venerdì 3 ottobre 2025

VAMPIRELLA (1996)

Regia Jim Wynorski 

Cast Talisa Soto, Roger Daltrey, Brian Bloom 

Parla di “aliena vampira in costume troppo largo cerca vendetta contro vampiro canterino” 

Trasposizione direct to video del celebre fumetto sexy horror creato da Forest J. Ackerman, il film diretto dal mestierante Jim Wynorski (autore però del cult Supermarket horror e successivamente relegato alle produzioni di serie zeta) è la riprova di quanto male abbiano fatto gli anni novanta ai cinecomics. Non bastava l’orrendo Capitan America del 1990 di Albert Pyun o il ridicolo The Fantastic Four (1994) di Oley Sassone, le produzioni a basso budget ci riprovano con la sexy vampira proveniente dal Pianeta Drakulon ingaggiando Talisa Soto, che nel 1989 aveva partecipato a 007 Vendetta Privata e successivamente nei primi due film della saga di Mortal Kombat. 

Ma l’errore più grande della produzione fu il perverso tentativo di lanciare come nuovo Villain in pellicola, nientemeno che il cantante dei The Who, Roger Daltrey qui nei panni del feroce Vlad, vampiro alieno trasferitosi sulla Terra dopo aver ucciso il padre di Vampirella. Il cantante, infatti, si presenta sin dalle prime immagini con delle smorfie grottesche, al limite della parodia di un vampiro, digrignando in continuazione i dentacci e alzando le mani nel tentativo di scimiottare Bela Lugosi. Persino la Soto non è che ci faccia una gran figura, colpa del ridicolo costume rosso in latex, probabilmente troppo largo per il suo esile corpicino, che ne rende ridicoli i movimenti. Non dimentichiamoci poi degli effetti speciali veramente terrificanti anche per l’epoca, come la trasformazione animata in pipistrello che sembra una macchia nera svolazzante.Pensare che il film sia stato sceneggiato dallo stesso Ackerman in collaborazione nientemeno con il celebre illustratore Frank Frazetta, rende quanto meno sconvolgente che il risultato finale sia così povero e piatto. 

Anche l’elemento sessuale, così prorompente nel fumetto originale, viene qui relegato a un paio di tette dalla bionda playmate Corinna Harney qui nella parte di Sallah, compagna del terribile (soprattutto quando indossa un finto codino colorato!!!) Vlad. Se si soprassiede comunque su quanto abbiamo detto, sulla recitazione marmorea del cast, sui dialoghi aberranti e sulle scene d’azione goffe e penose, per il resto il film può anche essere visto in una serata in cui non avete altre alternative che il suicidio. Si segnala il (micro) cameo di Angus Schrimm (il tall-man della saga Phantasm) e soprattutto John Landis nella parte di un astronauta idiota ma spassoso.   

venerdì 5 settembre 2025

THE CREEPS (1997)

Regia Charles Band 

Cast Bill Moynihan, Rhonda Griffin, Phil Fondacaro 

Parla di “scienziato pazzo riporta in vita i mostri dell’Universal ma l’esperimento si interrompe a metà e questi vengono fuori trasformati in nanetti” 

Non tutti i brutti film vengono per nuocere, e non tutti i brutti film sono veramente brutti. Ce lo insegna Charles Band che con questo The Creeps, nella sua povertà di confezione (come del resto tutte le produzioni della Full Moon e in particolare quelle dagli anni novanta in poi) ci regala una commediola horror tanto modesta quanto deliziosa con almeno una trovata geniale, ovvero quella di trasformare i classici mostri della Universal (Dracula, Frankenstein, la mummia e l’uomo lupo) in nanetti! Non ci è dato di capire se nelle intenzioni di Band ci fosse una velata critica nei confronti della Major Cinematografica ma il risultato è assolutamente originale. 

Tutto inizia con un certo Dottor Berber (Bill Moynihan) che trafuga il manoscritto originale di Frankenstein di Mary Shelley da una biblioteca di rarità. La commessa Anna (Rhonda Griffin), per non perdere il lavoro, assolda il detective privato David (Justin Lauer) che divide la sua professione investigativa con quella di noleggiatore di VHS (che tra i film citati, omaggia ovviamente anche qualche titolaccio della Full Moon tipo “Hideous”). Intanto Berber torna nella biblioteca, stavolta per il Dracula di Bram Stoker, e già che c’è rapisce anche Anna per usarla come sacrificio umano. Lo scopo è dare vita agli archetipi leggendari attraverso un portale del multiverso o roba simile. Purtroppo l’esperimento si interrompe a metà con la fuga della ragazza e i mostri, riportati in vita, sono alti la metà del normale. Delle quattro creature nane (come ovviamente lo sono anche gli attori che le interpretano) segnaliamo il bravo Phil Fondacaro, colonna portante dei film di Charles Band, che ci regala l’interpretazione di un Dracula nano veramente efficace, con uno sguardo iniettato di sangue ed un portamento nobile d’eccezione.

