venerdì 31 gennaio 2025

NECROMANIA – A TALE OF WEIRD LOVE! (1971)

Regia Edward D. Wood Jr. 

Cast Rene Bond, Maria Aronoff, Ric Lutze 

Parla di “coppia in crisi si reca in casa stregata affinchè la magia faccia il miracolo ma il film scompare e il cast decide di rimanere anonimo” 

Quando un film si presenta già dai titoli con la frase  “Our cast wish to remain anonymous” la dice tutta sulla qualità dei suoi contenuti, se poi a girarlo è il famigerato Edward D. Wood Jr. pure lui sotto falso nome (Don Miller) allora siamo sicuri che quanto stiamo per vedere sia una vera manna per gli amanti del genere weird. In realtà il film non è altri che un pornazzo decisamente soft (non ci sono penetrazioni), antico reperto di un’epoca d’oro per le sale a luci rosse che stava muovendo i primi timidi passi nel mondo del cinema. 

Una giovane coppia con problemi sessuali si reca in una vecchia magione dove pare facciano miracoli con il sesso, in realtà il luogo presenta strani simbolismi esoterici, bare e teschi di peltro che una mistresse piuttosto vogliosa si passa sui capezzoli. Lasciati in una stanza i due ci riprovano ma senza successo, le scene hard si limitano a ampie slinguazzate sui corpi pelosi dei due attori ma, in effetti, il membro maschile, nonostante le stimolazioni tarda ad erigersi, e non è il solo, anche un altro ospite, decisamente ossessionato dal sesso, non mostra segni di indurimento. Chissà forse una scelta registica per evitare la censura estrema che per l’epoca doveva essere piuttosto pesante. In ogni caso la ragazza, delusa dal fidanzato (si spacciano per sposati ma si scopre che non lo sono…brrrr!) si consola con amori saffici offerti da una delle intrattenitrici del posto mentre la mistress tenta invano di far rinvigorire il maschio. 

Portati al cospetto della padrona di casa, Madame Heles, trovano una bara chiusa da cui esce la donna per il verdetto finale, la ragazza (si è laureata!) può andarsene mentre lui deve fare ripetizioni, ed infatti lo ficcano nella bara con la donna affinchè impari qualcosa di più sul sesso. Wood non manca nei dialoghi iniziali di citare il suo amato Bela Lugosi, gira con un budget di appena 7000 dollari su un soggetto scritto da lui stesso (The Only House). Considerata una pellicola perduta per anni, fu casualmente ritrovata e rieditata verso la fine degli anni ottanta dalla Something Weird (che Dio li benedica!). In realtà il film è ben poca cosa, come si può ben immaginare, gli attori sono inguardabili (sia nudi che vestiti), la storia è abbastanza idiota e la durata di appena 50 minuti non lo elegge manco a lungometraggio. Rimane comunque un titolo indispensabile per i completisti del tanto vituperato “peggior regista del mondo”. 

venerdì 17 gennaio 2025

LADRI DI CADAVERI

(Ladron de Cadaveres, 1957) 

Regia Fernando Méndez 

Cast Wolf Ruvinskis, Crox Alvarado, Columba Domínguez 

Parla di “scienziato pazzo mescola lottatori di Wrestling e scimmioni per creare super razza ma genera soltanto un filmaccio super trash!” 

Sappiamo tutti che la Lucha Libra è lo sport più apprezzato in Messico, lo dimostrano centinaia di film realizzati nel dopoguerra, dove la commistione di generi prevedeva quasi sempre un incontro sul ring tra due luchadores mascherati, all’interno di una trama spesso e volentieri dai connotati horror. Un po come se da noi avessero mescolato calciatori e vampiri o partite di calcio giocate nei cimiteri tra zombi. Strano a dirsi, noi non siamo mai arrivati a questi livelli mentre i messicani, invece, ci sguazzavano sul serio come dimostra quest’ennesimo filmaccio diretto da Fernando Méndez. 

