga, organizzato dal cattivissimo Mr. No Legs, un sicario della mala senza gambe ma dotato di una carrozzella super accessoriata con fucilazzi incastrati nei braccioli. Solo per quest’idea, il film andrebbe adorato senza se e senza ma. Ma il nostro sicario è anche e ovviamente, un esperto di arti marziali e quando il boss tenta di disfarsi di lui, ecco sferrare micidiali fendenti di karate e colpire i suoi avversari con il moncherino. 

In un impeto di estremo machismo, il buon Vollrath si esibisce anche in un una serie di flessioni con l’ausilio delle sole braccia appoggiate sulla carrozzina. La storia prosegue con la morte accidentale della findanzata di Ken, il quale chiama Mr. No Legs per far sparire il corpo, questi però non si accontenta e fa sparire anche lo studente. Il fratello poliziotto della ragazza indaga insieme ad un collega belloccio in perfetto American Style. Mr. No Legs, nel frattempo, tenta la scalata al potere, accoltella le infiltrate, affoga i nemici in piscina e spara da tutte le parti come una sorta di carrarmato su due ruote. Sul finale si lascia pure intendere che Mr. No Legs non sia veramente morto nell’ultimo scontro a fuoco, forse per lasciare la possibilità di un seguito mai realizzato. Comunque il film, nella sua povertà, è divertentissimo e violento quanto basta per una serata di spensieratezza (uno di quei film, insomma, che piacciono tanto a mr. Tarantino), nel cast troviamo anche il mascellone John Agar protagonista di Tarantola di Jack Arnold, tanto per rimanere in tema di classic monster movie. Sicuramente dopo aver visto Vollrath in azione, ci penserete su due volte prima di occupare un parcheggio per disabili!   

venerdì 4 aprile 2025

HOW TO MAKE A DOLL (1968)

Regia Hershell Gordon Lewis 

Cast Robert Wood, Jim Vance, Bobbi West 

Parla di “professorino nerd inventa macchina che produce donnine ma poi scopre l’amore e non se ne fa più nulla” 

Era il 1968, iniziava la stagione del libero amore, del pomicio studentesco, del rock psichedelico e delle droghe mistiche. In questo frangente anche il padrino del Gore Hershell Gordon Lewis, dovette adattarsi, cinematograficamente parlando, e andare incontro ai rinnovati gusti del grande pubblico. Ecco quindi che in questo anno molto particolare, il nostro maestro dello splatter a basso costo, fu coinvolto nella produzione di una serie di pellicole giovanilistiche in cui la carnazza presa dal macellaio sotto casa, veniva momentaneamente messa in frigorifero a favore di tematiche più attuali come le bande giovanilistiche (She Devils on Wheels) e i primi pruriti sessuali adolescenziali.  

Insomma la parola d’ordine è SESSO e Lewis, bizzarramente realizza questa commediola dai toni fantascientifici in cui un professore di matematica di nome Percy (Robert Wood) vuole a tutti i costi scoprire i misteri dell’amore, ma è talmente nerd da non accorgersi che gli studenti pomiciano dietro le sue spalle mentre è intento a spiegare la lezione. Ovunque si aggiri nel campus, vede coppiette che si sbaciucchiano avvinghiate, un paio addirittura imbucati nella sua bizzarra utilitaria a tre ruote, frutto di un incrocio tra una 500 e un’ Apecar. Recatosi dal suo collega, il professor West (Jim Vance) scopre che lo stesso ha approntato una macchina per realizzare materialmente i desideri. Infatti Percy vede comparire all’improvviso il tenero coniglietto che ha sempre desiderato. 

Ma ovviamente, fra le molteplici voglie dei due scienziati non poteva esserci che la donna perfetta, ed ecco che il supercomputer, tra una risata (si si, il computer ride e fischia quando produce!) e un lampeggio di lampadine, sforna bellissime ragazze disposte a soddisfare qualsiasi desiderio dei due maschi. Preso dalla multicreazione femminile, il dottor West verrà risucchiato nella macchina insieme alle donnine e scomparirà felice in un multiverso sconosciuto mentre il buon Percy incontrerà una bionda studentessa di nome Agnes (Bobbi West), anch’essa un po' nerd e potrà quindi innamorarsi alla vecchia maniera, che è sempre la migliore a quanto pare. Decisamente reazionario e anche un po' (molto) sessista, il film è di una povertà assoluta, sul finale si dilunga in maniera esponenziale nel goffo corteggiamento tra i due fidanzatini con tanto di classico incontro coi genitori nel salotto buono. Le gag comiche sembrano ammiccare ai classici di Charlot e Buster Keaton ma la sensazione è di una pallida improvvisazione senza alcun mordente. Quando Percy viaggia sulla sua assurda utilitaria sembra di vedere qualche episodio di Mr. Bean con la sola differenza che qui non si ride mai, neanche per sbaglio. Fortunatamente il buon Lewis si ravvederà da questi obbrobri in celluloide nel 1970, tornando al buon vecchio splatter nel suo capolavoro The Wizard of Gore.