Delle quattro creature nane (come ovviamente lo sono anche gli attori che le interpretano) segnaliamo il bravo Phil Fondacaro, colonna portante dei film di Charles Band, che ci regala l’interpretazione di un Dracula nano veramente efficace, con uno sguardo iniettato di sangue ed un portamento nobile d’eccezione. Purtroppo, a parte l’idea di fondo che merita, in ogni caso, tutta la nostra attenzione, il resto del film è ben poca cosa, contraddistinto da uno humor di bassa lega che non fa ridere neanche per sbaglio e una grande profusione di effetti visivi poverissimi sui quali campeggia incontrastato (per bruttezza) il portale del multiverso, più simile alla Ruota della Fortuna di qualche gioco a premi televisivo. In ogni caso, complice anche una durata decisamente esigua, il film intrattiene il giusto e merita una visione, non fosse altro che per vedere una mummia nana che cammina tra i corridoi scuri della biblioteca con il suo caratteristico passo strisciato. 

venerdì 29 agosto 2025

SOMETHING WEIRD (1967)

Regia Hershell Gordon Lewis 

Cast Tony McCabe, Elizabeth Lee, Mudite Arums 

Parla di “veggente sfregiato incontra Strega che gli ridà la bellezza in cambio di amore per poi indagare, sotto effetto dell’acido, sulle gesta di un misterioso serial killer” 

Buffo come il film meno “weird” di Hershell Gordon Lewis abbia proprio questa parola nel titolo, titolo che ha poi ispirato la nota casa distributrice di filmacci di serie Zeta et similia in America (La Something Weird Video). Uscito successivamente a The Gruesome Twosome ma nello stesso anno, Something Weird vede il padrino del gore abbandonare budella di manzo e lingue di pecora a favore di una trama più articolata, che mescola paranormale, stregoneria, psichedelia e thriller, il tutto contraddistinto dalla solita povertà di mezzi che ogni film del buon Lewis deve sopportare. Dopo titoli di testa inquietanti dove vediamo un omicidio attraverso l’inquadratura delle gambe del serial killer che strozza una tizia in minigonna, il film si accentra sul protagonista Mitchell (Tony McCabe) il quale, mezzo folgorato e sfregiato da un cavo dell’alta tensione, si sveglia in ospedale con il dono della preveggenza con cui, successivamente, cerca di sbarcare il lunario, coperto da un fazzoletto sul viso per nascondere il volto deturpato. 

Un brutto giorno viene a trovarlo una vecchia pustolosa (o almeno l’attrice Mudite Arums che si presenta con il solo volto truccato dando l’effetto di una vecchia con il corpo di una quarantenne) che gli propone un patto: Mitch riavrà la sua bella faccia ma in cambio amerà solo lei, ovviamente trasformata nell’avvenente Ellen Parker (Elizabeth Lee). Con questi presupposti Mitch viene incaricato dalla polizia di scoprire l’identità di un serial killer che ha già ucciso sette ragazze (di cui una con un lanciafiamme o qualcosa di molto simile). Nel frattempo la popolarità del veggente cresce al punto da presiedere una seduta spiritica dove Lewis si scatena in una sorta di effetto di levitazione creato in sovrimpressione con risultati piuttosto discutibili (l’immagine di Mitch viene praticamente proiettata sul muro e viene sollevato alzando probabilmente il proiettore stesso). Il punto migliore del film resta comunque l’incontro con uno spettro di donna che imperversa in una chiesa chiedendo solo un contatto umano (siamo di fronte ad un H.G. Lewis estremamente poetico!). 