In realtà Ladron de Cadaveres non è neanche il peggiore della categoria, come dimostra il fatto che fu distribuito e doppiato anche in Italia. La trama, quella certo, è scombiccherata, con elementi scientifici ridotti a teorie bislacche buone per un pubblico da terza elementare. Abbiamo l’ennesimo scienziato pazzo che, con l’aiuto di un complice piuttosto inquietante, scava nei cimiteri per rubare i cadaveri di lottatori di wrestling per un non ben definito esperimento. I corpi vengono operati al cervello e poi messi sotto una specie di macchina per il transfer cerebrale su un povero scimpanze ma l’esperimento fallisce. Nel frattempo lo scienziato si traveste da vecchietto che vende biglietti della lotteria all’interno di una palestra di lucha libre dove ordisce i rapimenti dei lottatori più in salute. Dalle campagne giunge il buon Guglielmo Santana (Wolf Ruvinskis) un sempliciotto che invita la segretaria a cena e finge di essersi fatto rubare il portafoglio per non dover pagare. Il suo amico Carlos (Crox Alvarado) che è anche capitano della polizia, lo convince a fare da esca travestendolo dal lottatore mascherato “il vampiro” e facendogli vincere una serie di incontri truccati. Con una serie di diabolici stratagemmi (da non crederci, chi ha scritto stà roba è un genio!), Guglielmo viene ucciso con un veleno scambiato dallo scienziato pazzo con un disinfettante che il medico della palestra usa per curare la ferita al braccio procurata a Guglielmo da un complice del mad doctor nella doccia. Il lottatore muore improvvisamente durante un incontro e il suo cadavere viene rubato dall’obitorio. Stavolta l’esperimento riesce e Guglielmone diventa una sorta di zombie fortissimo agli ordini dello scienziato, il quale, dopo questo successo, sogna di creare una razza di uomini perfettissimi e se la ride da matti (“adesso sono anch’io un creatore! Aahahaha!”). 

Peccato che il nuovo schiavo, vestito anch’esso da lottatore di wrestling, esageri con salti, saltelli e mosse di lotta e scaraventa letteralmente il suo sfidante in platea come se fosse una marionetta (che in effetti nella realtà è visibilmente un pupazzo a grandezza d’uomo). Togliendosi la maschera, poi, rivela le sue orrende fattezze che scatenano il panico generale nell’Arena. All’inizio Guglielmo sfodera solo un paio di zannacce ma poi, gradualmente, si riempie di pelazzi e finisce, come King Kong, a rapire la sua bella segretaria (che nel frattempo si era distrutta dal dolore per la perdita del suo amato con cui, se va bene, era uscita un paio di volte!) e finire miseramente la sua carriera di mostro precipitando da un palazzone. Le atmosfere non sono malvagie, i combattimenti tra lottatori sono avvincenti e la narrazione è oltremodo scorrevole, peccato che tutto l’impianto sia semplicemente demenziale e sfocia, nel catastrofico finale, in un’orgia di trash come solo il cinema messicano di genere riesce a regalarci ogni volta. 

venerdì 10 gennaio 2025

TURKISH I SPIT ON YOUR GRAVE

(Intikam Kadini 1979) 

Regia Naki Yurter 

Cast Zerrin Dogan, Cesur Barut, Recep Filiz 

Parla di “giovane e bella contadinotta violentata da quattro agenti immobiliari diventa seduttrice che pianifica la sua mortale vendetta”  

Raschiando nel fondo del barile delle produzioni turche degli anni settanta si trova anche un remake non autorizzato del cult di Meir Zarchi, uno dei maggiori esponenti del genere Rape & Revenge. Se da un lato può sorprendere l’allegra baldanza della Birlik film che ne finanziò la lavorazione, dall’altro appariva palese come questa fosse l’occasion
e giusta per spingere l’accelleratore verso il softcore, con ampia esposizione di corpi femminili nudi e scene di sesso (mal) simulato. Se l’originale “I spit on your grave” calcava la mano, infatti, verso la violenza sia nell’atto dello stupro che nelle sue crudeli conseguenze (evirazioni, maciullamenti con eliche di motoscafo, ecc.) qui sangue e ammazzamenti sono decisamente edulcorati mentre invece Intikam Kadini si mostra generoso con il sesso e la carnazza. 

Su una strada di campagna, quattro agenti immobiliari rimangono senza benzina e decidono di passare la notte in una piccola fattoria abitata dalla giovane contadinotta Aysel (Zerrin Dogan) e dal suo vecchio padre. Il mattino dopo, mentre la ragazza sta lavorando nel fienile, uno degli ospiti le salta addosso, la picchia e la violenta, lo raggiunge il collega Osman (Cesur Barut) che gli da il cambio. Gli altri due immobiliaristi, svegliatisi senza trovare traccia degli amici, ammazzano di botte il vecchio padre (così senza motivo) salvo poi accodarsi anche loro allo stupro di gruppo. La povera Aysel, resasi conto di quanto accaduto, decide prima di suicidarsi e qui il regista Naki Yurter si diverte un mondo a mandare avanti e indietro lo zoom della macchina da presa in una sequenza a dir poco psicotica. Ritroviamo Aysel poco dopo, trasformata in una sciantosa seduttrice pronta alla vendetta, ma non prima che Osman ci regali una piccola scena di sesso con la sua segretaria. Il poveretto incontra in un bar Aysel ma non la riconosce (tutti gli stupratori comunque dichiarano di averla già vista da qualche parte), peggio per lui, perché una volta giunti in camporella, Aysel lo travolge con l’auto facendolo cadere sugli scogli. Tocca poi al collega ciccione e deficiente, che viene sgozzato in barca. Il terzo, sinceramente, non si capisce bene cosa gli accade, perché ad un certo punto lo troviamo annegato in piscina con una bottiglia che gli galleggia a fianco. 

Con l’ultimo stupratore (che poi è stato il primo a violentarla) le cose vanno un po’ più per le lunghe perché la vendetta è un piatto che si consuma freddo. E infatti Aysel si concede con lui una lunga ed estenuante (almeno per lo spettatore) scena di sesso sugli scogli dove possiamo ammirare le forme giunoniche della bella Zerrin in tutto il suo splendore mediterraneo. Il finale lascia decisamente a desiderare quando Aysel si rivela al suo carnefice mettendosi semplicemente un fazzoletto in testa e pigliandolo a forconate nella pancia. Il poveretto, morente, si pente del male che ha fatto alla povera Aysel dicendogli semplicemente “Hai fatto bene!” prima di schiattare in mezzo alla paglia. Pur nella sua grettezza il film ha almeno il pregio di durare un’oretta scarsa in cui è impossibile annoiarsi (se non per le ridicole scene di sesso). Attenzione alle musiche, che passano dal latino americano alla dance elettronica primordiale, alcuni brani sono palesemente copiati (com’è noto nel cinema turco) ma sinceramente non saprei dire dove.   


venerdì 3 gennaio 2025

IL GIGANTE DELL’ HIMALAYA

(The Mighty Peking Man, Goliathon; 猩猩王, Gorilla King, 1977) 

Regia Ho Meng-hua 

Cast Danny Lee, Evelyne Kraft, Ku Feng 

Parla di “gorillone orientale segue bella bionda a Hong Kong ma finisce in catene e giustamente si incazza” 

Nello stesso anno in cui in Italia si produceva Yeti il gigante del XX Secolo, a Hong Kong usciva la versione orientale del King Kong di John Guillermin, il cui successo aveva riattivato l’interesse generale per il gigantesco scimmione spaccatutto. Rispetto agli altri due titoli già citati, qui non è ben chiaro a quale famiglia di mostri appartenga The Mighty Peking Man, il corpo peloso è sicuramente quello di una scimmia ma il volto (o meglio la maschera) ha dei tratti umani, vagamente orientali. Quello che invece appare certo è che il film è un esplosione di trash senza pari, con picchi cruenti e momenti da imbarazzo totale. 

Nelle prime sequenze un gruppo di scienziati si accorge che una scossa di terremoto ha provocato la rottura di una montagna in zona Himalaya risvegliando una gigantesca creatura che fa strage dei villaggi vicini, schiacciando uomini a più non posso con i suoi orrendi piedoni che ostentano orgogliosi le cuciture del costume. Un gruppo di spietati affaristi organizza la spedizione per catturare l’essere mettendovi a capo un povero derelitto di nome Johnny che sembra non aver più niente da perdere (scopriremo infatti che ha beccato la fidanzata a letto col fratello). Nella foresta gli esploratori vengono decimati da tigri staccabraccia, sabbie mobili e dirupi pericolosi, come se non bastasse il perfido manager che accompagna Johnny, ha pure la brutta abitudine di abbattere i portantini che vengono feriti dalle belve. Fatto sta che Johnny si perde nella giungla ma viene salvato da Samantha, una supergnocca biondissima che si atteggia a tarzan, mostrandoci spesso e volentieri normalissime mutandine sotto gli stracci di pelle che indossa e la punta del capezzolo birichina che attira sempre qualche spettatore in più. 