Per aumentare la sua percezione extrasensoriale Mitch assume dell’LSD e in un tripudio di immagini virate al rosso e caleidoscopizzate, scopre l’identità dell’assassino. Trucchi ed effetti a parte (già questi raffazzonatissimi), anche le ambientazioni risultano poverissime (l’ufficio della Polizia sembra un box tirato a rustico) per non parlare poi di momenti di altissimo trash come lo sfiancante inseguimento finale e i colpi di pistola realizzato con l’effetto sonoro di un tappo che salta. Il finale comunque rimane beffardo e cattivello al punto giusto e, cosa non meno importante, qui Lewis dimostra anche una certa vena anarcoide e anticomformista in quella che, a tutti gli effetti, è una critica alla società dell’immagine ormai radicata sul suolo americano e oltre. 

venerdì 1 agosto 2025

UNA SECONDINA IN UN CARCERE FEMMINILE

(Frauengefang, 1975) 

Regia Jess Franco 

Cast Lina Romay, Martine Stedil, Roger Darton 

Parla di “giovanotta ammazza fidanzato rapinatore e finisce in carcere duro dove tutti cercano di strapparle il segreto del nascondiglio di preziosi diamanti trafugati” 

L’accoppiata Jesus Franco/Lina Romay colpisce ancora, tanto per cambiare con l’ennesimo Woman in Prison (per gli amici dell’acronimo: WIP) che tanto piacevano al maestro spagnolo e che, ovviamente, tanto piacevano anche ad un certo tipo di pubblico, decisamente di bocca buona. Tutto inizia con una rapina, tre loschi individui con anonime maschere bianche, fuggono con una valigetta, due vengono uccisi dal complice ma questi quando scopre che la valigetta è vuota, viene colpito a sua volta dalla fidanzata Shirley (Lina Romay), a bruciapelo. Subito dopo Shirley chiama la polizia e si costituisce, asserendo di averlo ammazzato per gelosia. 

Viene quindi relegata in un carcere femminile (e dove se no?) che, agli occhi del mondo, dovrebbe essere un modello virtuoso di penitenziario (a sentire la voce narrante quasi un centro vacanze) ma che sotto sotto nasconde turpi segreti. Il direttore, che sembra un giovialone, in realtà è un sadico che frusta a sangue le prigioniere ed arriva a mettere dei cavi elettrici nella vagina di Shirley per aver nascosto un biglietto segreto. Una cosa è certa, tutti vogliono sapere che fine hanno fatto i diamanti, ritenendo che Shirley ne sappia qualcosa. Accompagnato da una musichetta talmente stucchevole da rasentare l’incubo (opera di David White) rosa di qualsiasi porno, il film procede piuttosto svogliatamente, soprattutto nel segno dell’eros, elemento che di solito è molto preponderante nel genere. 

Qui ci si limita a qualche zoomata sul pelo pubico delle carcerate, che ovviamente dormono tutte nude per il caldo, non manca qualche accenno saffico (arricchito da integrazioni più spinte dove compare un misterioso sedere dotato di immondo brufolone nerastro!) con la bellissima Martine Stedil che verrà strangolata subito dopo dalla stessa Romay. Successivamente compare anche Tio Jess in completo azzurro e pistola in mano nei panni di un cattivissimo sicario che ammazza il direttore, non senza prima avergli fatto un pippone idealista contro il finto perbenismo di facciata. Finale da cartolina illustrata con lunghe inquadrature paesaggistiche che non servono a null’altro se non a riempire il vuoto di un minutaggio già esile. La Romay mostra tette e culo come se non ci fosse un domani ma se non altro Franco aggiunge all’estetica del film un tocco di raffinatezza, rispetto, infatti alle solite divise dei classici W.I.P. qui le prigioniere portano delle zeppolone giganti, improbabile vestiario in qualsiasi carcere femminile. 

venerdì 18 luglio 2025

THE PANTHER SQUAD (1984)

Regia Peter Knight (Pierre Chevalier) 

Cast Sybil Danning, Jack Taylor, Karin Shubert 

Parla di “terroristi eco spaziali rapiscono astronauta ma interviene squadra di cavallone per salvare capra e cavoli” 

Va bene che Sybil Danning non è mai stata attrice in film di spessore (anche se ha lavorato con Klaus Kinski ne “La notte dei Falchi” ed ha spesso intrecciato la sua strada con il cinema di genere italiano degli anni settanta) ma giungere addirittura a produrre questa action/schifezza di matrice belga, rasenta il pedice di una carriera tutto sommato dignitosa, almeno fino a qui (due anni dopo parteciperà a quell’altra schifezza simil-horror di Fred Olen Ray intitolata La Tomba). 