Sopravvissuta da bambina ad un incidente aereo (classica motivazione per la nascita di tutte le tarzanidi femminili, da Gungala a Tarzana a seguire), Samantha è cresciuta nella foresta grazie alle amorevoli cure del mostruoso Utam a cui obbedisce come un cagnolino. Non a caso quando un cobra la morde nelle cosce (e dove se no?) il gigante arriva con mezza foresta di foglie medicamentose mentre Johnny si trastulla a succhiargli godurioso il veleno dalla coscia. Segue una sequela di scene pseudo romantiche dove Johnny e Samantha amoreggiano in compagnia di un leopardo che viene trattato peggio del gattino di casa, poi Johnny decide che è ora di portare Utam nella città e contatta i suoi. Sulla nave però Utam viene legato a catenazze ma nonostante questo salva la nave da un pericoloso naufragio. Arrivati a Hong Kong la produzione, probabilmente per incentivare la distribuzione all’estero inizia a piazzarci un po’ di attori occidentali, compreso il bastardissimo capo della polizia. 

Samantha scopre che Johnny ci ha riprovato con la ex fugge, Utam stanco di giocare con modellini di ruspe, si libera e comincia a spaccare tutto, si piglia una marea di proiettili, Samantha idem e tutti quanti salgono su una torre dove vengono fatti esplodere dei serbatoi distruggendo definitivamente il povero mostro che, a parte qualche marmellata di passante e qualche treno distrutto, non faceva nulla di male. Il film non è fatto per niente male, gli effetti, per l’epoca sono buoni, ma l’intreccio di situazioni è portato a livelli talmente estremi che si fatica a non rotolarsi dalla sedia per il gran ridere. Il pregio di tutta l’operazione è comunque quello di eludere ogni forma di consolazione o di buonismo, mostrando senza mezzi termini quanto sia bastarda la razza degli uomini. 

venerdì 20 dicembre 2024

THE CREEPING TERROR (1964)

Regia A.J. Nelson (alias Vic Savage) 

Cast Vic Savage, Shannon O'Neil, William Thourlby 

Parla di “cosa può accadere quando l’effettista scappa con il costume del mostro alieno e non ti resta a disposizione nient’altro che una vecchia coperta” 

Trovo alquanto ingiusto considerare quest’opera come il “peggior film di tutti i tempi” secondo solo a “Plan 9 from outer space”, anche perché il primo posto, questo film, se lo merita tutto. Parliamoci chiaro, il capolavoro di Edward Wood jr., al confronto, sembra roba da poppanti. Qua la bruttezza rasenta la maestria, al netto di tutte le vicissitudini che la lavorazione del film ebbe a subire. Primo fra tutti, l’addetto agli effetti speciali, il quale piccato dal mancato pagamento delle fatture, ha pensato bene di darsi alla macchia portandosi via anche il costume del mostro e costringendo il povero Vic Savage (protagonista e regista con lo pseudonimo A.J. Nelson) a ripiegare su vecchie coperte e pelli d’animale.

In questo modo fu possibile realizzare l’irrealizzabile, la più ridicola creatura aliena di sempre, una specie di torpedone di stoffa al cui interno ciondolavano due povere comparse totalmente ignare della direzione da seguire, con tanto di testone penzolante pieno di tubicini, zampette di stoffa e un buco nel mezzo in cui venivano infilate a forza le vittime. Come se non bastasse poi, la scoperta a fine girato, della perdita dell’audio, il che obbligò sempre il povero Savage (che leggenda vuole montò il film da solo, in una stanza d’albergo, con una moviola senza sonoro) a ripiegare su una voce narrante e pochi, sparuti, dialoghi, registrati con la cornetta telefonica. 

Il risultato è che il film ci viene costantemente spiegato da Larry Burrell (manco accreditato!) il quale non lesina in dettagli cui non frega un cazzo a nessuno come un assurdo pippone moralistico sulle gioie dell’amore tra Savage e la neo-mogliettina Brett (Shannon O'Neil) su un divano mentre il collega poliziotto li guarda imbarazzato. Il film, inizia infatti, con il rientro dalla luna di miele del vicesceriffo Martin e il concomitante atterraggio (praticamente la ripresa mandata al contrario della partenza di un missile americano) di un’astronave aliena. Giunto sul posto, lo sceriffo ha la malaugurata idea di infilarsi nello scafo e finire malissimo (almeno dalle urla), poi vediamo il nostro adorato lumacone alieno ciondolare nei boschi e inghiottire una ragazza abbandonata sul prato dal fidanzato pusillanime. Arriva il Dr. Bradford (William Thourlby) esimio scienziato esperto di comunicazioni con gli extraterrestri (come gentilmente ci fa notare la voce narrante) anche se, al lato pratico non ha mai comunicato con nessun alieno prima d’ora. Infilatosi nell’astronave (che i primi sospetti vedevano addirittura come velivolo sovietico) l’aitante luminare scopre che c’è un alieno legato al suo interno, in mezzo a quello che sembra un magazzino di vecchie radio usate (Ah! L’incredibile tecnologia aliena!). Il mostro, nel frattempo, cammina per i boschi con una lentezza da cavare la pelle ma nonostante questo riesce a papparsi una giovane casalinga dal vestito improponibile, un ragazzino saltellante e il suo nonno trippone. Ma la sua cavalcata (lenta ma inesorabile e condita da suoni e versacci che sembrano pernacchie) non si arresta e irrompe ad una festa dove il regista ci propone per mezz’ora le stesse due riprese di ragazzi che ballano il twist per poi caracollare nel boschetto dei pomicioni dove ribalta due volte un’auto tutta pasticciata (nella prima rovesciata vediamo il cadavere del guidatore, nella seconda anche quello di una ragazza che magicamente è comparsa dal nulla). Sul finale arriva l’esercito ma vengono miseramente inghiottiti in massa dall’alieno in un bailamme di rara comicità dove vediamo i soldati cadere uno sopra l’altro mentre indietreggiano davanti alla mostruosa coperta. 

Segue poi una confusione incredibile dove un sergente sta per lanciare una granata sul mostro, inciampa e ruzzola per terra. Poi lo scienziato inciampa e cade a terra a sua volta (buona la prima eh!), si infila, strisciando, nello scafo e, senza motivo, ne esce tutto bruciacchiato e insanguinato. Poi tocca a Martin entrare nello scafo e cominciare a martellare dappertutto per evitare che il computer di bordo invii i dati sugli esseri umani (si perché si scopre che i due alieni inglobavano le persone per analizzarle, mica per mangiarle..eh!) ma fallisce miseramente. Per fortuna ci pensa il Dr. Bradford in punto di morte a darci una nota positiva, asserendo che solo Dio sa cosa può succedere in futuro. Di sicuro noi non sappiamo cosa accade al buon Vic Savage dopo la fine della lavorazione. Accusato di frode da più parti, il regista scomparve misteriosamente anche se, notizie successive, lo danno morto a 41 anni per insufficienza epatica. Di sicuro questo film gli ha fatto rodere il fegato più del necessario e visto il risultato, anche piuttosto inutilmente. 

venerdì 13 dicembre 2024

BLOODY NEW YEAR (1987)

Regia Norman J. Warren 

Cast  Suzy Aitchison, Nikki Brooks, Colin Heywood 

Parla di “gruppo di coppiette fugge da bulletti del Luna Park per ritrovarsi in un albergo fantasma su un isola deserta dove Natale e Capodanno non sono mai finiti” 

L’ultimo lungometraggio della seppur scarna filmografia di Norman J.Warren (autore di quel piccolo capolavoro della fantascienza di serie Z che era “Inseminoid”) sembra il titolo ideale per tutti quelli che, come me, non reggono i capodanni. Segnato da problematiche produttive già minate da un budget striminzito, il film è una sorta di connubio tra Shining (quello turco però), La Casa di Sam Raimi e Philadelphia Experiment, realizzato con attori di scarsa qualità, fotografia inesistente, situazioni paradossali e una deliziosa anarchia che mette in scene un vero e proprio helzapoppin’ di effetti artigianalissimi ed estetica trash oltre ogni perversione. 

Ci sono queste due coppiette al Luna Park insieme al solito sfigato della compagnia di nome Spud il quale, per non reggere il moccolone e trovarsi una compagna, decide di salvare cavallerescamente una ragazza di nome Carol, infastidita da due bulletti attempati a cui si unisce anche il gestore della giostra. Dopo una serie di inseguimenti pazzeschi, il gruppo di ragazzi fugge in mare su una barchetta che però affonda costringendoli ad approdare su un’isoletta, Qui c’è un vecchio albergo rimasto addobbato ancora al periodo natalizio e completamente abbandonato. Qui i ragazzi non tarderanno ad accorgersi che qualcosa non va. Cameriere che appaiono e scompaiono, apparizioni allo specchio, oggetti che si animano e via così fino alla sistematica decimazione del gruppo. Compaiono anche i bulli, che nel frattempo sono giunti con la barca sull’isola, il gestore delle giostre sfonda lo stomaco di una delle ragazze che però si trasforma in una sorta di strega pazza dalla faccia argentata. 