Prodotto realizzato esclusivamente per il mercato Home Video, da posizionare ad un passo dal reparto pornografico nonostante non vi siano scene di nudo, il film parte con una sorta di distopia sociale dove una “Jeep” spaziale viene intercettata da un gruppo terroristico chiamato Clean Space che ha lo scopo di combattere l’inquinamento spaziale. Questo primo, delirante, scenario viene narrato con un alternarsi incomprensibile di sequenze dove vediamo uno speaker televisivo che racconta tutto. Poi c’è un goffo rapimento di un’astronauta che viene prima intercettata da due falsi membri del NO.ON (che è una specie di successore dell’ONU) e poi rapita da due finti barellieri di una ancor più finta ambulanza. A questo punto entra in scena la Danning tutta vestita con borchie e pantaloncini di pelle nera a menare finti calci e finte mosse di Karate in un bar dove le comparse sono quattro scappati di casa messi lì a casaccio a fingere di fare le comparse. Coadiuvata dal mascellone Jack Taylor che passa il tempo ad alcolizzarsi, la Danning (che nel film si chiama Ilona, vabbè!) introduce un gruppo di stangone in minigonna pronte a sparare e combattere anche se la prima cosa che fanno è buttarsi in piscina non appena arrivate, tanto per mostrare un po' di carnazza in costume. 

Il resto del film sono scontri a fuoco dove muoiono solo i cattivi e dove si scopre che non c’è manco un cane di attore che sappia tenere in mano una pistola, un elicottero abbattuto con un unico proiettile, inseguimenti in moto e un assurdo cattivo che sembra un dittatore sudamericano dalla recitazione che, dire fuori dalle righe, è ancora un complimento. Per fortuna la Danning ha una pistola laser con cui fa fuori tutti all’ultimo e dato che, nella jeep disintegrata c’era anche l’astronauta rapita, mi chiedo come, nella successiva sequenza, questa possa essere partita per lo spazio al salvataggio dell’astronave bloccata tra le stelle. Boh! Comunque il film rasenta l’amatorialità più gretta e fa tristezza veder coinvolta in questo circo dell’imbarazzo, anche una Karin Shubert decisamente ormai sul viale del tramonto. Dirige un sordido Pierre Chevalier, giustamente sotto lo pseudonimo di Peter Knight. 

giovedì 10 luglio 2025

IL CASTELLO DELLE MUMMIE

(El castillo de las momias de Guanajuato, 1973) 

Regia Tito Novaro 

Cast Blue Angel, Superzan, Tito Novaro 

Parla di “tre eroici lottatori devono impedire al dottore pazzo di ringiovanire a spese di giovani vittime torturate da nanetti demoniaci e cadaveri mummificati che si attivano con il fischietto dei cani” 

Quello delle mummie urlanti di Guanajuato è uno dei misteri più affascinati ed inquietanti del messico (andatevele a scoprire sul web se non le conoscete https://www.beniculturalionline.it/location-4040_Museo-delle-Mummie-di-Guanajuato.php) che ha inevitabilmente ispirato molta della cinematografia horror locale ma anche al di fuori (non a caso Herzog apre il suo Nosferatu con una terrificante quanto suggestiva panoramica proprio dei cadaveri mummificati della nota città messicana). Ecco quindi che, nella vasta e variegata cinematografia latina, las mumias de Guanajuato  trovano posto in una serie di film dove i cadaveri essiccati si trovano a combattere contro un gruppo di luchadores all’epoca considerati delle vere e proprie star. 

Nel 1972 El Santo, Blue Demon e Mil Mascaras si trovano insieme ne “Las momias de Guanajuato” a combattere con un lottatore mummificato chiamato Satan mentre nell’ anno successivo tocca al trio Blue Angel (quello con la maschera di Capitan America con tanto di A stampata in fronte), Superzan e Tieneblas (che sembra quasi un Power Ranger) affrontare le mummie risorte da un cimitero grazie al fischietto a ultrasuoni (leggasi fischietto per cani) utilizzato da un nanetto assistente del tremendo dottor Tanner (interpretato da Tito Novaro che è anche regista del film) ne “El castillo de las momias de Guanajuato”.  In realtà della celebre attrazione di Guanajuato qua non c’è proprio traccia e il titolo resta solo un pretesto alquanto plateale di attirare spettatori con false promesse. Le mummie in questione infatti sono più che altro dei morti viventi ovvero comparse vestite di vecchi e logori abiti con ridicoli mascheroni di gomma comprati nel negozio di scherzi carnevaleschi. I mostri quindi si aggirano per piccole cittadine con lo scopo di rapire giovinette (ma anche uomini e bambini) da torturare allo scopo di estrarre un particolare ormone che renderà la giovinezza perduta al malefico Tanner, ormai ridotto a un catorcio umano al punto che deve rapire il figlio di un noto chirurgo per ricattarlo e farsi impiantare un cuore artificiale. Cuore che (contrariamente alle aspettative del cardiologo che gli dava pochi giorni di vita) funziona benissimo, anche grazie all’apporto di una messa nera che lo scienziato pazzo opera la sera successiva dopo l’intervento insieme ai suoi fedeli nanetti vestiti con il classico saio da monaco.

A contrastare il folle piano di Tanner ci pensano i tre lottatori mascherati che, tra un incontro riempitivo e l’altro contro dei rozzi contendenti (tra cui uno che si chiama troglodita e ho detto tutto!), trovano il tempo di girare tutte le chiese della zona per scoprire quale di queste ha officiato una messa di mezzanotte (il cardiologo infatti, durante la prigionia, sentiva le campane di una chiesa in piena notte). Scoperto il covo segreto di Tanner, il trio si trova all’interno di una vera e propria stanza delle torture dove menano calci e pugni alle mummiacce (e anche ai nanetti) e finalmente riescono a sgominare il folle piano del mad doctor di turno. Nel più puro stile messicano, il film è una baracconata trash pazzesca ma una di quelle, se non altro, divertenti, con gran sfoggio di pettorali misti e scene assurde (vedi i rapimenti vari che le mummie operano sulle ragazze locali, le quali svengono comicamente appena vedono i mostri). Se non altro risulta molto godibile la colonna sonora psichobeat realizzata da Bernardo Serrano che, soprattutto nelle scene finali, riesce quasi a mandare in acido lo spettatore. 

lunedì 9 giugno 2025

LE BAMBOLE DEL FUHRER (1996)

Regia Joe D’amato 

Cast Erica Bella, Shalimar, Jean-Yves Le Castel

Parla di “nazisti che creano bordello con prigioniere ovviamente testate molto attentamente da ufficiali SS ben dotati ma dall’insulto facile” 

Curiosamente reintitolato “Saloon Kiss” per il mercato estero (forse il film di Tinto Brass aveva un nugolo di estimatori oltreoceano?) questo Nazisploitation fuori tempo massimo è una delle opere straight to video che il maestro Joe D’amato sfornava a ritmi decisamente industriali per il mercato home video a luci rosse degli anni novanta. Detto questo, non c’è molto altro da dire, la trama è solo un pretesto che viene svogliatamente raccontata nei primi minuti del film mentre la videocamera inquadra uno sparuto squadrone di soldati nazisti che cammina nelle campagne. L’idea è quella di creare una specie di bordello con prigioniere piuttosto portate al piacere sessuale, allo scopo di spiare i clienti e raccogliere informazioni preziose per la vittoria finale del terzo reich. Poca roba, praticamente la versione porno di Saloon Kitty che era già comunque spinto da parte sua. Vari ufficiali SS si alternano per testare le prigioniere e verificare che siano adatte allo scopo, gli amplessi sono più o meno tutti uguali, con grandi dosi di anal e voraci fellatio. Mentre lo guardavo mi chiedevo perché rispetto ai porno anni settanta, l’orgasmo maschile si riduce qui alla masturbazione finale, eseguita in tutta fretta dall’attrice di turno, a conclusione di un amplesso che sembra durare un’eternità. Voglio dire, una volta gli attori venivano estraendo il pene dalla vagina ed eiaculando sulla pancia delle attrici dopo un coito normale. A partire dagli anni novanta, invece, non si riesce più a far eiaculare naturalmente, questi porno attori! Anche l’orgasmo deve essere provocato articialmente, anzi manualmente! Perdonate questa disgtressione, atta solo ad allungare il brodo di una recensione in cui non si ha molto da dire. Le attrici sono molto belle, anche se la continua ostentazione dell’ano allargato (in cui si vede molto disgustosamente l’inizio del colon) non è che sia molto arrapante. 

D’Amato, anche sul fronte del porno, ha sicuramente fatto lavori migliori e con più convinzione, qui persino la musichetta ossessiva che ci perseguita per questi sessanta minuti, riesce ad essere castrante. Fanno comunque ridere (non apriamo parentesi sul sessismo in questo frangente perché stiamo comunque discutendo di un porno) le carriole di insulti che queste povere attrici si beccano durante il coito da parte dell’ufficiale di turno che non ho capito se è sempre lo stesso (il porno attore d’oltralpe Jean-Yves Le Castel) o cambia di volta in volta. Fatto sta che, durante il rapporto, sentiamo ossessivamente questa voce fuori campo (stranamente somigliante a quella di Oreste Lionello) che ripete a mantra epiteti irripetibili che aggiungono una colpevole ilarità a tutta la scena.