C’è persino un omaggio a Nightmare – Dal profondo della notte con un ascensore le cui pareti inghiottono un’altra ragazza. E poi piatti che volano, coltelli che sfrecciano, pomoli delle scale a forma di uccello che azzannano, involucri di plastica che si traformano in una cosa simile al mostro della palude della Marvel, il tutto senza mai un minimo di tregua. La causa di tutto sembra essere un aereo sperimentale del governo americano precipitato sull’isola durante i festeggiamenti del 1960 come ci illustra il flashback iniziale in cui un gruppo di festanti scompare misteriosamente mentre fanno il classico trenino di capodanno. Warren omaggia esplicitamente anche uno scultone della sci-fi degli anni cinquanta mettendo in scena la proiezione di “Fiend without a face”, omaggio che prosegue successivamente con un bel poster del film appeso ad una parete dell’albergo.

Curiosamente il film sembra quasi privo di colonna sonora, se si eccettuano alcune canzoncine del gruppo Cry No More e qualche inserto elettronico realizzato da un certo Nick Magnus. Di certo non il miglior lavoro di Warren (del resto lo ha ammesso anche lui), resta comunque un bel filmaccio di serie ultra zeta con cui ci si può senz’altro divertire, sicuramente di più che ad un qualche sfigatissimo party di fine anno. 

venerdì 6 dicembre 2024

LA CALDA BESTIA DI SPILBERG


(Helga, la louve de Stilberg, 1977) 

Regia Alain Payet 

Cast Malisa Longo, Patrizia Gori, Dominique Aveline 

Parla di “giunonica dominatrice dirige castello prigione a colpi di frusta ma soprattutto a botte di sesso” 

Nonostante il titolo evochi suggestioni nazisploitation e nonostante il film stesso sia un tentativo alquanto rozzo di clonare il successo di Ilsa, la belva delle SS, in quest’opera gli unici assenti sono proprio i nazisti. In realtà non si capisce bene né l’ambientazione né il tipo di dittatura che viene instaurata all’inizio. Sappiamo solo che c’è un omone barbuto con casacca piena di medaglioni sullo stile di Pinochet, che si trastulla con una serva di colore mentre tiene una riunione con i suoi generali. E’ lecito quindi supporre a qualcosa tipo dittatura sudamericana, anche vedendo le divise dei soldati che ricordano quelle apparse in “Emanuelle in America” nell’arcinoto finto snuff inserito nel film di Joe D’Amato. 

Resta comunque un W.I.P. (women in prison) di provenienza francese costruito (è proprio il caso di dirlo) sul corpo di Malisa Longo interprete di Elsa, giunonica matrona bisessuale dalla frusta facile che, nello specifico, viene incaricata di gestire la prigione/castello di Spilberg (ch
e nell’originale era Stilberg ma la distribuzione italiana lo ha modificato forse per omaggiare il celebre regista) dove vengono recluse un gruppo di prigioniere in casaccona marrone sotto alla quale non portano neanche le mutandine, tant’è che le vediamo dormire nude con le scarpe (sic!), così tanto per facilitare i pruriti lesbo/saffici che inevitabilmente il genere impone. Ogni settimana le ragazze vengono selezionate da un certo doc che ne sceglie una a caso con cui sollazzarsi in cambio di bottiglie di vino ai soldati. Poi arriva Elisabetta (Patrizia Gori), la figlia del capo ribelle Vogel  con cui Elsa tenta di stabilire rapporti sessuali fallimentari. 

Se già la trama non dice nulla di interessante, il film risulta ancora meno attraente, sia per l’assenza di scene sessuali vere e proprie ma solo ridicoli sdrusciamenti nella paglia e qualche smanacciata sul seno, sia per la mancanza di scene violente eccettuata qualche loffia frustata qua e là. Insomma se il tentativo era quello di imitare la Thorne, siamo lontani mille miglia dall’originale. Dulcis in fundo il combattimento finale con i ribelli oltre ad essere montato alla cazzo di cane, è talmente incasinato da far pensare che il regista Alain Payet (noto soprattutto nell’ambiente a luci rosse con lo pseudonimo di John Love) sia andato a farsi una sveltina mentre gli attori correvano su e giù per il fiabesco castello.